Nuovo realismo, vecchi problemi



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03.06.2018
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Elementi di originalità nell’azione educativa della Chiesa bresciana

come spunto per affrontare le sfide del presente
(Giuseppe Mari)

Oggi disponiamo di molteplici strumenti per conoscere la storia dei cattolici bresciani1. Il mio sintetico intervento, mentre focalizza l’attenzione su un ambito specifico (quello dell’educazione), intende richiamare alcuni elementi di originalità in chiave non archeologica, ma genealogica ossia con l’aspirazione a motivare a raccogliere le sfide del presente, essendo incoraggiati dal fatto che coloro che ci hanno preceduto, ci hanno trasmesso un patrimonio di idee, azioni e istituzioni che siamo chiamati a consegnare a coloro che verranno dopo di noi. Naturalmente, non si tratta di una trasmissione meccanica essendoci sempre in gioco la libertà come tratto distintivo dell’essere umano che, agendo, trasforma ciò che incontra e continuamente si trasforma sul piano personale. Ogni volta che riceviamo qualcosa, nel momento stesso in cui l’assumiamo procediamo ad una trasformazione perché diventa “nostra” nel senso che ne rispondiamo. Contemporaneamente cambiano anche le sfide che ci troviamo ad affrontare le quali domandano – da parte nostra – un impegno creativo.

Che cosa intendo per “originalità”? La capacità di raccogliere le sfide contemporanee secondo una modalità che, mentre valorizza la singolarità del proprio tempo, non se ne lascia omologare. La fede implica sempre l’oltrepassamento del dato fattuale, per questa ragione il pensare e l’agire da essa ispirati non possono che trovarsi in tensione rispetto al presente. In questo senso la fede è il più potente vettore educativo perché porta alla massima espressione – nella conversione – il cambiamento di cui è capace la libertà umana. Non stupiamoci della fatica che questo comporta: è il travaglio del parto come lascia intendere il discorso di Cristo a Nicodemo, l’invito a nascere una seconda volta (Gv 3). Pensiamo a come sarebbe agghiacciante – per una donna – dare alla luce suo figlio se non sapesse, avendo assistito – direttamente o indirettamente – al medesimo evento in chi l’ha preceduta, che, dopo la sofferenza, c’è la gioia di guardare negli occhi colui che è stato partorito. Analogamente, per noi che viviamo la sfida di un tempo non facile, è d’incoraggiamento volgere lo sguardo a coloro che non hanno desistito perché ci sprona a guardare in avanti, affrancandoci dal sequestro nell’estemporaneità.

Benedetto XVI ha spesso denunciato la “dittatura del relativismo”. In che cosa consiste? Nell’isolare ciascuna posizione, facendone un assoluto mentre la natura strutturalmente relazionale dell’essere umano (il fatto – come dicevano i Greci – che abbiamo il lógos) domanda inderogabilmente la comunicazione. Se noi ci lasciamo racchiudere nel frammento cronologico del presente, lo trattiamo come se costituisse il tutto. Con quale sentimento ne usciamo se non di smarrimento quando non sembra corrispondere alle nostre attese? Ma, se noi ci riconosciamo parte di una storia che ci supera, dentro una genealogia che ci conduce all’eternità, allora il breve segmento che percorriamo viene relativizzato e la nostra libertà è sciolta dai lacci che la vincolano al dato fattuale. Certamente è possibile, talvolta doveroso, procedere alle analisi descrittive, ma solo se non dimentichiamo che – essendo l’essere umano strutturalmente libero – ogni “dato” che lo riguarda in realtà esprime un “mandato” che lo impegna all’oltrepassamento. Con questo animo, radicato nel passato, attento al presente, proteso verso il futuro, avviciniamo qualche compagno di viaggio.



