“Mostraci il Padre e ci basta”



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24.01.2018
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Mostraci il Padre e ci basta”

(Gv. 14, 8).

Carissimi fratelli e sorelle della Santa Chiesa di Dio che è in Cosenza-Bisignano,
1. vi scrivo, per la prima volta, come Pastore. Come sapete, tale connotazione fa di questo mio scritto una “Lettera Pastorale”. Ha senso, oggi, nello sconvolgente trapasso della multimedialità, comunicare, con i fratelli e sorelle di fede e con quanti sono aperti all’ascolto, tramite questa via?

Ritengo di si. Anzitutto, la lettera del Pastore è nella tradizione della Chiesa. La Chiesa non tende tanto ad informare, a trasmettere ma ad aprire alla comunione o farla crescere. È in questa lunghezza d’onda, una “lettera pastorale” ha alcune valenze, oggi, particolarmente esigite.

Essa è come un radar che cerca volti e cuori e li scova in “casa propria”, cioè nell’interiorità di ognuno. “Oggi, disse Gesù a Zaccheo, devo fermarmi a casa tua” (Lc. 19,5).

Essa, ancora, non è linguaggio che fugge ma che permane come proposta meditativa. È, infatti, un bussare dello Spirito, attraverso il Vescovo. Attua quella misteriosa e provocante parola dell’Apocalisse : “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò a lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap. 3, 22).

Attraverso la lettera, il Vescovo, uomo chiamato ad imbandire la mensa di Dio (Lc. 22, 30) offre il Pane, di cui l’uomo ha bisogno, che è “ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt. 4,4), scomoda sulla insazietà delle carrube (Lc. 15, 16) ; quindi cerca, interroga, ricarica, unifica, ed invita ad aprire il cuore ad essere “lettera di Dio conosciuta e letta da tutti gli uomini” (2Cor. 3,2) in un tempo di intensa esigenza dell’autentica Parola. Ricordate la profezia di Amos (8, 11-12) “Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio, in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la Parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la Parola del Signore, ma non la troveranno”.

2. Mi commuove, intensamente, che questa mia prima lettera sia scritta “in nomine Patris” e sia orientata alla comune, umile e saziante ricerca del Suo Volto. È questa la convergenza meditativa della Chiesa universale alle soglie del 2000. Non c’è, infatti, approdo senza Principio ed il Principio è il Padre.

Il Papa, Giovanni Paolo II, ha scritto nella Lettera apostolica “Tertio millennio adveniente” che in vista del grande Giubileo, il 1999, terzo ed ultimo anno preparatorio avrà la funzione di dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo : la prospettiva del “Padre che è nei cieli” (cfr Mt. 5, 45) “dal quale è stato mandato ed al quale è ritornato”. (cfr Gv. 16,28).

E prosegue (ib. n. 49) : “Tutta la vita cristiana è come un <>, di cui si riscopre ogni giorno l’amore incondizionato per ogni creatura umana, ed in particolare per il <> (cfr. Lc 15, 11-32). Tale pellegrinaggio coinvolge l’intimo della persona allargandosi poi alla comunità credente per raggiungere l’intera umanità. Poniamoci, quindi, con cuore sincero, di fronte al mistero del Padre. Il Concilio Vaticano II (G.S. 22) afferma che <>”.

3. Questa lettera tende a tre scopi molto importanti :

- una profonda purificazione ed autenticazione della fede di noi tutti che ci diciamo “credenti” ;

- una grande apertura del nostro cuore di “figli del Padre” a tutti gli uomini fratelli, sia dentro la Chiesa ma anche dentro la multiculturalità, la multireligiosità nel mondo, non per arrivare a collàges confusionari ma ad agganci veritativi con tutti, con ogni ricerca umana, con ogni religione che sia sincera. È solo la riscoperta del “Padre”, infatti, che apre a “comunione”. Il Padre non è il livellamento degli uomini ma il provocante rispetto di ogni identità e la pace di ogni dispersione che, in fondo, c’è in tutti, anche in mezzo a noi, in una certa religiosità integrista, evasiva o in forma di presunte sicurezze che in nome dei “principi” ci chiudono all’Amore ;

- ed infine, prepararci, come dirò, con proposte precise, al 2000, nella nostra Chiesa di Cosenza-Bisignano.


Nella Tertio millennio adveniente il Papa annota (55) : “Una cosa è certa : ciascuno è invitato a fare quanto è in suo potere, perché non venga trascurata la grande sfida del 2000, a cui è sicuramente connessa una particolare grazia del Signore per la Chiesa e per l’intera umanità”.
Ordinerò la riflessione in tre punti :

a) l’orfananza dal Padre, oggi ;

b) la scoperta del volto del Padre per mezzo di Gesù. La “conoscenza” del Padre è la luce della Chiesa, dell’uomo, della storia ;

c) ed infine, il Giubileo come cammino di ritorno alla “casa” del Padre, dove siamo tutti attesi e dove, per tutti, è imbandita la mensa. Accolti a tale mensa, potremo accoglierci l’un l’altro scambiandoci i doni e sentiremo, soprattutto, il più sconvolgente annunzio del Vangelo e cioè che l’uomo è la festa di Dio (Lc. 16,31).



I
L’orfananza dal Padre


4. Gli spiriti più attenti e sensibili che esaminano il tempo della modernità dicono che il dramma consumatosi con essa non è solo che abbiamo “perduto” Dio ma che, per questo, abbiamo perduto anche l’uomo.

L’umanesimo moderno, rivela Berdjaev (Il senso della storia - Jaca Book Milano 1977 - orig. 1923 - pag. 118-119) enfatizzando troppo la “patria terrena” dell’uomo a sfavore di quella “celeste” nega l’essere autentico dell’uomo. Afferma, infatti, che l’uomo non è “figlio di Dio” ma “un figlio del mondo ..., carne della carne e sangue del sangue del mondo naturale di cui perciò condivide la limitatezza e tutte le malattie ed i difetti.



L’esaltazione dell’uomo si risolve, così, con la sua già grande umiliazione, perché gli si nega la sua “origine superiore divina”.

In termini forti Berdjaev enuncia la sua tesi principale : “l’autoaffermazione dell’uomo porta all’autodistruzione dell’uomo”. Parla di “epoca notturna della storia”. Crollano, dice, i “sogni superbi” dell’uomo e questi “perde le ali”.

L’uomo dell’autosufficienza, della razionalità assoluta è tremendamente “solo”, è “orfano”.

