Motivazion e



Scaricare 1.26 Mb.
Pagina1/21
12.12.2017
Dimensione del file1.26 Mb.
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   21



M O T I V A Z I O N E
-**---***--*****--***--**-

I

LO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
E I FATTI OGGETTO DEL GIUDIZIO

---***---
SINTESI DEL PROCESSO

Il presente processo in sede di rinvio si svolge attualmente (in seguito alle sentenze ed alle impugnazioni che si sono susseguite) a carico di Giovanni SCATTONE, Salvatore FERRARO e Francesco LIPAROTA; imputati – tutti a piede libero - lo SCATTONE di omicidio volontario e di porto e detenzione illegali di arma comune da sparo, il FERRARO di favoreggiamento personale e di porto e detenzione illegali di arma comune da sparo, il LIPAROTA di favoreggiamento personale.

Le imputazioni riguardano il ferimento avvenuto la mattina del 9 maggio 1997 in un vialetto all’interno della Città Universitaria di Roma della ventiduenne studentessa Marta RUSSO, che morì il successivo 14 maggio; con i reati connessi e le conseguenti vicissitudini processuali. Il processo si svolge in questa sede di rinvio in seguito all’annullamento da parte della Corte di Cassazione, con sentenza del 6 dicembre 2001, della sentenza della Corte di Assise di Appello di Roma del 7 febbraio 2001.
* * * * *
Inizialmente Giovanni SCATTONE, Salvatore FERRARO e Francesco LIPAROTA – i primi due “cultori” di Filosofia del Diritto e assidui frequentatori di tale Istituto della Facoltà di Giurisprudenza nell’Università “LA SAPIENZA” di Roma, il terzo impiegato nella medesima struttura - erano stati accusati di omicidio volontario; mentre la segretaria Gabriella ALLETTO era stata accusata di favoreggiamento personale nei confronti dello SCATTONE, del FERRARO e del LIPAROTA; inoltre erano stati accusati di favoreggiamento personale il prof. Bruno ROMANO Direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto, Maurizio BASCIU e Maria URILLI, direttore e segretaria della biblioteca del medesimo Istituto, e Marianna MARCUCCI, studentessa amica del FERRARO.

Giovanni SCATTONE e Salvatore FERRARO, arrestati con custodia in carcere per omicidio volontario il 15 giugno 1997, ottennero gli arresti domiciliari rispettivamente il 22 dicembre e l’8 ottobre 1998, e furono liberati per decorrenza dei termini di custodia cautelare con la sentenza di primo grado; Francesco LIPAROTA, arrestato anch’egli per lo stesso reato il 15 giugno 1997, ottenne gli arresti domiciliari il giorno successivo e la liberazione il 12 gennaio 1998.

Anche per il prof. Bruno ROMANO furono disposti gli arresti domiciliari l’11 giugno 1997 per il reato di favoreggiamento personale; e così pure per il BASCIU e per la URILLI il 17 giugno; fu disposta la liberazione di tutti e tre il successivo 19 giugno 1997.


* * * * *
La Corte d’Assise di Roma, con sentenza pronunciata il 1° giugno 1999 in seguito a giudizio immediato, ha derubricato l’ipotesi di reato di omicidio volontario in quella di omicidio colposo semplice; ha ritenuto il solo Giovanni SCATTONE colpevole di tale reato, con i connessi reati di detenzione e porto di arma comune da sparo uniti col vincolo della continuazione, e lo ha condannato alla pena di sette anni di reclusione e 200.000 lire di multa; ha qualificato per Salvatore FERRARO l’originaria ipotesi di concorso in omicidio volontario come favoreggiamento personale nei confronti dello SCATTONE e lo ha condannato alla pena di quattro anni di reclusione.

Anche per Francesco LIPAROTA la Corte d’Assise ha qualificato l’ipotesi di omicidio volontario a suo carico come favoreggiamento personale a favore di Giovanni SCATTONE, ma lo ha assolto per aver agito in stato di necessità; ha assolto Gabriella ALLETTO dal reato contestatole di favoreggiamento personale, anch’essa per aver agito in stato di necessità ai sensi degli artt. 54 e 384 CP..

Ha inoltre assolto il Prof. Bruno ROMANO, il BASCIU, la URILLI e la MARCUCCI dalle varie ipotesi di favoreggiamento personale contestate a ciascuno: i primi tre perché il fatto non sussiste, la MARCUCCI perché il fatto non costituisce reato.

Ha infine applicato ai due imputati condannati le pene accessorie pertinenti, nonché le statuizioni civili del caso in ordine a danni e spese in favore delle parti civili costituite (genitori e sorella di Marta RUSSO e Università “La SAPIENZA”).


