Nicola Lettieri Articolo 6 cedu IL giudice penale tra obblighi e risorse IL diritto ad un processo equo entro un tempo ragionevole



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Nicola Lettieri

Articolo 6 CEDU

Il giudice penale tra obblighi e risorse

Il diritto ad un processo equo entro un tempo ragionevole

Formazione decentrata Trieste 7 novembre 2014

Premessa

La natura dell’attività decisoria della Corte di Strasburgo, l’obbligo di conformarsi alle sentenze della Corte e la scelta dei mezzi da parte dello Stato.


Compito della giurisprudenza elaborata dalla Corte di Strasburgo e`, in sintesi, quello di arricchire il contenuto dei diritti e delle libertà, che sono solo lapidariamente enunciati dalla Convenzione europea dei diritti dell`uomo.

L’attività decisoria della Corte di Strasburgo ha natura dichiarativa quanto all’avvenuta violazione (il dispositivo è infatti nel senso che ). Oggetto della valutazione, e conseguente decisione della Corte, è qualsiasi comportamento tenuto dalle autorità domestiche (qualunque esse siano) nella trattazione di una fattispecie (si tratti di emissioni di leggi o di atti amministrativi ovvero di concreta applicazione di essi nello specifico); nella sentenza Loukanov c. Bulgaria del 20.3.97 la Corte ha affermato infatti che lo Stato risponde dal punto di vista della Convenzione degli atti di ogni autorità ed organo statale, a prescindere dal grado di indipendenza ad essi riconosciuto rispetto al governo centrale.

Dal lato dello Stato contraente, che abbia commesso la violazione stessa, sussiste specularmente l’impegno a conformarsi alla sentenza della Corte, sancito dall’articolo 46 della Convenzione, impegno che in definitiva si concretizza nell’obbligo di attivarsi per la restitutio in integrum, adottando, se del caso, misure di carattere individuale o generale per far cessare la constatata violazione, eliminarne le conseguenze, prevenire analoghe violazioni. L’attività giurisdizionale della Corte ha invece natura costitutiva nella parte in cui statuisce, quando è il caso, l’obbligo di pagamento alla parte lesa di una somma di denaro a titolo di equa soddisfazione (art. 41) e ciò accade se la riparazione in natura non può che essere incompleta.

Caratteristica importante è che entrambi gli obblighi sopraccitati hanno carattere giuridico (dunque non si tratta di un mero impegno di politica estera). Ciò in quanto l’obbligo discende da una Convenzione - unica nel suo genere - con cui lo Stato ha espressamente riconosciuto (e non già si è impegnato a riconoscere, come solitamente avviene in altri trattati) come propri del cittadino (e quindi immediatamente azionabili a livello interno e, se del caso, a livello sopranazionale) i diritti ivi enunciati e si è impegnato non solo a tutelarli, ma anche a conformarsi, in caso di constatata violazione, alle sentenze definitive della Corte (art. 46).

Sull’obbligo derivante dall’art. 41, quello del pagamento della somma di denaro, sancito direttamente in sentenza, non vi è molto da dire, tranne che eventuali problemi legati all’identificazione dell’Amministrazione, tenuta al pagamento, sono di regola risolti dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

L’altro obbligo derivante dall’art. 46 - quello concernente l’adozione di misure di carattere individuale o generale - deriva solo indirettamente dalla sentenza della Corte, la quale, generalmente, ha carattere essenzialmente declaratorio della constatata violazione. Nel dispositivo della sentenza non vi è normalmente l’indicazione delle misure specifiche da adottare per ripristinare la situazione o impedire nuove violazioni. Tali misure devono essere ricavate, per via di interpretazione, dal testo della motivazione della sentenza della Corte.

Va peraltro aggiunto che non mancano, però, pronunzie - tutte sinora essenzialmente in tema di violazione dell’obbligo di protezione della proprietà o di equo processo- comunque costituenti chiara espressione di una giurisprudenza in via di evoluzione - in cui nello stesso dispositivo è contenuta la statuizione della misura individuale, definita primordiale rispetto ad ogni altro obbligo, da adottare a titolo di restitutio in integrum della situazione del ricorrente (Stoichov c. Bulgaria del 24.3.05, §§ 80-82). Altre decisioni sono arrivate poi ad indicare perfino la misura generale da adottare (come nel caso Broniowki c. Polonia del 22.6.04 dove si raccomanda l’adozione di una legge generale con efficacia retroattiva per evitare il riproporsi di futuri casi analoghi dinanzi alla Corte Europea).

Spetta quindi senz’altro allo Stato interessato, individuate le cause della riscontrata violazione, scegliere i mezzi migliori per conformarsi alla statuizione della Corte. Tali mezzi si concretizzano nell’adozione di misure individuali e/o generali: le prime riguardano la posizione del ricorrente, che deve essere rimesso per quanto possibile in una situazione simile a quella che sussisterebbe se la violazione non avesse avuto luogo; le secondo riguardano l’adozione di misure erga omnes, dirette a risolvere anche altri casi analoghi già pendenti nonché a prevenirne ed evitarne altri in futuro (tale seconda esigenza nasce in caso di violazioni non episodiche). Naturalmente più le violazioni rivestono carattere sistematico (sono dunque delle cd. violazioni seriali), più dunque emerge la consapevolezza di carenze strutturali del sistema dello Stato condannato, più, di conseguenza, diviene pressante l’esigenza di adottare delle adeguate misure generali.



La procedura della Convenzione prevede però che l’apprezzamento sull’idoneità della scelta operata dallo Stato - e, in sostanza, sull’avvenuto ripristino delle condizioni dello “stato di diritto” e del rispetto dei diritti dell’uomo - sia rimessa al Comitato dei ministri, dinanzi al quale, con la partecipazione del Direttore generale per i diritti dell’uomo, si svolge il procedimento di sorveglianza, che ha inizio subito dopo la pubblicazione della sentenza della Corte. Lo Stato, quindi, è solo formalmente libero nella scelta del mezzo tecnico per realizzare il suo obbligo di conformarsi, in quanto comunque la misura adottata deve, sotto il profilo sostanziale, essere esaminata e condivisa dal Comitato dei ministri, organo politico del Consiglio d’Europa che, nell’esercizio di un meccanismo di controllo collettivo (affidato, cioè, a tutti gli Stati aderenti all’organismo), veglia a che il mezzo scelto sia idoneo e consenta effettivamente di perseguire il risultato voluto nella sentenza della Corte (cioè il ripristinarsi delle condizioni di uno ”stato di diritto” che tuteli i diritti basilari dell’individuo).

