Non è IL Vangelo che cambia, siamo noi che lo capiamo sempre meglio



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Bellezza e spiritualità dell’amore coniugale

Giulia Paola Di Nicola-Attilio Danese

"Non è il Vangelo che cambia,

siamo noi che lo capiamo sempre meglio"

(dal Diario di Giovanni XXIII)

Premessa

Dopo un’attesa particolarmente attenta dell’opinione pubblica, la pubblicazione dell’Esortazione Amoris laetitia (8.IV.2016) ha incontrato, come e più del solito, l’accoglienza entusiasta di chi attendeva una parola nuova e le critiche di chi non avrebbe voluto distaccarsi affatto dall’applicazione pura e semplice della dottrina. Questi ultimi, freddini nei commenti, hanno temuto concessioni a relativismo, individualismo, permissivismo… Alcuni hanno denunciato discontinuità, altri hanno forzato la continuità col Magistero di sempre, chiudendo gli occhi sulle ‘cose nuove’ che l’Esortazione annuncia, sulla base del Vangelo. Sorprende che alcuni tra i cattolici fedelissimi alla dottrina, non abbiano dimostrato altrettanta fedeltà al Papa, proprio quando, al contrario, gli anticlericali ne assumono le difese.

E’ certo comunque che innumerevoli famiglie sparse nel mondo hanno ringraziato Papa Francesco per aver elevato un canto all’amore sponsale, facendo proprio lo sguardo amorevole e misericordioso del Padre celeste sulle Sue creature. E’ con queste famiglie che vogliamo rileggere con voi alcune gemme che l’esortazione ci ha regalato.

1. L’ ‘estasi’ dell’eros

Tra i temi trattati, particolarmente significativo è l’accento posto sulla coniugalità. L’incipit già dice che si tratta di una ‘sinfonia dell’amore’, che valorizza l’attrazione naturale tra l’uomo e la donna e dunque l’eros, come il Creatore lo ha iscritto nella differenza sessuale. Rispetto alla storica insistenza del Magistero sull’intero nucleo famigliare e sulla procreazione, Papa Francesco mette in luce la centralità della coppia uomo donna che si ama e si promette fedeltà e cura reciproca. Pur ricollegandosi al Magistero precedente (specie alla Familiaris Consortio), si sofferma più intensamente sull’alleanza io-tu che costituisce il noi, fondamento sia del nucleo familiare sia della procreazione. L’incontro, la comunicazione, l’attrazione sono al cuore della relazione sponsale: «È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è "il primo dei beni…". O anche, come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici, in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […]. Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia» (AL, 12-13). Confessando i propri sentimenti, ciascuno chiede e provoca il sorriso dell’altro, inviando messaggi di complicità e confidando – senza affatto pretenderlo – di essere ricambiato (“Amor ch’a nullo amato amar perdona”1). Se ci si sposasse senza sincerarsi di tale reciprocità di sentimenti e impegni, si metterebbero le premesse del fallimento, venendo a mancare l’equilibrio della circolarità dell’amore sponsale.

Il risalto dato all’eros va collegato alle preziose riflessioni di Benedetto XVI al n. 5 della Deus caritas est: «…l'eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni» e al n. 7: «Nel dibattito filosofico e teologico… tipicamente cristiano sarebbe l'amore discendente, oblativo, l'agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall'amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall'eros... In realtà eros e agape… non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro… Anche se l'eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente - fascinazione per la grande promessa di felicità - nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro... Così il momento dell'agape si inserisce in esso; altrimenti l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può - come ci dice il Signore - diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Cristo Gesù, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)».

In questa prospettiva antropo-teologica che avvicina cielo e terra, tutto ciò che riguarda l’amore carnale assume una luce nuova e positiva, anche alla luce delle conquiste culturali del Novecento sull’affettività e sulla sessualità: il bacio, la carezza, l’amplesso non sono solo soddisfacimento egocentrico delle pulsioni, ma anche un propulsore del dinamismo messo in atto dalla natura verso l’amore altruistico. L’eros è la condizione di partenza del viaggio. Si tratta di una virata di bordo rispetto alle diffidenze tradizionali nei confronti della sessualità, vista come tentazione (per non parlare del matrimonio come ‘remedium concupiscentiae’). Il Papa si spinge nell’autocritica: «...dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica... spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione. Né abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete» (AL, 36).

Tale approccio positivo alla sessualità - niente affatto ingenuo - mette "sul candelabro" la bellezza dell’unione intima con quel tu amato di cui si apprezza il valore infinito: «La bellezza - “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche - ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà» (AL, 127).