* * * * *
La Corte d’Assise d’Appello – appellanti gli imputati condannati SCATTONE e FERRARO, l’imputato assolto LIPAROTA, nonché la pubblica accusa – ha confermato l’assoluzione del Prof. ROMANO; ha ritenuto lo SCATTONE colpevole dell’uccisione di Marta RUSSO, qualificando il fatto come omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento; ha escluso la continuazione già riconosciutagli rispetto ai reati in materia di armi, applicando le relative pene, e così infliggendogli la pena complessiva di otto anni di reclusione e due milioni di multa; ha confermato l’affermazione di responsabilità del FERRARO e la relativa pena quanto al favoreggiamento, aggiungendogli la condanna per i reati di porto e detenzione di armi e determinando la pena complessiva in sei anni di reclusione e due milioni di multa; ha ritenuto anche il LIPAROTA – assolto in primo grado - colpevole di favoreggiamento personale, condannandolo a quattro anni di reclusione; ha applicato a tutti le relative pene accessorie, nonché le statuizioni civili del caso a carico di SCATTONE e FERRARO ed a favore delle parti civili costituite.
* * * * *
La Cassazione è stata investita con i ricorsi di tutti e tre gli imputati condannati, che hanno chiesto a vario titolo l’annullamento della sentenza di secondo grado; nonché col ricorso del Procuratore Generale, il quale – facendo acquiescenza all’attribuzione al LIPAROTA ed al FERRARO del reato di favoreggiamento personale e non del concorso in omicidio (reato che è dunque per essi ormai fuori discussione,salva l’applicabilità, in ogni caso, dell’art. 521 CPP) - ha insistito per la qualificazione dell’omicidio in capo allo SCATTONE sub specie del dolo eventuale e non della mera colpa, sia pure aggravata dalla previsione dell’evento; oltre che per una diversa valutazione ­(ferma restandone la utilizzabilità) delle dichiarazioni rese da Rosangela VILLELLA, madre del LIPAROTA, a cui la Corte d’Appello, non aveva riconosciuto la credibilità.

La Suprema Corte ha accolto in maniera esplicita, e “sia pure in un’ottica diversa da quella prospettata dai ricorrenti”, soltanto “i ricorsi di SCATTONE e FERRARO”, ma ha ravvisato che nella motivazione della sentenza d’appello vi fosse un vizio giuridico di fondo, e di conseguenza la ha annullata in toto. Ha dunque rimesso il giudizio a questa Corte per una nuova decisione, da adottarsi decidendo con gli stessi poteri che aveva il giudice d’appello e con riferimento a tutte le questioni giuridiche e di fatto che erano in discussione nel processo – salvo ovviamente quelle su cui, per mancanza di impugnazione, si è formato il giudicato interno.
* * * * *
Oggetto del giudizio di rinvio dunque – secondo la precisazione del giudice di legittimità - sarà la responsabilità o meno di Giovanni SCATTONE in ordine all’omicidio di Marta RUSSO ed ai reati in materia di armi, e quella di Salvatore FERRARO in ordine al favoreggiamento personale ed ai reati in materia di armi; ma lo stesso giudizio di rinvio dovrà riguardare anche la posizione di Francesco LIPAROTA, “strettamente connessa” a quella di SCATTONE e FERRARO; dovrà essere definito il titolo del reato eventualmente attribuibile allo SCATTONE (omicidio colposo nelle sue diverse gradazioni o volontario con dolo eventuale), nonché dovrà essere presa una nuova decisione sulla utilizzabilità delle dichiarazioni rese da Rosangela VILLELLA, madre del LIPAROTA, dichiarazioni che dovranno eventualmente essere nuovamente valutate.

Come si vedrà approfonditamente più avanti, la Cassazione ha statuito che dovrà essere osservato il principio di diritto stabilito dall’art. 192 comma 3 del CPP, tenendo distinte le dichiarazioni dei “chiamanti” da quelle dei testimoni; ricercando, per le prime, i necessari riscontri in funzione del contenuto specifico di esse – nella specie “esclusivamente in direzione della identificazione dell’autore dello sparo” - e non sulla base di dati neutri od estranei, come quelli di prova generica derivati dalle perizie o come il cosiddetto “videoshock” di cui si parlerà.

In particolare, le sofisticate perizie tecniche disposte dalla Corte d’Assise d’Appello dovevano considerarsi sostanzialmente inutili perché era prevedibile che ne sarebbero potute derivare soltanto mere “compatibilità” circa il punto dal quale sarebbe partito il colpo di pistola, ma non mai alcuna certezza (tanto meno in ordine alla identificazione dell’autore dello sparo); di tal che la prova generica è da ritenersi in questo processo, per la Suprema Corte, del tutto marginale.
* * * * *

* * * * *

* * * * *
L’ESPOSIZIONE DEL FATTO

Ai fini di una migliore comprensione di tutta la vicenda in esame in questo processo, questa Corte reputa utile premettere un’ampia esposizione in punto di fatto - ripresa prevalentemente dai dati risultanti dalla sentenza di primo grado ma con gli opportuni riferimenti, su singoli punti, alle contrapposte tesi delle parti e completata dalle ulteriori acquisizioni istruttorie compiute in grado d’appello -, senza effettuare, in questa fase preliminare della motivazione, alcun esercizio di critica e di valutazione sui dati medesimi.