I. Il concetto di “nozione autonoma”

1. La giurisdizione penale nella giurisprudenza della corte europea dei diritti dell’uomo. La nozione di giurisdizione penale, funzionale ad identificare la presenza di una eventuale sanzione penale ai sensi ed ai fini della C.e.d.u., deve essere ricercata avendo riguardo non solo alla giurisprudenza europea sull’articolo 7 ma anche a quanto affermato dai giudici in applicazione dell’articolo 6. Ed infatti le nozioni di reato (infraction; criminal offence, ai sensi dell’articolo 7 C.e.d.u.) e di materia penale (matière pénale; determination of any criminal charge, ai sensi dell’articolo 6 C.e.d.u.) sono state oggetto di una autonoma valutazione da parte degli organi della C.e.d.u., in modo da prescindere, sul punto, dalla peculiarità dei singoli Paesi membri: essendo ormai ben 47 i Paesi aderenti alla Convenzione europea, paesi per di più con culture e tradizioni giuridiche diverse, e sussistendo quindi la necessità di applicare principi comuni ad istituti che possono presentare le forme e gli aspetti più differenti, la corte europea dei diritti dell’uomo si è trovata nella necessità di creare delle nozioni autonome, ovvero di creare dei concetti e degli istituti che abbiano un contenuto ed un significato proprio nell’ambito dei principi della Convenzione come interpretati dalla Corte, indipendentemente da come quegli stessi istituti siano considerati e concepiti negli ordinamenti degli Stati membri. Cosi’, secondo la Corte deve qualificarsi quale “tribunale” ai sensi ed agli effetti dell’art. 6 della Convenzione ogni organo la cui funzione giurisdizionale consiste nel “decidere, sulla base di norme di diritto, all’esito di una procedura organizzata, ogni questione rilevante di sua competenza”. La corte europea dei diritti dell’uomo ha di conseguenza fatto rientrare nella nozione di “tribunale” anche organi al di fuori dell’organizzazione giudiziaria; peraltro, in linea teorica, essa non avversa la possibilità che organi non giurisdizionali, cioè non inseriti nell’organizzazione giudiziaria, possano decidere in guisa di veri e propri tribunali, ma anzi afferma che “imperativi di flessibilità ed efficacia” ben possono giustificare l’intervento di tali organi; l’importante è che abbiano tutte le garanzie previste dall’art. 6 §1 della Convenzione o, in alternativa, se non posseggono tali garanzie, che le loro decisioni siano soggette al controllo ulteriore di un organo giudiziario di piena giurisdizione che presenti tali garanzie (Le Compte e altri c. Belgio, 23 giugno 1981; Albert e Le Compte c. Belgio, 10 febbraio 1983). Detto cio’, è opportuno chiarire immediatamente che non vi è perfetta coincidenza tra materia penale e diritto penale: la corte europea dei diritti dell’uomo ha difatti dato alla prima un contenuto più ampio del secondo. Dalla sentenza Engel in poi (Engel ed altri c. Paesi Bassi dell’8 giugno 1976, serie A, n. 22, par. 80-82), la corte europea dei diritti dell’uomo ha individuato tre criteri per determinare se un illecito, una procedura o una sanzione, diversamente qualificate da uno Stato, possano rientrare nella nozione di materia penale. Tali indicatori sono: A) la qualificazione dell’infrazione in diritto nazionale; B) la natura del comportamento vietato; C) la natura e la severità della sanzione.

Appare importante riconoscere la natura amministrativa, disciplinare o penale di una data misura, in quanto, a seconda della diversa natura, ne discendono conseguenze differenti ai sensi della C.e.d.u. (ad esempio, solo alle misure di diritto penale si applica il divieto di disposizioni retroattive, di cui all’articolo 7 della C.e.d.u., così come solo per i procedimenti penali trovano applicazione le esigenze prescritte dal primo comma dell’articolo 6 della C.e.d.u., sotto l’aspetto penale, e dai commi secondo e terzo del medesimo articolo). Quanto al principio nullum crimen sine lege fissato dall’art. 7 della Convenzione, la corte europea ha stabilito, nella decisione Papon c. Francia del 15 novembre 2001, che i crimini contro l’umanità, quali definiti dal diritto internazionale, sono imprescrittibili e sfuggono al principio di divieto di applicazione retroattiva (v. paragrafo “in diritto” §5). Il secondo comma di questo articolo prevede infatti che, al fondamentale principio di civiltà giuridica riassumibile nel brocardo nullum crimen, nulla poena sine lege, facciano eccezione i crimini contro l’umanità, i quali sono da considerarsi tali secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili. Sempre in questa tematica va segnalata la sentenza Kononov c. Lettonia, G.C., 17 maggio 2010, che non ha riscontrato alcuna violazione della Convenzione Europea in relazione alla condanna del ricorrente: secondo le conclusioni della sentenza, già all’epoca dei fatti (1944) esisteva una base legale sufficientemente certa per i crimini di guerra e gli atti del ricorrente erano contrari allo ius in bello esistente all’epoca dei fatti in quanto commessi in violazione di un "fundamental rule of the laws and customs of war protecting an enemy rendered hors de combat” (§ 216; v. anche Korbely c. Ungheria, G.C., 19 settembre 2008).


2. I criteri funzionali ad identificare la materia penale. Quanto alle modalità di interazione dei suddetti criteri, sebbene la corte europea dei diritti dell’uomo abbia affermato che gli stessi “sono alternativi e non cumulativi”, la stessa ha però anche precisato che ciò non impedisce l’adozione di un approccio cumulativo se l’analisi separata di ciascun criterio non consente di pervenire ad una conclusione chiara (corte europea dei diritti dell’uomo, sentenza Lauko c. Slovacchia del 2 settembre 1998, Raccolta 1998 par. 57; sentenza Garyfallou AEBE c. Grecia del 24 settembre 1997, Raccolta 1997 par. 33; sentenza Bendenoun c. Francia del 21 febbraio 1994, serie A, n. 284, par. 47). Il primo criterio (A), concernente la qualificazione della misura in diritto interno, è sicuramente quello meno decisivo dei tre, proprio al fine di evitare che uno Stato possa qualificare una materia come non penale per sottrarla alle applicazioni del primo comma dell’articolo 6 della C.e.d.u. (ambito penale: decisione sul “bien-fondé de toute accusation en matière pénale”) e dei commi secondo e terzo del medesimo articolo. Il peso relativo e dunque non decisivo, dato alla qualificazione nazionale, è dalla giurisprudenza europea riconosciuto anche quando l’ordinamento interno, per divergenze giurisprudenziali o non chiare disposizioni normative, non è in grado di risolvere, in un senso o nell’altro, la questione (sentenza Ravnsborg c. Svezia del 21 febbraio 1994, serie A n. 283 - B par. 33). Per stabilire la qualificazione della fattispecie interessata in diritto interno, gli organi della C.e.d.u. verificano se le procedure, le competenze o le regole, che a tale fattispecie si applicano, sono quelle che, abitualmente, reggono le procedure penali nello Stato interessato.

