Nota introduttiva



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NOTA INTRODUTTIVA

Questo libro nasce da un singolare incontro fra esperienze didattiche diverse: la trattazione della problematica della comunicazione all’interno di un corso di formazione tecnica superiore (IFTS) con i relativi risvolti in un ambito sociale avanzato qual è quello attuale, caratterizzato dall’ipermedialità e dal “diluvio informazionale” (per riprendere una celebre definizione di Levy) e la parallela attività didattica di sociologia della religione nella Facoltà teologica di Padova. Due temi, due ambiti sostanzialmente diversi, con prospettive diverse. Eppure, la considerazione metodologica e manualistica costituita dalla prima parte finisce per illuminare in maniera suggestiva l’originale opera di ripensamento in chiave critica di alcuni fatti della contemporaneità (o della società che ama definirsi complessa) in maniera così stringente che i due autori hanno pensato di farne un corpo unico. Ne è nato un testo agile, necessariamente didattico nella prima parte, argomentativo, ragionato nella seconda.

Antonio Lionello ha curato i capitoli dedicati alle sezioni della comunicazione ipermediale. Giuseppe Manzato ha curato i capitoli della sezione critica.

Gli autori ringraziano il chiarissimo professor Ulderico Bernardi per avere impreziosito questo lavoro con la sua erudita presentazione. Si ringrazia inoltre il dottor Gianni Costantini e la dottoressa Annalisa Mauriello per la supervisione al testo. Si ringrazia, inoltre, Carlo Melina, laureando in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna per il contributo nella stesura del capitolo Vivere on–line.



PREFAZIONE
Communicatio facit civitatem. Ora più che mai, in una società che si trova a fronteggiare processi d’una invasività mai prima conosciuta. Il dialogo, l’interazione fra soggetti rischiano d’essere travolti da un uso spregiudicato ed iperaccentrato d’ogni strumento di comunicazione sociale.

Uno degli aspetti che creano maggiore preoccupazione in chi ha a cuore la promozione della persona umana, rispettata e onorata nella sua appartenenza sociale e culturale. L’inciviltà, la volgarità, talvolta la disumanità che la comunicazione assume nella nostra epoca sfacciatamente rivolta all’esibizionismo e alla spettacolarità, è sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Che intuisce, pur con scarse possibilità di opporsi, i pericoli conseguenti allo stravolgimento del dialogo, dal quale vengono estromessi miliardi di esseri umani., lasciando campo unicamente ai detentori del potere tecnologico e informativo.

Una situazione senza scampo, che accresce il divario tra le diverse aree del pianeta, mentre esaspera gli squilibri, e con questi l’insofferenza verso chi mostra di tenere in nessun conto il principio basilare del dialogo universale. Che ammonisce: chi scambia, cambia! Da cui discendono l’efficacia e la valorialità della comunicazione reale, nella sua essenza generativa di spirito di comunità, e l’adattamento reciproco, su cui fonda la stabile e positiva relazione tra popoli, culture e generazioni.

È questo lo scenario ideale entro cui si collocano le ricerche, e il presente lavoro, di Antonio Lionello e Giuseppe Manzato.

Un ambito benemerito d’indagine nel momento in cui preme la necessità di individuare i punti di crisi del sistema internazionale di relazioni, tra i quali, senza ombra di dubbio, si colloca con una sua vistosità la problematica della comunicazione. Da cui viene a dipendere il grado di conoscenza reciproca, che è, comunque, la premessa d’ogni dialogo concreto, e la costruzione o ri-costruzione della comunità mondiale in termini reali e non virtuali. Per tentare di sconfiggere o quanto meno di allentare la morsa dei cento affanni - dalla guerra alla fame, dalla salute alla mancanza d’istruzione - che affliggono larga parte dell’umanità.

Importante il richiamo, da parte degli autori, alla necessità di preservare le comunità locali dallo sradicamento, indotto da una lettura del divenire appiattita sull’unica dimensione dell’avanzamento tecnologico, nell’indifferenza alle esigenze d’ordine umanistico, sentimentale, antropologico, spirituale.