Seguirà alla narrazione del fatto la sintesi della sentenza di primo grado e dei motivi di impugnazione formulati da tutte le parti, e l’indicazione della decisione d’appello annullata dalla Cassazione.

Una approfondita disamina sarà svolta sulla sentenza dei giudici di legittimità – di portata davvero peculiare – e sulla situazione giuridica attinente alle prove nel presente processo, che è indubbiamente particolarmente delicata sia per lo specifico atteggiamento delle fonti di prova (testimoni e imputati di reato connesso), sia per la riforma dell’art. 111 della Costituzione intervenuta nel frattempo, e per questioni di diritto transitorio.

Naturalmente tutte le questioni in punto di fatto saranno riesaminate, e se necessario ripercorse, in sede di motivazione vera e propria della decisione di questa Corte.
* * * * *
La studentessa ventiduenne Marta RUSSO fu attinta il 9 maggio 1997 da un proiettile d’arma da fuoco alla testa che le perforò il parietale sinistro penetrandole nel cranio senza fuoriuscire; ella morì il 14 maggio, senza aver mai ripreso conoscenza.

Secondo il racconto della sua amica Iolanda RICCI, camminavano assieme, costei e Marta RUSSO, in un vialetto all’interno della Città Universitaria di Roma, poche decine di passi dopo aver lasciato un impianto telefonico pubblico situato nell’ampio spiazzo di fronte all’ingresso della Facoltà di Scienze Politiche. Avevano appena superato, dopo aver girato sulla sinistra, il “tunnel” ivi esistente, imboccando il vialetto e percorrendone una trentina di metri, e stavano camminando e chiacchierando l’una a fianco all’altra, la RUSSO a sinistra della RICCI, quando la vittima fu colpita e cadde ferita a morte.


* * * * *
Il cosiddetto “tunnel” non è altro che il piano terreno transitabile, costituente una sorta di porticato aperto, facente parte del corpo centrale di un fabbricato alto quattro – cinque piani ed a forma di “U”, i cui lunghi bracci racchiudono nel senso della lunghezza il “vialetto” percorso dalle due ragazze.

Questo, largo all’incirca quattordici metri, esce dal “tunnel”, si prolunga per una quarantina di metri, e si dirige in leggerissima discesa ad incontrare uno dei viali principali della Città Universitaria ed ampi spazi aperti; è sovrastato ai due lati dai corpi di fabbrica - alti, come detto, quattro o cinque piani -, mentre al di sopra del ”tunnel” il braccio corto della “U” è costituto, al primo piano, da un corridoio finestrato che congiunge i due corpi di fabbrica laterali.

Il fabbricato di destra - per chi percorra il vialetto in discesa, nel senso in cui camminavano le due ragazze - ospita la Facoltà di Giurisprudenza. Quello di sinistra accoglie la facoltà di Statistica; ma al primo piano vi si trova l’Istituto di Filosofia del Diritto.

Sul lato destro il vialetto è fiancheggiato da una larga scala metallica esterna antincendio (adiacente al corpo di fabbricato di destra), la quale scende al livello del viale partendo da un pianerottolo al primo piano (il “ballatoio”, lo chiameranno i testi), dal quale si può accedere alla Facoltà di Giurisprudenza.

Sotto ed oltre la scala è consentita la sosta di automobili “a pettine”; e qui al momento del fatto vi erano in effetti delle vetture parcheggiate in tal modo, mentre altre, “una dietro l’altra”, ve n’erano sul lato opposto, lasciando in mezzo al vialetto uno spazio piuttosto ristretto; tanto che per il passaggio di un autoveicolo (come fu per quello del prof. MARONGIU di cui si dirà) i pedoni (i testi DRITTA e RICCI e la stessa Marta RUSSO) si dovettero spostare addossandosi alle auto in sosta.

Nel corpo di fabbricato sul lato sinistro vi sono al piano terra la Facoltà di Statistica e al primo piano l’Istituto di Filosofia del Diritto, entrambi con otto finestre che si affacciano sul vialetto - numerate in questo processo, per convenzione, con numeri progressivi a partire dal “tunnel”.

