Mons. Prof. Gianni Ambrosio



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Mons. Prof. Gianni Ambrosio
MEIC, Roma 23.10.2004
Correre, competere, confliggere. E contemplare?
Camminare (e correre) ‘lungo la via’ non dimenticando la ‘casa’: verso la sapienza evangelica
L’amicizia, come ben sappiamo, è una cosa stupenda. Ma sappiamo pure che l’amicizia, a volte, può giocare qualche scherzo. Per l’amicizia con il Meic e con il suo Presidente, ho accettato di salire sul treno in corsa, inserendomi all’ultimo momento nella tematica del vostro Congresso. Naturalmente per salire sul treno in corsa, occorre correre. Non solo, occorre anche saltare, con qualche rischio. Nel mio caso il rischio è quello di cogliere solo qualche aspetto di un tema su cui da tempo state riflettendo.

Fatta questa premessa che giustifica, spero, il mio approccio parziale al tema del vostro Congresso nazionale, vorrei attirare l’attenzione su ciò che, a mio parere, è alla base della riflessione di mons. Ignazio Sanna, e, alla fin fine, del Congresso stesso. E cioè la sapienza, anzi più precisamente la sapienza evangelica.

Non discuto, dunque, come il Presidente mi ha richiesto, la relazione di mons. Sanna. D’altronde, come potrei discutere la bella riflessione di un bravo e serio teologo come il professor Sanna, per di più amico da molto tempo? Piuttosto che discutere la relazione, preferisco lasciarmi ispirare da essa, cogliendovi l’invito a ricuperare la sapienza cristiana perché illumini la nostra vita così che essa diventi vita secondo lo Spirito.
Propongo tre rapidi punti. Introduco la mia proposta in riferimento ad una suggestione evangelica che può illuminare il nostro camminare e il nostro correre. Richiamo poi qualche elemento della sapienza biblica. Infine accenno alla sapienza evangelica.

Se l’attenzione va soprattutto al correre – il primo verbo della tematica del Congresso messo a fuoco dalla relazione di Sanna – è ovvio che la luce della sapienza evangelica riguarda ed interpella di fatto tutti i verbi al centro della vostra riflessione.


Di che cosa stavate discutendo lungo la via”?


La suggestione evangelica, che può essere intesa come punto di riferimento non solo per la nostra riflessione ma anche per la nostra vita, si riferisce a Mc 9, 33-37: “Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia il servi di tutti». E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»”.
Tra i molti spunti che questi versetti suggeriscono, mi limito a sottolineare da un alto il dinamismo del camminare e d’altro lato la l’opportunità, anzi la necessità, del fermarsi e del sedersi. Da un lato vi è la strada e d’altro lato vi è la casa, realtà necessarie, per nulla contrapposte, anzi realtà che si richiamano e si sostengono a vicenda.
La vita di tutti è cammino e lo è in particolare la vita cristiana. Cammino come sequela di Gesù. Cammino come incontro ed anche scontro (e dunque competizione e conflitto) tra i discepoli. Infatti, camminando “lungo la via”, i discepoli, anzi i dodici, discutono, e l’argomento di discussione non solo non appare esaltante ma risulta competitivo e conflittuale.
Poi i dodici giungono a Cafarnao e a Cafarnao c’è la casa. Per fortuna, è il caso di dire. Quando i discepoli – i dodici – sono in casa, sollecitati dall’interrogativo di Gesù, subito capiscono che la loro discussione “lungo la via”, era, a dir poco, infantile. Per cui essi tacevano, dice il Vangelo, come tace il bambino scoperto nel suo atteggiamento goffamente infantile.
Ma la casa offre assai di più. “Gesù, sedutosi, chiamò i Discepoli”. La casa è il momento e il luogo della chiamata, dell’ascolto, dell’insegnamento. Un insegnamento che parte dall’esperienza del cammino e dall’argomento discusso “lungo la via”.

Non basta dunque tacere, come fanno i dodici; non è sufficiente il silenzio, che pure, in verità, dice molto. Occorre andare oltre, occorre illuminare, nell’ascolto, il camminare e il discutere.