E’ dunque evidente una tendenza degli organi di Strasburgo ad attribuire maggiore importanza al secondo e terzo criterio, anche quando la questione risulta qualificabile come non “penale” già in base al primo, sul presupposto implicito che tale qualificazione possa cedere di fronte ad una conclusione diversa raggiunta applicando gli altri due criteri (Commissione, rapporto Funke c. Francia del 6 giugno 1991, non pubbl., par. 51 – 55, confermato implicitamente dalla corte europea nella sentenza del 25 febbraio 1993, serie A n. 256 par. 44; rapporto Stenuit c. Francia del 30 maggio 1991, serie A n. 232 par. 60 – 65; decisione Peter Michael Ligens and Gerd Leitgeb c. Austria, dell’11 dicembre 1981, in DR, vol. 26, p. 177). Cosi’ il secondo criterio (B) appare avere una certa importanza: si pensi al carattere generale ed applicabile a tutti i cittadini di una data norma che, in quanto non riferibile solo ad una certa categoria di persone, appare per cio’ suscettibile di avere anche una peculiarità penale (Kadubec c. Slovacchia del 2 settembre 1998, § 52). Il terzo criterio (C) riveste un’importanza capitale, allorquando permette per esempio di sapere se la sanzione abbia carattere particolarmente afflittivo e si concretizzi dunque in una pena privativa della libertà od in una forte ammenda, cosi’ come di tracciare il confine tra materia penale e materia disciplinare nell’ipotesi di applicazione di giorni supplementari di detenzione a detenuti che abbiano violato il regolamento penitenziario (Ezet e Connors c. Regno Unito del 9 ottobre 2003).



Il taglio pragmatico tipico della corte europea dei diritti dell’uomo ha poi condotto quest’ultima ad abbandonare sovente l’approccio alternativo, sopra evidenziato, per scegliere un approccio cumulativo, aggiungendo, come materia d’analisi, quattro sottocriteri e precisamente: l’infrazione riguarda tutti i cittadini, l’infrazione mira a punire per impedire la reiterazione e la recidiva, la sanzione è fondata su di una norma generale il cui scopo è insieme preventivo e repressivo, infine la sanzione puo’ essere di grande ampiezza (A.P., M.P. e T.P. c. Svizzera del 29 agosto 1997, § 41). L’impressione è che la corte europea dei diritti dell’uomo, in definitiva, decida discrezionalmente in relazione al fatto se delle sanzioni amministrative o disciplinari rientrino o meno nell’ambito penale dell’art. 6, nel suo aspetto penale. Il risultato è che sono state fatte rientrare nell’ambito penale talune sanzioni disciplinari militari (Engel citato, Cable e altri c. Regno Unito del 18 febbraio 1999) e penitenziarie (Campbell e Fell c. Regno Unito del 28 giugno 1984), alcune sanzioni in materia doganale (Salabiaku c. Francia del 7 ottobre 1988) o per infrazioni al diritto della concorrenza (Sténuit c. Francia del 27 febbraio 1992), mentre sono state escluse da tale ambito alcune misure amministrative in materia di circolazione stradale e relative al ritiro della patente (Escoubet c. Belgio del 28 ottobre 1999) od all’imposizione di un corso di formazione obbligatorio per le persone sorprese a guidare in stato di ubriachezza (Blokker c. Olanda del 7 novembre 2000) ovvero le sanzioni applicate per violazioni urbanistiche (Inocencio c. Portogallo dell’11 gennaio 2001). Quanto alle sanzioni fiscali, dalla sentenza Bendenoun c. Francia, sopra citata, in poi, la corte si è sforzata di identificare alcuni elementi (per l’esattezza i quattro sopra menzionati) che, letti in congiunzione tra loro, conferiscono alla contestazione fiscale (nel caso di specie si trattava di maggiorazioni di imposta) una “colorazione penale”, tale da far ricadere la fattispecie nell’ambito di applicazione dell’art. 6 (ambito penale) e dell’art. 7 della C.e.d.u. In sostanza, appare attualmente data per scontata la sottomissione alla materia penale delle penalità fiscali di tipo repressivo, tesi, fra l’altro, su cui occorre registrare una sostanziale convergenza tra giurisprudenza europea e giurisprudenze nazionali. Per il resto, va detto che, se non possono essere invocate le garanzie dell’art. 6 §1, il contribuente, in relazione ad una causa contro il fisco, puo’ quantomeno invocare dinanzi alla corte europea dei diritti dell’uomo altri articoli della C.e.d.u., quali esemplificativamente l’art. 14, sul divieto di discriminazione a causa, fra l’altro, della proprietà o l’art. 1 Protocollo n. 1, sul diritto al rispetto della proprietà.
3. L`applicazione ai casi italiani dei principi sui criteri funzionali ad identificare la materia penale. Nella sentenza Sud Fondi + 2 c. Italia, 20 gennaio 2009, la corte europea dei diritti dell’uomo ha mostrato, ad esempio, di avere un’opinione diversa da quella della corte di cassazione in merito alla natura della confisca prevista dall’art. 19 della legge 47/85: per quest’ultima si tratta di una sanzione amministrativa che va irrogata per il solo fatto oggettivo di una lottizzazione abusiva, indipendentemente dalla coscienza e volontà del fatto ed indipendentemente anche dall’eventuale sussistenza di autorizzazioni amministrative formalmente legittime; per la Corte di Strasburgo, si tratta invece, pure per la sua afflittività, di una sanzione penale a cui dunque vanno applicate tutte le garanzie, anche in materia di sussistenza dell’elemento soggettivo di un reato, che seguono normalmente l’irrogazione di una tale sanzione. Nel formulare il suo ragionamento sul tema, la corte europea dei diritti dell’uomo è partita proprio dalla ricostruzione dei fatti operata dai giudici nazionali: secondo tale ricostruzione, desumibile dalle sentenze emesse nei processi interni, le società ricorrenti avevano lottizzato sulla base di autorizzazioni rilasciate dalle autorità statuali, all’esito di procedimenti amministrativi formalmente regolari; gli esponenti di tali società, dal canto loro, sottoposti a procedimento penale, furono assolti dal reato di lottizzazione abusiva, loro contestato, perché il fatto non costituiva reato sotto il profilo dell’ignoranza scusabile della legge penale, per essere stati gli stessi indotti in errore dalla formulazione oscura delle leggi e dal comportamento dei pubblici amministratori che avevano rilasciato le autorizzazioni e dunque avallato la legittimità della richiesta lottizzazione, con la conseguenza che nessun rimprovero poteva essere loro avanzato, essendo stato il loro comportamento determinato dal cattivo funzionamento dell’apparato ordinamentale. Nota altresi’ la corte europea dei diritti dell’uomo come, nonostante queste conclusioni, fosse stata ugualmente disposta la confisca dei terreni, circostanza che faceva ritenere la stessa una misura non consentita ai sensi dell’art. 7 della Convenzione Europea, che tra l’altro esige una corrispondenza necessaria tra sanzione penale (quale deve intendersi la confisca) e sussistenza dell’elemento soggettivo del reato (§§ 111/118).