La penultima finestra del piano terra (la n.7 di Statistica) corrisponde ad un bagno pubblico attrezzato anche per utenti disabili; è protetta da inferriate con barre verticali equidistanti (13 centimetri) e il davanzale è alto circa un metro e mezzo sul piano stradale del vialetto. La quarta finestra del primo piano (la n. 4) - sul cui davanzale, nella metà sinistra, era alloggiato un condizionatore d’aria marca EMERSON fuori uso - corrisponde alla Sala Assistenti dell’Istituto di Filosofia del Diritto (anche detta aula n. 6); il suo davanzale è alto, sempre sul piano strada, circa cinque metri.

Marta Russo fu colpita al capo, nell’osso parietale sinistro, e cadde quasi di fronte alla finestra del bagno di Statistica, qualche passo più avanti rispetto ad esso, e una dozzina di metri più avanti rispetto alla proiezione della finestra n. 4 dell’Istituto di Filosofia del Diritto.
* * * * *
Tornando al racconto della testimone Iolanda RICCI, le due ragazze scendevano lungo il vialetto quando ella perse per un attimo di vista l’amica (“probabilmente stavo guardando in terra”) e in quell’istante udì “un colpo che era un colpo d’arma da fuoco”. Subito Marta RUSSO crollò a terra (“con la coda dell’occhio ho visto le gambe di Marta già a terra”), e la RICCI, colta dall’emozione e dallo spavento, si rifugiò tra le auto in sosta “a spina” sulla propria destra, e dietro le spalle del teste TROIANI che era sopraggiunto dalla fine del vialetto.

Può affermarsi con certezza che il motivo per cui la RICCI aveva perso di vista per un attimo Marta RUSSO e guardato in terra fu costituito dalla necessità di dare il passo all’automobile “MINI 90” condotta dal Prof. Cesare MARONGIU, che veniva loro incontro nel vialetto, avanzando a bassa velocità; la teste, certamente per lo shock del momento, ha un ricordo evanescente di questo particolare, che tuttavia è pacifico.


* * * * *

Riassumendo - in ordine al colpo d’arma da fuoco di cui si è parlato - le constatazioni risultate dai primi accertamenti in punto di fatto nonché le conclusioni delle molte perizie d’ufficio e consulenze di parte disposte nel corso dei due gradi di giudizio di merito, può riferirsi:

- che Marta RUSSO morì dopo cinque giorni di agonia, sì che nei primi giorni non si ebbero dati precisi in ordine al proiettile che l’aveva colpita ed alla inclinazione del colpo rispetto al capo della vittima;

- che l’arma adoperata non fu mai rinvenuta;

- che si accertò essersi trattato di una pistola calibro 22 Long Rifle, probabilmente una semiautomatica di marca BERNARDELLI, certamente o quasi certamente munita di silenziatore;



- che non fu ritrovato alcun bossolo;

- che Marta RUSSO fu colpita da un solo proiettile che non si era frammentato durante la traiettoria, sparato a distanza;

- che con elevatissima probabilità – in questo caso, peraltro, anche per gli accertamenti successivi, può quasi parlarsi di certezza - il proiettile recuperato nel cranio della vittima era appartenuto ad una cartuccia di marca ELEY;

- che fu attinta la zona dell’osso parietale sinistro con direzione “quasi trasversale” e “pressoché ortogonale”, e con frammentazione del proiettile successiva all’impatto (una pallottola e nove frammenti);

- che certamente il colpo era stato esploso da sinistra e leggermente da dietro rispetto al capo della vittima;

- che con altissima probabilità – ma con qualche contrasto sul piano testimoniale e con qualche controversia su quello peritale - il colpo proveniva, sempre rispetto al capo della vittima, leggermente dall’alto, ossia con direzione moderatamente obliqua dall’alto verso il basso” (15° per il perito prof. TORRE, tra gli 8° e i 20° per il dott. DAZZI che effettuò la TAC sulla ragazza ancora viva, attorno ai 23° secondo le perizie disposte in grado d’appello: ma sempre con la conferma di una angolazione dall’alto, oltrechè da dietro e – pacificamente - da sinistra).


* * * * *
Le prime indagini valsero ad escludere sia che bersaglio dello sparatore potesse essere stato proprio il Prof. MARONGIU, sia che si fosse trattato di un agguato preordinato nei confronti di Marta RUSSO; ciò per diverse ragioni, tra cui - decisiva in relazione alle modalità dell’accaduto - l’assoluta estemporaneità della decisione, presa pochi istanti prima del ferimento da lei e dalla RICCI, circa la strada da percorrere partendo dallo spiazzo antistante i telefoni, da dove si potevano prendere molte direzioni diverse.