Nodo d’una riflessione critica più vasta, che s’allarga ad individuare i diversi aspetti d’una fenomenologia complessa, impasto di conquiste scientifiche e di costi umani. Particolare attenzione viene prestata, e giustamente, ai giovani. Cioè a chi si colloca anagraficamente alla frontiera del futuro, con tutte le opportunità e le responsabilità che questa posizione comporta.

Pare doveroso a chi introduce, su gentile sollecitazione degli Autori, segnalare come questo libro di Lionello e Manzato si presti a una duplice, vantaggiosa, possibilità di utilizzazione: didattica, in primo luogo, per un’adeguata preparazione degli studenti; ma poi anche quale valido strumento di conoscenza, per qualsiasi persona che avverta il bisogno di orientarsi dentro a questioni oggi all’apice del dibattito mondiale. Coinvolgendo problemi di potere e di servizio, di formazione e d’informazione, di governabilità e di emancipazione umana.


Ca’ Foscari, dicembre 2003. Ulderico Bernardi

SEZIONE 1
LA COMUNICAZIONE

E LA COMUNICAZIONE DI MASSA




  1. COMUNICAZIONE

E TEORIA DELL’INFORMAZIONE

Affrontare in una prospettiva sociologica il tema della comunicazione richiede preliminarmente che se ne definisca il concetto. Sebbene la comunicazione sia un fenomeno centrale della vita sociale, essa è stata affrontata dalla sociologia in tempi relativamente recenti. Discipline come la psicologia, la semiotica, l’ingegneria, la linguistica e la filosofia, invece, se ne sono occupate fin dalle loro origini.

Il tema della comunicazione è divenuto centrale in sociologia quando sono diventati oggetto di studio i mass media. In via del tutto generale e preliminare potremmo definire la comunicazione il passaggio o trasferimento di informazioni da un soggetto (la fonte, l’emittente) ad un altro (il ricevente, il destinatario), per mezzo di veicoli di varia natura: ottici, acustici, elettrici, idraulici. L’informazione trasmessa può essere codificata oppure no. Nel primo caso l’informazione intenzionalmente codificata può riguardare oggetti (segni) che «stanno per» un determinato evento, idea, oggetto (che soltanto quello e non altri rappresentano). In tale accezione, che è quella che ci riguarda, il campo della comunicazione si restringe alle informazioni linguistiche e non linguistiche, verbali e non verbali, intenzionalmente e stabilmente sistemate in uno o più codici.

Le prime ricerche in ambito massmediologico hanno assunto il modello informazionale come base delle investigazioni dei processi comunicativi. Il modello informazionale è quello derivante dalla teoria dell’informazione di Shannon e Weaver1 elaborata nel 1949. Il termine comunicazione è assunto dagli autori nel senso ampio per comprendervi tutti i procedimenti attraverso i quali un pensiero può influenzarne un altro. In tal senso vengono compresi non solo il linguaggio scritto e parlato, ma anche la musica, le arti figurative, il teatro, la danza e, di fatto, qualunque comportamento umano. Nella sua forma semplificata il modello è costituito da una fonte di informazione che emette un messaggio che viene codificato in un segnale attraverso un apparato trasmittente. Il segnale viene veicolato attraverso un canale (il quale può essere disturbato da un rumore) al termine del quale è posto un apparato ricevente che decodifica il messaggio rendendolo disponibile per il destinatario.

Schema di Shannon e Weaver

Messaggio

Segnale

Segnale ricevuto

Messaggio



Fonte



Trasmittente

Canale

Ricettore

Destinatario





Rumore



Segnale: in una relazione Io-Tu il segnale è qualsiasi cosa detta, fatta o mostrata (o anche non detta, non fatta, o non mostrata) che proviene dal Tu e che colpisce un organo di senso: tanto ciò che si dice effettivamente, quanto ciò che si potrebbe dire. L’informazione è una misura della libertà di scelta che si ha quando si sceglie un messaggio. Il concetto di informazione non si applica ai messaggi particolari (come vorrebbe il concetto di significato), ma piuttosto all’informazione intesa come un tutto. L’unità di informazione sta ad indicare che in questa situazione si ha una quantità di libertà nella scelta del messaggio che è conveniente considerare come una quantità standard o unitaria.