Rileva Romano Gardini (Il nostro compito in “Lettere dal lago di Como” Morcellinara - Brescia 1993) pp. 92-93 : “La modernità contemporanea è il “fatto nuovo” che s’introduce nella storia, mentre “l’antico ordine di cose si sgretola” e l’uomo di un tempo, diventa nel tempo nuovo, “un senza patria”.

Possiamo dire, allora, che la crisi di fondo, vitale, dell’uomo di oggi è l’orfananza del Padre.
5. Ma, una domanda che non possiamo non porci è questa : Quanti si dicono “religiosamente” impostati, o addirittura “credenti” nel Dio di Gesù, realmente incontrano, vivono, testimoniano il “Padre” ?

Questa è una domanda molto seria. Con questa lettera, intendo donare una risposta, proponendo, a riguardo, alcune linee guida per l’autenticazione della vera fede cristiana. Gesù, in fondo, ha corretto le falsi visioni di Dio e ci ha rivelato il Dio “vivo e vero” (1 Ts 1,9). È venuto, infatti, : per “svelarci” il volto di Dio che è il Padre.

Si domanda, tra gli altri, Bruno Forte (Trinità come storia - Saggio sul Dio Trinitario - Cisinello Balsamo 1985, pp. 13-17) : “Il Dio dei cristiani è un Dio cristiano ? Questa domanda, in apparenza paradossale, nasce spontanea se si considera il modo con cui molti cristiani si raffigurano il loro Dio... Non è esagerato affermare che siamo ancora davanti ad un esilio della Trinità dalla storia e dalla prassi dei cristiani. È forse però proprio questo esilio che fa sperimentare la nostalgia e motiva la bellezza di un ritrovamento della “patria trinitaria” nella teologia e nella vita”.

A riguardo i lavori di Rahner (cfr. Il Dio Trino come fondamento originario e trascendente della storia nella salvezza in Mysterium Salutis - vol. 3 p. 404) rivelano una situazione inquietante. Si domanda se l’immagine di Dio del cristiano medio è un immagine cristiana. Ed afferma che molti cristiani nonostante la loro esatta professione della Trinità, nella pratica della loro vita religiosa sono solo dei “monoteisti”.

E dice (ib.) : “Si può avere il sospetto che, per il catechismo della mente e del cuore (a differenza del catechismo stampato) la rappresentazione dell’incarnazione da parte del cristiano non dovrebbe punto mutare qualora non ci fosse la Trinità”.


6. Gli orizzonti di una fede nella Trinità sono impensati e sconvolgenti. Non mi riferisco alla correzione delle banalizzazioni del senso religioso che è spesso ridotto al “magico”, al “superstizioso”, che è segnato di “paura”, di pretesa nei riguardi di Dio ma penso alle serie inglobanze culturali del nostro tempo, nei comportamenti etici, proprio per “l’esilio trinitario”.

Per questo, onde ben storicizzare la riflessione, calandola nell’ethos corrente, propongo alcune riflessioni vitali sul mistero trinitario che oggi vanno maturandosi nella teologia più attenta.

La mia non è la presentazione di ipotesi teologiche. Ciò non è compito di una lettera pastorale. E’, piuttosto, un’umile contemplazione del volto del Dio Tripersonale rivelatoci da Gesù onde la nostra “fede” non sia denutrita, anemica e ci faccia “orfani” della santità Trinitaria.

Ancora Rahner (ib. 401-413) afferma :<< I cristiani vivono come “decentrati”. Pregano e parlano di Dio in un modo che rivela quella che potrebbe essere chiamata “la schizofrenia dei due catechismi”. Da una parte recitano un “catechismo ufficiale scritto” nel quale si dice che il mistero di Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo è il mistero centrale del cristianesimo ; dall’altra, invece, la loro vita concreta, le immagini, i concetti religiosi e la predicazione cui sono adusi si ispirano al “Catechismo della mente e del cuore” nel quale Dio appare come un essere isolato nella sua grandezza, indifferenziato nella sua trascendenza, astratto nel suo potere assoluto>>.




7. La via da percorrere e che interessa teologi - predicatori - catechisti è quella di annunziare autenticamente il mistero della Trinità, a riferire ad esso come partenza e compimento tutta l’esistenza e la storia umana e cristiana. Si tratta, come osserva Marcelo Gonzalez (Il ricentramento pasquale - trinitario della teologia sistematica nel XX secolo in “La Trinità ed il pensare”. Città nuova 1997. Pag. 348) di capovolgere la posizione di isolamento in cui si è venuto a trovare il mistero trinitario nell’ambito della Teologia, l’irrilevanza che ha assunto nella vita dei cristiani e la sua comprensione come mistero logico anzicchè come mistero salvifico. Annota (ib. p. 347) : <<Il più grande “Mysterium salutis” viene ridotto al più complicato “Mysterium logicum”>>. Ed ancora :<<Il Mistero trinitario è il “mysterium salutis” per eccellenza, come sorgente del “nexus misteriorum” che offre la possibilità di un nuovo “intellectus fidei” sulla realtà del cristianesimo>>.

La commissione teologica internazionale (I, C. 2.1) rileva : << Se Dio è più grande di tutto ciò che possiamo sapere di Lui, la rivelazione cristiana ci assicura che questo “più” è sempre trinitario>>.




8. Intendo sottolineare tre dati che sono focali nella vita cristiana, collegandomi a dei forti testi biblici a) il mistero della salvezza e della Chiesa ; b) il mistero della grazia, c) il mistero pasquale.


a. Il mistero della salvezza della Chiesa.

Agli Efesini, Paolo, presentando il mistero della salvezza e della Chiesa (cfr. 1,2-23) afferma che il progetto di Dio è che tutti noi siamo stati predestinati ad essere figli nel Figlio e che nel Figlio sono ricapitolate “tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra”.

Rahner ha una acuta interpretazione quando dice che l’esistenza del creato e dell’umanità esprime relazione con il Figlio Trinitario. Secondo lui, il fatto che Dio ponga in essere “l’altro da sé” (il diverso - l’essere umano), ha come condizione la possibilità, il fatto che da Lui stesso procede “l’Altro” (il distinto, il Figlio) intradivino mediante la generazione.
b. Il mistero della grazia.

L’evento della “grazia” è come partecipazione alla natura Divina (cfr. 2 Pt 1,4).

Il Gonzalez rileva : “La grazia implica che ciascuna Persona divina si comunica all’essere umano nella sua proprietà personale e, pertanto, nella sua relazionalità con le altre due. Dio stesso, proprio l’unico Dio si comunica all’uomo nel triplice <> nel quale Egli sussiste” .

