Nicholas Herdon



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21.12.2017
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If music be the food of love
Twenty-seven of us had assembled in the Drakensberg1 to celebrate Aunt Helen’s 80th birthday last April, but when I offered to provide the backing to the festive song along with Timothy2 on the piano, he sentenced that although it sounded OK to me, my guitar was completely out of tune, and would I mind very much not joining in and ruining the whole thing? And all because I did not take up the opportunity of learning to play a musical instrument at school until I was sixteen when, seduced by its shape on my first journey abroad alone, I bought a viola braguesa in Lisbon, but could never work out how to play it. Buying a proper classical guitar a couple of years later did not improve matters much, because I kept on playing the same three or four songs over and over again, and when I took the instrument with me on my travels in the hope of finding the time to practice a new tune, I would drop and break it, as happened in Romania on arrival at Bucharest Airport, while in the Libyan desert one of the members of our group seized hold of it and played Gino Paoli songs as we sat around the fire in the evenings contemplating the stars.
I’ll listen to music when I’m drawing, I like some sort of background noise, but when I’m writing I need silence” Ernesto3 once declared, and Vedova4 must have subscribed to the same theory, for he would plonk either Beethoven's Seventh Symphony or Jean-Michel Jarre's "Oxygène" on a battered old record-player when he arrived in the classroom, and these two records alternated throughout the day. It was like wallpaper after a while, you didn’t even notice it was playing. Was this two-record system a reflection of his attitude to painting, as expressed by his simple palette of black and white with the occasional use of poster red and yellow? Not for me to say, but I did go out and buy "Oxygène" once I left the Accademia, and would occasionally play it for old time's sake till the day I took it out of its sleeve and found one side smeared with dried white oil paint.
It’s the early stuff I keep listening to, no matter how many records and CDs I buy, and what works best when I’m painting is rock from the late Sixties and early Seventies such as Derek and the Dominoes (Layla), Led Zeppelin, Free, Tom Rush. What about The Doors? Carlo5 asked. No, I had enough of listening to “Strange Days” all day and every day when I was at school. At a barbecue last summer on the Murazzi6, Giuseppe’s7 friends put Spandau Ballet and Duran Duran on the ghetto blaster, and who was I to deride this Eighties music when I often turn the volume up on the classics from 1987, U2’s “Joshua Tree” and Simple Minds “Live in the City of Light”, especially the latter, with its crescendo of emotional involvement as the live music moves to its climax like a wave sweeping to the shore.
Paolo8 once dropped by as I was painting, but when I asked if he liked the music that was playing (the Grateful Dead’s "Live Dead" LP) he shook his head sorrowfully, he only listens to classical music, and here am I yet to buy Beethoven’s Seventh. Unable to decide in a Viennese record shop last October between the classic Von Karajan recording or the latest Abbado, I ended up buying the Red Army Choir performing traditional Russian folk songs instead. It never gets played, nor do I listen to jazz, but at classical concerts I dream of painting a large backdrop to break the monotony of black-clad musicians performing in front of black backcloths, something like “New Orleans jazz” or “I grandi musicanti”. I once did a number of sketches of piano players with the intention of working up a bigger theme but, like other fleeting inspirations, this idea has lain dormant ever since, and nowadays I am happy enough to do a drawing of the musicians and their instruments for my diary.


And the viola braguesa? Thirty-odd years after the previous visit, I returned to Lisbon on business in April 2002, took a Polaroid of the instrument with me, and at last managed to buy not only a new set of strings but also an instruction manual, which since then has been lying around waiting for helping advice from someone who knows a bit more about playing guitars than I do.


Hello, Ernesto?

Hello … how are you?