Rumore: in rapporto all’informazione (che ha comunque un contenuto significativo) contrapponiamo il rumore come ciò a cui non siamo in grado di assegnare un significato (“Ti sono grato” può essere un rumore per il premio Nobel australiano che non conosce una parola di italiano).

Codice: l’espressione “Ti sono grato” ha significato per un bambino italiano perché conosce il codice. Più i codici che conosciamo sono molteplici ed estesi, più riusciamo a trarre informazione dall’ambiente che ci circonda.

Canale: il canale è una via attraverso la quale le informazioni possono essere trasmesse dall’emittente al ricevente.

Il modello ebbe una grande fortuna anche al di fuori dell’ambito informatico a motivo della sua semplicità e generale applicabilità a forme comunicative fra animali, fra uomini, fra macchina e uomo e fra macchine. Il successo e la diffusione di questo modello sono legati all’intreccio fecondo con le funzioni linguistiche (funzione emotiva, conativa, fatica, metalinguistica, poetica, referenziale), individuate dal linguista Jakobson che ne hanno permesso un largo utilizzo all’interno delle problematiche della comunicazione.

Occorre tuttavia sottolineare il limite di questo modello: esso presuppone infatti che l’informazione venga trasferita integralmente, mentre, in realtà, possono accadere delle distorsioni o delle «decodifiche aberranti»2. Inoltre questo modello non tiene in considerazione i contenuti semantici dei messaggi. Al fine di superare tali limitazioni si è reso necessario inserire il problema della significazione: il modello informazionale è stato così integrato dal modello semiotico-informazionale. Il modello mette in discussione due presupposti fondamentali: 1) quello secondo cui l’informazione è definibile come ciò che rimane costante attraverso tutte le operazioni reversibili di codifica e traduzione 2) quello secondo cui l’informazione si propaga secondo un codice uniforme e comune a emittente e ricevente.
Schema di Eco-Fabbri

canale















Tra il messaggio codificato alla fonte e il messaggio ricevuto da destinatario possono intercorrere molti elementi di difformità. Il modello di Eco e Fabbri deriva dall’intersezione del problema della significazione con quello comunicativo elaborato dalla teoria dell’informazione. La chiave centrale di questo modello è costituita dalla decodifica da non intendersi come operazione complementare alla codifica. Scrivono Eco e Fabbri: «A seconda delle diverse situazioni socio-culturali, esiste una diversità di codici, ovvero di regole di competenza e di interpretazione. E il messaggio ha una forza significante che può essere riempita con diversi significati, purché esistano diversi codici che stabiliscono diverse regole di correlazione tra dati significanti e dati significati. E qualora esistano codici di base accettati da tutti, si hanno differenze nei sottocodici, per cui una stessa parola, capìta da tutti nel suo significato denotativo più diffuso, può connotare per gli uni una cosa e per gli altri un’altra»3. Per intendere compiutamente il passo che abbiamo letto ricordiamo che significanti sono cose, significanti sono idee. Significati e significato sono legati insieme dal segno che rappresenta la loro totalità. Per esempio: la forma significante “mulino” denota ciò che comunemente intendiamo per mulino (il luogo dove si macina il grano). Ma può assumere varie connotazioni: (artigianalità, ambiente polveroso, naturalezza, ecc.). Il modello semiotico-informazionale dimostra che nella comunicazione il significato finale del messaggio deriva dal convergere di una serie di fattori diversi. Dimostra, altresì, che possono darsi varie forme di incomprensioni riconducibili alla seguente casistica:



  1. incomprensione del messaggio per totale carenza di codice.

  2. incomprensione del messaggio per disparità dei codici.

  3. incomprensione del messaggio per interferenze circostanziali.

  4. rifiuto del messaggio per delegittimazione dell’emittente.

La prima forma di incomprensione accade quando il messaggio arriva come segnale fisico, ma non viene decodificato e quindi passa come rumore.

Il secondo caso avviene quando il codice dell’emittente non è ben conosciuto dal ricevente, oppure quando alle unità del codice vengono attribuiti significati che mutano completamente nel contesto in cui appaiono.

