Notifica dei verbali di infrazione al Codice della Strada dopo quattro mesi; problemi di concreto esercizio del diritto di difesa



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09.01.2018
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Notifica dei verbali di infrazione al Codice della Strada dopo quattro mesi; problemi di concreto esercizio del diritto di difesa.

Il caso concreto


Una signora riceve, ad esempio, nel gennaio 2010 la notifica di una infrazione al Codice della Strada commessa in data novembre 2009. Il vigile contesta alla signora di avere attraversato un incrocio con semaforo rosso e precisa di non avere potuto contestare immediatamente l’infrazione “poiché impegnato in altri compiti di istituto”.

La signora obietta che, non avendo ricevuto alcun segnale né visivo né sonoro nell’immediatezza del fatto, non è in grado di ricostruire i propri movimenti di quattro mesi prima. Non è neppure in grado di affermare con certezza di avere usato la propria auto nelle dette circostanze o di precisare dove si trovasse e in compagnia di chi.

Il fatto che il vigile ammetta di essere stato occupato in altri compiti non sembra sufficiente a giustificare, quantomeno, il mancato richiamo del guidatore con il fischietto.

La signora lamenta, quindi, di non potersi difendere e di dover semplicemente subire le affermazioni del vigile che, impegnato in altre operazioni, potrebbe anche essersi sbagliato.



Riflessioni


E’ noto in giurisprudenza (vedi Cassaz. 3 dicembre 2002 n. 17106) che al verbale di accertamento di infrazione è attribuito il valore di fede pubblica fino a querela di falso, in relazione a tutti gli accadimenti che il pubblico ufficiale riferisca come direttamente da lui percepiti, senza margini di valutazione discrezionale.

Analogo valore di piena prova, fino a querela di falso, è attribuita all’attestazione dell’ufficiale postale nell’effettuazione delle operazioni di notifica tramite posta dei detti verbali di accertamento (vedi Cassaz. 23 luglio 2003 n.11452 – Cassaz. 1 marzo 2003 n. 3065).

L’automobilista si trova, pertanto, in particolare nelle grandi città, nella sgradevole condizione di ricevere dopo molti mesi (e comunque entro 90 giorni) la notifica di accertamento per infrazioni di cui nulla può ricordare, anche per la mancanza di qualsiasi segnalazione immediata. Altrettanto spesso la notifica risulta effettuata a mani di persona di difficile identificazione (a causa della firma illeggibile) o indicata con una qualifica che, in rapporto al caso concreto, può generare qualche dubbio. I casi concreti più ricorrenti sono:

“addetto alla casa”, quando l’indirizzo del destinatario è un ufficio

“impiegato”, quando l’indirizzo è l’abitazione del destinatario

“figlio”, quando il destinatario è una persona giuridica

“dipendente”, per un plico consegnato presso una palazzina di abitazioni senza portineria.

In relazione al caso concreto esposto si può osservare che, anche se nel giorno e nel luogo indicati la automobilista si fosse trovata in compagnia di altre persone, tali testimoni non sarebbero in grado di riferire eventuali comportamenti irregolari non contestati: come sarebbe possibile, infatti, chiedere ad una persona, presente sull’auto condotta dalla signora, di precisare se quest’ultima è passata con il verde o con il rosso? In genere se la circolazione procede regolarmente e senza richiami sonori o visivi da parte di un vigile, nessuno ricorda particolari del proprio viaggio. Si possono ricordare episodi che abbiano richiamato la propria attenzione per un qualche motivo: transitare con il verde è un atto comune del tutto privo di motivi di particolarità. Come potrebbe riferire un teste in ordine al regolare transito presso l’incrocio indicato nel verbale?

E’ quella che si dice in genere “una prova diabolica”.

In tali condizioni la automobilista si trova del tutto privata della facoltà di verificare i propri atti e di rappresentare i propri motivi; ne resta gravemente leso il diritto di difendersi ed anche, più semplicemente, il diritto di avere conoscenza e certezza degli elementi di fatto della presunta colpa.