Lei e lui, separatamente e insieme, spinti dalla passione e sostenuti dal desiderio di far felice l’altro - e al contempo se stessi - fanno un percorso a tappe verso l’agape, in un equilibrio altalenante tra gratificazioni e ostacoli, conquiste e fallimenti, momenti egoistici e altruistici. Divengono così cesellatori dell’arte di amare, nel modo in cui l’altro vuole essere amato, sapendosi ritirare se il dono non è gradito. Come intuiva Platone, l’amore è ‘divino’ nella misura in cui si nutre di rispetto, consenso, pudore. «Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»2.

L’amore conduce all’esercizio di tutte le virtù, infatti amandosi imperfettamente, gli sposi tendono all’amore perfetto, che Papa Francesco declina partendo dall’intramontabile inno alla Carità di S. Paolo (1 Cor 13,4-7; cf AL, nn. 90-119) di cui fa "una vera e propria esegesi attenta, puntuale, ispirata e poetica” attraverso le lenti di una coppia di sposi. Il viaggio non è esente da sofferenze: due sposi che fanno dell’amore un progetto di vita si espongono a rifiuti, ostacoli, fallimenti, ma s’impegna a mantenere la promessa di non rompere l’alleanza e continuare ad amare.

Innumerevoli passaggi dell’esortazione sembrano rispondere alla domanda di qualità delle giovani coppie, le quali non sopportano un matrimonio ‘puntuale’, finalizzato alla sistemazione, ridotto a routine, impolverato dall’indifferenza; temono troppo la mancanza di rispetto, la strumentalizzazione, la violenza3. Vogliono scommettere sulla possibilità effettiva di regalarsi una vita felice, pur non avendo garanzie di riuscita di fronte ad eventi imprevisti e ai mutamenti che potranno intervenire nell’identità e nei contesti di vita. L’altezza della posta in gioco, che nell’AL rimanda chiaramente all’amore divino e trinitario, non dovrebbe spaventare né accentuare l’irenismo della famiglia sempre felice dello spiritualismo e della pubblicità, ma presentare realisticamente l’infinità varietà di tappe felici e dolorose, invitando ad insistere nell’amare per trasformare i conflitti in risorse per nuovi e più profondi orizzonti: «Poche gioie umane sono tanto profonde e festose come quando due persone che si amano hanno conquistato insieme qualcosa che è loro costato un grande sforzo condiviso» (AL, 130). L’esperienza e le sofferenze incontrate nella vita insegnano ad amare, giacchè, come dice Ingmar Bergman in un suo film: “all’Università non ci hanno insegnato ad amare”.

Parimenti significativa in AL è la valorizzazione della gioia: «Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore. E’ una decisa distinzione dall’imperativo etico kantianamente inteso ( ‘tu devi” come “una catena che blocca la libera espansione di sé” e soffoca la sensibilità e l’affettività) e dal piacere ossessivo, che rinchiude il rapporto in una sola dimensione e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, allarga la capacità di godere e permette di trovare gusto in realtà varie, anche nelle fasi della vita in cui il piacere si spegne. Per questo san Tommaso diceva che si usa la parola “gioia” per riferirsi alla dilatazione dell’ampiezza del cuore»4. Papa Francesco ricorda il film Il pranzo di Babette, in cui la generosa cuoca sa suscitare la gioia dei convitati che la ringraziano e lodano: «Come delizierai gli angeli!». «Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda se stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui» (AL, 129).

La gioia va custodita e richiede di “scegliersi a più riprese» (AL, 163), soprattutto oggi, dato l’aumento delle aspettative di vita - i coniugi restano insieme per cinque o sei decenni – e la necessità di rinnovare i registri dell’amore: «Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita. Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità» (AL, 163). Ciò vale soprattutto quando l’altro è sfigurato dalla vecchiaia e dalla malattia: «L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili. Lo sguardo che apprezza ha un’importanza enorme e lesinarlo produce di solito un danno. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per essere considerati e tenuti in conto! Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci… L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano» (AL, 128). Chi ama sa contemplare la bellezza e la sacralità dell’amato anche quando è “fisicamente sgradevole, aggressivo o fastidioso”, continuando a ‘scrivere’ una vita a due: «Ognuno, con cura, dipinge e scrive nella vita dell’altro» (AL, 322).



2. Antiperfettismo

Papa Francesco raccomanda a chi avvicina le famiglie l’approccio realistico, capace di cogliere il mix di gioie e dolori, tensioni e riposo, oppressioni e liberazioni, fastidi e piaceri, evitando il linguaggio ‘perfettista’: «Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare... Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti» (AL 325). Egli preferisce evitare le distinzioni tradizionali tra famiglie "regolari" e "irregolari" per abbracciare come Chiesa tutti e condividere la sofferenza delle coppie che vivono storie non facilmente catalogabili: «Sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (AL 296).