Nella sentenza Varvara c. Italia, 29 ottobre 2013, la Corte ha concluso per la constatazione di violazione, da parte del Governo italiano, degli articoli 7 (nullum crimen sine lege) e 1 Protocollo n. 1 della Convenzione (diritto al rispetto della proprietà). Con questa sentenza la Corte europea, nel confermare la natura di sanzione penale della confisca da lottizzazione abusiva (in base al principio della “nozione autonoma”), si spinge a stabilire un principio ancora più avanzato rispetto al precedente Sud Fondi e cioè che la confisca deve applicarsi solo in caso di condanna penale, mentre la dichiarazione di prescrizione che, ex art. 129 c.p.p., presuppone solo la non evidenza dell’insussistenza oggettiva e soggettiva del reato (e pertanto non esige che un’analisi sommaria), non potrebbe essere titolo idoneo per adottare la misura della confisca. Un tale principio porta a conseguenze notevoli per il nostro ordinamento, nel senso che prescrizione e confisca, d’ora in poi, diventano istituti tra loro incompatibili. Di ciò si è tempestivamente accorta la Corte di Cassazione che, con ordinanza emessa dalla terza sezione penale il 30 aprile 2014, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale proprio dell'articolo 44 del d.lgs. n. 380/2001 (Testo unico dell'edilizia), che prevede appunto la confisca urbanistica per il reato di lottizzazione abusiva, invitando la Corte costituzionale a dare delle indicazioni sul corretto bilanciamento tra il diritto di proprietà, tutelato dalla pronuncia Varvara della Corte europea, e gli altri interessi costituzionalmente protetti che tutelano il paesaggio, l’ambiente, la vita e la salute. La Cassazione ha in tal caso fatto appello sia al principio fissato nelle sentenze gemelle della Corte costituzionale nn. 348 e 349 del 24 ottobre 2007 – secondo cui le disposizioni della Convenzione europea costituiscono norme pattizie di rango intermedio tra la Costituzione e la legge ordinaria ma in ogni caso sono subordinate alla Costituzione - sia alla sentenza della Corte costituzionale n. 264 del 2012 che ha tra l’altro stabilito che a differenza della Corte Edu, la Corte costituzionale opera una valutazione sistemica, e non isolata, dei valori coinvolti dalla norma di volta in volta scrutinata, ed è, quindi, tenuta ad un bilanciamento con altri interessi in gioco eventualmente diversi da quelli presi in esame dalla Corte europea.

Sulla stessa linea la sentenza della Corte di Strasburgo emessa nel caso Grande Stevens e altri contro Italia del 4.3.2014, che si occupa del tema dell’equiparazione, ai fini del ne bis in idem, del giudicato amministrativo al giudicato penale. Il principio di diritto espresso dalla Corte europea e`che, dopo che nei confronti di una società sono state comminate sanzioni amministrative dalla Consob ed esse siano divenute definitive, l’avvio di un processo penale sugli stessi fatti viola il principio giuridico del ne bis in idem previsto dall’art. 4 del Protocollo 7 della Convenzione europea dei diritti dell`uomo, dal momento che, anche se il procedimento innanzi alla Consob e`considerato amministrativo a livello interno, le sanzioni inflitte sono a livello europeo considerate invece a tutti gli effetti come penali, considerata la loro natura repressiva, l’eccessiva severita delle stesse (sia per l’importo che per le sanzioni accessorie), oltre che per le loro ripercussioni sugli interessi del condannato. Con la conclusione che il sistema del “doppio binario” - configurabilità di una forma cumulativa del reato e dell’illecito amministrativo per i medesimi fatti - previsto dagli articoli 184 e ss TUF viola il principio del ne bis in idem.

Applicando lo stesso principio la Corte ha constatato anche la violazione dell’art. 6 della CEDU, sotto il profilo del diritto ad un equo processo in un termine ragionevole, con riferimento al procedimento penale-amministrativo svoltosi davanti alla Consob. I giudici di Strasburgo hanno ritenuto il suddetto procedimento non conforme alle esigenze di equità e imparzialità oggettiva sancita dall’art. 6 CEDU in ragione dell’assenza di contraddittorio, dell’assenza di un’udienza pubblica e dei dubbi sull’imparzialità delle autorità amministrative che cumulano poteri d’indagine, giudizio e controllo.



Si tratta, come si e`visto, di principi non ancora del tutto recepiti dalla giurisprudenza nazionale, come puo`esemplificativamente dedursi anche dalla decisione assunta dalla I sezione penale della Cassazione nella camera di consiglio del 17 maggio 2013, dep. il 23 settembre 2013, n. 39204, con cui e`stato affermato il principio di diritto così massimato: La previsione contenuta nella legge n. 94 del 2009, che modificando l'art. 2 bis della legge n. 575 del 1965, consente al giudice di irrogare le misure di prevenzione patrimoniali anche prescindendo dalla verifica della pericolosità attuale del proposto, si applica anche alle fattispecie realizzatesi prima dell'entrata in vigore della legge citata. (Nell'affermare il principio, la Corte ha precisato che il venir meno del presupposto della pericolosità sociale non ha modificato la natura della confisca di prevenzione, da intendersi sempre come sanzione amministrativa, equiparabile, quanto al contenuto e agli effetti, alla misura di sicurezza della confisca di cui all'art. 240, comma secondo, cod. pen., per cui ad essa si applica il disposto dell'art. 200 cod. pen.)1.