Fine thanks, and you? … Look, I’ve got a small favour I want to ask …
La mia banda suona il rock
Ci siamo trovati in ventisette al Drakensberg1 per festeggiare l’ottantesimo compleanno della zia Helen, ma l’offerta d’aggiungere la mia chitarra al pianoforte di Timothy2 nell’accompagnamento della canzone augurale è stato bocciata all’ultimo momento, lo strumento non era neanche correttamente accordato, e rischiavo di rovinare il coro. E tutto perché non avevo voluto imparare a suonare uno strumento musicale quando ce n’era l’occasione a scuola. Poi, nel primo viaggio all’estero da solo a sedici anni, sedotto più dalla forma che dalla funzione, avevo comprato a Lisbona una viola braguesa, che dopo qualche vano tentativo è stata messa da parte. L’acquisto d’una normale chitarra classica non ha risolto il problema, sono anni ormai che ripeto gli stessi tre o quattro pezzi, e quando mi decido di portare la chitarra in viaggio nella speranza di trovare il tempo di studiare una canzone nuova, ecco che interviene l’imprevisto, la chitarra cade per terra e si scolla all’inizio d’una trasferta in Romania, o nel deserto libico uno della comitiva s’appropria lo strumento ogni sera per intrattenerci con le canzoni di Gino Paoli.
Mi piace ascoltare la musica quando sto disegnando, mi tiene compagnia, ma quando scrivo preferisco il silenzio” dichiarò una volta Ernesto3, e pure Vedova4 doveva essere dello stesso parere, aveva due dischi che usava buttare sul vecchio giradischi in aula all’inizio della giornata, la Settima Sinfonia di Beethoven e "Oxygène" di Jean-Michel Jarre; questi dischi s’alternavano per tutta la giornata, e dopo un po’ non te ne accorgevi neanche. Non ho mai chiarito se questa tecnica era un riflesso del concetto di pittura del Vedova, con il suo gamma di colori ridotto pure quello al minimo, bianco e nero con ogni tanto del rosso o del giallo, ma uscito dall’Accademia ho anche comprato il disco di Jarre, ascoltandolo ogni tanto per ricordare i vecchi tempi, fino al giorno che l’ho trovato rovinato su un lato da colore ad olio bianco.
Per quanti dischi e CD compro, è la musica degli anni giovani alla quale resto fedele quando dipingo, Derek and the Dominoes (Layla), Led Zeppelin, Free, Tom Rush, gente fine Anni Sessanta o inizio Anni Settanta. E allora i Doors? chiese Carlo5. Loro no, ne ho avuto abbastanza di “Strange Days” ogni giorno tutto il giorno quando ero a scuola. L’estate scorsa ad un barbecue ai Murazzi6 gli amici di Giuseppe7 hanno messo gli Spandau Ballet e Duran Duran sul mangianastri, ma dopotutto questi trentenni sono figli degli Anni Ottanta, e ascolto spesso due classici del 1987, “Joshua Tree” degli U2 e “Live in the City of Light” dei Simple Minds, soprattutto l’ultimo, con il suo crescendo di musica dal vivo che s’avvicina al culmine emotivo come un’onda che s’abbatte sulla spiaggia.
A Paolo8 ho chiesto una volta che è passato per lo studio se gli piaceva l’ellepi "Live Dead" dei Grateful Dead che suonava sul giradischi, ma lui ha scosso tristemente il capo, sente soltanto musica classica, ed eccomi qua che devo ancora prendere la Settima di Beethoven. C’ero quasi riuscito a Vienna lo scorso ottobre ma, non riuscendo a decidere tra il vecchio Von Karajan e l'ultimo Abbado, alla fine ho comprato una selezione di canti popolari russi del coro dell'Esercito Rosso. Non l’ascolta mai, e il jazz nemmeno, ma mentre assisto a concerti di musica classica, con il solista, o il quartetto, rigorosamente vestito di nero piazzato davanti ad uno sfondo nero, penso quanto più avvincente sarebbe con qualcosa di più vivace come “New Orleans jazz” o“I grandi musici”.
Durante il periodo dell’Accademia avevo eseguito numerosi schizzi di pianisti, con l’intento magari di farne qualcosa di più impegnativo, intento rimasto finora tale, e per il momento mi limito a fare qualche disegno dei musicisti da inserire nel diario quotidiano.
E la viola braguesa? Una dopo l’altra le corde si sono rotte ed i tarli hanno mangiato il legno finché, dovendo andare a Lisbona in aprile 2002 per lavoro, ho portato una foto Polaroid dello strumento, e così ho potuto finalmente non solo comperare un nuovo set di corde ma pure un libretto d’istruzioni che da allora giace nell’attesa di qualcuno che suona la chitarra disposto ad aiutarmi a capirlo.
Pronto! Ernesto?

Ciao! Come stai?

Bene, grazie. E tu? … Senti, ho un piacere da chiederti …


Attachments/ Allegati


Viola braguesa

Oxygène imbiancato

Pittura nell’aula di Vedova (1981, biro on paper/biro su carta)

New Orleans jazz (2001, 150 x 300 cm, mixed media on paper/tecnica mista su carta)

I grandi musici (2000, 150 x 300 cm, mixed media on paper/tecnica mista su carta)

Piano players Nos. 9 & 10 (1981, biro on paper/ biro su carta)

Il pianista (biro on paper 1981, colour inverted 2005/ biro su carta 1981, colore virato 2005)

Bachakademie Stuttgart meets Dino De Poli (ink on glued paper/inchiostro su carta incollata)



Notes/Note

1 a South African mountain range/montagne del Sud Africa

2 my brother/mio fratello

3 Ernesto Scapin, a friend from Padua/l’amico padovano Ernesto Scapin

4 Emilio Vedova, abstract painter and teacher of Painting at the Venice Academy of Fine Arts Emilio Vedova, pittore astratto e docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia

5 the eighteen-year-old son of Giacomo and Resi de Pace/il figlio diciottenne di Giacomo e Resi de Pace

6 part of the Lido of Venice/una frazione del Lido di Venezia

7 Giuseppe Dalmartello, a Venetian lawyer/l’avvocato veneziano Giuseppe Dalmartello



8 Paolo Polacco, a friend from Udine/l’amico fruilano Paolo Polacco
March/Marzo 2005


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