Le indagini si esplicarono subito in ogni direzione (“a tutto campo”: dal terrorismo all’ex ragazzo di Marta RUSSO), con miriadi di rilievi tecnici e con la formulazione di molte possibili ipotesi di spiegazione e motivazione del delitto; ipotesi ampiamente riassunte nella sentenza della Corte d’Assise da pagina 24 a pagina 40, tutte verificate e tutte escluse, con motivazione che in ogni caso si intende qui richiamata, senza necessità di ulteriore disamina.

Del resto, il tema delle possibili “piste alternative” ben determinate e di un prematuro abbandono di esse da parte degli inquirenti, pure prospettato dalle difese degli imputati durante le indagini e nel giudizio di primo grado, è stato definitivamente lasciato cadere a causa della sua inconsistenza sul piano concreto; salvo, ovviamente, quanto si sta per precisare.
* * * * *
I sospetti si indirizzarono dapprima, come accennato, verso la finestra del bagno uomini al piano terra (finestra n. 7, corrispondente al bagno disabili di Statistica), sia perché facilmente agibile da parte di chiunque, sia per la sua posizione, quasi alla stessa altezza del capo e pressoché ortogonale al punto in cui passava la vittima al momento dello sparo.

In questo contesto particolari attenzioni furono rivolte ai dipendenti della ditta “PUL.TRA” incaricata delle pulizie all’Università, con sede nelle immediate vicinanze del “vialetto” e con ovvio facile accesso a quel bagno; ma i pur numerosi ed accurati controlli non giunsero a raccogliere elementi di interesse per le indagini.

Ancora più precisi e convinti furono i sospetti nei confronti di Salvatore ZINGALE, un impiegato della vicina Facoltà di Lettere, il quale pare fosse un appassionato delle armi da fuoco e risultò tutt’altro che in regola con i documenti, tanto che fu denunciato per reati in materia di armi. Lo ZINGALE tuttavia risultò munito di un alibi incontestabile per il giorno e l’ora del ferimento di Marta RUSSO, e comunque fu sottoposto a pedinamenti e controlli per circa un mese senza che sia mai risultato alcunché a suo carico.

E’ interessante esporre fin d’ora che in relazione ai sospetti sullo ZINGALE Salvatore furono subito sottoposte ad intercettazione le utenze telefoniche di Gabriella ALLETTO e di Francesco LIPAROTA, ritenuti in rapporti con lui.

Nel frattempo però aveva preso corpo negli inquirenti il convincimento che lo sparo fosse partito dalla finestra n. 4 dell’aula 6 al piano superiore (la Sala Assistenti dell’Istituto di Filosofia del Diritto della Facoltà di Giurisprudenza), che resterà stabilmente al centro di questo processo.

All’individuazione di tale ultima finestra si giunse perché il consulente del PM dott. Giacomo FALSO, che esaminò gli “STUB” prelevati sul posto, rinvenne su quel davanzale – e solo su quel davanzale fra i moltissimi prelievi effettuati a diverse riprese nei giorni successivi al 9 maggio - una particella “binaria” composta da antimonio e bario.

Questa fu da lui ritenuta, in base alla prevalente letteratura internazionale da lui conosciuta, “sicuro residuo di sparo”; con una conclusione, peraltro, che era forse già all’epoca superata, ma che fu poi assai contestata sul piano scientifico, non solo dai consulenti di parte, ma anche dai periti d’ufficio (perizia prof. TORRE ROMANINI BENEDETTI).

E’ ovvio che l’indicazione “sicura” – ritenuta “scientifica” e senza alternative - che il colpo fosse stato sparato dalla finestra della sala assistenti non poteva che orientare le indagini, con molta convinzione, verso le persone che si potevano essere trovate al suo interno al momento del delitto.


* * * * *
Indipendentemente, comunque, dall’esattezza o meno delle conclusioni a cui era giunto il dott. FALSO, è evidentemente importante riferire sugli accertamenti operati circa la provenienza e la direzione dello sparo, pur tenendo presente la presa di distanze operata dalla Cassazione nella sua sentenza in ordine alla rilevanza probatoria di questo particolare; il dato è importante anche perché tali accertamenti, che confortavano l’indicazione proveniente dal dott. FALSO, contribuirono ad indirizzare l’inchiesta e a dare corpo alle ipotesi investigative; e ad ingenerare con esse i relativi contrasti, dovuti questi ultimi al fatto che le indagini, secondo i difensori degli imputati, dovevano essere orientate non già verso l’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto, ma verso altre finestre, e in particolare proprio verso quella del bagno di Statistica al piano terra; tesi questa tuttora sostenuta anche in questo giudizio di rinvio.
* * * * *
Il tentativo di individuare il punto di sparo è stato attuato durante le indagini e nel processo per via peritale e per via testimoniale.