  1. Principi del contraddittorio e della pubblicità delle udienze.



  1. L’obbligo di “disclosure” nel panorama decisionale della corte europea dei diritti dell’uomo. Nelle sentenze Jasper c. Regno Unito del 16 febbraio 2000 e Edwards and Lewis c. Regno Unito pronunciata dalla Grande Camera il 27 ottobre 2004, la corte europea dei diritti dell’uomo parte dal presupposto che il principio del processo equo e dell’uguaglianza delle armi presuppone, in linea di principio, che la pubblica accusa riveli tutte le prove raccolte e contenute nel protocollo processuale in modo da dare la possibilità all’accusato di conoscere l’intero materiale probatorio e dunque approntare una difesa appropriata; cio’ pero’ non esclude, a parere della corte, che possano verificarsi delle ipotesi in cui delle circostanze particolari consiglino di evitare una completa disclosure (si pensi all’ipotesi che cio’ possa compromettere la sicurezza nazionale od esporre dei testi a rappresaglie ovvero bruciare dei metodi investigativi efficaci, ecc.). In questo caso la corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che sussista un dovere del giudice nazionale di esaminare l’intero protocollo processuale per verificare se siano presenti degli elementi probatori non rivelati, in tutto od in parte, all’accusato e se tale mancata disclosure sia compatibile con il dovuto bilanciamento tra l’interesse della collettività (consistente ad esempio in una delle esigenze sopra menzionate) e l’interesse del singolo a difendersi efficacemente in un processo penale. Se il pubblico ministero rifiuta tale controllo, cosi’ da impedire al giudice la necessaria attività di verifica, vi è violazione dell’art. 6 della C.e.d.u. in dipendenza di un processo non equo, dove è venuto a mancare il principio del contraddittorio e dell’uguaglianza delle armi tra accusa e difesa. Questo principio è stato ripreso anche nella sentenza Dowsett c. Regno Unito, 24 settembre 2003, riguardante un’ipotesi, asseritamente tenuta celata, di accordo tra pubblico ministero ed imputato avente ad oggetto la concessione di una forte riduzione di pena dietro l’impegno a testimoniare contro i complici: secondo la corte europea anche questi documenti costituivano un materiale rilevante per la difesa del ricorrente che avrebbe dovuto essere messo a disposizione del giudice in tempo utile per permettergli di verificare la sua utilità o meno ai fini dell’esercizio dei diritti della difesa (§ 50).



  1. L’ammissibilità dei testimoni anonimi nella prospettiva della corte europea dei diritti dell’uomo. La corte europea dei diritti dell’uomo ha affrontato anche la problematica dell’ammissibilità dei testimoni anonimi (SUDRE – MARGUENAUD, cit. 305-308). Nella sentenza Van Mechelen ed altri c. Olanda del 23 aprile 1997 la corte europea dei diritti dell’uomo ha fissato il principio secondo il quale l’anonimato puo’ essere ammesso solo se tale misura risponde ad un’esigenza imperativa e nessun altra misura potrebbe ritenersi altrettanto efficace; tutto cio’ deve essere motivato dal giudice domestico in maniera adeguata (nella suddetta sentenza la corte europea dei diritti dell’uomo aveva stigmatizzato il giudice domestico che aveva autorizzato l’anonimato basandosi esclusivamente sulla gravità dei reati). Non bisogna infatti dimenticare che l’anonimato è una misura estrema che impedisce all’imputato di conoscere le vere generalità della persona che lo accusa, di conoscere di conseguenza i suoi precedenti e la sua vita anteatta e dunque di sollevare dubbi sulla sua onestà ed affidabilità. Inoltre l’anonimato non deve valere per il giudice chiamato a trattare la causa, il quale deve essere messo in condizione di verificare l’identità del testimone e di conoscerne i precedenti al fine di effettuare quel vaglio sulla credibilità che è precluso all’imputato. Nell’altra sentenza Kostovski c. Olanda del 20 novembre 1989 il paese convenuto era stato condannato perché gli stessi magistrati, dinanzi ai quali si svolgeva il processo, ignoravano la vera identità del testimone. Nella sentenza Taal c. Estonia del 22 novembre 2005, infine, la corte europea dei diritti dell’uomo ha precisato che l’utilizzazione di dichiarazioni rese in forma anonima dal testimone non è di per sé incompatibile con i principi della C.e.d.u., purché ad esse non sia data, nel verdetto di colpevolezza, una valenza assoluta o decisiva. Nel nostro sistema processuale non sembrerebbe possibile l’ammissibilità dei testi anonimi, anche perché, fra l’altro, le persone ammesse ad un programma od a misure di protezione possono ottenere il cambiamento dell’identità per la vita ordinaria, per cui si suppone che, al momento di rendere testimonianza, si presentino con la loro vera identità.



  1. I limiti all’utilizzo delle dichiarazioni rese dal teste, che non compare o rifiuta di rispondere, nella prospettiva della corte europea dei diritti dell’uomo. In relazione al potere dell’imputato di interrogare e controinterrogare i testi, la corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte sostenuto (per tutte cfr. sentenza Doorson c. Olanda del 26 marzo 1996, §67) che la procedura, per essere o meno ritenuta equa, deve essere considerata nel suo insieme e valutata in concreto. In particolare, alle giurisdizioni nazionali spetta la decisione sull’ammissibilità delle prove nonchè la valutazione degli elementi di prova raccolti, mentre la corte europea dei diritti dell’uomo è competente a stabilire se la procedura nel suo insieme, compreso il modo di presentazione dei mezzi di prova, rivesta carattere equo. Cosi’ il principio dell’equo processo fissato dall’art. 6 della C.e.d.u. impone di accordare all’accusato un’occasione adeguata e sufficiente per contestare una deposizione a carico ed interrogarne l’autore, al momento della deposizione o più tardi (sentenze Van Mechelen c. Olanda, § 51; Lüdi c. Svizzera, § 49). Tale occasione non deve necessariamente coincidere con la fase dibattimentale, nel senso che anche la possibilità concessa all’accusato di interrogare o controinterrogare in istruttoria (precipuamente in sede di incidente probatorio, cfr. Accardi c. Italia, 20 gennaio 2005 o di semplice confronto, cfr. Isgro’ c. Italia, 19 febbraio 1991) ed anche non personalmente ma per mezzo del difensore (come nel caso di un confronto per rogatoria internazionale condotto da personale di polizia, cfr. Carrozzo c. Italia) esaudisce le esigenze imposte dall’articolo 6 §1 della C.e.d.u. Dunque anche la possibilità di contestare l’assunto del proprio accusatore in sede di semplice confronto disposto dal pubblico ministero possederebbe l’attitudine, per la corte europea dei diritti dell’uomo, ad assicurare il giusto equilibrio tra diritti della difesa ed interessi dei testimoni e dunque, in ultima analisi, a garantire un equo processo. Per costante giurisprudenza della corte europea dei diritti dell’uomo, inoltre, l’assenza del contraddittorio è incompatibile con la C.e.d.u. solo nell’ipotesi in cui le dichiarazioni della persona (testimone o coimputato), cui non si sono potute porre domande, costituiscono la base esclusiva della condanna od hanno contribuito ad essa in misura determinante (A.M. c. Italia, § 25; Saïdi c. Francia, §§ 43-44). Proprio l’esistenza di altri elementi a carico, sottoposti al vaglio del contraddittorio dibattimentale, ha indotto la Corte, in particolare in una serie di casi contro l’Italia, ad escludere in via preliminare la violazione, malgrado l’impossibilità di esaminare alcuni testimoni o dichiaranti (cfr. decisioni Fausciana, Natoli, Sofri, Raniolo, P.M.). Nella sentenza Carta c. Italia del 20 aprile 2006, è stato poi chiarito che, se la corte europea non puo’ sostituire il proprio convincimento a quello del giudice domestico nel valutare elementi probatori finalizzati a provare fatti o circostanze e se nessuna rilettura del quadro probatorio e valutativo può esserle consentita, la corte stessa puo’ affermare che determinate dichiarazioni hanno avuto un peso decisivo nella condanna del ricorrente, solo ove tale valutazione appaia presente nella motivazione del giudice nazionale.