Proprio lì, nella casa, si comprende il senso del camminare e del discutere. Lì nella casa, mentre si è seduti e si ascolta, avviene, si potrebbe dire, lo sblocco comunicativo. Non solo con Gesù ma anche tra i dodici. Prima non solo “essi tacevano” non rispondendo all’interrogativo di Gesù, ma, probabilmente, tacevano anche tra loro. Nella casa invece c’è la possibilità di guardarsi in faccia e c’è la scoperta della comune vocazione. Insomma, si potrebbe dire che nella casa i dodici, seduti ai piedi del Maestro, sono introdotti nel segreto del camminare e del camminare insieme, come discepoli dell’unico Maestro, come fraternità vissuta, come servizio reciproco.
La vita è cammino, ed anche, in molti casi, un cammino veloce e rapido simile ad una corsa. La vita è cammino ma la casa fa parte della vita umana. Anche nella vita nomade – e la nostra vita post-moderna sembra riprendere alcuni aspetti dell’arcaico nomadismo –, c’era sempre una tenda o una capanna.
La vita cristiana – la vita dei discepoli di Gesù, la vita ecclesiale – è cammino, un cammino che diventa cristiano in quanto si lascia illuminare – e convertire – dalla ‘casa’. La fede cristiana non comporta l'abbandono del cammino o della condizione assegnata dalla vita umana e dalla convivenza civile, ma richiede che tale condizione di vita sia vissuta alla luce della ‘sapienza’.
La sapienza “seduta alla porta, bel disposta per le strade, facilmente contemplata da chi l’ama”
Tra i tanti passi biblici che possono introdurci alla concezione della sapienza nell’Antico Testamento, ne scelgo uno particolarmente significativo dal libro della Sapienza, cap. 6, 12-16, facendo notare che in esso si parla di ricerca e di strade, di casa (la porta di casa) e di contemplazione.

La sapienza è radiosa e indefettibile,



facilmente è contemplata da chi l’ama

e trovata da chiunque la ricerca.

Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.

Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà,

la troverà seduta alla sua porta.

Riflettere su di essa è perfezione di saggezza,

chi veglia per lei sarà presto senza affanni.

Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei,

appare loro ben disposta per le strade,

va loro incontro con ogni benevolenza”.

Per l’Antico Testamento la sapienza non è la conoscenza di molte cose ma la percezione del senso delle cose, di tutte le cose. La sapienza è anzitutto un modo di vivere piuttosto che un sapere astratto. E questo “stile di vita sapiente” è dono di Dio ma anche frutto di esperienza e, se si vuole, di buon senso.

E’ sapiente chi conosce Dio e il suo progetto. Più esattamente è sapiente chi intravede il disegno di Dio che si manifesta nella creazione, nella storia e nella stessa coscienza. Proprio la luce di questo disegno di Dio consente di vivere sapientemente. Per questo la ricerca di Dio e la ricerca della sapienza coincidono.

Vale la pena di sottolineare che la sapienza previene chi la cerca, si lascia trovare facilmente, è seduta alla porta di casa, la si incontra per le strade. Dio è desideroso di farcene dono, ma il dono è accolto solo da chi ama la sapienza senza condizioni, da chi la desidera e la cerca senza darsi pace («di buon mattino»).

E’ stolto l’uomo - non importa se colto, competente, abile nel maneggiare le cose e le parole – che ha smesso di interrogarsi, che è distratto, che è soddisfatto nelle proprie abitudini, che è superficiale e settoriale. E’ stolto l’uomo cioè che vede le cose e non si chiede che cosa significano, che cammina senza domandarsi ciò che lo attende alla fine, che conosce i frammenti e non si interroga sul centro che li unifica. Si tratta di una stoltezza che non concerne solo l’intelligenza ma il cuore e dunque coinvolge tutto l’uomo e tutta la vita dell’uomo.
Cercate prima… e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
Nel contesto della sapienza biblica si inserisce la sapienza evangelica.

E’ sapienza la rivelazione di Dio fatta da Gesù, la sua esperienza di vita terrena, il progetto di vita che ha proposto ai discepoli. E’ sapienza nel senso biblico e profetico, cioè come modo intelligente e virtuoso di vivere che deriva dallo sguardo profondo e vero rivolto a Dio, al mondo e a se stessi.


La sapienza che è Gesù e che Gesù rivela affonda le sue radici nella sapienza di Israele, e quindi, in qualche modo, nella sapienza dell'intera umanità. Tuttavia la sapienza evangelica è nuova, possiede una sua peculiarità che è appunto l’originalità cristiana.
Possiamo richiamare Mt 6,19-34, in particolare i versetti 33-34 che cito appositamente per i due verbi che sono fondamentali per la comprensione dell’intero passo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani”.

Siamo all’interno del discorso della montagna: la nuova giustizia-sapienza del discepolo di Gesù non solo si distingue da quella dei pagani ma anche da quella degli scribi e dei farisei.


Il verbo “affannarsi”, ripetuto più volte, attraversa tutto il passo. Non si tratta solo della fatica e della stanchezza del lavoro per procurarsi il vestito e il cibo e per assicurarsi il domani. Si tratta dell'ansia, dell'angoscia, del fiato sospeso, della scontentezza cronica, dell’inquietudine concitata: un modo di vivere che rivela un rapporto sbagliato con le cose, con la vita e con Dio.

