Nur als shaffende



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I Seminari in-Assenza 2015-2016

 

I Seminario

26 novembre 2015


Nur als shaffende”

Percorrendo la stretta via che conduce al generar/mancando

Paolo Ferrari: Iniziamo i seminari di quest’anno 2015-2016.

Hanno il titolo molto impegnativo: Nur als Shaffende, tratto da Nietzsche, da un aforisma di Nietzsche1: “In quanto creatori.” “Soltanto in quanto creatori.”

Nietzsche parla, in questo caso, della parola che è inserita nella cosa o ne fa l’involucro, e quindi la cosa scompare, la sostanziazione è fatta da questo dire la parola. Come d’altra parte noi diciamo.

In Nietzsche mi sembra che la questione sia che la parola annichilisce la cosa.

“Soltanto in quanto creatori”, perché capaci di superare, annientare questa parola, in nuce annientare la cosa. Ma nessun uomo può annientare la cosa se non in quanto Nur als Shaffende: creatore.

Anche noi siamo su una certa linea di questo tipo, di questo mancare della cosa; questo modo per cui il pensiero umano riesce a pensare la cosa se la cosa assume un segno meno. Ma in questo segno meno non c’è nulla del fondamentale nichilismo che c’è in questo annientare la cosa nicciano. C’è il tentativo di come pensare la cosa, come poter bucare la cosa, di come bucare il mondo perché ammettiamo che al centro del mondo, al centro dell’universo, al centro spostato, anzi, dall’universo, dal mondo, il cervello umano, l’ultima sua fase di creazione, di sustanziazione della neocorteccia abbia prodotto una centralità differente, una centralità tale per cui questa è capace di dire il nulla, dire nulla.

Il cervello umano, la persona, poi, l’individuo umano, il soggetto umano capta questo nulla al centro della cosa, al centro di sé - ma un nulla senza annientamento, ripeto -, ma non sa pensarlo, non sa sufficientemente pensarlo, non sa averne una coscienza, perché la coscienza è in tempo secondo e non ci arriva a cogliere questo nientare, questo annichilire, questo nichilire, questo meno che viene dato al mondo perché il mondo possa esistere all’interno della capacità della lingua umana.

Son già andato troppo avanti, perché volevo prima stare un pochettino ai margini, prima di parlare di questo.

Volevo presentare i seminari di quest’anno. Ci sarà stasera il pensiero e la voce di Nausicaa, e ci sarà anche il pensiero e la voce nuovi, qui a parlare, di Luciana La Stella, che alcuni di voi conoscono e che è stata invitata e ha prodotto un suo scritto per questi seminari in relazione a un lavoro fatto appunto anche sulla lingua, sul linguaggio, che è La destituzione del giorno del giudizio, un mio lavoro che verrà presto pubblicato per Aracne, di cui lei è direttrice di una collana importante, fondamentale, relativamente alla conoscenza.

Ha fatto, fino adesso, un lavoro egregio per riuscire a strutturare questa mia lingua all’interno di certi parametri che una casa editrice diversa dalla nostra richiede, e ha richiesto, relativamente a questa scrittura che continuamente è cangiante. Ed è per questo che l’ho invitata a dire la sua parola.

Adesso invito Erika a fare un brevissimo prologo, nuovo, un accadimento della parola, un accadimento del dire e del mostrarsi, e poi finire lì.

E poi andremo avanti.

“Illimitato senso, illimitata

recondita speranza di

annullamento oltre

il confine del senso.

Fraseggio nell’ora del transito.

Io ci sto.

E tu cammini svelta?

Tra le colonne, di quell’intreccio

Fra le lacune del migrare di

Spazio e tempo. E della persona

che lo pensa.”2

Questo è un accadere, è un piccolo pezzo del poema, sciolto dal poema per produrre questo lieve accadimento che non ha un precedente, che non ha un successivo, in questo caso. Mi è sembrato quell’elemento di sospensione e di sostanziazione di questa sospensione: come poter far parlare questo silenzio che sta a fondamento della cosa qualora la cosa, il mondo, la cosiddetta realtà, la res abbia in sé il segno meno.

Quello a cui noi tutti qui stiamo lavorando, cui io in particolare sto lavorando, è il fatto di riuscire a poter dire qualche cosa relativamente a questo che io ho chiamato nulla o assenza; questa entità che si può dire mancamento, che non ha altri termini, che non si sa come poterlo dire; sembra una teologia negativa; questo particolare luogo che sta nel nostro cervello, e che sta in primis, senza il quale non potrebbero essere dette le altre parole, o non potrebbe essere detto o attraversato o comunque concepito il mondo della realtà.

Ho continuato, negli anni, a spostarmi, a produrre continuamente questo allontanamento, questo distacco, pur usando la parola. Non ho mai rinunciato alla parola, non sono mai arrivato a dire: qui non c’è nulla e basta, quel tentativo che anche la poesia del Novecento ha fatto, che Mallarmé ha inseguito, che a un certo punto ha posto rompendo il farsi poetico, facendo nascere un’altra poetica fatta di questo nulla, dopo averlo sussunto, a caro prezzo, come lui dice.