Agli albori della modernità, in un mondo convulso
Vorrei partire da un richiamo che costituisce lo sfondo da cui emerge il nostro tempo: le origini della modernità. In effetti, sia che parliamo di tardomodernità sia che parliamo di postmodernità, una cosa è chiara: la modernità costituisce il punto di riferimento. Possiamo riconoscere dei testimoni di originalità – secondo l’accezione precedentemente chiarita – nel periodo in cui la modernità ha preso forma? Credo che se ne possano richiamare almeno tre, li accosto in successione cronologica.

Il primo è Angela Merici (1474-1540) che, in un periodo non facile della storia bresciana, fondò la Compagnia di Sant’Orsola, composta da laiche consacrate dedite alla pratica educativa oltre che alla santificazione personale. Se andiamo a leggere i suoi scritti, troviamo una manifesta sintonia con gli orientamenti pedagogici umanistici, soprattutto in alcuni passaggi dove associa l’educazione all’amore e alla libertà2. Le sue parole attestano il riconoscimento della singolarità personale come vettore identificativo della pratica formativa. In particolare, il richiamo all’amore come “stile” educativo aggrega l’esperienza mericiana al vettore pedagogico che si imporrà nel XIX secolo come superamento del “metodo” in accezione moderna, inteso cioè in chiave prevalentemente operativo-descrittiva.

Si diceva che i tempi risultavano piuttosto difficili. In aggiunta alle controversie già in atto, lo scontro tra protestanti e cattolici assunse contorni tragici anche perché incrociò le trame politiche dell’epoca, e dall’intreccio ne uscì una delle pagine più insanguinate della storia europea. Quel frangente, tuttavia, costituì anche l’opportunità di una rigenerazione della disciplina e della prassi ecclesiali che condusse – tra l’altro – alla revisione della formazione del clero, a Brescia – come altrove – sfociata nella fondazione del Seminario voluta dal Vescovo Domenico Bollani (1514-1579). Le sue indicazioni lasciano chiaramente trasparire l’intenzione di formare preti preparati: “tutti coloro che sono costituiti nei sacri ordini abbiano assiduamente in mano i volumi dell’Antico e del Nuovo Testamento e qualche utile interprete di essi, il libro delle vite dei santi, il Catechismo Romano, il Rationale divinorum officiorum [di Durando di Mende], il libretto delle cerimonie della Messa, il Concilio Tridentino e le nostre Costituzioni. Coloro che esercitano la cura d’anime leggano frequentemente, oltre alle Summae degli autori approvati, il Rituale e il Direttorio che tra breve avremo cura di pubblicare a beneficio dei confessori: da questi libri ciascuno conoscerà quanto appartiene alla corretta esecuzione del proprio compito”3. Dagli atti della Visita pastorale di Carlo Borromeo (1580) si ricava che gli inizi furono difficili, infatti dei 29 chierici residenti, egli afferma che “sono poco eruditi nella dottrina clericale”4.

L’azione riformistica ed educativa del Vescovo Bollani ha trovato uno zelante interprete in Alessandro Luzzago (1551-1602), personalità eclettica di cui ricordo solamente l’organizzazione delle Scuole della Dottrina cristiana, finalizzate a sconfiggere l’ignoranza religiosa, con una chiara ispirazione gesuitica.



Nell’ambito della mia riflessione, a cosa possiamo ricondurre l’originalità di queste figure rispetto al loro tempo e nella prospettiva di affrontare le sfide del nostro? Tralasciando altri elementi, più collegati al profilo specifico di ciascuna, vorrei identificare quello comune nella “scommessa educativa”. Da quando Benedetto XVI ne ha parlato5, l’espressione “emergenza educativa” si è diffusa, in realtà riguardando un problema che non è solo di oggi. Con indubbio realismo, i Vescovi italiani aprendo la Lettera pastorale dedicata al decennio in corso, affermano: “Non ignoriamo, certo, le difficoltà che l’educazione si trova oggi a fronteggiare. Fra queste, spicca lo scetticismo riguardo la sua stessa possibilità, sicché i progetti educativi diventano programmi a breve termine, mentre una corrente fredda scuote gli spazi classici della famiglia e della scuola. Noi stessi ne siamo turbati e sentiamo l’esigenza impellente di ribadire il valore dell’educazione proprio a partire da questi suoi luoghi fondamentali”6. Intuiamo facilmente che analoghe parole di preoccupazione e perplessità le avrebbero potute scrivere anche i tre personaggi che ho prima evocato. Con la loro testimonianza, tuttavia, hanno espresso concretamente la fiducia nell’educazione a cui i nostri Vescovi ci richiamano, come Benedetto XVI7. Che cosa può significare per noi oggi? Identifico alcuni punti che riprenderò più avanti:

  1. non dobbiamo farci condizionare dai riscontri di breve periodo, anche se ciò che facciamo va monitorato e rivisto secondo ciò che prudentemente possiamo rilevare nella sua concreta manifestazione;

  2. gli “spot” non conducono da nessuna parte, occorre puntare su pratiche continuative perché solo così è possibile accompagnare la crescita della persona propiziando la maturazione di identità solide e coerenti;

  3. la sfida educativa non si affronta da soli, ma comunitariamente: occorre lavorare sul tessuto, operando per una ricomposizione che, a partire dalle concrete realtà in cui siamo inseriti, faccia crescere la consapevolezza comunitaria. Ce lo ricorda la Lumen Fidei: “È possibile rispondere in prima persona, ‘credo’, solo perché si appartiene a una comunione grande, solo perché si dice anche ‘crediamo’”8.


Nella modernità matura, in un mondo tendenzialmente ostile
I tempi avanzano e la curvatura assunta dalla cultura appare sempre più manifestamente ostile alla concezione di vita e di azione alimentata dalla fede. Non mi riferisco al vissuto popolare, bensì alla circolazione intellettuale, secondo cui – lo ha ricordato l’enciclica Lumen Fidei9 – credere sarebbe un’esperienza infantile, come mostra l’identificazione kantiana dell’illuminismo con “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità – precisa il testo – è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro”10. Sappiamo che l’illuminismo non è stato ateo, ma deista cioè ha puntato a “razionalizzare” la fede, rendendola totalmente alla portata della conoscenza umana attraverso la cancellazione del “mistero”: d’altro canto, proprio questo rende inutile la guida di altri, a cominciare dall’Altro per eccellenza… Contemporaneamente, tuttavia, quelle che Leopardi – nella poesia La ginestra – chiama ironicamente “magnifiche sorti e progressive” hanno mostrato una crescente difficoltà ad esprimersi, facendo registrare soprattutto la polarizzazione tra ricchi e poveri esplosa nel XIX secolo con la “questione sociale”. Sono qui le radici profonde del dibattito sul “modello di sviluppo” che ci interpella oggi di fronte alla crisi che non è solo economica.

Brescia non si trova ai margini di queste dinamiche storiche. I mutamenti economico-sociali, che la rendono una delle realtà d’avanguardia nello sviluppo dell’industrializzazione, s’intrecciano con lo scontro – sui piani politico e ideologico – tra credenti e laici che dà ragione del diretto coinvolgimento della nostra Chiesa nel movimento cattolico. C’è una impressionante concentrazione di figure, ne cito solo alcune vissute tra fine Settecento e inizio Novecento: Lodovico Pavoni (1784-1849), Vincenza Gerosa (1784-1847) e Bartolomea Capitanio (1807-1833), Annunciata Cocchetti (1800-1882), Maria Crocifissa di Rosa (1813-1855), Daniele Comboni (1831-1881), Elisabetta (1839-1919) e Maddalena Girelli (1838-1923), Giovanni Battista Piamarta (1841-1913), Arcangelo Tadini (1846-1912), Geltrude Comensoli (1847-1903), Mosè Tovini (1877-1930), Giovanni Battista Zuaboni (1880-1939).