Il cibo, i vestiti e anche il domani non sono beni secondari o irrilevanti. Indicano i bisogni fondamentali della vita e dunque per essi vale la pena di faticare e anche di correre. L'errore non sta nel cercare questi beni, ma nel considerarli in modo sbagliato, sopravvalutandoli, quasi fossero capaci di venire incontro al desiderio di fondo del cuore umano: poter vivere con speranza, sicurezza e serenità in una realtà che sembra tutto vanificare (il tempo che scorre, e poi le “tarme, la ruggine, i ladri”, di cui parla il passo evangelico). L'errore che sconvolge la vita e falsa i rapporti con le cose della vita è quello di ritenere l’esistenza chiusa in se stessa, senza orizzonte e senza profondità, e quindi di cercare e di conservare le cose della vita senza far riferimento al Padre.


E’ opportuno sottolineare che Gesù, per liberare l'uomo dall'ansia e dall'angoscia per il cibo, il vestito e per il domani, non fa leva sul disincanto rispetto a queste cose o sul distacco da esse, ma sulla fiducia nel Padre. L'affanno non è solo un errore psicologico, ma è una modalità di vita che non si addice alla visione cristiana dell’esistenza in quanto tradisce una profonda mancanza di fede.

Per questo occorre passare – ed è la conversione – dalla presunta sicurezza affannosamente cercata nel possesso delle cose alla sicurezza cercata nella fiduciosa confidenza in Dio Padre, fonte di felicità.


L’altro verbo è “cercare”: “Cercate prima il regno e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (6,34).

Queste parole andrebbe esaminate con molta cura.

“Cercare” dice il desiderio, lo slancio, la passione, la tensione, l'iniziativa e la progettazione. Se l'affannarsi non è evangelico, il “cercare”, invece, proprio per il suo dinamismo e la sua tensione, è profondamente evangelico.

Ma c’è un “prima” e dunque c’è un dopo. C’è una precedenza, una priorità, una gerarchia.

Ma che cosa significa esattamente “cercare prima”? Come intendere che “tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”? Suggerisco un’interpretazione.

Il “prima” apre lo spazio al dopo. Non è, credo, un “prima” semplicemente cronologico e gerarchico. Non è neppure un “prima” esclusivo ma inclusivo: è un “prima” che apre la porta al dopo. Non c’è qui alcun disimpegno, non c’è alcuna saggezza distaccata, non c’è una ‘teologia del disimpegno’.

Direi allora che si tratta di un “prima” veritativo. Cioè: il primato del Regno non soltanto lascia lo spazio alle cose che vengono dopo, ma crea per esse il giusto spazio, è la condizione perché queste cose siano per l’uomo e possano essere alla portata dell'uomo.

Dunque il primato del Regno crea lo spazio per la libertà dell’uomo, per il buon vivere dell'uomo nel mondo, per il buon uso dei beni.


È l'idolatria, nelle sue più svariate forme, che assorbe l’uomo e lo infantilizza (vedi la discussione dei dodici lungo la via). L’idolatria esalta e ingrandisce le cose, fino ad esigere il sacrificio degli altri e di noi stessi. E’ il mancato riconoscimento del “prima” che mortifica l’uomo nella sua libertà. Per cui la lotta agli idoli, a tutti gli idoli, è la difesa dell’uomo e della sua libertà. L’affermazione che solo Dio è il Signore è non solo la condizione per la salvezza, ma insieme è la condizione per un mondo più umano, per una libertà più vera che non ha bisogno di ergersi sull’altro discutendo lungo la via.

Se Gesù dice di porre il Regno al primo posto, non è per salvare il Regno che egli annuncia ed inaugura, ma per salvare lo spazio della vita dell'uomo, per garantirgli la vita affinché sia buona in tutte le sue relazioni e le sue potenzialità, compreso il godimento delle cose stesse della vita.


Le cose “che sono date in aggiunta” – dal cibo, al vestito, al domani - sono cose preziose e per nulla secondarie, anche se vengono dopo. Ma appunto perché queste cose della vita sono preziose, esse richiedono uno spazio in cui collocarle, garantirle e gustarle: questo spazio è il primato del Regno e la sua giustizia. Appunto perché sono preziose, anzi necessarie alla vita dell’uomo, occorre che l’uomo le cerchi bene, occorre un modo corretto di cercarle, sapendo cioè che esse sono un dono di Dio da accogliere nella gratitudine, nella fiducia e nella libertà, e non nell'arroganza, non nell’illusione di chi si crede padrone delle cose della vita, non nell’inquietudine ansiosa per il domani.
Concludo questi spunti con l’auspicio che formulo in riferimento alla suggestione evangelica di Marco 9, 33-37, da cui sono partito per questa breve riflessione. Ci sia concessa la grazia della ‘casa’ per poter camminare e correre “lungo via”, una via più illuminata e quindi con discussioni più sagge, più adulte, più responsabili, più solidali.









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