“Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come i nostri padri



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Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come i nostri padri”.

(Cronache 1, 29:15)


Prefazione all’edizione del 2004

Sono passati quasi dieci anni dalla prima pubblicazione di questo libro. Come spiegai nell’introduzione a quella edizioneoriginale, l’occasione di scrivere la mia biografia si presentò l’occasione di scrivere il libro mi si presentò quando frequentavo la facoltà di legge e fui venni eletto presidente della Harvard Law Review. Ero il primo afroamericano a ricoprire quella carica. La Sull’onda della modesta pubblicità che seguì all’evento spinse, un editore a mi propormi propose di scrivere la mia biografia. Mi misi al lavoro convinto che la storia della mia famiglia, e i miei sforzi per comprenderlaricostruirla, fossero in grado dipotesseroe in qualche modo spiegare aiutare a comprendere in qualche modo le differenze a disgregazione razziali razziale che ha caratterizzano caratterizzato l’esperienza americana e, così come anche illo confine incerto fra lestato mutevole dell’ identità (i cambiamenti nel tempo, il conflitto fra culture eccetera.), tipico della che contraddistingue la nostra vita moderna.

Come tutti gli autori esordienti ero carico pieno di speranze speranzae e di pauretimorei. S: speravo che il libro potesse realizzare i miei sogni di ragazzo giovanili, ma temevo di tralasciare cose degne di essere raccontateche qualcosa si potesse dire meglio. Il risultato fu una via di mezzo tra i due estremi. Le critiche furono abbastanza abbastanza positive. La gente andava veniva ai reading organizzati dall’editore, ma le vendite non erano scarseesaltanti. Dopo alcuni mesi tornai a dedicarmi alla vita di sempre, sicuro con la certezza che la mia carriera di scrittore sarebbe stata breve, ma contento che la mia dignità ne fosse uscita dall’esperienza più o meno intatta.

Nei dieci anni che seguirono ebbi pochissimo tempo per fermarmi a riflettere. Condussi un censimento elettorale per le elezioni del 1992, divenni praticantefeci pratica come avvocato per i diritti civili e cominciai a insegnare diritto costituzionale all’Università di Chicago. Io e mia moglie comprammo casa e, fummo benedetti dalla nascita di due figlie splendide, sane e vivaci, il tutto cercando di pagaree seppur con fatica riuscimmo a pagare tutte le bollette. Nel 1996 una poltrona nel Parlamento del mio Stato rimase vacante e i miei amici mi persuasero convinsero a candidarmi. Vinsi. Prima Ancora prima di entrare in carica, fui avvertito sapevo bene che la politica locale non aveva ha lo stesso il fascino di quella praticata aella sua equivalente a Washington. D; i solito si lavora molto nell’ombra e soprattutto su si lavora a questioni che significano possono avere grande importanzamolto per alcuni ma che la maggior parte della gente comune quasi nulla per tutti gli altripuò tranquillamente ignorare (per esempio, la regolamentazione normativa per ledelle case mobili o, le conseguenze delle tassefiscali sul del deprezzamento delle attrezzature agricole). Il lavoroL’incarico, tuttavia, mi dava soddisfazioni, soprattutto perché la. La politica statale opera su una scala che a livello statale permette di ottenere risultati concreti in un tempopi ragionevolei, – come l’estensione dell’assicurazione sulla salutesanitaria ai bambini poveri, o una la riforma delle leggi che mandano spediscono innocenti nel braccio della morte. A –, e poi perché all’interno del palazzo governativo di un grande Stato industrializzato ci si confronta con ilsi vede ogni giorno il volto di una nazione in dialogo costante dialogo tra i diversi volti di un paese: madri dai dei quartieri degradati e coltivatori di fagioli e cereali, lavoratori immigrati e accanto a banchieri: t. Tutti cercano sgomitano perdi farsi sentire, e ognuno di loro ha una storia tutti pronti da raccontare le loro storie.

Alcuni mesi fa In seguito ottenni la candidatura democratica per un seggio come senatore dell’Illinois. Fu una corsa molto difficile, condotta contro un manipolo di candidati di spicco, abili qualificati e ben finanziati. Ero , mentre io ero un candidato nero con un nome buffo, privo dell’appoggio di uno staff del sostegno organizzativo e senza un patrimonio familiare risorse personali: un azzardo totalemi consideravano ero una scommessa. Quando vinsi ottenni la maggioranza dei voti allele primarie dei Democratici sia nelle zone dei bianchi sia che in quelle dei neri, nei sobborghi come nel centro di a Chicago, la reazione fu simile a quella che seguì alla mia nomina a direttore della Law Review. I commentatori cronisti più famosi espressero una sorpresa genuina e la speranza genuina che la mia vittoria fosse il segnale di un grande cambiamento nella politica razziale del paese. All’interno della comunità nera il mio successo era vissuto con un misto d’orgoglio e di frustrazione. Q, quest’ultima era generata dal fatto che, cinquant’anni dopo il caso ‘Brown vs Board of Education’ e quarant’anni dopo l’approvazione del Voting Rights Act, ancora si festeggiassimo festeggiasse come un evento la possibilità (e solo quella, poiché di fronte a me si prospettava una durissima elezione generale) che io potessi essere l’unico afroamericano – e solo il terzo dalla Ricostruzione – a servire entrare in carica nel in Senato. La mia famiglia, gli amici e io stesso eravamo un po’ perplessi per tanta tutta quell’attenzione e sempre consapevoli della distanza’abisso che esiste tra il mondo patinato dei mostrato dai media e le complicazionila confusione e l’ordinarietà della vita reale.

La nuova ondata di pubblicità portò alla ristampa del libro e per la prima volta dopo anni ne rilessi alcuni capitoli per cercare di capire quanto fossi cambiato da allora. Confesso che che sussultai più di una volta nel leggtrovai raccapricciante leggere ogni tantoere una parola scelta male, una frasei contortacontorte, parole fuori luogo, un’espressione troppoi scontata scontate o autoindulgentecompiaciute. Ho sempre apprezzato molto la brevità e durante la lettura provavo mi venneuna grandissima voglia di tagliare circa una cinquantina di pagine. In ogni casotutta onestà, comunque, non potevo negare che la voce del libro fosse la mia riconobbi la mia voce. E nNon dico neanche che avrei raccontato la storia diversamentein maniera diversa rispetto a dieci anni fa avrei raccontato la storia diversamente, anche se ma devo ammettere che certi alcuni passaggi si sono dimostrati erano politicamente scorretti scomodi dal punto di vista politico e ho notato da parte mia una certa tendenza aiche indulgevo in commenti da saccenteti e all’essere contro per partito presonel dissenso a tutti i costi.

Quello Ciò che è cambiato da allora, in maniera drammatica e definitiva, è il contesto. Cominciai a scrivere nel periodo della recessione a Silicon Valley, del boom della borsa e del crollo del Muro muro di Berlino. Mandela usciva dallai cella prigione, con passo lento ma deciso, per guidare un paese. E, ed e. Erano stati firmati gli accordi di pace a Oslo. Nella nazione iIn patria i nostril dibattito dibattiti culturale culturali – sulla vendita libera delle armi, sull sull’aborto e sui testi delle canzoni rap – appariva sembravano molto accesoaccesi, perché la ‘tTerza via’ Via di Bill Clinton, un giro di vite sul welfare l’abbassamento del welfare senza grandi ambizioni ma ma molto concretosenza spigoli affilati, sembrava incontrare un ampio consenso largo, strisciante sulle questioni di tutti i giorni. U, un consenso che anche perfino George W. Bush avrebbe sfruttato in occasione della sua prima campagna elettorale con la teoria del ‘conservatorismo compassionevole’. Gli scrittori di tutto il mondo annunciavano la fine della storia, l’ascesa del mercato libero e delle della democrazie democrazia liberaliliberale. I vecchi odi e le guerre sarebbero stati sostituiti da comunità virtuali e da battaglie per le quote di mercato.

Poi ci fu l’11 settembre 2001, e il mondo si spezzaincrinò.

La capacità diRiuscire a descrivere quel giorno e quelli che seguirono va ben al di là della oltre le mie capacitàa abilità di scrittore: gli aerei che si disintegravano, come fantasmi spettri, che svanivano nel contro il vetro e lnell’acciaio. L, le torri che si accartocciavano lentamente su sé stesse. L, le figure coperte di cenere che vagavano per le strade. , lL’angoscia e la paura. Allo stesso modo nNon riesco a comprendere lo spietato nichilismo che quel giorno guidò i terroristi né quello che continua a guidare i loro fratellicompagni. La mia capacità empaticaempatia e, la mia capacità abilità di comprendere entrare nei cuori altruidelle altre persone, non riescono a penetrare gli sguardi vuoti di chi uccide degli innocenti con una soddisfazione forma di appagamento astratta astratto e serenasereno.

Su quel giorno ho una sola certezza:Ero certo che la storia era fosse tornata per vendicarsi. Come ci rammenta Faulkner, il passato non è mai morto e sepolto, non è neanche passato. Questa storia collettiva, questo passato, va a toccare direttamente anche la mia storia, il mio passato, e non solo perché le bombe di Al Qaeda hanno segnato, con una lugubre precisione, sinistra alcuni luoghi della mia vita – i palazzi, le strade e i volti di Nairobi, Bali e Manhattan – o perché dopo l’11/9 settembre il mio nome è diventato il bersaglio preferito degli sfottò dei siti satirici gestiti da Repubblicani fin troppoeccessivamente zelanti. Non c’è solo tutto questo. È, ma anche perché è in corso una guerra sotterranea tra il mondo dell’abbondanza e quello del bisogno, tra quello antico e quello moderno, tra coloro che abbraccianoaccettano le la nostre nostra irritante diversità fastidiose,, insistendo sull’esistenza di una gamma di valori che ci uniscono, e coloro che al contrario sfruttano una bandiera, uno slogan o un testo sacro per giustificare la violenza perpetrata contro i diversi, una guerra che, in scala minore, continua in questo libro.

Lo Io so. I, perché l’o ho visto vista, la disperazione e il disordine di chi è impotente. Un disordine , so che deformache può distorce allo stesso modo re le vite dei bambini nelle strade di Giacarta o Naroibi e quelle dei bambini del South Side di Chicago. So che l’umiliazione può sfociare nella furia incontrollata, nella violenza e nella disperazione. So che i potenti rispondono a queste situazioni in maniera inadeguata. Indugiano, indugiando in una sorda compiacenza e, quando il disordinela confusione diventa incontrollatosfugge al loro controllo, ricorrono in maniera automatica e costanteautomaticamente e costantemente alla forza, ai lunghe lunghi periodi dipene detentive detenzione e ad altre e più sofisticate soluzioni militari. So che l’indurimento l’irrigidimento delle linee d’azione, abbracciare il fondamentalismo e tornare al concetto di tribù, saranno la nostra condanna.

Quello che era stato uno sforzo intimo e interiore per comprendere questa lotta e trovare il mio posto al suo interno è confluito in un dibattito pubblico più ampio esteso nel quale sono impegnato dal punto di vista professionalmente. È uno di quei dibattiti che formeranno influenzeranno la nostra vita e la vitae vite dei nostri figli negli anni a venire.

Le implicazioni politiche di tutto ciò sono l’argomento di un altro libro. Permettetemi di finire con una nota più personale. La maggior parte dei personaggi di questo libro, a livelli diversi, è fa ancora parte integrante della mia vita: lavoro, figli, geografia e scherzi del destino.

L’unica eccezione è mia madre che, , che è scomparsa con una rapidità brutale per un cancro pochi mesi dopo la pubblicazione di questoel libro, è scomparsa per un cancro con una brutale rapidità divorata da un cancro.

Aveva passato gli ultimi dieci anni della sua vita a fare ciò che più amava. Aveva viaggiato: viaggiare per il mondo lavorando in villaggi sperduti dell’Asia e dell’Africa e aiutando le donne a comprarsi una macchina da per cucire, una vacca da latte o fornendo loro un’educazione per farle entrare nell’economia mondiale. Aveva amici di ogni ceto sociale, faceva adorava fare lunghe passeggiate, era una sognatrice e andava nei mercati di Delhi o Marrakech in cerca di a cercare un gingillocianfrusaglie, di una sciarpa sciarpe o di una pietrae intagliatae solo per il piacere dei suogli occhi che le piacessero. Scrisse relazioniresoconti, lesse romanzi, infastidì assillò sempre i suoi figli, e sognò di avere tanti dei nipoti.

Ci vedevamo spesso. I, il nostro era una legame solidoindissolubile. Mentre scrivevo il libro, lei Mia madre lesse leggeva le bozze del libro e corresse correggeva le storie parti che riteneva avessiavevo frainteso. Era attenta a non commentareNon si sbilanciò mai sul ritratto che avevo fatto di lei il mio modo di descriverla, ma rapidissima nello spiegare o difenderementre difese con forza e mi invitò a modificare gli aspetti meno lusinghieri del carattere di mio padre. Visse la malattia con graziasenza drammi e sempre col sorriso sulle labbra. Mi rimase vicino, e rimase vicina a mia sorellabuonumore. Aiutò me e mia sorella a continuare con le nostre vite, nonostante ci aiutò a vincere le nostre paure, i le nostrie no difficoltà e le improvvise strette al cuorei nostri improvvisi cedimenti.

A volte penso che avrei scritto un libro diverso se avessi saputo che non sarebbe sopravvissuta alla malattia: meno simile anon una riflessione sulla morte perdita di un genitore e più vicino allabensì la celebrazione di una persona che è stata la sola costante nl’unico punto fermo della mia vita. Ogni giorno rivedo nelle mie figlie la sua gioia e la sua costante capacità di meravigliarsi nelle mie figlie. Non cercherò di descrivere quanto piangavoglio parlare del mio dolore per la sua scomparsa. So che era lo spirito più gentile e generoso che io abbia mai conosciuto e che la parte migliore di me la devo solo a lei.

Introduzione

In principio avevo l’intenzione di scrivere un libro del tuttomolto diverso. L’occasione di scriverlo giunse si presentò dopo che fui eletto presidente, il primo presidente di colore, della Harvard Law Review, un periodico d’argomento giuridico pocoquasi s conosciuto perché per riservato agli addetti ai al di fuori dell’ambito legalelavori. Dopo lLa mia’ elezione ci fu un periodo di pubblicitàebbe grande risalto sulla stampa, uscirono diversi articoli che testimoniavano non tanto il mirato non tanto a dare rilievo al mio modesto risultato, ma a donare alquanto il fatto che l’Università di Harvard fosse entrata un posto nella mitologia americana e a placaretestimoniavano la fame il desiderio di progressi ogni minimo segno ottimistico sul fronte dell’integrazione razziale, un bocconea riprova per che, dopotutto, dei passi avanti dimostrare che in fondo erano stati fatti dei passi avanti. Fui contattato da diversi editori e io, che immaginavo di avere qualcosa di originale da dire sullo stato attuale dell’integrazione razziale, accettai di prendermi l’annodedicare l’anno dopo successivo alla laurea a per mettere i miei pensieri su carta.

Ero all’ultimo anno di giurisprudenza e, con una fiducia spaventosa in me stesso, cominciai a delineare definire nella mia mente i contenuti del libro. Avrei inserito un saggio sui limiti delle vertenze processi per i diritti civili e sui loro limiti nell’ottenerenel determinare l’uguaglianza razziale, riflessioni pensieri sul concetto significato di comunità e restaurazione della vita pubblica attraverso le organizzazioni popolari, meditando riflessioni poi sulle azioni di affermazionemisure contro la discriminazione delle minoranze e sull’afrocentrismo: la lista degli dei possibili argomenti riempì una pagina intera. Dovevo Avrei includere incluso aneddoti personali e avrei analizzare analizzato i motivile origini di alcune emozioni ricorrenti. Soprattutto, però, Ma doveva essere soprattutto il un viaggio intellettuale che avevo immaginato, completo di mappe e punti di ristoro e con un itinerario ben preciso. Tutto regolato da un itinerario ben definito: lLaa prima parte doveva essere finita completata entro marzo e la seconda sottoposta alla revisionerevisionata ad agosto.

Quando mi misi all’opera, tuttaviaperò, mi resi conto che non si trattava diera un’impresa tutt’altro che semplice. I primi desideri ricordi nostalgici mi sfiorarono toccarono il cuore. Voci lontane comparvero, svanirono e ricomparvero di nuovo. Ricordavo Ripensai alle storie che mia madre e i miei nonni mi raccontavano avevano raccontato da bambinoquando ero piccolo, i racconti. Erano i racconti di una famiglia che cercava di comprendersispiegare la propria storia. Ricordai Rievocai il mio primo anno come coordinatore di comunitàcomunitario a Chicago e il mio approccio goffo maldestro all’età adulta. Ascoltavo mia nonna, seduta sotto un albero di mango mentre intrecciava faceva le treccei capelli di mi a mia sorella, che mi raccontava del padre che non avevo mai realmente conosciuto veramente.

Di fronte a questo flusso di ricordi, tutte le mie belle teorie ben ordinate sembravano prive di inconsistentisostanza, e approssimativepremature. Resistetti tuttavia con tutta la mia forza all’impulso di esporre spiattellare il mio passato in un libro. , uUn passato che mi avrebbe messo a nudo e del quale un po’ mi vergognavo anche un po’. Non perché ci fosse qualcosa di particolarmente doloroso o perversoscabroso, ma perché il mio passato si rivolgeva a quegli aspetti di me che resistevano alla scelta coscientealcuni aspetti del mio passato non erano frutto di una scelta cosciente e, almeno perlomeno superficialmente, contraddicevano il mondo in cui vivo ora. Del resto adessoopotutto ora ho trentatré anni, sono un avvocato e partecipo attivamente alla vita sociale e politica di Chicago, una città abituata alle sue ferite razziali e che si vanta fiera della sua propria freddezza. Ho tenuto a bada il mio cinismo, tuttavia mi piace pensare a me stesso come a qualcuno so beneche sa come gira va il mondo,o e sono sto attento a non aspettarmi avere troppotroppe aspettative.

Ciò che mi colpisce di più Nel quando ripenso allaraccontare la storia della mia famiglia la cosa che mi colpisce di più è la sua tensioneil peso all’innocenzadell’innocenza, un’innocenza che sembra inimmaginabile anche quando si è bambini. La cugina di mia moglie, che ha solo sei anni, ha già perduto quell’innocenza. Qualche settimana fa ha raccontato ai genitori che alcuni suoi compagni di classe si sono rifiutati di giocare con lei a causa delper il colore della sua pelle. I suoi genitori, nati e cresciuti tra Chicago e Gary, avevano persopersero la loro innocenza da moltissimo tempomolti anni faprima, e sebbene non fossero amareggiati. Non hanno provato amarezza – li considero i genitori più forti, fieri e pieni di risorse che conoscomai conosciuti – ma si può sentire il dolore nelle loro voci quando affermano che forse trasferirsi in un quartiere a maggioranza bianca forse non è stata una buona scelta. Avevano preso quella decisione deciso di andare a vivere lì per cercare di evitare che iproteggere i figli, per evitare che finissero uccisi in una sparatoria tra gang rivali e per farli studiare in frequentare loro scuole miglioridecenti.

Come tutti noi, anche loro sanno troppo e hanno visto troppo per prendere giudicare la breve unione dei miei genitori – un nero con e una donna bianca, un africano con e una americana – come un valore assolutoin base alle apparenze. Lo Di conseguenza, c’è chi ha stesso succede quando qualcuno ha difficoltà a riconoscere il mio valoregiudicarmi in base alle apparenze. Quando le persone che non mi conoscono bene, bianchi o neri che siano, scoprono le mie origini (e di solito si tratta di una vera e propria scoperta, poiché dal momento che ho smesso di specificare la razza di mia madre dall’età dida quando avevo tredici anni, quando nel periodo in cui iniziai a sospettare che così facendo mi ingraziavo i bianchi), nell’attimo nella frazione di secondo che impiegano per riaversi riprendersi dalla sorpresa mi accorgo che cercano nei miei occhi un segno rivelatore. Non sanno più chi sono. Dentro di loro pE si mettono a pensareensano al mio cuore turbato. a chissà quanto dolore mi porto dentro, Suppongo che riflettano riflettono sulla tragedia di unel sangue misto. L e dell’anima divisa. L e sull’immagine spettrale e tragica del mulatto intrappolato tra due mondi. Se cercassi di spiegare loro che la tragedia non è la mia, o meglio, non solo la mia, ma anche la loro, figli e figlie di Plymouth Rock ed Ellis Island, e dei la vostra, figli dell’Africa, è la tragedia della cugina di sei anni di mia moglie e dei suoi compagni di scuola bianchi. N, non c’è ci sarebbe più bisogno di provare a intuireimmaginare chissà quanto dolore mi porto dentro ciò che mi turba, perché lo può vedere chiunque nei al telegiornali della serae. Se E se cercassi di spiegare loro che questo tragico circolo vizioso si spezzerà sicuramente prima o poi si spezzerà, ai loro occhi apparirei come un sognatore incurabile, legato a pieno di speranze perdute, come quei comunisti che cercano di vendere il loro giornale fuori dai college. O, peggio ancora, sembrerei qualcuno che cerca di nascondersi fuggire da sé stesso.

Non colpevolizzo le persone per i loro sospettila loro diffidenza. Molto tempo fa hHo imparato ormai a non dare peso alla mia infanzia e alle storie che l’hanno formataplasmata. Fu solo molti anni più tardi, quando mi sedetti sulla tomba di mio padre e gli parlai attraverso la terra rossa dell’Africa, che potei riuscii ad aprire gli occhi sul guardarmi alle spalle mio passato e a valutare dare il giusto peso a quei racconti. Per AdPer essere più precisoprecisi, fu solo allora che mi resi conto che avevo passato gran parte della mia vita a cercare di riscrivere quelle storie, tappando i buchi nella della narrazione, aggiustando i particolari spiacevoli, proiettando scagliando le scelte individuali contro la il flusso cieco della storia, tutto nella speranza di estrarre leggi scolpite nel granitosolide verità da donare trasmettere ai miei figli che non erano ancora nati.

A un certo punto, nonostante cercassi con tutte le forze di proteggermi dal faticoso scavo introspettivo nell’intimo e provando più volte il desiderio nonostante il frequente impulso di abbandonare il progetto, ciò che si è fatto strada in queste pagine è il racconto di un viaggio personale e interioreinteriore: un ragazzo che cerca suo padre e che attraverso questa ricerca vuole cercatrovare contemporaneamente unil significato alla della sua vita esistenza di nero americano. Il risultato è autobiografico, anche se nel corso degli ultimi tre anni, cona chiunque mi chiedesse di cosa parlava il libro ho sempre evitato di usarenon ho mai risposto usando questo termine. Un’autobiografia Una vera autobiografia degna di questo nome necessita di promette storie importantiprodezze, conversazioni con personaggi famosi, la presenza di una figura protagonista di eventi importanti. Tra queste pagine non troverete nulla di tutto ciò. Un’autobiografia richiede un bilancio finale, una conclusione, cosa che si adatta con difficoltà aglicosa complicata per gli anni in cui mi facevo strada nel mondo. Non posso neanche ritenere considerare la mia esperienza rappresentativa dell’esperienza dell’Americai tutta la gente neranera (“Dopotutto non arrivi vieni da una situazione ambiente disagiatadi diseredatidegradato”, mi disse una volta un editore di Manhattan), e. I mparare ad accettare questo fattoa particolare verità – ovvero e cioè che posso abbracciare i miei fratelli e sorelle di colore, qui in questo paese o in Africa, affermando e affermare di avere un destino comune senza pretendere fingere di fare da portavoce di tutte le nostre numerose battaglie – è uno degli scopi di questoel libro.

C’è sempre un pericolo rischio quando si scrive un’opera autobiografica: la tentazione di colorare glii singoli eventiepisodi in maniera favorevole ain un certo modo llo scrittore o la tendenza a pensare che a tutti possa interessare un particolare determinato evento della propria vita. Questi pericoli rischi sono maggiori quando allo scrittore non ha manca la saggezza dettata dell’etàdall’età, che dona quel distacco capace di curare certe una certala propria vanità. Non posso so dire di esserese sonosia riuscito a evitare tutti questi pericolirischi con successo. NOvviamente, nonostante i Gran parte di questo librol libro si basa basi sui diari o sulla tradizionei racconti orali orale della mia famiglia, i dialoghi sono necessariamente ovviamente approssimativistati ricostruiti. Per meglio comprendere amore della concisionebrevità, l’opera avverto che alcuni dei personaggi incarnano qualità e caratteristiche appartenenti a più di una delle personea che ho realmente conosciuto e che alcunigli eventi non sono esposti sempre in manierasecondo un ordine cronologicacronologico. Eccettuati Fatta eccezione per i nomi dei miei parenti familiari e di alcuni personaggie figure pubblicipubbliche, i nomi delle degli altre persone i personaggi sono stati cambiati per esigenze il rispetto delladi privacy.




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