Va rimarcato come tale giurisprudenza sull’equità del procedimento penale costituisca espressione di quel concetto della fairness, ossia di quel generale sentimento del giusto e dell’equo, assunto a cardine della struttura processuale dei Paesi di common law e mutuato anche dalla C.e.d.u., ma in ogni caso tradizionalmente estraneo agli ordinamenti di civil law, i quali sono invece storicamente caratterizzati da una concezione garantista avente contenuto formale ed astratto. La giurisprudenza europea è piena infatti di riferimenti a pseudo-concetti di natura emozionale, quali appunto, oltre all’, la
tra gli interessi in gioco, la del termine, l’ tra diritti ugualmente protetti dalla C.e.d.u., la , ecc. Più precisamente, il limite della giurisprudenza della corte europea dei diritti dell’uomo sembra riposare proprio su questa contraddizione tra l’esigenza di creare dei case-law vincolanti ed il basare le decisioni su paradigmi concettuali ancorati al caso concreto e dunque difficilmente trasfondibili in una nozione astratta, applicabile in generale.

4. La posizione della corte europea dei diritti dell’uomo in tema di testimonianze irripetibili. La corte europea dei diritti dell’uomo ha constatato la violazione dell’art. 6 della C.e.d.u. (diritto ad un processo equo), relativamente ad un caso in cui la responsabilità dell’imputato si basava esclusivamente sulle dichiarazioni fatte dalla vittima nel corso delle indagini preliminari ed acquisite in giudizio ex art. 512 c.p.p. (trattandosi di straniera, senza fissa dimora, allontanatasi dall’Italia per ignota destinazione). La corte europea dei diritti dell’uomo ha infatti precisato che l’impossibilità di reiterare un atto compiuto nel corso delle indagini preliminari non può privare l’imputato del diritto, riconosciutogli dall’art. 6 §3 d, di esaminare o far esaminare nel contraddittorio ogni elemento di prova decisivo a suo carico (Bracci c. Italia del 13 ottobre 2005, § 60). Tale sentenza Bracci appare, per alcuni versi, in contraddizione con la sentenza Ferrantelli e Santangelo c. Italia del 7 agosto 1996, dove non è stata riscontrata alcuna violazione dei principi dell’equo processo, pur essendo state acquisite al fascicolo dibattimentale le dichiarazioni accusatorie di un coimputato che si era suicidato prima del processo (§52). Per la corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, se non viene accordata all’imputato alcuna possibilità di interrogare o controinterrogare i testi a carico, anche solo in istruttoria (cfr. Accardi, Isgrò, Carrozzo; v., pure, sub art. 500 §3), l’irripetibilità sopraggiunta dell’atto non è motivo sufficiente per utilizzare processualmente tali elementi di prova non sorti nel contraddittorio delle parti, purché si tratti di dichiarazioni che abbiano un peso decisivo o determinante per la condanna (se viceversa le dichiarazioni non hanno tale peso, nulla osta alla loro utilizzabilità processuale). In contraddizione con tale regola, pur nel vigore del principio costituzionale fissato dall’art. 111 commi 2 e 4 C., il nostro c.p.p. ammette invece, in linea teorica, tale utilizzabilità processuale piena (che pur potrebbe in astratto costituire la sola base di una condanna), agli artt. 512 e 512 bis. Tali articoli peraltro si differenziano tra di loro circa la prevedibilità o meno dell’irripetibilità: infatti, l’art. 512, al contrario del 512 bis -modificato nel ’99-, esige l’imprevedibilità dell’irripetibilità. L’art. 512 bis invece esige solo l’irripetibilità successiva, atteso che la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese da persona residente all’estero, anche a seguito di rogatoria internazionale non svolta nel contraddittorio, può essere disposta dal giudice “se essa, essendo stata citata non è comparsa, e solo nel caso in cui non ne sia assolutamente possibile l’esame dibattimentale”. Cioè solo nel caso di effettiva accertata non ripetibilità dell’atto, anche se prevedibile ab origine.