La realtà comunicata nella grazia è proprio il Dio Trinitario personale e non un qualsiasi dono creato. La comunicazione divina fatta nella missione di Gesù e dello Spirito esprime il <> di comunicazione che si verifica all’interno della Trinità. L’autocomunicazione delle Persone divine all’essere umano per mezzo della grazia è l’attuazione nell’uomo della comunicazione che il Padre fa dell’essenza divina al Figlio e allo Spirito”.



Ed ancora afferma: “Il Padre si comunica all’uomo nella grazia come Colui che, esistendo di per sé si esprime e si comunica al Figlio come alla propria automanifestazione personificata. Egli si <> per il fatto e nel fatto che insieme al Figlio si <> mutuamente, tendono reciprocamente l’uno verso l’Altro e si comunicano come coloro che sono accolti nell’amore, cioè come Spirito Santo” (cfr. o.c. pag. 321).
c. Il mistero pasquale

Accenno, ora, all’altro punto che è il cuore della nostra fede cristiana : il “mistero pasquale”, mistero di morte e risurrezione, riferendolo alla fonte ed al compimento di tutti i misteri quale è il mistero Trinitario.

Isaia dice del servo di Jawhè, figura di Gesù, il Crocifisso : “Al Signore è piaciuto prostarlo con i dolori” (Is 53,10). E nella Lettera agli Ebrei è detto : “Nei giorni della Sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà ; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza delle cose che patì ...” (Eb 5,7-8).

E’ necessario contemplare e vivere nella nostra cristiana esperienza che soltanto se la vita trinitaria è una donazione eterna per la quale Dio è in se stesso Amore Assoluto, è comprensibile che possa essere la sorgente di una autodonazione libera al mondo. Due grandi teologi (Bulgakov e Balthasar) propongono di comprendere l’eterno dinamismo intratrinitario come la Kénosis originaria che abbraccia, rende possibile e costituisce il fondamento di tutte le altre Kenosi della storia salvifica.

A riguardo scrive il teologo Pietro Coda ( Il negativo e la Trinità. Ipotesi su Hegel. - Città Nuova - Roma 1987 pp. 397-409).

In realtà se il Cristo crocifisso, risorto ci rivela il mistero trinitario, è perché egli rivela, nell’abisso di svuotamento rappresentato dalla morte in croce, il mistero più profondo dell’essere - Persona delle Persone divine. Ciò viene anche a significare, reciprocamente, che il mistero dell’essere persona delle Persone divine sta in un loro misterioso <> nell’amore”.

Il Crocifisso rivela il mistero della vita divina.

Il momento dell’abbandono e della morte del Cristo crocifisso ci rivela, dunque, nelle coordinate della storia e della creaturalità assunte dal Verbo, il segreto più profondo della vita divina : quel momento di “morte”, di <> nell’amore che ogni Persona divina vive nell’essere tutta con, per, nelle Altre due, in quella che i Padri Greci definivano “pericoresi” o mutua inabitazione dei tre nell’unità dell’Essere divino come Amore” (ib. 399).

Ogni divina persona, annota ancora (ib. 409-421), proprio perché non è, è : perché non è sussistenza divina in sé, ma è sussistenza che è dono senza residui di sé (e dunque, in qualche maniera, rinunziando a sé “non è”), proprio, per questo è sé stessa, è Persona divina nell’unità - distinzione con le altre divine Persone, nell’unità - unicità dell’Essere divino come Amore”.

Da queste riflessioni, che sono affacci sul mistero del Dio rivelatoci da Gesù, si aprono orizzonti per un modo di essere cristiano, anzi, per nuovi umanesimi, con riferimento e senso trinitario.



9. Faccio alcune applicazioni per la nostra vita di uomini e di cristiani di oggi. Le propongo alla meditazione delle nostre comunità cristiane, e di quanti cercano nella cultura e con sincerità il senso vero dell’uomo.
a. La Trinità e il recupero della dimensione “personale” dell’uomo.

Oggi l’uomo è in disagio nella sua dimensione che lo qualifica, che è quella di “essere persona”.

E’ vero che è marcata la dimensione della soggettività, della libertà, talvolta sino all’esasperazione. Ma è vero, penso, che bisogna “battezzare” trinitariamente sia la soggettività che la libertà. Questo deve tendere al recupero della identità dell’uomo che è “persona” cioè essere in sé ma “relazionato”, aperto agli altri.

L’uomo è icona di Dio. Dice la Genesi : “A sua immagine lo creò ...”(Gn 1,27).

Il mistero della Trinità fonda la verità dell’uomo. Ogni uomo è persona che si realizza nel “dono” di sé. Ogni uomo, si dice, è un “io” che tende al noi.

La libertà timbro della persona è apertura alla verità ; la persona veramente libera, si realizza amando.

La cultura moderna si è dimenata tra l’individualismo esasperato, l’io chiuso, e il collettivismo vanificante, l’io perduto. Questo perché ha celebrato “l’io” prendendolo non nel nesso alla Trinità che è comunione nella distinzione. Solo la Trinità ci salva dalla solitudine e dalla presunzione.
b. L’uomo, icona della Trinità, al centro di tutto.

Questo “esilio della Trinità” ci ha portati anche a navigare su imbarcazioni presuntuosamente nuove.

Si ritiene di incontrare gli uomini con “nuove” relazioni economiche, con “nuovi” apparati politici, nuove “organizzazioni”, strutture ecc. Tutto questo è apprezzabile. Ma nulla si evolve come civiltà autentica se non spostiamo l’asse dalle cose alla persona, dall’avere all’essere.

Il mondo o sarà umano o si costruirà contro l’uomo. Ed il mondo sarà umano se ogni uomo, chiunque egli sia, è il polo di riferimento tale che tutto è strumentale e secondario in fronte alla dimensione dell’uomo persona che non può essere mai asservita, sottaciuta, evasa, o peggio, usata”

Nell’universo creato, l’uomo perché persona, icona di Dio, uno in sé e trino nelle relazioni, è il centro di tutto.

Dice la Gaudium et Spes (12) : “Credenti e non credenti sono pressochè consacrati nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come a suo centro e a suo vertice”.

Ed in una lettura trinitaria al n. 22 dice : “Il cristiano, poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il Primogenito tra molti fratelli riceve le <
> (Rm 8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore, In virtù di questo Spirito che è la <> (Ef 1,14) tutto l’uomo viene interiormente rifatto, fino al traguardo della <> (Rm 8,23)”
.
c. La Trinità apre alla vera comunione.