Va segnalato in proposito che i consulenti di parte Prof. FEDERICO e dott. GENTILE hanno tentato di dimostrare che l’udito umano non è capace, per la conformazione e la posizione dei suoi organi, di determinare con certezza l’altezza (la “quota”) del punto di provenienza dei suoni in un luogo, come il vialetto per cui è causa, non aperto, trattandosi di sensazioni del tutto casuali dipendenti dal riverbero delle onde sonore sugli ostacoli che esse incontrano nel diffondersi.

Tali conclusioni sono state totalmente disattese dai giudici di merito ed anch’esse sostanzialmente abbandonate dalle difese degli imputati.

D’altra parte, sul piano della assoluta esattezza scientifica, è risultato impossibile ricostruire con precisione il percorso del proiettile, perché non si potè disporre di dati assolutamente certi sul piano per così dire “geometrico”. Occorre infatti tener presente:

- che il corpo della ragazza era stato inevitabilmente mosso dagli immediati soccorritori prima che venissero effettuati i rilievi tecnici;

- che perciò nemmeno il rilievo attinente alle tracce di sangue rimaste in terra può essere considerato di valore assoluto;

- che non si sa se e di quanto Marta RUSSO avesse ruotato su sé stessa nel cadere;

- che non si conosce il punto preciso in cui si trovava, in piedi, quando fu colpita;

- che non è possibile accertare di quanto si fosse girata sulla sinistra per lasciar passare la MINI 90.

Inoltre, il tentativo di stabilire per via testimoniale l’effettiva ed esattissima posizione ed inclinazione del busto e della testa nell’attimo in cui fu colpita era evidentemente velleitario e destinato a non conseguire alcuna certezza; quello di ricostruire a ritroso il percorso del proiettile, partendo dall’angolo di impatto ricavabile dalla sua incidenza sul capo della vittima era destinato anch’esso a risultati di mera probabilità, attesa l’estrema mobilità della testa in una persona che cammina e che si sposta per scansare un’automobile.

In definitiva però, pur ammettendo che si tratta di “compatibilità” e non di certezze, entrambe le sentenze di merito, sia pure in diverso grado, finiscono per accettare alcuni risultati, che in sostanza propendono per una esplosione “dall’alto”, ricollegandoli alle risultanze testimoniali auditive circa la provenienza dello sparo, che in buona misura li confermano.

Occorre tuttavia ancora una volta rimarcare il fatto che la Cassazione ha con la sua sentenza drasticamente ridotto l’importanza delle questioni connesse ai risultati degli accertamenti tecnici circa la provenienza e la direzione dello sparo, proprio perché non si è riusciti ad andare oltre il campo delle mere “compatibilità”.


* * * * *
Sul piano testimoniale, molte persone che al momento del fatto erano presenti sul luogo hanno contribuito a ricostruire il quadro del delitto, da diversi angoli di visuale.

Intanto Iolanda RICCI, l’amica di Marta RUSSO, con cui camminava quando fu colpita.

Scendevano dal “tunnel” lungo il vialetto, verso il viale principale, costeggiando sulla destra la scala antincendio e le auto parcheggiate a spina di pesce. Nell’attimo in cui incrociarono la “MINI 90” del prof. MARONGIU che veniva loro incontro, la RICCI udì uno sparo e perse di vista l’amica, che vide un attimo dopo, in terra, mentre chiudeva gli occhi che aveva sbarrati e vitrei; ella stessa si rifugiò tra le auto in sosta gridando “hanno sparato, hanno sparato”.

Richiesta dalla polizia, nel pomeriggio, se il colpo poteva provenire dalla finestra del bagno al piano terra, aveva risposto di “poterlo escludere nella maniera più assoluta”, perché il colpo sarebbe stato “troppo in linea” col suo orecchio; a suo dire il rumore lo aveva “sentito da dietro”, e non proveniva da altezza d’uomo, ma da più in alto, tanto che ella aveva indicato il giorno stesso una finestra dell’aula dell’Istituto di Filosofia del Diritto, “un’aula che ha quattro finestre”, “praticamente sopra il tunnel”, “l’ultima (finestra) a destra”.


* * * * *
Altri testimoni escussi a proposito della provenienza del rumore dello sparo sono stati:

- Gianfranco TROIANI, che passando sul viale principale in bicicletta sentì soltanto un rumore “attufato” proveniente dal vialetto, vide il corpo di Marta RUSSO per terra e si trattenne a confortare la RICCI che era fuori di sé per lo shock;



- Roberto LASTRUCCI, che si trovava sul “ballatoio” della scala antincendio, col “tunnel” alle spalle; percepì un rumore “molto soft” che riconobbe con certezza come uno sparo e vide una ragazza bionda cadere.