L’AL trasuda la chiara convinzione che senza la carità e la misericordia la verità può divenire capestro (ciò non comporta l’“etica della situazione” e l’“individualismo etico”). L’imperfezione è vista come una comune condizione di tutti gli esseri umani, il che ci impone di non fare della dottrina una barriera insormontabile, giacché: «ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma» (AL 304). Sono proprio misericordia e fiducia le molle del vero amore che sollecita alla fedeltà assecondando l’esigenza della persona – e vale la reciproca - di essere amata per sempre nella fiducia che l’altro corrisponderà, oltre il rispetto e la giustizia, per straripare nella donazione della vita (Gv 15,13), come chiede il Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», Mt 10,8» (AL, 102). Chi dice ‘Ti amo’ si stima capace di spendere la propria vita con e per l’altro e si consegna nella sua nudità, al di là dei paludamenti del prestigio sociale, ritenendo un onore poter contribuire al suo essere. E’ come se dicesse: “Tu vali molto. Io ho piena fiducia in te e la mia felicità sta nel poterti far felice”. «L’amore di amicizia - ripete il Papa sulle orme di San Tommaso - si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” che ha l’altro»5. Tale fiducia va riconfermata di fronte ai piccoli-grandi errori in cui l’altro può incorrere, ai difetti resi odiosi e insopportabili dalla persistenza nel tempo, ripetendo: “Tu vali più degli errori che hai commesso”.

Gli sposi alimentano così un capitale sociale di fiducia, un tesoro che nasce dall’investimento reciproco e che riversa positività a cascata sulla società e sulla Chiesa. La fiducia è infatti la base della convivenza umana ed anche dell’economia: se tutti ritirassero la fiducia da una banca, una scuola, una nazione, queste istituzioni crollerebbero. Così è per il matrimonio: ciascuno, investendo il suo capitale, ossia la sua stessa persona, su un essere particolare, scommette sulla propria capacità di amarla per sempre senza che l’io si annulli nel tu, né lo invada e inglobi: «Questa stessa fiducia rende possibile una relazione di libertà (AL, 115). L’amore non guarda alla quantità, come scrive S. Weil: «L'amicizia consiste nell'amare un essere umano come si vorrebbe poter amare in particolare ciascuno di quelli che compongono la specie umana. Come un geometra riguarda una figura particolare per dedurre le proprietà universali del triangolo, allo stesso modo, colui che sa amare dirige su un essere umano particolare un amore universale»6.

Troppo frequentemente purtroppo tra i credenti si constata il contrasto tra pratica religiosa - frequenza ai riti, preghiera… - e insufficiente capacità di amare in famiglia, quando non si compiono ingiustizie e violenze, quasi fossero tollerabili sotto l’ombrello dell’istituzione civile e\o sacramentale. Un dato che non cessa di allarmare è che la famiglia, fulcro della vita d'amore, si tramuta nel suo contrario, “covo di vipere”, come diceva F. Mauriac, luogo da cui difendersi, per salvare il senso della dignità, la vocazione professionale e/o reli­giosa. Non si può essere “stolti” nell’amore e incoraggiare una oblatività a senso unico, che finirebbe col danneggiare se stessi, l’altro e la tenuta del matrimonio. Perciò in un breve ma incisivo paragrafo, il Papa condanna la violenza contro le donne come ‘codardia’ e ‘vergogna’ di una falsa mascolinità, con una presa di posizione che raramente si ascolta dalla bocca dei predicatori della Domenica: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico – egli scrive - c’è ancora molto da crescere in alcuni Paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale» (AL, 54). Il Papa accenna anche alle mutilazioni genitali, all’ “utero in affitto”, alla “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica” per poi concludere plaudendo allo stile di reciprocità (parola preferibile a ‘complementarietà’7), comprensiva del riconoscimento dei diritti e della dignità, significativamente interpretati come frutti dello Spirito: «C’è chi ritiene che molti problemi attuali si sono verificati a partire dall’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, ‘è una falsità, non è vero. E’ una forma di maschilismo’8. L’identica dignità tra l’uomo e la donna ci porta a rallegrarci del fatto che si superino vecchie forme di discriminazione, e che in seno alle famiglie si sviluppi uno stile di reciprocità. Se sorgono forme di femminismo che non possiamo considerare adeguate, ammiriamo ugualmente l’opera dello Spirito nel riconoscimento più chiaro della dignità della donna e dei suoi diritti» (AL, 54).