La fede nella Trinità non ci chiude agli altri ma ci apre a tutto ed a tutti. Ovviamente senza confusioni né irenismi.

Riconoscendo i volti di ognuno, i valori delle culture vivremo l’amore unitivo che non è livellamento ma “generazione” alla comunione, alla fatica della verità.

La verità, poi, ha i suoi frammenti e bisogna saperli riconoscere. Questa attitudine che fluisce dalla Trinità, comunione ultima e consumativa di tutti, dobbiamo perseguirla come stile nell’accettare, rispettare il diverso e nel sapere, senza preconcetti, superare razzismi ideologici, religiosi, ascoltando l’eco di Dio nella voce di ognuno. Dio si manifesta in tutti. Non ha filtri di comunione solo dove c’è orgoglio, presunzione, ostentazione di sé ed in chi lo “nomina invano”.

E’ un’offesa alla Trinità dividerci in nome di Dio. L’esatta impostazione, a riguardo, è illuminata nel mistero e nel comportamento, in una luminosa espressione di Paolo agli Efesini (4,6), quando dice :

“Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. E questo è il mistero. Il comportamento è indicato nel versetto seguente (7), che afferma : “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo”. Deve fiorire una cultura non solo di tolleranza ma di dialogo, non solo di “mutismi” non belligeranti ma di parole rigeneranti.

Questo vale nel diverso che si affaccia, oggi, con gli immigrati, con la sofferta concezione dei pluralismi ideologici, con i doverosi e non sempre facili dialoghi ecumenici.

Ritengo che il guardarci l’uno di fronte all’altro si fa lentamente scontro, tensione. Il guardarci, invece, nel “seno del Padre” è liberante ed apre la grande via della verità che è l’amore. “Victoria veritatis charitas” diceva S. Agostino.



d. La Trinità, nella Chiesa e nella storia, apre all’ascolto.

Questo stile cristiano “trinitario” deve farci superare anche dentro la Chiesa, il parlare, talvolta, banalmente criticone ma, spesso, sottilmente raffinato, per affermare i propri punti di vista che, poi, sono non accettazione degli altri, giudizio o addirittura accusa.

La pseudo-cultura dell’accusa, oggi, è molto diffusa, specie in politica. Chi presume di affermarsi accusando, non ha nulla da dire, o per lo meno, non sa veicolare la verità nella carità. Non è “trinitariamente” impostato.

A riguardo c’è una provocante intuizione di S.Agostino (Disc. 19,2-3 ; CCL 41,252-252) quando dice : “Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri”.

Questo modo di fare è un tarlo per l’ecclesialità, come lo è per ogni sano rapporto umano. La stessa democrazia diviene “subdolamente” aggressiva quando non sa ascoltare, rispettare il pensiero altrui, quando non sa aspettare e si scarica nella verbosità dell’accusa che cerca il “sovrastare” l’altro anziché il servire la verità che è, poi, il bene comune nel rispetto dei grandi valori etici, dei principi veritativi, ultimi, non empirici, pragmatici, del vivere sociale.
e. La famiglia immagine della Trinità

L’ultima annotazione intendo farla sulla “famiglia” Dio è famiglia in sé, perché è Trinità.

La famiglia, oggi, in ricerca di un autentico volto, spesso in crisi, disgregata, indifesa, ha il suo archetipo nella Trinità.

“Ed i due saranno una sola carne” dice la Genesi (2,24).

Questo riferisce la famiglia umana al volto Trinitario che è la comunione dei distinti nel dono reciproco che in Dio sussiste nel Terzo che è il Soffio della comunione che procede dal Padre e dal Figlio.

Nella famiglia il rispetto dei distinti, vuole l’assunzione dei ruoli. Oggi, ad esempio sembra che ci sia più paternalismo anziché paternità, più matriarcato anziché maternità.

La dimensione paterna, materna, filiale, comunitaria deve risanarsi, vivificarci nell’esperienza vitale della Trinità.

L’amore fedele, gratuito, aperto, perdonante è il cuore della famiglia ed ha il suo ritmo nella comunione col Dio unico, Tripersonale. Bisogna, come dicevamo, che l’amore fiorisca secondo l’immagine di Gesù, come il grano che deve marcire sottoterra perchè spunti la spiga.



10. C’è, oggi, tanta “orfananza del Padre” c’è amaro “esilio della Trinità”.

A me sembra suggestivo e di altissima intuizione profetica quanto ha scritto il Papa nella Tertio millennio adveniente in vista della celebrazione giubilare.

Così si esprime (n.55) : “Un capitolo a sé è costituito dalla celebrazione stessa del Grande Giubileo che avverrà contemporaneamente in Terra santa, a Roma e nelle Chiese locali del mondo intero. Soprattutto in questa fase, la fase celebrativa, l’obiettivo sarà la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia. A questo mistero guardano i tre anni di preparazione immediata : da Cristo e per Cristo, nello Spirito Santo, al Padre. In questo senso la celebrazione giubilare attualizza ed insieme anticipa la meta ed il compimento della vita del cristiano e della Chiesa in Dio Uno e Trino”.

Nell’anno 1999 chiuderemo il secolo ed il millennio, nell’itinerario indicatoci dal Papa, approdando al Principio, al Padre, “fonte del primo Amore”. Ne cercheremo, quindi, il volto per riscoprire il nostro volto, quello dell’uomo che si apre al 2000, che sarà veritativo solo se parte dalla “patria del suo essere”, il Padre. Seguiamo una storia non di “orfani” sbandati ma di figli amati e di fratelli che si amano per la costruzione di un mondo nella verità, nell’unità, nella giustizia e nella pace.



II
Il “volto” del Padre
11. Tutto il Vangelo è la rivelazione del Volto del Padre e l’annunzio del dono a noi della sconvolgente filiazione divina.

Gesù ci ha mostrato e donato il Padre ; ci ha immessi nel segreto esaltante dell’esperienza vitale di Lui.

Gesù è il Figlio unigenito. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ... ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Gesù, il Figlio unico, amato dal Padre, in intimità perfettamente reciproca con Lui nella conoscenza e nell’amore, Lui che è nel seno del Padre (1,18) Lui ce lo ha rivelato.

Il Vangelo di Giovanni è molto chiaro a riguardo : “Dio nessuno l’ha mai visto : proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Ma, Lui che “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) venne a darci il “potere di diventare figli del Padre” (Gv 1,12).