4.1 Sull’utilizzabilità processuale piena e determinante delle dichiarazioni di chi si sia sottratto ad un interrogatorio da parte dell’accusato, togliendogli in tal modo un’occasione adeguata e sufficiente per contestare una deposizione decisiva a suo carico ed interrogarne l’autore, la corte europea si è occupata anche nel caso Ogaristi c. Italia, riguardante un ricorrente che era stato condannato all’ergastolo esclusivamente sulla base del riconoscimento fotografico effettuato da un testimone oculare (inserito nel programma di protezione), poi fuggito in Albania e sottrattosi cosi’ ad un esame in contraddittorio. La corte europea, con sentenza del 18 maggio 2010, ha constatato nella specie la violazione dell’art. 6 commi 1 e 3 lett. d) della Convenzione. Va segnalato infine che la corte europea è ritornata ad occuparsi della tematica in composizione di Grande Camera in una sentenza del 15 dicembre 2011 pronunciata in due casi, Al-Khawaja e Tahery c. Regno Unito, in cui i ricorrenti erano stati condannati sulla base di dichiarazioni decisive provenienti, rispettivamente, da una vittima di abusi sessuali che si era suicidata dopo aver sporto denuncia alla polizia contro il medico autore della violenza e prima di confermare le sue accuse in tribunale, e da un testimone oculare che in sede di indagini aveva accusato il ricorrente del tentato omicidio di una terza persona rifiutandosi poi di testimoniare in pubblica udienza per paura di ritorsioni. Alla indisponibilità dei testimoni diretti si era ovviato con testimonianze indirette degli ufficiali di polizia giudiziaria che avevano svolto le indagini ed escusso la parte offesa ed il testimone oculare nella fase investigativa. Perseguendo un approccio sistematico alla materia, la corte ha concluso che casi del genere vanno esaminati sotto tre aspetti da verificare in via successiva: prima di tutto occorre stabilire se era assolutamente necessario ammettere la testimonianza indiretta, in caso positivo occorre in secondo luogo verificare se tale testimonianza abbia costituito il fondamento unico o determinante della condanna, in caso di risposta positiva anche a tale quesito occorre in terzo ed ultimo luogo esaminare se l’ammissione della testimonianza indiretta sia stata controbilanciata da sufficienti contrappesi difensivi, cioè da solide garanzie procedurali che abbiano compensato l’ammissione della testimonianza indiretta ed assicurato l’equità della procedura nel suo insieme (§ 152). E, quanto a quest’ultimo parametro, la corte non manca di esaminare le garanzie procedurali contenute nella legge inglese (§§ 148-151). Passando poi all’esame dei casi concreti, la corte dà risposta positiva ai primi due quesiti (cioè era indispensabile ammettere le testimonianze indirette e queste hanno costituito un elemento decisivo o comunque determinante della condanna), giungendo invece a conclusioni diverse per il terzo criterio e valutando pertanto che sussistevano nel caso Al-Khawaja degli elementi procedurali compensatori tali da rendere globalmente equa la procedura, mentre l’assenza di tali elementi era da riscontrare nel caso Tahery, con conseguente violazione, solo in tale caso, dell’articolo 6 §1 combinato con l’articolo 6 §3 d) della Convenzione. Leggendo le motivazioni, pero’, ci si accorge che l’esame del secondo e del terzo criterio coincidono: a proposito del caso Al-Khawaja, infatti, la corte afferma che la deposizione registrata della vittima, raccolta dalla polizia durante le indagini e prima del suicidio della stessa, risultava riscontrata da una serie di altre prove e precisamente dalla testimonianza di due amiche della vittima che ne avevano raccolto le condifenze, dalle analogie dell’episodio denunciato dalla vittima con quello denunciato da un’altra paziente del medico ed infine dalla constatazione che appare difficile esigere un ulteriore livello probatorio per un episodio di violenza sessuale perpetrato da un medico ai danni di una paziente nel chiuso del suo studio; a proposito invece del caso Tahery, la corte nota che, tra tutte le persone presenti all’episodio dell’accoltellamento, nessuna aveva testimoniato di aver visto il ricorrente vibrare i colpi di coltello e neppure la stessa vittima era stata in grado di dire chi lo aveva accoltellato. Dunque l’unica testimonianza determinante rimaneva quella del testimone oculare che, dopo aver accusato il ricorrente alla polizia due giorni dopo i fatti, per paura rifiutava di ripetere le sue dichiarazioni in udienza: rifiuto che per la corte europea avrebbe dovuto determinare l’inutilizzabilità della sola deposizione scritta, proprio in quanto prova a carico da valutarsi determinante se non unica. Come si vede, la verifica dell’esistenza di sufficienti garanzie procedurali compensative dell’ammissione ed utilizzo della prova indiretta non è consistita in altro, in definitiva, che nel controllo sull’esistenza o meno di altre prove a sostegno della condanna, per cui tale sentenza di Grande Camera non appare aver innovato grandemente le linee direttrici già delineate nella giurisprudenza precedente.

  1. Il principio di immutabilita`del giudice nella prospettiva della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo. Secondo la corte europea dei diritti dell’Uomo un elemento importante di un processo equo e` la possibilita` per l’imputato di confrontarsi alla presenza del giudice che dovra` decidere il suo caso: il comportamento e la credibilita` di un testimone e` infatti oggetto della valutazione del giudice e, di conseguenza, riveste importanza per l’imputato. In ogni caso solo il mutamento della composizione di un collegio giudicante dopo l’escussione di un testimone decisivo deve comportare un nuovo esame del testimone, mentre prove non decisive non necessitano di ripetizione (decisione P.K. c. Finlandia del 9 luglio 2002). Nella decisione Milan c. Italia del 4 dicembre 2003 la Corte ha ritenuto che non vi fosse alcuna violazione del principio dell’equo processo in un caso riguardante un procedimento dinanzi ad una corte d’assise, dove il presidente del collegio giudicante era stato sostituito da un altro giudice supplente che aveva assistito all’intero dibattimento sviluppatosi fino ad allora.

Due recenti ed importanti sentenze della CEDU, Dan c. Moldavia, sez. III, del 5 luglio 2011 e Manolachi c. Romania, sez. III, del 5 marzo 2013, hanno poi stabilito che, nell’ipotesi di conservazione della medesima piattaforma probatoria nella successione dei gradi del processo, determina una sensibile riduzione dei diritti di difesa un giudizio di appello meramente cartolare, il cui esito sia una condanna con rovesciamento dell’assoluzione di primo grado2. Non sembra però che a tale conclusione la CEDU sia giunta attraverso un’analisi dei principi di diritto nazionali degli Stati membri, nella materia attinente alla riassunzione delle prove dichiarative quando il p.m. impugni l’assoluzione.