Nell’accostare gli sposi, non si possono trascurare le famiglie cosiddette ‘normali’, onde prevenire possibili fallimenti: “Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307). Quel che viene in evidenza nello spirito dell’esortazione è l’approccio amichevole ad ogni persona nell’ascolto del vissuto della sua affettività. Si tratta di accompagnare le famiglie, da fratelli e servitori, le famiglie (“carità famigliare”), tutte variamente alle prese con percorsi accidentati che richiedono orecchie attente e mani operose, ossia una Chiesa vicina che non scarta nessuno, tanto meno in nome di Dio. Traspare il sogno di una Chiesa capace di donare pienezza di gioia in ogni situazione di imperfezione: «Contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette anche di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo… Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa» (AL, 325).

Rispetto alle analisi lamentose e apocalittiche sui mali delle famiglie si sentiva il bisogno di uno sguardo positivo, ricco di misericordia e gioioso!

3. Spiritualità e gioia

L’esortazione intreccia continuamente l’analisi delle dinamiche relazionali e i riferimenti analogici all’amore divino, in un parallelismo lontano da ogni automatismo. Se Dio è unico, diverse sono le spiritualità che lo riflettono, come la storia e i santi dimostrano con i loro specifici approcci. Papa Francesco, dopo aver chiarito che «La famiglia non è qualcosa di estraneo alla stessa essenza divina» (AL, 11), scrive: «coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica» (AL 316). Tale percorso non viene indirizzato verso esercizi ascetici, devozionismi e preghiere, ma viene centrato sulla carità che illumina le reali condizioni di vita, i contesti, le pulsioni, le dinamiche relazionali. Giustamente molti sono rimasti colpiti dalla capacità di introspezione psicologica che segna l’esegesi paolina, dato che il Papa, facendo tesoro della sua esperienza pastorale, si mette nei panni degli uomini e delle donne che si amano, entra nel mondo delle loro emozioni - positive e negative – rispettando il sacrario delle coscienze e della loro ‘stanza nuziale’.

Papa Francesco raccomanda concretezza a coloro che hanno la tendenza a essere “teorici, idealisti”, puntando frettolosamente sull’amore oblativo e sull’amicizia spirituale. Chiede di non presentare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (AL 36). Gli sposi non dovrebbero sentirsi schiacciati dalla perfezione esemplare di quei personaggi della Chiesa, fondatori, consacrati, donne e uomini carismatici, chiamati ad un’altra missione e percepiti spesso come irraggiungibili, benché venerati. Per tutti vale ciò che chiede Gesù: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, ma guai a giudicare un qualunque essere umano sul registro della perfezione divina; così pure: “non c'è amore più grande che quello di chi dà la vita per coloro che ama” (Gv 15,13), ma sarebbe pretenzioso giudicare peccatore chi non ce la fa a sacrificare la sua vita per l’altro. A ciascuna persona e a ciascuna coppia il suo ritmo. Si può solo aiutarla a ripulire la coscienza dalla polvere del mondo, in modo da riuscire a cogliere i sussurri, latenti e imperiosi, dello Spirito.

Il tono è di meraviglia e di gioia, ma non si tratta di una sviolinata; i ‘passi dell’amore’ alla ricerca di una qualità sempre migliore richiedono l’attenzione a compiere bene i piccoli gesti quotidiani come ad affrontare gli eventi imprevisti. Chi ama sa che non può essere una moglie o un marito felice sulla base di una proclaamazione, ma facendo felice l’altro nelle occorrenze e nei bisogni della quotidianità. Si può progredire così sino al dono di sé, anche senza una esplicita intenzione e senza richiamarsi alla spiritualità, semplicemente obbedendo ciascuno all’altro, anzi facendo concretamente ciò che si sa essere nei suoi desideri. E’ l’amore stesso che indica la strada e attira all’incontro con la fede chi non l’ha e alla verifica della fede chi ritiene di averla. Ogni gesto feriale appare sacro, superando la contrapposizione tra sacro e profano, tra evento solenne e feriale, giacché niente appare secondario agli occhi dell’amore e della fede: «i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della Sua Risurrezione» (AL, 317).

La spiritualità non è un traguardo, uno status che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo perenne fatto di progressi e regressi. Papa Francesco mette in guardia dal disagio che può provocare l’esemplarità assoluta della famiglia di Nazareth e del rapporto Cristo Chiesa: «non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”» (AL 122). Il rispetto alla legge della gradualità in ogni percorso delle anime impone di non sorvolare sulla quotidiana «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126). Ciò vale anche nel rapporto con i figli, come un invito a non premere l’acceleratore ma educarli rispettando le tappe dei loro percorsi, in modo che possano sentirsi “compresi, accettati e apprezzati» (AL 271).