Non possiamo dimenticare che si è trattato di una stagione particolarmente complessa anche a causa dell’unificazione nazionale, rispetto alla quale occorre ricordare sia il contributo dei cattolici sia la tensione (e lo scontro aperto) con quello che oggi chiamiamo mondo laico. La centralità dell’impegno educativo ne uscì rafforzata, come mostra – ad esempio – l’azione di Giuseppe Tovini (1841-1897), la cui profonda motivazione anche civile – oltre che religiosa – emerge bene nella risposta al direttore del quotidiano laico La Provincia di Brescia il 10 giugno 1882 in seguito all’accusa di essere “antipatriota ed antiitaliano”. Scrive: “Non mi dissimulo che al giorno d’oggi, a parere di taluni, per essere patriota bisogna essere contrari al Papa, ai Vescovi, alla Chiesa, ed anzi alla religione; che perciò basta che uno si mostri cattolico per essere tosto qualificato antipatriota e antiitaliano. Che se anche la S.V. fosse stata indotta a farmi quell’accusa da tale motivo, le dichiaro che in questo caso la sua accusa mi onora, perché il cattolicesimo fu professato dai più grandi italiani”11. Il fermento di quegli anni ha dato vita a molteplici istituzioni, in ambito giornalistico, bancario, assistenziale-caritativo, scolastico-educativo, editoriale, guidate da incisivi profili di presenza, confronto e proposta. Ne vorrei evocare solo tre, che riprenderò tra breve:

  1. la collaborazione tra sacerdoti, religiosi e laici, specchio della organicità del corpo ecclesiale;

  2. la capacità di far emergere vettori comuni d’impegno, pur nella varietà delle posizioni espresse;

  3. la fiducia nella possibilità di riconoscere elementi suscettibili di una ricomprensione da parte dei credenti anche se provenienti da ispirazioni distanti da quella cattolica.

Sul piano pedagogico, vorrei evocare un solo caso che mi sembra esemplare di quest’ultima, strategica, disposizione: il confronto con l’attivismo, condotto presso l’Editrice La Scuola da figure come Vittorino Chizzolini (1907-1984). Nonostante la matrice laica della sua ispirazione iniziale e prevalente – se pensiamo ad un autore come Dewey che ebbe ampio corso nella pedagogia del dopoguerra – Chizzolini ed altri colsero la genuinità della domanda di fondo che aspirava a rendere l’educando protagonista. Ne riconobbero la coerenza con l’ispirazione evangelica, nella quale la dignità della persona è unica, e si impegnarono a declinare la prospettiva delle “scuole nuove” in coerenza con gli orientamenti portanti della fede cattolica. È esemplare, in proposito, un passaggio di un breve scritto chizzoliniano pubblicato nel Manuale di educazione popolare dove la visione pedagogica di fondo è consegnata a questa sintetica esortazione: “Conoscerli [gli educandi] per amarli, e amarli per aiutarli a salire”12 – il verbo “salire” rimanda alla promozione umana globale, inclusiva della edificazione spirituale.

Queste ultime riflessioni introducono nel XX secolo che – dal punto di vista ecclesiale – è segnato dal Concilio Vaticano II. L’anno scorso don Gabriele Filippini ha descritto come la Chiesa bresciana ha vissuto questo evento storico, quanto a preparazione, realizzazione e attuazione. Rimando quindi al suo testo, mentre – portandomi sull’oggi – propongo alcuni spunti di riflessione alla luce delle considerazioni precedenti.



Oggi, in un mondo (apparentemente) indifferente
Credo che tutti facciamo i conti con il rischio dello scoraggiamento. Da più parti si rileva la presunta indifferenza nei confronti della fede cristiana, con indici descrittivi che registrano una contrazione delle pratiche ad essa collegate ed una espansione – anche rapida (pensiamo, ad esempio, alla convivenza) – di comportamenti con essa incoerenti. Sennonché, in Piazza San Pietro, nella circostanza dell’ultimo conclave, i giornalisti accreditati erano oltre 5000: possiamo assumerlo come un indizio di indifferenza? Certo, qualcuno ha parlato di “forza della religione” e “debolezza della fede”13, dissociando l’interesse per l’istituzione (negli ultimi anni, è stato coniato l’ossimoro “atei devoti”) dalla debolezza della convinzione (riflessa nella ridotta partecipazione alla S. Messa domenicale, nel calo delle vocazioni di speciale consacrazione, nell’affermarsi di condotte religiose “fai da te”…). Ma siamo così certi che, nei tempi che abbiamo alle spalle, le cose stessero diversamente? Sul piano sociologico, la identificazione religiosa nella Chiesa era sicuramente massiccia, c’erano preti e re ligiosi/e in abbondanza, eppure – se leggiamo gli atti delle Visite pastorali del Vescovo Bollani – troviamo riscontri che, sul piano morale e spirituale, destavano preoccupazione anche allora, e tali motivi tornano pure dopo. Le azioni intraprese da coloro che prima ho citato, si sono svolte facendo i conti con ristrettezze di vario tipo, incomprensioni, anche calunnie e persecuzioni, ostilità da parte dei pubblici poteri e non solo… Forse, pur con tratti specifici, siamo posti – oggi come ieri – di fronte alla sfida di non lasciarci suggestionare dall’apparente sproporzione tra quello che siamo chiamati a fare e quello che riusciamo ad essere. Che cosa ci giunge dalla considerazione dell’originalità dei testimoni che prima ho evocato?

    1. La fiducia nella “scommessa educativa”. Possiamo ricoprire l’essere umano di immondizia, spingerlo fino a farlo dubitare radicalmente di sé, del suo valore intrinseco (la persona “per se una”14 di cui parla Tommaso, espressione riconoscibile in filigrana nel passo della Gaudium et Spes dove si dice che Dio ha voluto la creatura umana propter seipsam, “per se stessa”15): in ogni caso, essendo l’uomo libero cioè non determinato dai condizionamenti, è possibile il riscatto, quindi è possibile anche l’educazione. Si tratta di una originalità perenne, che tuttavia non per questo va trattata come banale, tenuto conto della facilità con cui possiamo ridurre l’educazione all’aggregazione oppure confonderla con l’acculturazione, mentre il suo nucleo costitutivo è etico: la maturità nella libertà come capacità di scegliere il bene.

    2. La convinzione che siamo all’interno di una genealogia che, solcando i secoli, non si piega ai riscontri estemporanei: da questo punto di vista, siamo sollecitati a contenere il nostro (umanissimo) bisogno di conferme immediate, ad agire secondo una mentalità che vorrei definire “istituzionale” nel senso che integra (senza negarla) la singolarità di ciascuno all’interno di qualcosa che “sta” in quanto oltrepassa gli individui che la compongono pur essendo costantemente riplasmata dalla loro azione. Occorre, insomma, che ci decentriamo e – come Mosè sul monte Nebo (Deut 34) – accettiamo di scorgere solo da lontano ciò che ad altri sarà concesso di incontrare direttamente.

    3. La nostra azione, a questo punto, diventa integrata in un duplice senso: punta, da una parte, su proposte connotate da continuità; dall’altra, cerca di stabilire un concorso tra i diversi soggetti del popolo di Dio, ciascuno secondo la responsabilità che gli compete.

    4. Questa modalità di porsi può esercitare un richiamo profondo ed esteso perché, se è vero che l’essere umano è strutturalmente comunionale, allora la frammentazione individualistica nella quale stiamo sprofondando – pur attirandoci superficialmente perché asseconda il nostro infantile narcisismo – ci ripugna profondamente. Credo che ormai lo abbiamo potuto constatare chiaramente negli ultimi decenni: nonostante l’orientamento prevalente sembri di segno contrario, la Chiesa continua ad esercitare un richiamo sul popolo. Ma non è questo il destino dei “veri” profeti, quelli che subiscono la “persecuzione” (Mt 5,12)? Certo, in queste condizioni, non ci deve stupire l’affaticamento, ma dobbiamo respingere la rassegnazione.

    5. Quale “strategia” può essere perseguita in questo contesto? Vorrei rilanciare un’idea che è stata espressa dall’allora Arcivescovo Montini quando, nella prefazione al volume di Cistellini Giuseppe Tovini, interrogandosi circa l’origine di tanta fecondità apostolica, ha affermato che “l’amicizia n’è primo cemento”, consegnandoci un pensiero che ha l’aspetto della sentenza sapienziale: “Dall’amicizia all’azione, dall’azione all’amicizia”16. È da oltre venticinque secoli che la nostra civiltà s’interroga sull’amicizia (il primo sembra sia stato Pitagora) perché il paradosso di questa condizione è che lega intensamente individui diversi, pur mantenendoli radicalmente distinti. Come credenti, ne abbiamo la più forte attestazione quando Cristo dice ai suoi, cioè a noi: “vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). In questa ottica dobbiamo adottare l’amicizia come stile relazionale tra chi condivide la missione di educare (inclusa l’educazione alla fede), perché promuove la comunicazione, favorisce la condivisione e incoraggia la tenuta quando mancano i riscontri di cui avremmo umanamente bisogno.

Prima ho citato Giovanni Battista Montini. Credo che la sua luminosa figura ci possa accompagnare in quest’ultimo tratto di percorso, come quella di un testimone di originalità che – essendo erede della tradizione ecclesiale bresciana – ha dato corso ad una “amicizia” gravida di conseguenze apostoliche, quella con il mondo contemporaneo.

Conclusione: sulle orme di Paolo VI, testimone originale dell’incontro con il mondo
Nel giugno scorso il pellegrinaggio diocesano a Roma, nella ricorrenza della elezione di Paolo VI, ha costituito un’importante occasione per richiamare alla nostra attenzione questo grande testimone generato nel seno della Chiesa bresciana, ma offerto alla Chiesa universale e al mondo intero. Il nostro Vescovo, rievocandone la figura, ne ha riconosciuta l’originalità in “un dialogo amicale” con il mondo, cioè in “uno sguardo affettuoso e ammirato nei confronti del mondo moderno” che ha saputo essere “chiaro [nel] contenuto della fede” e “[disponibile] a pagare il prezzo che questo dialogo inevitabilmente comporta”17.

Papa Francesco, incontrando i pellegrini bresciani, ha indicato l’origine di questa straordinaria testimonianza nei tre amori di Papa Montini: a Cristo, alla Chiesa e al mondo. Terminando l’udienza, ha offerto ai presenti una chiave di lettura della sfida odierna all’apostolato, rilevando il duplice rifiuto oggi opposto all’Incarnazione: “niente carne” (una fede disincarnata e astratta), “niente Dio” (la secolarizzazione che divinizza la creatura umana)18.



Se riprendiamo tra le mani il discorso tenuto da Paolo VI a conclusione del Concilio, possiamo riconoscervi l’invito a cercare quelle che l’attuale Pontefice ha chiamato “periferie esistenziali”19 quando Papa Montini afferma: “La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta (…). L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatèma? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (…) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari della trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”20. Dopo quasi cinquant’anni, l’“amicizia” che queste parole esprimono verso il mondo – respingendo il concordismo equivoco e praticando l’annuncio esplicito – costituisce una forte testimonianza di originalità che ci provoca e ci orienta. In particolare, ci può dare fiducia perché, come il nostro Vescovo ha detto nell’indirizzo di saluto al Papa, “anche se i passi che facciamo sono piccoli, sappiamo però che sono sulla strada giusta, la strada della comunione che il Signore ci ha indicato e per cui ha pregato”.

 Ordinario di Pedagogia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore (giuseppe.mari@unicatt.it).