Nella terza fattispecie il destinatario è in possesso del codice dell’emittente e interpreta correttamente il messaggio secondo le modalità di chi lo ha emesso, ma è mosso da esigenze che sono in conflitto con il tipo di persuasione che l’emittente vorrebbe ingenerare, poiché lo interpreta secondo le proprie aspettative.

Il quarto caso accade quando pur essendoci completa comprensione del messaggio secondo le modalità di codifica dell’emittente, il sistema di credenze o le pressioni circostanziali del destinatario sono forti con quelle dell’emittente e viene a generarsi un volontario stravolgimento del senso.


2. LA COMUNICAZIONE DI MASSA

Se si considera l’entità dei flussi di informazione che attraversano quotidianamente la molteplicità di canali di comunicazione non è improprio definire la nostra epoca come “ipermediale” o “ipercomunicativa”. Con questi aggettivi si intende sottolineare il fatto che viviamo immersi in un flusso incessante di informazioni, di messaggi multisensoriali provenienti da fonti diverse, con una continuità, un’intensità ed un’ampiezza che non si sono sperimentate nelle epoche precedenti. Giornali e riviste, CD e video di tutti i tipi, televisioni che trasmettono 24 ore su 24, emittenti radiofoniche che diffondono notizie e musica giorno e notte, cartelloni pubblicitari, fax, telefoni cellulari, Internet rappresentano ormai gli strumenti che mediano il nostro rapporto con una realtà che non è più quella della comunità locale nella quale viviamo fisicamente (il quartiere, il paese ecc.) ma il mondo intero. Questo processo si presenta come proteiforme, anche se presenta un denominatore comune: il tele-vedere.



2.1 Una definizione di «comunicazione di massa»

Il termine “comunicazione di massa” fu coniato alla fine degli anni ’30. I primi studi scientifici sui mass media rientrano nel filone della bullet theory (teoria della pallottola), detta anche dell’ago ipodermico. I media vengono considerati potenti strumenti di persuasione che agiscono su riceventi passivi e inermi. Il contenuto inviato penetra l’individuo, gli viene , per così dire, inoculato, per cui ne risulta persuaso. Durante la prima guerra mondiale, stampa e cinema, mobilitati nella propaganda delle nazioni in guerra, avevano dato grande prova della loro capacità di influenzare le “masse”. Questo effetto uscì rafforzato dagli avvenimenti in Unione Sovietica e nella Germania nazista, dove i mezzi di comunicazione furono messi al servizio della propaganda dei partiti al potere.

Col trascorrere del tempo il termine «comunicazione di massa» ha assunto molte connotazioni, per cui è difficile assumere una definizione che possa essere accettata da tutti. Anche il termine massa è di per sé carico di valori e appare controverso. Anche se il termine comunicazione non ha ancora una definizione pacifica si può partire da quella proposta da Gerbner: lo studioso parla della comunicazione come interazione sociale tramite messaggi4.

Janowitz ha proposto una caratterizzazione delle comunicazioni di massa in rapporto alle istituzioni e alle tecniche grazie alle quali gruppi specializzati impiegano strumenti (stampa, radio, film, ecc.) per diffondere un contenuto simbolico a pubblici ampi, eterogenei e fortemente dispersi5. La difficoltà nell’accettare questa o analoghe definizioni risiede nel fatto che la comunicazione è considerata dal lato della trasmissione dell’emittente invece di essere intesa nell’accezione più ampia del termine che racchiude i concetti di risposta, partecipazione e interazione.

L’esperienza quotidiana della comunicazione di massa è assai varia: tale termine indica una condizione e un processo in teoria possibili, ma raramente reperibili in forma pura. La comunicazione di massa è un esempio di quello che Max Weber definiva un ideal-tipo, cioè un costrutto concettuale che accentua o porta al limite le uniformità riscontrabili in un gran numero di fenomeni empirici e che può perciò servire come termine di confronto per saggiare il significato dei fenomeni stessi.

Una buona definizione di comunicazione di massa può essere quella proposta da McQuail. Lo studioso di Amsterdam parla di «processo mediante il quale messaggi sonori e/o visivi prodotti e trasmessi da una fonte impersonale raggiungono in un tempo molto breve un certo numero di persone (audience) disperse su un territorio più o meno esteso, dall’ambito locale al mondo intero»6.