In effetti la responsabile si trova a non poter accettare e riconoscere la propria affermata responsabilità, in assenza di coscienza di quanto accaduto.

La motivazione assunta dall’operante, di non aver potuto contestare immediatamente l’infrazione perché impegnato in altri compiti, può costituire l’indizio di una situazione di incertezza; infatti se il vigile era occupato in altre operazioni può aver rilevato la presenza dell’auto all’incrocio allorchè quest’ultima lo aveva già attraversato o comunque, aveva già liberato l’incrocio al comparire della luce rossa. Il vigile, distratto dalle altre operazioni in cui era occupato, può avere rilevato la luce del semaforo e la dislocazione dell’auto con un certo ritardo rispetto al momento effettivo in cui la vettura ha impegnato l’incrocio. E’ appena il caso di rammentare che, con il comparire del giallo, il conducente che ritenga di non riuscire ad arrestarsi in tempo utile, ha l’obbligo di liberare l’incrocio al più presto.

Se il vigile era distratto da altre operazioni, la sua valutazione circa la possibilità dell’auto di arrestarsi in tempo può essere stata falsata da un percezione ritardata delle circostanze di fatto. Nel caso specifico non si può affermare con certezza che il vigile abbia riferito accadimenti percepiti in totale obiettività e senza alcun elemento di disturbo. E’ attendibile che quanto egli ha percepito sia il frutto di una valutazione, di un giudizio estimativo non assistito dal valore di fede pubblica.

Il problema posto dal caso concreto prospettato è di difficilissima soluzione e richiede una prudenza di giudizio particolarmente elevata.

Le norme di cui al nuovo testo dell’art. 201, lett 1 bis e 1 ter, Codice della Strada stabiliscono principi di diritto che non richiedono particolari operazioni interpretative; la loro applicazione in concreto, tuttavia, è soggetta all’intervento del Giudice che, come di consueto, si troverà nella posizione mediana fra la chiarezza del principio di diritto e la specialità del caso concreto. Non è sempre così limpido il riscontro nei fatti della ricorrenza dei lineamenti del principio astratto.

L’eccessivo rigore nell’applicazione del principio di pubblica fede, attribuito al contenuto del verbale di accertamento di infrazione, può generare situazioni concrete nelle quali è lecito porsi il dubbio sulla compromissione del diritto della persona alla conoscenza dei fatti a lui contestati e della possibilità di argomentare in senso contrario.



Il prudente apprezzamento delle caratteristiche del caso concreto diventa, pertanto, l’unico punto di riferimento sicuro; non vi è dubbio che tale apprezzamento debba essere il risultato dell’applicazione di un elevato grado di professionalità e competenza dell’organo giudicante. Sarebbe utile che analogo prudente apprezzamento fosse posto in essere anche dalle amministrazioni locali nell’esame di casi concreti che possano legittimamente dare origine a situazioni di incertezza.
Da ultimo la Corte di Cassazione, con sentenza 28 aprile 2005, n. 8837, ha ribadito che “la contestazione immediata imposta dall'art. 201 c.d.s. ha un rilievo essenziale per la correttezza del procedimento sanzionatorio e svolge funzione strumentale alla piena esplicazione del diritto di difesa del trasgressore. La limitazione del diritto di conoscere subito l'entità dell'addebito può trovare giustificazione solo in presenza di motivi che la rendano impossibile, i quali devono essere, pertanto, espressamente indicati nel verbale, conseguendone altrimenti l'illegittimità dell'accertamento e degli atti successivi del procedimento”; la detta decisione aggiunge che una generica giustificazione dell’impedimento “non consente di conoscere la ragione concreta per la quale, nel caso di specie, non era stato possibile fermare il veicolo del ricorrente per procedere alla contestazione immediata. Manca, infatti, nel verbale qualsiasi riferimento, sia pure sommario, alle circostanze di tempo, di luogo e di fatto che resero impossibile la contestazione immediata da parte degli agenti verbalizzanti”.

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Renato Amoroso – Giudice di Pace in Monza



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