Ascoltando le esperienze, occorre provare empatia per chi ci consegna frammenti di alterne fasi della vita a due, con il mix di momenti irenici e conflittuali, gratificanti e frustranti, trionfali e fallimentari, talvolta abbandoni e riunificazioni. L’avventura spirituale della coppia procede secondo un suo ritmo e passando attraverso morti e resurrezioni si eleva dalla terra verso il cielo « C’è una chiamata costante che proviene dalla comunione piena della Trinità, dall’unione stupenda tra Cristo e la sua Chiesa, da quella bella comunità che è la famiglia di Nazareth e dalla fraternità senza macchia che esiste tra i santi del cielo» (AL, 352).

La gradualità non nega affatto la meta, ma accetta la croce del tempo, in una dialettica che evita da una parte l’appiattimento realistico e dall’altra lo svolazzamento idealistico. Perciò il Papa sottolinea la virtù della pazienza («La carità è paziente») liberandola da alcuni fraintendimenti: “Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (AL, 92).

E’ oltremodo opportuno questo richiamo congiunto alla pazienza e alla difesa della persona. Quando la dignità viene offesa e calpestata proprio dal coniuge, quale credibilità può avere il sacramento dell'amore? Come si può insegnare ai figli il rispetto, la cura, la donazione all'altro se tra mamma e papà prevalgono prepotenze e indifferenza, se si tradiscono e picchiano gettando i figli nell’angoscia? I genitori che amano i loro figli e non vogliono perdere autorevolezza fanno del tutto per controllare gli sfoghi dell’ira: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31).

L’amore paziente non può limitarsi all’autocontrollo, ossia a reprimere comportamenti negativi; implica l’arte di prevenire i desideri dell’altro e di comunicare sapientemente studiando la personalità dell’altro, le ra­gioni del suo pensare e agire. Molti conflitti potrebbero evitarsi esercitandosi in questo compito ermeneutico indelegabile della comprensione del linguaggio dell'altro, valorizzando l’intuizione, l’intelligenza, gli strumenti cognitivi delle scienze umane, sempre restando diffidenti verso il rischio di dare per scontata la pretesa di pensarlo a "nostra immagine". La fede invita a «contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei» (AL, 323). Proprio l’essere a immagine di Dio protegge da ogni pretesa di controllo, dominio, strumentalizzazione. Questa alterità mai catturabile di ogni essere umano è un invito a sempre riaprire il dialogo, a non chiudere le porte al perdono che consente all’amore di rinascere.

La pazienza non riguarda soltanto le offese importanti, i tradimenti, le trascuratezze, ma anche la capacità di tollerare i limiti, le piccole fissazioni, le delusioni, le manìe che il tempo talvolta rende in­sopportabili. Essa «si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato» (AL, 92).

Il Papa aggiunge una ulteriore caratteristica della pazienza: essa non può essere inerme. Contiene in sé la forza di una virtù attiva, che spera e costruisce, mentre attende fiduciosa: «Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza”, nominata al primo posto, non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”» (n. 93). Concretamente, «È buona cosa darsi sempre un bacio al mattino, benedirsi tutte le sere, aspettare l’altro e accoglierlo quando arriva, uscire qualche volta insieme, condividere le faccende domestiche» (AL, 220).

Non si può sottacere che taluni modelli di spiritualità - che talvolta traspaiono anche nelle liturgie ecclesiali - usano contenuti e linguaggi tipici di altri tempi e si rivolgono a persone individualmente consacrate, secondo spiritualità di taglio monastico, poco adatte alla vita di famiglia. Non si tratta di una rivendicazione di dignità rispetto alla gerarchia delle vocazioni (gli ‘eletti’ e gli ‘scartati’? I ‘consacrati’ e gli ‘sconsacrati’ come diceva I. Giordani?) ma del rispetto delle differenti chiamate di Dio. Non si possono applicare ai coniugi modelli di una vocazione verginale che non è propriamente la loro, a cui fanno fatica a conformarsi, ivi compreso il modo di considerare la maternità, l’invito ad esercitarsi individualmente sulle virtù, a ritmare il tempo per i salmi, a lavorare sulla propria anima. Tutto ciò non sempre si accorda con l’impegno prioritario ad amare che scaturisce dal patto nuziale. Non pochi praticanti conoscono gli effetti boomerang provocati da questo travaso di spiritualità dai vergini agli sposi, quali si riscontrano talvolta in certe coppie di sposi così poco attrattive con mogli dedite alla parrocchia, sciatte e pie, che in famiglia creano un clima decisamente non ottimale; così pure diaconi, impeccabili sull’altare e così poco collaborativi in casa.