Quanto alla direzione del colpo, gli venne di guardare prima di fronte a sé, verso il palazzo di Chimica e Biologia; poi a sinistra ed in alto, “verso le finestre dell’aula 6 e comunque dove c’è l’Istituto di Filosofia”;



- Francesca MARCATTILI, che si trovava sul pianerottolo della medesima scala col predetto LASTRUCCI e con Ferdinando PASTORE.

Racconta di aver visto le due ragazze incrociare un’automobile e contemporaneamente una delle due cadere. Ella udì “questo rumore”, che non associò ad uno sparo, e che veniva “dall’area in cui mi trovavo”, “dalla parte dove c’è la Facoltà di Statistica e l’Istituto di Filosofia del Diritto” “da posizione rialzata rispetto al luogo dove era la ragazza”;



- Ferdinando PASTORE, che era con gli altri due sul ballatoio della scala antincendio, rivolto proprio verso l’Istituto di Filosofia del Diritto, dove però non guardava perché stava parlando. Sentì un rumore sordo che non ricollegò ad uno sparo; udì un urlo e vide la ragazza che cadeva; quanto alla provenienza dello sparo, forse dette “un’occhiata verso l’alto”; ma non si fece un’idea precisa della provenienza né sul momento né dopo;

- Maria Grazia GUERRAZZI, che era sul viale principale dove sbocca il vialetto, la cui confluenza aveva appena superato sulla propria sinistra, quando udì un rumore “sordo” ma molto forte, che la indusse a tornare indietro di uno o due passi; fece in tempo a vedere una ragazza ruotare su sé stessa e cadere; il rumore era venuto “da sopra”, dall’alto;

- Luigi SCARNICCHIA, che si trovava sul viale principale nei pressi dell’imbocco del vialetto; sentì uno sparo dall’alto, soffocato, e vide la ragazza nel momento in cui toccava per terra.


* * * * *
Si distingue dai predetti Paolo DRAMIS che situa lo sparo in basso. Egli - che dopo i primi momenti di indecisione telefonò al 118 per far venire un’ambulanza – riferì che gli era sembrato che il colpo provenisse “dal piano strada”.
* * * * *
Più articolata la deposizione di Andrea DITTA (che a sua volta chiamò prima il 113 e poi il 118).

Egli guardava proprio la RUSSO e la RICCI, perché “la RUSSO era proprio bella”, la RICCI un po’ più alta, la RUSSO “con una bella chioma bionda”: camminando sul vialetto in direzione opposta alla loro, egli incrociò lo sguardo con Marta RUSSO fino a che entrambi si spostarono per lasciar passare la MINI 90; proprio in quell’attimo il DITTA udì “questo sparo sordo” e vide la ragazza bionda cadere.

Quanto alla provenienza del rumore, sul primo momento egli guardò in basso, “verso la finestra del bagno” di Statistica. Peraltro in dibattimento ha precisato invece che il rumore “non veniva dal basso”, tanto che gli venne spontaneo di guardare le prime finestre che aveva a tiro, – fra cui appunto quella del bagno di Statistica -, ma poi rivolse l’attenzione a tutto lo stabile, anche “verso l’alto”, “sopra la testa”.
* * * * *
Si tratta di dati che secondo i giudici di merito, pur nella loro approssimazione, sono pressoché unanimi e confortano le conclusioni peritali circa la provenienza del colpo, rispetto al capo della vittima, da sinistra, leggermente da dietro e dall’alto.
* * * * *
Interessanti anche le dichiarazioni circa la “qualità” del rumore udito, descritto quasi all’unanimità come “sordo”, “attutito”, “soft” e simili: uno scoppio soffocato (alla romana, un “botto attufato”), come quello dei fucili ad aria compressa del Luna Park (testi DITTA e MARCATTILI), o anche - per Maria Cristina PULCINELLI ed altri fra cui lo stesso prof. MARONGIU - come una bottiglia di plastica che si schiaccia; tutte descrizioni, ancora una volta, ritenute assolutamente in linea con i dati peritali che giunsero, per altra via, a stabilire che quasi certamente la pistola da cui partì il colpo era munita di silenziatore.

Da segnalare infine che un teste, il dott. Patrizio CARDINALI, giunse quando Marta RUSSO era già a terra ed, essendo medico, cercò di soccorrerla praticandole un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca; naturalmente in tal modo modificò sia pure di poco la postura del corpo a terra; si pensava ad un malore, e solo quando le tolse la mano da dietro la testa se la trovò intrisa di sangue.



* * * * *
Un altro dato estremamente importante è costituito dall’ora del delitto.

Per una serie di coincidenze, il processo è inusitatamente ricco, in proposito, di dati quasi assolutamente certi, giacchè si incrociano gli orari precisi – perché sincronizzati, con la tolleranza di pochi secondi, sull’ora ufficiale fornita dall’Osservatorio Astronomico Galileo FERRARIS di Torino – di alcune telefonate. Si tratta in particolare di quella terminata dalla RICCI pochi attimi prima che si ricongiungesse con Marta RUSSO (e il colpo di pistola la raggiunse dopo una settantina di passi) e quelle effettuate poco dopo ai numeri 112, 113 e 118 per chiamare soccorso; pochi secondi prima, dunque, e pochi secondi dopo il ferimento.