  1. La regola della pubblicità dell’udienza secondo la corte europea dei diritti dell’uomo. Secondo la giurisprudenza della corte europea dei diritti dell’uomo, un’udienza pubblica è in generale necessaria al fine di soddisfare i presupposti dell’art. 6 §1, quando tale udienza si svolge dinanzi ad un giudice di primo grado ovvero dinanzi ad un’unica istanza. Per il resto (ad esempio in grado d’appello) la pubblicità puo’ essere superflua (J.A.Andersson, §27; Fejde, §31; Helmers, §36). In ogni caso, anche in primo grado od in unica istanza sono previste delle eccezioni; in particolare è possibile derogare al principio della pubblicità dell’udienza allorquando questa ha ad oggetto una causa caratterizzata da alta tecnicità, dove la procedura scritta è consigliata rispetto alle arringhe orali, o dove il carattere intimo e privato della controversia esige il rispetto della privacy, od ancora dove ragioni di efficienza ed economia processuale suggeriscono di evitare sistematiche pubblicità delle udienze (Schuler-Zraggen c. Svizzera del 24 giugno 1993, §58). La ratio di tale giurisprudenza risiede nell’esigenza di garantire il cittadino da una giustizia segreta che sfugge al controllo della collettività; assicurare cioè quella trasparenza che contribuisce a preservare la fiducia nell’amministrazione statuale della giustizia (Pretto, §21; Axen, § 25; Sutter, §26; Diennet, §33). Con una lunga serie di sentenze (la prima delle quali è stata Bocellari e Rizza c. Italia, 13 novembre 2007, mentre tra le più recenti vanno annoverate Bongiorno e altri c. Italia, 5 gennaio 2010 nonchè Leone c. Italia, 2 febbraio 2010), la corte europea dei diritti dell’uomo si è occupata anche delle udienze per l’applicazione delle misure di prevenzione, le quali si svolgono in camera di consiglio, riscontrando in ciò una violazione del principio della pubblicità delle udienze previsto dall’art. 6 §1: ed invero, atteso che tale principio mira ad evitare una giustizia segreta che sfugge al controllo del pubblico, il prevenuto in un procedimento di prevenzione deve potersi veder offrire la possibilità di richiedere (ed ottenere) che l’udienza dinanzi alle apposite sezioni dei tribunali e corti d’appello si svolga pubblicamente, mentre l’interpretazione dell’art. 4 legge 1423/56 (Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità) appare escludere tale possibilità, peraltro neppure superabile alla stregua di un’operazione di interpretazione conforme della giurisprudenza della corte europea, al punto che la Corte Costituzionale, con sentenza dell’8 marzo 2010, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del citato art. 4 e dell’art. 2-ter della legge 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro la mafia), nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione si svolga, davanti al tribunale e alla corte d’appello, nelle forme dell’udienza pubblica. Tale dichiarazione di incostituzionalità si inscrive nel solco dell’orientamento della Corte Costituzionale, assunto per la prima volta con le sentenze nn. 348 e 349 depositate il 24 ottobre 2007, in tema di rapporto tra ordinamento nazionale ed ordinamento convenzionale e di gerarchia delle fonti nazionali ed internazionali. Secondo tali sentenze, dal testo stesso dell’articolo 32 della Convenzione risulta che spetta alla Corte europea il potere di dire l’ultima parola sul significato delle disposizioni della Convenzione, fornendone l’unica interpretazione “autentica” (§ 4.6 sentenza 348/07; § 6.2 sentenza 349/07). Il principio convenzionale, come interpretato dalla Corte Europea, non è comunque dotato di efficacia diretta nell’ordinamento nazionale e dunque lo stesso, ove in contrasto insanabile con una legge ordinaria, non è immediatamente applicabile né produce effetti diretti e di conseguenza il giudice nazionale non è abilitato a disapplicare la norma interna con la quale il principio si pone in contrasto (§ 4.3 sentenza 348/07; § 6.1 sentenza 349/07). Cio’ costituisce una conseguenza della tesi, da sempre sostenuta dalla Corte Costituzionale, secondo cui le norme convenzionali non rientrano nel campo di applicazione né dell’art. 10 né dell’art. 11 della Costituzione (§ 6.1 sentenza 349/07). D’altro canto, mentre l’adesione ai Trattati comunitari ha permesso all’Italia di entrare in un ordinamento più ampio di natura sopranazionale, le norme Cedu restano norme internazionali pattizie che vincolano lo Stato ma non producono effetti diretti nell’ordinamento interno (§ 3.3 sentenza 348/07). Ne consegue che, in caso di contrasto insanabile, non superabile attraverso un’operazione di interpretazione conforme della norma interna, il giudice nazionale deve porre in essere un sistema di salvaguardia convenzionale consistente nel sollevare una questione di illegittimità costituzionale dinanzi alla Consulta, per contrasto tra la norma nazionale e l’art. 117 Cost., come modificato dall’art. 3 della Legge Costituzionale 12.3.01 n. 59 secondo il seguente tenore . La nuova formulazione dell’art. 117 C. permette infatti alla norma convenzionale di essere assunta a parametro interposto di legittimità costituzionale (§ 4.3 sentenza 348/07; § 6.2 sentenza 349/07). La Corte Costituzionale riconosce anche che, antecedentemente alla nuova formulazione dell’art. 117 della Costituzione, operata con legge costituzionale del 2001, vi era una lacuna legislativa quanto al rango da attribuire alle norme convenzionali pattizie, che si riverberava sulla materia dei principi che dovevano garantire l’osservanza di determinati obblighi internazionali assunti dallo Stato (§ 4.2 sentenza 348/07; § 6.2 sentenza 349/07). Tale possibilità di sollevare questione dinanzi alla Corte Costituzionale non significa, comunque, attribuire rango costituzionale alle norme convenzionali: la normativa recata dalla Convenzione (ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 4 agosto 1955, n. 848) è stata infatti introdotta nell’ordinamento italiano con la forza propria dell’atto contenente il relativo ordine di esecuzione, onde ha valore di fonte normativa primaria (§§ 6.1.1 e 6.2 sentenza 349/07). Beninteso, non si tratta comunque di norma pattizia avente valore di semplice legge ordinaria in quanto essendo la stessa, in forza dell’art. 117, una “norma interposta”, essa è, nello stesso tempo, di rango subordinato alla Costituzione ma intermedio tra questa e la legge ordinaria (§ 4.5 sentenza 348/07). Se da un lato l’interpretazione “autentica” delle norme convenzionali spetta alla Corte di Strasburgo, che in tal modo garantisce anche l’applicazione uniforme della Convenzione europea in tutti i Paesi ad essa aderenti, dall’altro lato la Corte Costituzionale, una volta accertato un contrasto insanabile tra la norma nazionale e l’art. 117 C., attraverso l’incompatibilità con una norma Cedu fungente da “parametro interposto” di costituzionalità, non è esentata dall’effettuare un ulteriore controllo e cioè verificare se la norma Cedu, nell’interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo, non si ponga in possibile contrasto con altri principi costituzionalmente garantiti e non determini cosi’ un vulnus alla Costituzione stessa (§ 4.7 sentenza 348/07; § 6.2 sentenza 349/07).





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