In situazioni particolari, gli sposi dovrebbero sospendere certe buone pratiche religiose, pur di soccorrere alle necessità dei propri cari al fine di mantenere l’unità in primis con colui\colei che agli occhi della fede è “vicario” del Cristo stesso. La carità va dunque ordinata prioritariamente a quel tu scelto come compagno\a di vita. Chi intende accompagnarle nel cammino di spiritualità deve comprendere il valore di quella che Maria Corsini Beltrame chiamava “euritmia”9, ossia quella sintonia del ‘noi’, che esige il distacco dall’io (obbedienza reciproca), dai beni individualmente desiderati, da amici e parenti ricercati per la propria gratificazione e, stando al Vangelo, anche dall’accostarsi all’altare: “Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23). Sarebbe distorsivo applicare a due sposi certe forme di obbedienza richieste ai monaci, perché nella coppia non c’è un superiore ed entrambi devono accordarsi per meglio custodire l’amore e servire al bene di ciascuno e della famiglia nel suo insieme. Le virtù richieste ai vergini di per sé valgono anche per gli sposi, ma in modo diverso e più relazionale, in accordo con la loro vocazione alla comunione sponsale, tesa ad entrare nella mente e nel cuore dell’altro tenendo conto delle sue tendenze, delle abitudini acquisite, delle domande latenti, dei segni di fragilità, dei silenzi, della vocazione, rallentando o accelerando per sincronizzarsi sui passi dell’altro.

Da non sottovalutare al riguardo la raccomandazione di Papa Francesco circa la formazione dei sacerdoti: «ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie» (AL 202), nonché l’invito a coinvolgere le famiglie (cfr AL 203) con l’aggiunta che "può essere utile" l'apporto delle donne (AL 202). Gli sposi che si promettono fedeltà hanno bisogno di essere rafforzati da testimoni che li rassicurino sulla presenza del Cristo tra loro, il quale prende in mano le sorti del matrimonio nelle necessità concrete e nel cammino di purificazione dall’egoismo, dai sentimenti di ostilità e di vendetta, derive sempre possibili quando l’amore si trasforma nel suo opposto. Perciò, nonostante le cadute, le fragilità, l’incapacità di corrispondere ad un ideale alto di coniugalità, tutti gli sposi che accettano di camminare nell’amore, che lo riconoscano o meno, hanno per compagno e guida il Cristo stesso, e lasciano trasparire in filigrana quel “mistero grande” di cui parla S. Paolo, destinato a imitare quaggiù la vita trinitaria di lassù. Dal Cristo essi si aspettano quel ‘di più’ di gioia promessa agli amici: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 11).

4. Le perle della carità coniugale

Altre ‘perle’ dell’amore coniugale ci consegna Papa Francesco seguendo S. Paolo:



La Carità non è invidiosa, non si vanta né si gonfia. L’invidia si manifesta nella tristezza per ciò che di buono accade ad altri: dimostra che non ci interessa la loro felicità, poiché siamo concentrati sul nostro benessere. Frustrazione, compensazione, incapacità di sopportare i propri limiti sono processi che possono indurre a desiderare che anche l’altro subisca le nostre prove e provare invidia per i suoi successi. Di contro: nell’amore non c’è posto per dispiacersi del bene dell’altro (cfr At 7,9; 17,5); «L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità» (AL,96). La famiglia è proprio il luogo in cui ci si aspetta che chiunque faccia qualcosa di buono e abbia successo, provochi gioia e condivisione (AL, 110). Dio ama quanti sanno rallegra della felicità dell’altro e accettano che ciascuno faccia una strada distinta dalla propria (AL, 95). Costoro divengono “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”10. Diversamente ci condannano “a vivere con poca gioia, dal momento che, come ha detto Gesù, «si è più beati nel dare che nel ricevere!” (At 20,35), ovvero: «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7).

La Carità non manca di rispetto… non si adira. Momenti di disunità vanno messi in conto: moti di orgoglio, difesa di sé e dei propri interessi, scatti d’ira, ri­picche uccidono l’unità. Scagliarsi contro il “colpevole”, scambiarsi accuse significa farsi del male. Per un buon matrimonio è indispensabile imparare a tenere sotto controllo l’escalation della collera e trasformarla in un confronto civile e costruttivo, come pure darsi delle “regole” minime per i momenti di conflitto, da concordare nei momenti di serenità, possibilmente prima del matrimonio, da fidanzati. Nell’ottica della prevenzione, il Papa rimbalza l’invito di Paolo a non alimentare l’ira: «Non lasciarti vincere dal male» (Rm 12,21). Chi ama non colpevolizza l’altro, perché è consapevole anche dei propri limiti. Una cosa è sentire la forza dell’aggressività che erompe di fronte ad un’offesa e altra è acconsentire all’ira e lasciare che essa ci domini: «Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). «Alimentare l’aggressività intima (ira) non serve a nulla. Ci fa solo ammalare e finisce per isolarci. L’indignazione è sana quando ci porta a reagire di fronte a una grave ingiustizia, ma è dannosa quando tende ad impregnare tutti i nostri atteggiamenti verso gli altri» (AL, 103).