2.2 Il concetto di massa

Il termine unisce una serie di concetti importanti per capire come è stato spesso interpretato il processo della comunicazione di massa fino ai nostri giorni. Originariamente il termine massa aveva una connotazione negativa in quanto era riferito alla moltitudine o alla folla giudicata rozza, ignorante e potenzialmente irrazionale. Occorre osservare che i confini dei concetti di folla e massa non appaiono univocamente definiti e l’uso corrente dei due termini si confonde con l’uso scientifico. L’etimologia dei due termini può aiutare. Folla deriva da “follare”, verbo che contiene l’idea del premere, dello stringere e rimanda al vocabolo latino fullo, “lavandaio” o “sgrassatore di panni”. Massa rinvia invece ai vocaboli greci mãza, “impasto per il pane”, mássein, l’azione dell’impastare, parole che suggeriscono i caratteri dell’elasticità e dell’adattamento a forme diverse. L’origine dei termini si riflette nella distinzione, oggi generalmente accettata, secondo la quale la nozione di “folla” indica un’aggregazione momentanea di individui, mentre il concetto di “massa” si riferisce alla maggioranza della popolazione considerata senza riferimento alla diversità di funzioni e ruoli sociali e, cioè, come insieme omogeneo.

La massa è composta da individui «anonimi» e isolati che non si conoscono e non interagiscono fra loro. Essa è quindi ben diversa da una comunità o da un gruppo ed esiste, come formazione sociale, solo nel momento in cui condivide informazioni, gusti, stili di comportamento, consumi. Un’edizione del telegiornale può essere vista da milioni di persone molto diverse per età, classe sociale, categoria professionale, formazione culturale: soggetti che hanno ben poco in comune, se non il fatto di ricevere contemporaneamente le stesse informazioni e di esporsi, quindi, alla comunicazione di massa. La bibita più famosa del mondo è consumata indistintamente da individui che appartengono a tradizioni e culture diversissime; ciclicamente, i giovani dell’Occidente hanno gli stessi miti musicali e vestono in modo simile; durante i campionati mondiali di calcio o le olimpiadi, centinaia di milioni di persone vedono, ascoltano e discutono le stesse cose: sono tutti esempi di fenomeni di massa.

È evidente il collegamento strettissimo tra la società di massa, nata con l’espansione industriale, la produzione e la commercializzazione di beni per mercati sempre più vasti, e la comunicazione di massa: l’una non potrebbe esistere senza l’altra. Il fatto che esistano un consumo di massa, una cultura di massa, un’opinione di massa dipende in larga misura dalla possibilità di informare e di influenzare un vasto pubblico attraverso i mezzi di comunicazione.

La struttura tipica della comunicazione di massa è identificabile nell’asimmetria tra emittente e ricevente: da una parte c’è una fonte impersonale, distante, che seleziona, confeziona e trasmette messaggi, dall’altra un vasto pubblico che li riceve, li assimila e li interpreta. Queste sono le caratteristiche fondamentali di radio, televisione, giornali, videocassette, cinema, Cd-Rom, dischi, ma anche del libro, che può essere considerato il più antico mass media. Uno strumento di comunicazione come il telefono, invece, pur essendo largamente diffuso, non è normalmente considerato di massa in quanto prevede una relazione personale, un’interazione tra individuo e individuo.

Alcuni sociologi sostengono che, a rigore, quella di massa non potrebbe essere definita «comunicazione», proprio perché il processo comunicativo ha un andamento circolare con un ritorno di informazioni (feedback) dal ricevente all’emittente, cosa che avviene nelle relazioni interpersonali, ma non nel rapporto media-pubblico (nonostante molte trasmissioni radio televisive abbiano introdotto le telefonate degli ascoltatori per dare il senso di una partecipazione attiva dell’audience). In realtà, una sorta di circolarità è presente anche nelle comunicazioni di massa dal momento che si può parlare di reazioni più o meno significative del pubblico ai messaggi (per. es. in termini di gradimento, di opinione, di azione) che possono riflettersi poi sulle successive scelte operate dall’emittente. In seguito considereremo alcune tesi del pensiero critico che sottolineano il carattere tautologico della comunicazione di massa7.





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