1 Oltre alle voci in A. Fappani, Enciclopedia bresciana, Brescia, La Voce del Popolo, 1972-2007, 22 voll. e a contributi specifici relativamente a singole figure e a singole realtà istituzionali (tra cui AA.VV., La spiritualità bresciana dalla Restaurazione al primo Novecento, Brescia, Cedoc, 1989), cfr. – come interventi generali – A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro (a cura di), Storia religiosa della Lombardia. Diocesi di Brescia, Brescia, La Scuola, 1992; M. Taccolini, Le iniziative educative della Chiesa a Brescia e a Bergamo, in L. Pazzaglia (a cura di), Chiesa e prospettive educative in Italia tra Restaurazione e Unificazione, Brescia, La Scuola, 1994, pp. 417-439; L. Caimi, Brescia e il suo “carisma” pedagogico. Figure ed esperienze educative tra Ottocento e Novecento, Brescia, Università Cattolica, 1999; M. Taccolini (a cura di), A servizio del Vangelo. 3. L’età contemporanea, Brescia, La Scuola, 2005; X. Toscani (a cura di), A servizio del Vangelo. 2. L’età moderna, Brescia, La Scuola, 2007; G. Andenna (a cura di), A servizio del Vangelo. 1. L’età antica e Medievale, Brescia, La Scuola, 2010; AA.VV., Da pagani a cristiani, in “Brixia Sacra”, 1-2 (2012), pp. 7-182.

2 “Tertio: pregovi di gratia, vogliate sforzarve de tirarle [educare le fanciulle] con amore, et la man soave et dolce, non solamente i loro nomi, ma anche la loro condizione e la lora natura, ogni loro situazione e tutto il loro essere. Cosa che non vi sarà difficile se le abbraccerete con viva carità. Infatti, si vede nelle madri secondo la carne che, se avessero mille figli e figlie, li avrebbero tutti in cuore, totalmente fissi uno per uno, perché il vero amore fa così. Anzi, pare che quanti più figli si hanno, tanto più crescano l’amore e la cura per ciascuno di loro. (…) E sopra tutto guardatevi dal voler far fare per forza, perché Dio ha dato il libero arbitrio ad ognuno, e non vuol forzare nessuno, ma solamente dimostra, invita e consiglia” (Sant’Angela Merici, Gli scritti, Brescia, Tipolitografia Queriniana, 1996, pp. 112-115).

3 A. Maffeis, La formazione del clero in cura d’anime nell’età moderna, in X. Toscani (a cura di), A servizio del Vangelo. 2. L’età moderna, cit., pp. 78-79 (il passo è tratto dalle Costitutiones del 1575).

4 Ivi, p. 81.

5 Cfr. soprattutto Benedetto XVI, Lettera alla diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione (21.1.2008).

6 CEI, Educare alla vita buona del Vangelo (4.10.2010), n. 5.

7 Scrive Benedetto XVI nella lettera citata alla nota n. 5: “Cari fratelli e sorelle di Roma, a questo punto vorrei dirvi una parola molto semplice: Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.


8 Francesco, Lumen Fidei, n. 39.

9 Ivi, nn. 2-3.

10 I. Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, in Id., Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, Torino, Utet, 19652, p. 141.

11 La lettera, già riportata in A. Cistellini, Giuseppe Tovini, Brescia, La Scuola, 1954, pp. 193-194, è stata ripubblicata in G. Scanzi, Giuseppe Tovini. Le opere e i giorni, ivi, 1998, pp. 100-101.

12 Il testo è riportato per intero in E. Giammancheri, Profilo spirituale di Vittorino Chizzolini, Brescia, La Scuola, 1994, p. 46.

13 Cfr. F. Garelli, Forza della religione e debolezza della fede, Bologna, Il Mulino, 1996.

14 Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I, q. 29, a. 4, resp.

15 Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 24.

16 G.B. Montini, Prefazione, in A. Cistellini, Giuseppe Tovini, Brescia, La Scuola, 1954, p. VI.

17 L. Monari, Paolo VI: il coraggio della modernità, in “Notiziario dell’Istituto Paolo VI”, 65 (2013), pp. 53-59.

18 Francesco, Udienza ai partecipanti al pellegrinaggio della Diocesi di Brescia (22.6.2013), n. 3.

19 Ivi, n. 2.

20 Paolo VI, Discorso di chiusura del Concilio, n. 5.



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