Detto in positivo, l’amore si sforza di essere amabile e rivolgersi all’altro con squisita delicatezza per non ferirlo: «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»11; “Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano” (AL, 100). Lei e lui ce la mettono tutta per rendersi amabili «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano»12 (AL, 99), perché l’amore « non opera in maniera rude… scortese... I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri» (AL, 99); risponde al male col bene, lavorando per ristabilire la pace perché non sopporta che regni l’inimicizia. Un tale amore contagia tutti quelli che incontra, giacché nessun essere umano può vivere degnamente se non è amato, se non è inserito in una famiglia, che sia essa natu­rale o di elezione, di sangue o di appartenenza ideale, visibile o invisibile.



Il perdono possibile. Sta a ciascuno dei partner cercare di ridurre i danni dei litigi evitando, personalmente e come coppia, le sofferenze inutili, che possono diventare atroci quando passano giorni e giorni di assordante silenzio, di musi lunghi, di colpi più o meno bassi. Il dono dell’amore può e deve mettere in conto il perdono, conditio sine qua non della convivenza in generale e del matrimonio cristiano in particolare. Si è parlato in proposito di “Patto degenerativo”, diretto a difendersi da livelli di aggressività e dall’esplosione irruenta di emozioni negative. Si dovrebbe valorizzare soprattutto il “Patto rigenerativo” ossia la reale possibilità di ricominciare nella via dell’amore. Se non lo si fa «la nostra vita in famiglia cesserà di essere un luogo di comprensione, accompagnamento e stimolo, e sarà uno spazio di tensione permanente e di reciproco castigo» (AL, 108).

La comunione familiare esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione. Il perdono nella coppia non è un fatto eccezionalmente legato ad eventuali tradimenti, da sopportare eroicamente. Basta un malinteso perché esplodano quotidianamente piccoli litigi passibili di ingrossarsi a valanga e raggiungere il buco nero della comunicazione. E’ doveroso per gli sposi metterlo in contro e impegnarsi a prevenirlo, pur sapendo che sarà per molti versi inevitabile e finanche vitale: se si litiga si continua a sentirsi legati, non si è indifferenti. Come fare la pace? « Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così, e l’armonia familiare torna. Basta una carezza, senza parole» (AL, 104). Anche se restano degli aspetti da discutere, è bene compiere piccoli atti di solidarietà che assicurino il partner della permanente sintonia di fondo, di voler restare al proprio posto nonostante tutto, attendendo pazientemente la piena riconciliazione e la rinascita dell'amore. Se proviamo a domandarci quali sono le coppie riuscite nella vita matrimoniale e quali le ragioni, ci accorgiamo che non è il conflitto a far fallire la promessa matrimoniale, ma l’incapacità di gestirlo, di negoziare nuove regole, di perdonarsi rigenerando l’alleanza matrimoniale13.

Non sempre è opportuno applicare senza mediazione il comandamento del perdono, se non si creano le condizioni di dispo­nibilità interiore che impediscono alla parola o al gesto di riconciliazione di appa­rire piuttosto come un ghigno, una smorfia, uno sforzo puramente muscolare. Per perdonare occorre la pazienza del tempo che evita le trappole di un perdono confuso troppo in fretta con l’oblio; è vero che la carità eccede la giustizia, ma non si sostituisce ad essa. Non si può nemmeno perdonare se c’è oblio, se a chi è stato umiliato non viene resa la parola che ricostruisce il suo punto di vista. Sarebbe ciò che Jankélévitch chiamava il "perdono smemorato", frutto della leggerezza e dell’indifferenza14.

Non bastano ragionevolezza e buona volontà; c'è bisogno di misericordia e di Grazia per superare l’analisi delle ragioni e dei torti; è necessario che uno i coniugi divenga motore ca­pace di porre gesti di solidarietà anche indipendente­mente (ma non indifferen­temente) dall'atteggiamento dell'altro, per riaccendere un amore che appare spento, divenendo protagonista per la propria parte di quel processo di rigene­razione indispensabile a combattere la necrosi dell’amore. Conferma Francesco:«Questo presuppone l’esperienza di essere perdonati da Dio, giustificati gratuitamente e non per i nostri meriti. Siamo stati raggiunti da un amore previo ad ogni nostra opera, che offre sempre una nuova opportunità, promuove e stimola. Se accettiamo che l’amore di Dio è senza condizioni, che l’affetto del Padre non si deve comprare né pagare, allora potremo amare al di là di tutto, perdonare gli altri anche quando sono stati ingiusti con noi»(AL, 108).