Si sono al riguardo ricostruite anche le mosse e gli orari del prof. MARONGIU che passava in quel momento e quelle dei testi DRAMIS e DITTA che effettuarono le chiamate di soccorso. Inoltre si è avuto l’ausilio – sempre con definizione dell’ora esatta mediante strumentazioni automatiche – di situazioni quali quella del già citato dott. CARDINALI, che aveva effettuato un prelievo dal BANCOMAT attimi prima di raggiungere la RUSSO, e quella della bibliotecaria Gabriella PAPPALARDO che timbrò un cartellino mentre sentiva dire che una ragazza si era sentita male (rispettivamente poco prima del ferimento, dunque, e poco dopo).

In definitiva entrambe le sentenze di merito hanno concluso che Marta RUSSO fu colpita, con una approssimazione di pochi secondi in più o in meno, alle ore 11,42 del 9 maggio; che l’ambulanza giunse sul luogo del ferimento alle 11,59 e arrivò, di ritorno, al vicino Policlinico alle 12,08.

Va segnalato peraltro che le attentissime difese di SCATTONE e di FERRARO ritengono che l’ora dello sparo si debba anticipare di circa un minuto e mezzo, situandolo attorno alle ore 11,40; il che – come si vedrà a suo tempo - ha una certa rilevanza rispetto alle dichiarazioni di una testimone importante come Maria Chiara LIPARI.

LA SVOLTA NELLE INDAGINI

E’ proprio a questo punto, con riferimento all’ora del delitto, che assume un importante rilievo la figura della testimone Maria Chiara LIPARI.

Dai controlli effettuati nell’aula 6 del primo piano - la sala assistenti dell’Istituto di Filosofia del Diritto di cui era Direttore il Prof. Bruno ROMANO - era risultato infatti che due telefonate erano state fatte da quella stanza, verso la casa e lo studio del padre della LIPARI – il Prof. Nicolò LIPARI –, quasi in corrispondenza con l’ora del ferimento di Marta RUSSO, stabilita come detto nelle ore 11,42: precisamente – sempre con l’esattezza dei tabulati TELECOM sincronizzati con l’Osservatorio di Torino - qualcuno aveva parlato da quella stanza con l’abitazione della LIPARI effettuando due chiamate (vedi in proposito la precisa ricostruzione della sentenza di primo grado).

E’ bene precisare fin da questo momento, in relazione all’orario, che in realtà si trattò di due telefonate, di cui la prima risultò effettuata verso la casa dei genitori della assistente dott.ssa Maria Chiara LIPARI, e durò dalle ore 11,44 e 30” alle 11,44 e 46”; la seconda, durata dalle ore 11,45 e 09” alle 11,48 e 47”, fu effettuata verso lo studio del padre della medesima, prof. Nicolò LIPARI.

Durante le indagini, però, si ritenne che la prima telefonata fosse iniziata alle ore 11,44 e 30” e durata pochi secondi (come infatti era stato), ma si ritenne altresì, per un errore tecnico, che la seconda fosse iniziata (e non terminata, come invece era) alle 11,48 e 47”; venne così a “crearsi”, fra le 11,44 e 46” e le 11, 48 e 47” un inesistente “buco” di circa quattro minuti; intervallo nel quale, a detta della LIPARI, ella uscì dalla stanza per farvi ritorno poco dopo.

Si tratta di un particolare, come si vedrà, che a parere di questa Corte si è risolto a favore della tesi accusatoria nei confronti degli attuali imputati; ma poiché le difese lo hanno molto utilizzato per minare l’attendibilità della teste LIPARI, è bene porlo subito in evidenza per la sua notevole rilevanza probatoria, che sarà evidenziata a suo luogo.


* * * * *
In ogni caso, risultò subito che ad effettuare queste telefonate era stata appunto la dott.ssa Maria Chiara LIPARI, assistente e collaboratrice del prof. Bruno ROMANO, la quale, interrogata, cominciò a riferire le circostanze di fatto nelle quali ebbe ad effettuare tali chiamate e le persone che in quel momento si trovavano nell’aula 6, facendo ben presto i nomi di Gabriella ALLETTO e di Francesco LIPAROTA.

Ancora una volta, deve subito essere messo in evidenza, per rimarcare l’importanza investigativa assunta dalla testimonianza della LIPARI, l’altro particolare costituito dalla



In proposito è risultato
Le decisioni di merito
Le conclusioni



  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   21


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale