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Classe _____________________Data__________________



Tipologia A Analisi del testo
Ammiro Dante ma disprezzo il volgare
In una lettera indirizzata a Giovanni Boccaccio nel 1359, Petrarca intende difendersi dall’accusa di invidia nei confronti di Dante. L’amico, otto anni prima, gli aveva inviato una copia della Divina Commedia per convincerlo delle grandi potenzialità espressive delle lingua volgare, ma Petrarca qui riafferma decisamente la propria scelta di scrivere in latino, motivandola con argomenti che ribadiscono il carattere elitario che egli attribuiva alla poesia.
Per quel che mi riguarda, io l’ammiro e l’amo, non lo disprezzo; e credo di potere sicuramente affermare che se egli fosse vissuto fino a questo tempo1, pochi avrebbe avuto più amici di me, se quanto mi piace per l’opera del suo ingegno così mi fosse piaciuto anche per i costumi2; e al contrario, che a nessuno sarebbe stato più in odio che a questi sciocchi lodatori, che non sanno mai né perché lodano né perché biasimano, e facendogli la più grave ingiuria che si possa fare ai poeti, sciupano e guastano, recitandoli, i suoi versi; del che io, se non fossi così occupato, farei clamorosa vendetta. Ma non posso fare altro di lamentarmi e disgustarmi che il bel volto della sua poesia venga imbrattato e sputacchiato dalle loro bocche; e qui colgo l’occasione per dire che fu questa non ultima cagione ch’io abbandonassi la poesia volgare a cui da giovane m’ero dedicato3; poiché temei che anche ai miei scritti non accadesse quel che vedevo accadere a quelli degli altri e specialmente di quello di cui parlo, non potendo sperare che la lingua o l’animo di questi cotali si mostrassero più inclini o più miti verso le mie cose di quel che s’eran dimostrati verso quelle di coloro, cui il prestigio dell’antichità e il favor generale avevano resi celebri nei teatri e nelle piazze4. E i fatti dimostrano che i miei timori non furono vani, poiché quelle stesse poche poesie volgari, che giovanilmente mi vennero scritte in quel tempo, sono continuamente malmenate dal volgo5, sì che ne provo sdegno, e odio quel che un giorno amai; e ogni volta che, contro voglia e irato con me stesso, mi aggiro per le strade, dappertutto trovo schiere d’ignoranti, trovo il mio Dameta6, che suole nei trivii7 : “Su stridente zampogna al vento spandere miseri carmi.”

Ma anche troppo io mi sono indugiato su argomenti di così poco conto, che d’esser trattato seriamente non meritava, dovendo io in altre cure impiegare questo tempo che più non ritorna; ma mi è sembrato che la tua scusa somigliasse un po’ all’accusa di quei tali. Poiché, come ti ho detto, molti mi rinfacciano un odio, altri un disprezzo per questo poeta, di cui oggi a bella posta non fo il nome, perché il volgo, che tutto ascolta e niente capisce, non vada poi dicendo ch’io lo denigro; poiché molti mi accusan d’invidia, e son proprio quelli che invidiano me e il mio nome. Che sebbene io non sia gran che da invidiare, tuttavia gl’invidiosi non mi mancano; ciò che una volta non credevo possibile e di cui tardi mi sono accorto. Eppure or son molti anni, quando poteva scusarmi il bollor della gioventù, non con parole o scritti di poco conto, ma in un carme inviato a un uomo insigne8, forte della mia coscienza osai affermare di non provare invidia per nessuno. E sia pure che altri non mi creda degno di fede. Ma, dimmi, come è mai possibile ch’io invidi uno che dedicò tutta la sua vita a quegli studi9 ai quali io dedicai appena il primo fiore della giovinezza, sì che quella che per lui fu, non so se unica, ma certo arte suprema, fu da me considerata uno scherzo, un sollazzo, un’esercitazione dell’ingegno? Come può esservi qui luogo all’invidia o al sospetto? Quanto a quel che tu dici, ch’egli poteva, se voleva, volgersi ad altro stile, io credo, in fede mia - poiché grande è la stima ch’io fo del suo ingegno - ch’egli avrebbe potuto fare tutto quello che avesse voluto; ma è chiaro che al primo si dedicò.


Petrarca, Familiares, XXI, 15, trad. E.Bianchi, in Prose, Milano-Napoli, Ricciardi, 1955
Note

1 l’ammiro…tempo: il poeta parla di Dante, morto nel 1321, più di trent’anni prima della stesura delle Familiares

2 per i costumi: per il suo carattere ed il suo comportamento

3 coloro cui … nelle piazze: questa fu una delle ragioni principali per cui io cessai di scrivere poesie in volgare, come avevo fatto da giovane

4 questo fu … non dedicato: quei poeti che erano diventati celebri nei luoghi pubblici (teatri) nelle piazze

5 quelle stesse… volgo: quelle poche poesie in volgare che io scrissi da giovane sono oggi continuamente deormate dal popolino

6 il mio Dameta: Dameta era un pastore che nelle Bucoliche di Virgilio veniva accusato di non saper cantare, come si evince anche nella citazione che di quel testo Petrarca fa subito dopo

7 trivii: incroci delle strade da cui deriva l’aggettivo triviale per indicare qualcosa di volgare

8 in un carme … insigne: il poeta si riferisce all’epistola metrica, I, 6 che aveva indirizzato a Giacomo Colonna

9 quegli studi: la poesia e le altre opere in volgare, che Petrarca considera appunto soltanto uno scherzo, un sollazzo di gioventù, non meritevole di serio impegno.
Comprensione

  1. Riassumi il contenuto del brano in massimo 15 righe

Analisi

  1. Ricerca nel testo ed elenca i motivi per cui Petrarca ha deciso di abbandonare il volgare

  2. Individua i motivi che gli hanno fatto scegliere il latino. A quale pubblico desidera rivolgersi?

  3. Poche poesie in volgare, a quale opera si riferisce Petrarca? Quali ne son le caratteristiche formali?

  4. Il linguaggio che Petrarca usa è molto ricercato e ricco di perifrasi. Ricercale nel testo e spiegane il significato.

Approfondimento

  1. Poni a confronto le tesi di Petrarca con quelle di Dante che hai incontrato nel De vulgari eloquentia ed indica le differenze che intercorrono tra i due testi circa la capacità espressiva del volgare


Saggio breve o articolo di giornale
1. Ambito artistico-letterario

ARGOMENTO: Fortuna e «industria» nel Decameron di Boccaccio


1 [È il discorso di Pampinea per introdurre la terza novella della seconda giornata del Decameron]
Valorose donne, quanto più si parla de’ fatti della Fortuna, tanto più, a chi vuole le sue cose ben riguardare, ne resta a poter dire: e di ciò niuno dee aver maraviglia, se discretamente1 pensa che tutte le cose, le quali noi scioccamente nostre chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per conseguente da lei, secondo il suo occulto giudicio2, senza alcuna posa d’uno in altro e d’altro in uno successivamente, senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei permutate3.
G. Boccaccio, Decameron, II, 3
1. discretamente: con buonsenso.

2. occulto giudicio: imperscrutabile pensiero.

3. permutate: trasformate.
2. [Landolfo Rufolo apre una cassa e trovatovi un tesoro decide di agire con molta prudenza]
Nondimeno, non essendo la buona femina in casa, [Landolfo Rufolo] la sconficcò1 per vedere che dentro vi fosse: e trovò in quella molte preziose pietre e legate e sciolte, delle quali egli alquanto s’intendea: le quali veggendo e di gran valor conoscendole, lodando Idio che ancora abbandonare non l’aveva voluto, tutto si riconfortò. Ma sì come colui che in piccol tempo fieramente era stato balestrato2 dalla fortuna due volte, dubitando della terza3, pensò convenirgli molta cautela avere a voler quelle cose4 poter conducere a casa sua: per che in alcuni stracci, come meglio poté, ravoltele, disse alla buona femina che più di cassa non aveva bisogno, ma che, se le piacesse, un sacco gli donasse e avessesi5 quella.
G. Boccaccio, Decameron, II, 4
1. la sconficcò: aprì la cassa.

2. fieramente ... balestrato: era stato colpito in modo esagerato.

3. dubitando della terza: non ritenendo possibile di essere colpito una terza volta.

4. quelle cose: le pietre preziose.

5. avessesi: si tenesse.
3. [Andreuccio da Perugia con uno stratagemma riesce a liberarsi dalla tomba in cui era rimasto rinchiuso]
Andreuccio, questo vedendo, in piè levatosi prese il prete per l’una delle gambe e fé sembiante di volerlo giù tirare. La qual cosa sentendo il prete mise uno strido grandissimo e presto dell’arca1 si gittò fuori; della qual cosa tutti gli altri spaventati, lasciata l’arca aperta, non altramente a fuggir cominciarono che se da centomila diavoli fosser perseguitati.

La qual cosa veggendo Andreuccio, lieto oltre a quello che sperava, subito si gittò fuori e per quella via onde era venuto se ne uscì della chiesa; e già avvicinandosi al giorno, con quello anello in dito2 andando all’avventura, pervenne alla marina3 e quindi al suo albergo si abbatté4, dove li suoi compagni e l’albergatore trovò tutta la notte stati in sollecitudine5 de’ fatti suoi. A’ quali ciò che avvenuto gli era raccontato, parve per lo consiglio dell’oste loro che costui incontanente6 si dovesse di Napoli partire; la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia tornossi, avendo il suo investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato.


G. Boccaccio, Decameron, II, 5
1. dell’arca: dal sepolcro (dell’arcivescovo).

2. con quello anello in dito: l’anello dell’arcivescovo.

3. alla marina: sul litorale.

4. si abbatté: capitò di nuovo.

5. stati in sollecitudine: rimasti in pensiero.

6. incontanente: subito, immediatamente.
4. Vi sono dunque, a me pare, due giornate «iniziali», che danno il tono a quelle che seguono: la seconda e la sesta (la quarta delinea a sua volta il gruppo dei casi d’amore); e le due grandi forze che ne risultano, signore del campo, sono la fortuna e l’ingegno; i casi vari e l’umana industria, come avverte Dioneo, quando gli tocca assegnare il tema della sua giornata e gli pare che in quei due termini sia esaurita tutta la materia del novellare.

Sono le linee maestre di quella morale semplice e pratica, che possiamo seguire fino al Machiavelli, il quale oppone, più reciso e più serio, Fortuna e Virtù; fino all’Ariosto, il quale sorride bonario: «Vincasi per fortuna o per ingegno...».

Ciò che l’uomo può fare, nel Decameron, quando le sue forze entrano sole nel giuoco, non è gran cosa: correggere lievemente la fortuna, essere arguto, industriarsi a godere, gabbare quanti se lo meritano...; in alcuni grandi esempi, per l’espressione più rara e signorile della sua «virtù», può dimostrarsi liberale e magnanimo.
F. Neri, Il disegno del «Decameron», in L. Caretti, G. Luti, La letteratura italiana per saggi storicamente disposti. Le origini, il Duecento e il Trecento, Mursia, Milano 1985
5. Quali che ne siano le premesse ideologico-religiose, essenziale è constatare che Boccaccio contempla il mondo, e conseguentemente lo rappresenta, come se fosse un mondo continuamente a rischio, in cui gli elementi di durabilità e di certezza (gli affetti, le stesse fortune mondane, i desideri e le aspirazioni) sono continuamente messi in crisi e stravolti e spesso spazzati via, da elementi di precarietà e d’incertezza (molte volte il caso puro, ma altre volte anche la tirannia delle convenienze e delle regole sociali o l’incredibile crudeltà degli uomini stessi). O non è la stessa “premessa” o “cornice” che dir si voglia del Decameron introdotta e determinata da un colossale “caso di fortuna” come la pestilenza, che, sconvolgendo in profondità ogni ordine costituito, rende necessario fondarne un altro, perché, a sua volta, la narrazione sia resa possibile in questo imprevisto spazio di libertà aperto dalla catastrofe?
Asor Rosa, Decameron di Giovanni Boccaccio, in Letteratura italiana. Le opere, a cura di A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1992


2 Ambito artistico-letterario

ARGOMENTO: La concezione dell’amore in Petrarca e Boccaccio


1.Nel caso di Francesco Petrarca non si può invece parlare di amore inteso come crescita spirituale, ma piuttosto come traviamento; il Canzoniere, raccolta di nugae (composizioni di poco conto) dedicate a Laura, sin dalla bipartizione (in vita / in morte di Madonna Laura) testimonia la volontà del poeta di allontanarsi da un amore vissuto come colpevole zavorra e impedimento alla crescita interiore, contrariamente a quanto accade per Dante. La passione per questa donna evanescente riempie ossessivamente il Canzoniere. […]Petrarca è considerato il fondatore della lirica moderna anche per questo: per aver trasposto nella poesia i conflitti e i tormenti dell’io.

Non è possibile parlare di sublimazione della donna e del rapporto amoroso neppure con Giovanni Boccaccio: indagatore dell’avventura terrena dell’uomo, Boccaccio già nelle opere antecedenti il Decameron (sopratutto nel Filostrato e nel Teseida) rappresenta l’amore principalmente come desiderio e convenienza; nel Ninfale d’Ameto rivisita il motivo stilnovistico della purificazione operata dall’amore, ma la copertura moralistica risulta davvero esigua se confrontata con la spregiudicatezza degli episodi narrati; ne L’amorosa visione il possesso fisico di Fiammetta risulta essere l’acme di un viaggio che inizialmente si propone come allegorico e conoscitivo. Anche nel Teseida gli iniziali intenti dell’autore (in questo caso la stesura di un poema epico) vengono scalzati dal desiderio di indagare gli effetti della potenza amorosa; ma, come ben testimonia anche L’elegia di Madonna Fiammetta, la fenomenologia d’amore cui fa riferimento Boccaccio corrode in senso realistico-borghese i codici dell’amore cortese e non lascia spazio ad alcuna idealizzazione.

[…] all’interno del Decameron l’amore occupa uno spazio privilegiato nella terza giornata, che racconta i casi in cui un personaggio recupera o ottiene la cosa che maggiormente desidera; è subito evidente come l’oggetto più ambito sia quello erotico, espressione diretta e spontanea della natura umana e dei suoi impulsi, incontenibili dalla cultura; specificatamente dedicate all’amore, drammatico o felice, sono invece le giornate quarta e quinta. L’amore è ancora protagonista di buona parte della giornata settima, dedicata alle beffe giocate dalle donne ai e risulta, quindi, il motore primo di tutti i comportamenti umani: per questo viene scandagliato con quel realismo e con tutta l’indulgenza che Boccaccio applica all’analisi dei multiformi casi della vita. Nel Corbaccio, opera della tarda maturità, l’autore esprime infine la volontà di allontanarsi dalla materia erotica, e snocciola impietosamente tutte le presunte magagne delle donne.[…] l’amore quindi acceca e rende folli, parere ironicamente sostenuto, quasi due secoli dopo, anche da Ludovico Ariosto.
Barberi-Squarotti, L’amore e la donna nel medioevo, in Contesti Letterari, Atlas
2. All'amore è ispirata la maggior parte delle novelle del Decameron. Tre intere giornate (III, IV e V) sono dedicate a questo tema. L'associazione donne - amore è esplicita fin dall'inizio, come è esplicita la volontà dell'autore di mettersi dalla loro parte. Le donne che amano costituiscono il pubblico privilegiato a cui si rivolge direttamente l'autore nell'introduzione (cfr. Dedica del Decameron alle donne). Nell'autodifesa Boccaccio ribadisce di voler rimanere fedele alle donne, cioè alla tematica amorosa: le Muse sono donne, non più intermediarie tra l'uomo e Dio, ma tra lo scrittore e la poesia. Le premesse teoriche di tale scelta sono enunciate sempre nell'Introduzione alla IV giornata: «gli altri e io che vi amiamo naturalmente operiamo; alle cui leggi, cioè della natura, voler contrastare troppo grandi forze bisognano, e spesse volte non solamente invano, ma con grandissimo danno del praticante si adoperano». L'amore è insomma una forza irresistibile della natura. Il richiamo alla natura come fondamento dell'amore era antico, ma Boccaccio ne sviluppa spregiudicatamente l'aspetto naturalistico: la natura diventa un concetto chiave che legittima la forza e la libertà dell'amore in tutte le sue forme sia contro la repressione religiosa e familiare, sia contro ogni astratta idealizzazione. L'amore è inoltre un bene e un valore in sé, a prescindere dagli effetti virtuosi di elevazione morale attribuitigli dalla concezione cortese e stilnovistica. Non esiste nel Decameron il conflitto tra spiritualità e sensualità, che è invece presente nella cultura del Trecento e diventa drammatico in Petrarca.

Questa idea dell'amore comporta una particolare valorizzazione del ruolo della donna e del rapporto tra i sessi. […]

Cade inoltre nel Decameron ogni distinzione tra amore onesto e amore per diletto: solo l'amore mercenario è condannato. […] Boccaccio supera decisamente i limiti della concezione cortese dell'amore: l'amore diventa una forza eversiva che tende a una potenziale democrazia tra i sessi e tra i diversi ceti sociali. Tuttavia, pur attraversando le barriere sociali, l'istinto erotico non arriva a mettere in discussione l'ordine borghese, ma solo i suoi aspetti autoritari e repressivi: la soluzione è l'integrazione sociale.[…]

In Boccaccio le donne per la prima volta nella nostra letteratura acquistano dignità di personaggi e una pluralità di esistenze concrete e differenziate secondo l'appartenenza ai vari ceti sociali. […]Anche nell'Introduzione al Decameron l'autore mostra una particolare attenzione alle condizioni di inferiorità e di costrizione familiare in cui vivono le donne agiate, pure loro subordinate all'autorità dei padri, dei mariti, dei fratelli, spesso rappresentati nelle novelle in ruoli oppressivi e crudeli. La donna del Decameron non è più la donna-angelo: è la donna borghese, che unisce la naturalità del popolo alla nobiltà d'animo cortese, l'amore all'intelligenza e all'ingegno. […]

La posizione di Boccaccio, dopo il Decameron, cambia bruscamente: l'abbandono della tematica erotica segna nel Corbaccio il rifiuto e la negazione della donna e una violenta ripresa di temi misogini. Questo mutamento è stato spiegato come un cambiamento di poetica. Tuttavia è anche un segno della precarietà di tale apertura al mondo femminile.
L'amore e la donna. Amore, rapporto tra i sessi e centralità della figura femminile: Luperini - Cataldi - Marchiani - Marchese - Donnarumma, La scrittura e l'interpretazione, 1/1, pp. 662-664)
3. Pace non trovo, et non ò da far guerra ;

e temo, et spero; e ardo, e sono un ghiaccio ;

et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;

e nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.


Tal m'à in pregion, che non m'apre né serra, 5

né per suo mi riten né scioglie il laccio;

e non m'ancide Amore, et non mi sferra,

né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio.


Veggio senza occhi, e non ò lingua et grido;

et bramo di perire, et chieggio aita; 10

e ò in odio me stesso, et amo altrui
Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte e vita:



in questo stato son, donna, per voi
F.Petrarca, Canzoniere (CXXXIV)





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