Se il perdono non può cambiare ciò che è accaduto, può però trasformare il suo significato, liberan­dolo dal peso della colpevolezza che paralizza i rapporti. Siamo e restiamo eredi del passato, ma possiamo alleggerirne il peso, lenirne le sofferenze con la potenza dell'amore e talvolta anche trasfigurarle in più abbondanti risorse e più approfonditi legami (si pensi a certe crisi matrimoniali superate). La vita della coppia viene riscaldata, salvata dall’irrompere di questo flusso di gratuità, giacché è inevitabile che prima o poi ciascuno dei due, anche involontariamente, ferisca l'altro.

Anche saper chiedere perdono al coniuge e ai figli è essenziale alla vita di famiglia. Francesco spiega: «Oggi sappiamo che per poter perdonare abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza liberante di comprendere e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri sbagli, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno fatto perdere l’affetto verso noi stessi. Questo ci induce… a riempirci di paure nelle relazioni interpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo. C’è bisogno di … perdonarsi, per poter avere questo medesimo atteggiamento verso gli altri» (AL, 107). Infatti: : «Chi è cattivo con sé stesso con chi sarà buono? [...] Nessuno è peggiore di chi danneggia sé stesso», Sir 14,5-6» (AL, 101).



Il perdono reclama umiltà: «per poter comprendere, scusare e servire gli altri di cuore, è indispensabile guarire l’orgoglio e coltivare l’umiltà... La logica dell’amore cristiano non è quella di chi si sente superiore agli altri e ha bisogno di far loro sentire il suo potere, ma quella per cui “chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore”, Mt 20,27» (AL, 98). «Vale anche per la famiglia questo consiglio: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili», 1 Pt 5,5» (AL, 98).

La carità tutto scusa. S. Paolo completa il suo inno con quattro totalità: “Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Secondo Papa Francesco «può significare “mantenere il silenzio” circa il negativo che può esserci nell’altra persona. Implica limitare il giudizio, contenere l’inclinazione a lanciare una condanna dura e implacabile. «Non condannate e non sarete condannati» (Lc 6,37). Benché vada contro il nostro uso abituale della lingua, la Parola di Dio ci chiede: «Non sparlate gli uni degli altri » (Gc 4,11). “Soffermarsi a danneggiare l’immagine dell’altro è un modo per rafforzare la propria, per scaricare i rancori e le invidie senza fare caso al danno che causiamo. Molte volte si dimentica che la diffamazione può essere un grande peccato, una seria offesa a Dio, quando colpisce gravemente la buona fama degli altri procurando loro dei danni molto difficili da riparare» (AL, 112). La maldicenza nella coppia provoca danni spesso irreparabili perché coinvolge parenti, amici e conoscenti, rendendo molto più difficile ritornare a bene-dire dell'altro. «Gli sposi che si amano e si appartengono, parlano bene l’uno dell’altro, cercano di mostrare il lato buono del coniuge al di là delle sue debolezze e dei suoi errori. In ogni caso, mantengono il silenzio per non danneggiarne l’immagine. Però non è soltanto un gesto esterno… neppure l’ingenuità di chi pretende di non vedere le difficoltà e i punti deboli dell’altro, bensì… ricorda che tali difetti sono solo una parte, non sono la totalità dell’essere dell’altro… si può accettare con semplicità che tutti siamo una complessa combinazione di luci e ombre. L’altro non è soltanto quello che a me dà fastidio. È molto più…non pretendo che il suo amore sia perfetto per apprezzarlo. Mi ama come è e come può, con i suoi limiti, ma il fatto che il suo amore sia imperfetto non significa che sia falso o che non sia reale. È reale, ma limitato e terreno…non potrà né accetterà di giocare il ruolo di un essere divino né di stare al servizio di tutte le mie necessità. L’amore convive con l’imperfezione, la scusa, e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata» (AL, 113).

Ha fiducia (tutto crede). La re­ciprocità coniugale è frutto di reiterate azioni di fiducia, in una rifondazione perenne, bene indicata dall'espressione "sposarsi più volte nella vita". Sottolinea papa Francesco che la fiducia: «rende possibile una relazione di libertà. Non c’è bisogno di controllare l’altro, di seguire minuziosamente i suoi passi, per evitare che sfugga dalle nostre braccia. L’amore… rinuncia a controllare tutto… rende possibili spazi di autonomia, apertura al mondo e nuove esperienze, permette che la relazione si arricchisca e non diventi una endogamia senza orizzonti. In tal modo i coniugi, ritrovandosi, possono vivere la gioia di condividere quello che hanno ricevuto e imparato al di fuori del cerchio familiare. Nello stesso tempo rende possibili la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri confidano in lui e ne apprezzano la bontà di fondo, allora si mostra com’è, senza occultamenti» (AL, 115). Infine: «permette che emerga la vera identità dei suoi membri e fa sì che spontaneamente si rifiuti l’inganno, la falsità e la menzogna» (AL, 115).



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