S. Pietro, con linguaggio di lode, contempla questa eredità donataci, in Gesù : “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nella sua grande misericordia Egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1 Pt 1,3-4).

12. Vi presento, ora, carissimi fratelli e sorelle la rivelazione e il dono del Padre, da parte di Gesù, così come ha fatto Lui nella sua pedagogia d’amore, mostrandovi una gradualità di annunzio che non è tanto cronologica ma di “maturazione misterica” e di “assunzione vitale”.

Gesù ha, dapprima, annunziato, come diceva, il “Padre mio” ; ha parlato, poi, del “Padre vostro”, e ci ha, infine, immessi, in Lui, nella preghiera e nell’estasi del “Padre nostro”.



13. Risentiamo alcuni testi forti e luminosi che rivelano il rapporto di Gesù con il Padre, del quale è Figlio eterno, unigenito.

Io ed il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). “Il Padre conosce me ed io conosco il Padre” (Gv 10,15). Lui è Colui che il “Padre ha consacrato e mandato nel mondo” (Gv 10,34).

Ed a coloro che lo accusavano di bestemmia, risponde così : “Voi dite : <>, perché ho detto : sono Figlio di Dio ? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi ; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me ed io nel Padre” (Gv 10, 36-38).

Gesù è il mandato del Padre.

Io non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8,27).

Ed ancora : “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29). “Io dico al mondo le cose che ho udito da Lui” (Gv 8,28).

In un forte colloquio con Filippo, il cercatore del volto del Padre, Gesù dice : “Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire : <>. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me ? Le parole che io vi dico, non le dico da me, ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi : io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 9-11).

Gesù è amato dal Padre, ne è il Figlio prediletto. Nel Giordano, quando si fece battezzare da Giovanni, si sentì questa voce : “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,9).

La stessa parola di intenso valore epifanico fu udita nell’ora della trasfigurazione sul Tabor. (Mc 9,7).

14. Il legame misterioso inaccessibile, tra Gesù , Verbo fatto carne ed il Padre “suo” è tale che tutto il suo essere ed il suo agire hanno continuamente riferimento, aggancio, al Padre. A quanti lo accusavano che operava segni di “sabato” e lo volevano imprigionare nella “legge” Gesù disse : “Il Padre mio opera sempre ed anch’io opero”. Ed il Vangelo annota : “Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo : perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio Suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,18).

Giovanni, afferma, ancora : “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Gv 3,34). Ed ancora (5,20 sq) : “Il Padre ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa, e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole ; il Padre, infatti, non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”. “Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato” .

E quasi riassuntivamente Giovanni dice : “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Gv 3,34).

15. Gesù, Figlio dell’uomo nel mistero della sua umanità vive, in modo intensissimo, il legame con il Padre.

Tutta la sua vita è una costante, profonda preghiera al Padre.

Gesù prega scegliendo la solitudine e la notte (Mt 14,23 ; Mc 1,35 ; Lc 5,6) prega nell’ora delle grandi scelte : quella dei dodici (Lc 6,12), prima d’insegnare il Padre (Lc 11,1) nella trasfigurazione (Lc 9,28-29) ecc.

Prega nei momenti dell’angoscia, nel Getsemani (Mt 26,36-44), sulla croce. Spirò, gridando a gran voce : “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

La sua preghiera è il modello del riferimento continuo e totale al Padre. Con la faccia a terra, quasi per assaporare l’intensità dell’umano nell’orto degli ulivi, disse : “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice, però non come voglio io ma come vuoi Tu” (Lc 22,42).

Pregò anche per i Suoi carnefici : “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Mentre mostra il Suo rapporto permanente con il Padre Suo lo rivela nel Suo mistero di misericordia. Gesù rivela la coscienza chiara che aveva della Sua filiazione divina e mostra pure come la luce del volto del Padre era riflessa, in tutte le ore e situazioni, sul Suo volto di “Figlio dell’uomo”. Su questo riporto un testo bellissimo (Mt 25,27) : “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose (i misteri del regno) ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché così è piaciuto a Te. Tutto mi è stato dato dal Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
16. Gesù ha annunciato, ancora, la “novità” misteriosa, irrompente, trasformante la relazione religiosa dell’uomo.

Ha chiamato : Dio il “Padre vostro”, così come è il “Padre suo”. Attraverso Lui siamo inseriti in tale circuito di vita. Diceva ai Giudei : “Voi non volete venire a me per avere la vita” ed affermava : “Il Padre che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me”. Ed, ancora : “Voi non avete mai udito la sua voce, ne avete visto il suo volto e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato”. (Gv.5,40.37-38). Quale è il volto del Padre che Gesù ci ha rivelato ? Lo ha annunziato come il “Padre vostro celeste” (Mt 6,14), il “Padre che è nei cieli”. Questa “paternità” che è universale, il Padre “vostro”, è anche personale. È il Padre “tuo”.

Quando preghi - ci ha detto - entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto, ed il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Dio ci “vede”, nel profondo, nel bisogno, nell’amore. Essere “visti” da Dio è la nostra grandezza. Esperimentare ciò è la nostra preghiera.



17. Dio è occhio d’amore sul mondo, sull’uomo, su ogni uomo.

Guardate gli uccelli del cielo : non seminano, nè mietono, né ammassano nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre”. “Non contate forse più di loro ?” (Mt 7,26).

L’uomo trova approdo ai suoi affanni, alle sue paure, anche a quella della morte, in questo “cuore” del Padre. “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla vita ?” (ib. 27).

Gesù ci esorta a questa fiducia continua, possiamo dire, spesa nella quotidianità. “Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena” (ib.34).

Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,8).

La preghiera è il nostro aprirci al Padre, il quale ci conosce, ci costruisce continuamente, anche quando ci prova.

E’ per la vostra corruzione che voi soffrite. Dio vi tratta come figli ; e quale figlio che non è corretto dal Padre ? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli” (Eb. 12,7-8).

Così si spiega l’efficacia della preghiera.

Talvolta a noi sembra che Dio non ci ascolti. È vero, invece, che siamo noi a non saper “ascoltare” il suo amore che purifica, corregge, costruisce.

Gesù ha spiegato con chiarezza ciò quando ha detto “bussate e vi sarà aperto” (Lc 11,10) aggiungendo : “quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra ?” Ed ancora :”e dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiederanno” (ib.13). S. Matteo dice “darà cose buone” (7,11). È lo Spirito Santo la “cosa buona” per eccellenza.

In altre parole Dio è sempre fedele al Suo amore, donandoci sempre il Suo Spirito, anche quando non risponde alle nostre richieste. Ma, “noi non sappiamo cosa sia conveniente domandare”, ma sapendo che i “capelli del nostro capo sono tutti contati. ” (Mt 10,30-31).

Il “Padre” ci chiede il cuore come quello dei “bambini”. “In verità vi dico : se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,4). Tale fede nel Padre ci fa grandi se saremo “piccoli” se sapremo stupirci, accogliere, godere.

È una conversione personale ma anche storica nel tempo della “presunzione della razionalità, dell’efficienza”, della libertà sfrenata come quella del Figliol prodigo che sceglie lo sperpero per le strade dell’avventura anzicchè l’accoglienza pura ed estatica dei doni delle mani del Padre.


18. Il Padre ci orienta ad un rapporto vitale e sereno e non alla complessità delle forme e dei devozionalismi. Gesù ha detto alla donna di Samaria che l’interrogava sul luogo del culto : “Donna, è giunto il momento ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori”(Gv 4,23).

Gesù ha purificato le devianze, non rare, dell’uso del tempio, segno della Presenza di Dio, ridotto a culto di sé, con le proprie mercanzie e ha sferzato i profanatori guardando lo scempio come offesa “alla casa del Padre mio”(Gv 2,16).

Ma soprattutto Gesù ci ha insegnato la verità della fede dicendoci che l’esperienza del Padre deve aprirci all’amore verso i fratelli e ad un amore misericordioso come è quello del Padre verso di noi.

“Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i maligni e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 6, 44-45).

E ci ha aperto l’orizzonte della genuina santità : “Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

Questa parola fa senso ed inquieta. Gesù ci ha, invece, proposto la via semplice della pace. La nostra perfezione non è una scalata defaticante, tesa verso l’irraggiungibile. È, invece, l’accoglimento umile, pur dentro le nostre debolezze, dell’amore del Padre ed il vivere lo “spirito” del dono che continuamente evadiamo.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente donate (Mt 10,8).


19. Mi pare, illuminante, l’apporto interiore, vitale, dinamico, ascetico, concreto, del “Padre nostro”.

Gesù rivela il “Padre suo”, il “Padre vostro” e ci immette nella preghiera del “Padre nostro”.

“Pregando, dice Gesù, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. (Mt 6,7)

Voi pregate così :

Padre nostro che sei nei cieli

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno,

sia fatta la tua volontà

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non ci indurre in tentazione

ma liberaci dal male” (Mt 8, 9-13).

Nella redazione di Matteo il Pater contiene sette domande, numero a lui caro. Forse per ottenere questo numero sette, Matteo ha aggiunto al testo base (Lc 11, 2-4) la terza domanda (cfr. Mt 7,21 ; 21,31 ; 26, 42) e la settima (cfr. 13, 19-38).

Non mi propongo di commentare il Padre nostro ma vi chiedo di educarvi ad assaporarlo in ogni sua espressione non riducendolo ad una formula ma assumendo, nella luminosa proposta di ogni invocazione, come la “luce della vita”, la “salvezza potente” e cogliere nel suo impianto tutto l’iter cristiano dell’esistenza.

Vi presento solo, brevemente, alcuni spunti di riflessione che vi chiedo di maturare nelle vostre comunità.


a. I due volti della preghiera : il “tu” del Padre ed il “noi” dei fratelli.

Come notate nell’invocazione introduttiva : Padre nostro c’è la sintesi di tutta la preghiera che ha due volti : la contemplazione del “Tu” divino che è il Padre e, di riflesso, nulla seconda parte l’incontro vitale con il “noi” umano.


b. Sei nei cieli.

“Sei nei cieli”. Gesù ha parlato del “Padre celeste”. Ma ciò non significa una distanza che ci schiaccia. L’espressione “Sei” da una parte dice il suo mistero di “essere in pienezza” ma dice pure la sua “presenza” che perché “celeste” pervade l’universo, è ovunque, nel cuore dell’uomo, nelle vicende umane, è, per sempre.

Tutto passa, Lui “rimane”.

Dice il Salmo 139 :

Dove, Signore, andare lontano dal

tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza ?

Se salgo in alto, là tu sei

se scendo negli inferi, eccoti.

Se prendo le ali dell’aurora

per abitare all’estremità del mare

anche là mi guida la tua mano

e mi afferra la tua destra.

Se dico : “almeno l’oscurità mi copra

e intorno a me sia la notte”

nemmeno le tenebre per te sono oscure,

e la notte è chiara come il giorno ;

per te le tenebre sono come luce”  (cfr. 7-11).
Gesù con l’espressione “che sei” ripropone la rivelazione che Dio fece a Mosè : “Io sono colui che sono” (Es 3,14).

La fede e la santità è vivere tutto nella presenza avvolgente di Dio, anche se talvolta Egli “nella nube ci dà risposta”.


c. Sia santificato il tuo nome.

Dio è apofatico, cioè non può essere “detto”, riassunto in un nome. Tuttavia Egli dà valore a tutto ed a tutti.

Il suo nome è grande su tutta la terra (Sal. 8,1). I nostri nomi scritti sono in cielo, (Lc 10,29) cioè, sono presenti nel suo Pensiero e nel Suo Amore come lettere distinte che trovano senso nel Suo Nome unico, ineffabile.

Santificare il nome, quindi, vuol dire, cogliere tutto come riflesso, segno della sua presenza, della Sua verità ; è, vivere, tutto nella Sua luce. Sul piano dell’impegno storico il Suo “Nome” è santificato quando si sa, intelligentemente, affermare la “Signoria” di Dio su tutto, quando nella stessa “cultura del frammento” che soffriamo, sappiamo cogliere la presenza di Dio che si manifesta anche nell’assenza crocifiggente di Lui e quando tutto si riporta a verità ed a vita.

Si santifica, ancora il “nome” del Padre quando il “Suo Spirito parla in noi”(At. 10,20).
d. Venga il tuo Regno.

Il regno di Dio non è di questo mondo. La Signoria di Dio non è “sovrastare” ma illuminare, salvare, vivificare e riempire quanto da Lui creato per l’amore e che è stato sottomesso a vanità e corruzione, disgregazione del peccato dell’uomo e dall’opera del Maligno.

Il regno di Dio è vissuto in Gesù. “Ora si è compiuta la salvezza, la forza ed il regno del nostro Dio e la potenza del Suo Cristo” (Ap 12,10).

“Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomessa. Tuttavia al presente, non vediamo ancora che ogni cosa sia a Lui sottomessa” (Eb 2,8).

Noi siamo spazio del regno, “Il regno di Dio è dentro di voi” (Lc 17,21) e siamo costruttori di esso. “Non temete, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32).
e. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.

Ha scritto K. Lehmann  (“La imagen biblica de Dios y el dogma de la Iglesia”, in “Dios come problema” Madrid 1973 – pag. 186) : “La trascendenza ed il futuro di Dio possono essere compresi soltanto riconoscendo nello stesso tempo la sua presenza e vicinanza nel mondo”.

Il compimento di questa invocazione sta nel non disgiungere mai Dio dall’uomo, la fede dalla storia, ed il cielo dalla terra.
f. Il “pane quotidiano” è chiesto per tutti, per il “noi”, dei fratelli.

La mensa di Dio è per tutti. Nessuno, può essere il “sazio” epulone che guarda dal suo sofà di gaudente i poveri “lazzari” alla porta.

Il “pane” deve essere accolto da tutti come dono. Gesù ce lo fa chiedere : “dacci il nostro pane quotidiano”.

Il pane è, anche, frutto del nostro lavoro ma non certo delle nostre furbizie, dei nostri accumuli. Il pane è quotidiano. Deve essere accolto ogni giorno, per ogni giorno, come per la manna nel deserto (Es 16,4).

Dice Gesù : “Ogni giorno ha la sua pena” (Mt 6,34).

Il pane, infine, non è solo quello materiale, ma e la “parola di Dio” (Mt 4,4) ; è la volontà di Dio (Gv 4, 34) ; è Gesù stesso (Gv 6,35).



g. Rimetti i nostri debiti, come li rimettiamo ai nostri debitori.

Per cogliere la significazione di questa domanda che è molto impegnativa basta leggere la Parabola che si può dire del “servo spietato”. Questo servo è l’uomo, siamo noi, che non abbiamo “pietà”, misericordia con gli altri, che siamo incapaci di perdono.

Dice la Parabola (Mt 18,23-35) : “Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse : << Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il denaro perché mi hai pregato. Non dovrai forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te ?>> Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Il perdono agli altri è possibile se ci sentiamo bisognosi di perdono. Non possiamo essere come il Fariseo della parabola che si distingue dagli altri (Lc 18,9-14) ed accusa.

Solo chi scopre il volto del Padre che attende per abbracciare e “fare festa”, per il figlio perduto sa scoprire il vero volto del fratello nel quale contempla da una parte l’Amore del Padre di tutti e dall’altra il suo stesso volto nel quale vede la realistica “solidarietà” dell’essere tutti peccatori.
h. Non ci indurre in tentazione.

Dio non è tentatore. L’Apostolo Giacomo, con una luminosa sintesi pastorale scrive nella sua lettera (1,12-15) : “Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.

Nessuno, quando è tentato, dice : <> perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce ; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quando è consumato, produce la morte”.

La parola “indurre” significa “condurre dentro”. Noi cerchiamo, quindi a Dio che ci fermi, con la sua luce e la sua forza, alla porta del peccato, per non entrare nella tentazione.

“Vegliate, ha detto Gesù, e pregate per non entrare in tentazione”(Mt 26, 41).
i. Liberaci dal male.

È detto anche dal “maligno”.

Comunque il “male” non è qui inteso come concezione filosofica, astratta, ma come “assenza” vitale, evasiva di Dio. Il male anche nell’uomo è la pretesa di una autonomia che gli fa rinnegare il suo stato di creatura e la sua esaltante dimensione di figlio. Il male, seminato dal maligno, fomentato dalla disgregazione interiore, dalla legge del peccato che abita in noi (Rom 7,17) è anche favorito in tutto quello che è nel mondo, inteso come mondanità, è che è “concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita” (1 Gv 2,16).

Preghiamo per essere liberati dal male. Questo significa che il male ci fa schiavi.

Rileva la G.S. (4 e) : “Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociale e psichica”.

Il male è menzogna, divisione, disperazione.

Il dramma più acuto è quando il male si esalta e si veste di luce. È attuale, oggi, la parola di Isaia : “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’umano in dolce e il dolce in umano”(Is 5,29).

20. Chiudo questa parte della lettera con quanto abbiamo “confessato” sul Padre i Vescovi della Calabria, con tutte le nostre Chiese. L’abbiamo fatto, rispondendo a quanto ha voluto il Convegno Ecclesiale Regionale di Paola III ed in occasione del Grande Giubileo.

“Tu sei venuto, Signore Gesù, per rivelarci il Padre. Ce l’hai mostrato come immenso grembo d’amore, aperto a noi uomini che, da Lui, siamo conosciuti uno per uno, chiamati per nome, cercati quando ci allontaniamo, attesi con misteriosa pazienza purché ci apriamo a Lui.

Noi, in Calabria, dobbiamo scoprire di più il Tuo e nostro Padre. Ti chiediamo come l’Apostolo Filippo :<> (Gv 14,8). Siamo, talvolta, orfani di tanto amore (Gv14,18), quando scappiamo dal Padre come il Figliol prodigo della parabola e smarriti, lasciamo il <> per le carrube dei venditori ingannevoli (Lc 15,16).

E quando non vediamo Dio come Padre c’inventiamo i padroni, ci consegniamo ai maghi, abbiamo paura dell’occhio degli altri, non assumiamo la vita come una trama di amore, non cogliamo le prove come correzione e ci lasciamo imprigionare dal freddo fatalismo che, diffusamente, chiamiamo “destino”.

Senza il Padre, che Tu ci hai rivelato, non siamo liberi e, quindi, senza iniziativa ; non siamo eredi e, quindi, senza futuro ; non siamo fratelli e, quindi, disgregati.

Credere al Padre ci chiede una religione nuova, non quella della formalità ma quella del cuore, non quella dei miracolismi o dei sensazionalismi emotivi, delle apparizioni o visioni, spesso cercate, se non inventate, ma quella del si all’Amore, dell’esperienza interiore in spirito e verità.


III
Il “Giubileo” ritorno alla casa del Padre

21. Nella ben nota parabola che noi chiamiamo del Figliol prodigo è molto toccante il cuore del Padre.

Rispetta non blocca la libertà del figlio anche se inquieta ; e poi attende.

Il figlio fa la sua esperienza di fallimento - e - pur se turbato, riprende la via del ritorno. “Partì e s’incamminò verso suo padre” (Lc 15,20).

C’è, però, una pennellata d’interiorità misteriosa che può essere definita la luce del “giubileo”.

La riporto : “Quando (il figlio) ero ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Imbandì la festa dicendo : “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Noi, orfani del Padre per nostra scelta, noi “nostalgici del suo volto”, della sua casa, restiamo sospesi nel sentire che siamo “visti anche, anzi perché lontani, siamo attesi e noi, sofferenza del Padre, se ritorniamo a Lui siamo, come già dicevo, la <>”.

Il giubileo è questa festa ; compimento, però, del nostro cammino di ritorno. Un giubileo è conversione.


22. Il Papa, per il 1999 - nella Tertio millennio adveniente, ci dice così :

In questo terzo anno il senso del “cammino verso il Padre” dovrà spingere tutti ad intraprendere, nell’adesione a Cristo Redentore dell’uomo, un cammino di autentica conversione, che comprende sia un aspetto <> di liberazione dal peccato sia un aspetto <


> di scelta del bene, espresso dai valori etici contenuti nella legge naturale, confermata ed approfondita dal Vangelo. E’ questo il contesto adatto per la riscoperta e l’intensa celebrazione del “Sacramento della Penitenza” nel suo significato più profondo.


L’annuncio della conversione come imprenscidibile esigenza dell’amore cristiano è particolarmente importante nella società attuale, in cui spesso sembrano smarriti gli stessi fondamenti di una visione etica dell’esistenza umana.

Sarà pertanto opportuno, specialmente in quest’anno, mettere in risalto la virtù teologale della carità, ricordando la sintetica e pregante affermazione della prima lettera di Giovanni : <> ( 4,8-16).

La carità, nel suo duplice volto di amore per Dio e per i fratelli, è la sintesi della vita morale del credente. Essa ha su Dio la sua scaturigine ed il suo approdo”.
23. L’anno Santo del 2000 - in questa significazione - mentre ci consola, tuttavia, ci scomoda, c’impegna, ci mette in cammino.

Dobbiamo tutti ritornare “a casa”, assiderci alla “mensa del Padre”.

Il “Padre è - come dice il Papa - scaturigine ed approdo”.

E’ scaturigine, è fonte di verità. La verità dell’uomo non è un’idea ma un “grembo”. In questo “seno del Padre” l’uomo è se stesso, è grande nella sua dignità, è semplice nella sua essenzialità, è totale nella sua storia.

Il Padre, generandoci come figli nel Figlio ci fa “persone” non numeri, massa, ma soggetti di amore e quindi di libertà.

“La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). La libertà non è una concessione, ma la nostra costituzione. “Noi siamo stati chiamati a libertà. Purchè questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne ma, mediante la carità, a servizio gli uni per gli altri” (Gal 5,13). Il Padre è così il radicale e solo principio della paternità.

Ogni altro aggancio, o prima o poi, scricchiola, si deteriora. Il Padre è sempre nuovo. Anzi è la novità della storia, è la fecondità del mondo.

Solo il Padre è fonte viva, sempre nuova.

Isaia guarda il “giorno di Dio” nel “bambino nato per noi” e lo chiama “Padre per sempre” (9,5).

Egli è il Padre della fecondità perché è il Padre del perdono, della misericordia. Aprendoci al Padre apriremo varchi alla storia.

Ci sentiremo nell’anticipo del compimento come aurora della “luce senza tramonto” “Venite benedetti del Padre mio ... nel Regno preparato per voi” (Mt 25,31).

Cogliamo il 2000 come aurora di un tempo nuovo e non come tramonto di un tempo chiuso. Non cogliamo, quindi, ciò che se ne va, ma “Colui che viene” (Ap 1,8).



24. Questa “novità” giubilare ci dia una Chiesa sorridente, generatrice di speranza, madre di libertà, povera di apparati, figlia della semplicità e madre della santità.

Ci dia preti sereni e coraggiosi, uniti ed aperti. Ci dia fioritura di tutte le vocazioni. Fioriscano i diaconi permanenti come segno di servizio all’uomo, frontiera della Chiesa nel mondo.

I religiosi e le religiose siano profeticamente poveri, nomadi di Dio per inquietare, con la loro vita consacrata, le presunte stabilità dell’uomo. I gruppi ecclesiali siano uniti e lievito nelle parrocchie, nella Chiesa locale, e, particolarmente testimoni, nella loro laicità, negli spazi delle realtà terrene.

Le autorità siano modelli di trasparenza, guide in una progettualità possibile, rispondente alla vocazione del nostro territorio, senza sogni impossibili né evasioni facili.

Durante questo anno che ci porterà al giubileo coltiveremo gli incontri per tutte le categorie per annunziare che il “nuovo” parte dal cuore, fluisce da Dio e si compie nella pazienza e nella fedeltà. Ogni iniziativa sarà premurosamente comunicata.

Come scelte pastorali, all’avvio della mia missione, nella scia apprezzabile dei miei venerati predecessori ci orienteremo su questi punti :

- crescita di tutte le potenzialità dei meravigliosi presbiteri dell’Arcidiocesi ed in specie della fraternità tra essi ;

- attenzione particolare alla famiglia ;

- molta cura dei giovani, degli adolescenti ;

- progetto culturale, cristianamente illuminato, nella mediazione della scuola cattolica e pubblica, nel tipo di catechesi, nella rispettosa e dialogica presenza in Università, nella presentazione organica e seria del pensiero sociale della Chiesa, nella illuminazione dei grandi temi etici che sono sfida del nostro tempo ;

- ricerca dei linguaggi nuovi per l’evangelizzazione attraverso i mass-media.

25. Ci accompagni, nel cammino verso il 2000 ed in tutto il nostro “peregrinare terreno” la Madre del Signore e della Chiesa, Colei che dopo aver detto il suo “si” alla Parola “si mise in viaggio” (Lc 1,39).

Ci siano di modello e d’intercessione, tutti i nostri Santi Patroni, specie San Francesco di Paola, che “passò” sulle acque con il mantello della povertà e che così ci rivela che “a Dio nulla è impossibile”. (Lc 1,37).

La Chiesa di Cosenza è fervida di Santi, in tutti i tempi ed in tutte le condizioni, anche nell’oggi, è figlia e madre di santità e, per questo è aperta al futuro.

E Colui che attesta queste cose dice : “Si, verrò presto” Amen.

Vieni Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. AMEN (Ap 22,20).

Giuseppe Agostino



Arcivescovo




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