L’assunzione di questo nulla, nel pieno del suo essere gettato nel mondo, ha un grosso prezzo, nel suo farsi, ma una volta raggiunto, una volta essendosi attuato in questo gettarsi nel mondo e in questo concepirsi nella mente e immentarsi nel corpo diventa una via speciale al poter essere noi in quanto creatori di mondo o in quanto creatori perché esseri pensanti.

L’essere pensante non può non concepire questo nulla, non può non concepire questo suo mancamento. Mi viene, per associazione, il fatto che questo è l’antinarcisismo, è il contrario di quel rispecchiamento che l’attuale situazione tende a proporre, almeno in una sua stratificazione, in quello che io chiamo la schiuma delle cose, la schiuma della società, mentre al fondo ci sta l’altro elemento del niente che è, in alcuni soggetti, in alcune situazioni, questo desiderio dell’annichilimento, questa attrazione del niente, ma come il niente che produce l’assoluta distruzione.

Questo segno meno porta con sé il poter essere creatori, ma contemporaneamente porta in sé il fatto che l’assunzione di questa immentazione è una disposizione particolare che viene richiesta, è una via, è un solco particolare che viene richiesto, che vedo che è il modo per poter comprendere appieno, nella sua concezione immentata, la via che io propongo con le parole che io ho usato nei miei processi sia di vita sia di conoscenza sia di affetto sia di mancamento, con le parole attraverso cui ho composto le mie opere letterarie e, non solo, anche le opere che hanno un alcunché di argomentativo, come sono questi seminari, come vogliono essere questi seminari, anche se non c’è una causa conosciuta a monte ma c’è un elemento acausale, c’è un elemento che può assomigliare anche, in certi casi, a quell’accadimento che ho proposto poc’anzi, che Erika ha tradotto nella parola e nel canto. Questo essere lì in quel momento e poi sparire; questa sparizione, questo raddoppio del mondo attraverso questa sparizione, questo mondo che si raddoppia attraverso il suo scomparire ma senza l’atto di conflagrazione, senza l’esplosione.

Ho pensato sempre che all’origine del crear ci fosse questo mancando, questo mancante, e che in un certo senso la creazione, così come noi la viviamo, è questa creazione di noi stessi e che gli oggetti che noi contempliamo e che noi usiamo abbiano assunto un alcunché di energetico in eccesso rispetto a quello che essi in realtà potrebbero avere o sussumere. Ovvero, noi in generale, il cervello così come è venuto fuori da una fase di evoluzione precoce, secondo me, ha prodotto e ha gettato nel mondo il nostro cervello, e il mondo ha risposto con questo alcunché di energetico in eccesso, senza questa sua espressione di mancamento se non nel suo piano più inferiore, più difficile d’andare a cogliere attraverso un’attività pensante che è quell’attività pensante conoscitiva, ma anche quell’attività pensante affettiva.

C’è un alcunché di materia in più, di energia in più che ha da venir meno, che ha questo segno meno che io propongo in tutte le parole che uso, in tutte le connessioni delle parole che uso, e anche in questo ultimo lavoro che sto proponendo a me stesso, o che esso si sta proponendo a me, che ho chiamato Opuszero, al quale sto lavorando, e che adesso voglio proporre con Erika, e ne dirò una breve parte anch’io. Un lavoro che si pone ai margini delle cose, e poi le prende il più possibile in mano: abbandona per un attimo il nulla, questo vuoto, per prendere in mano le cose, ma per prenderle in mano in una maniera speciale tale per cui questo vuoto e questo nulla possano rigenerarsi – Nur als Schaffende –, ricrearsi in quanto capaci di questa diminutio.

E qui le parole sono composite. In questo scritto ho abbandonato la parola soltanto singola, come c’è nel linguaggio diciamo ordinario, ma ho voluto comporre le parole perché assumessero la densità loro dovuta, ma questa densità potesse smussarsi pur nel loro essere, le parole, così capienti di significato, il quale significato continua a perdersi per strada e a ricrearsi, perdersi e ricrearsi, venir meno e generare, poter essere e mancare, mancare e prendere questo gettato casualmente, accidentalmente nel mondo, assumere quel senso e poi perdere immediatamente il senso perché non occorre che alle cose, al creare, al generare ci sia la sostanza di senso che il linguaggio solitamente conosce.

Ma la lingua non può dire il tutto, la lingua non può esaurire la conoscenza, non può esaurire il sapere, non può esaurire la sapienza, non può esaurire il nulla che c’è dentro in se stessa e nella realtà che può essere concepita dall’umano, perché altrimenti diventa quel muro, che è un muro simile al muro di morte, a cui poi occorre esplodere per poter dir qualcosa, e quindi annichilire esplodendo, e quindi scoperchiando completamente quello che è l’inconscio ancora retrivo, l’inconscio ancora incapace di avere una sua identità, una sua forma.

Adesso do la parola a Erika circa Opuszero; il paragrafo, l’inciso che si chiama Il pensiero.



(Il-Pensiero)

Riprendiamocelo: raccogliticcio. Riprendiamocelo: nella forma al più bislacca, uomini-homines-homines scaltri e nervosi. Rimbecilliti talvolta a scapito della più recondita immagine che l'inconscio sappia far emergere. Nell'uno e nel due: clac e



clac

s'è già rivolto/rivoltato nell'epilessia d'un dolore che sa di natura di specie, e la feconda nonostante o malgrado l'assenza d'un viscere scolpito nella imperfezione della causalità informe. Più di uno, dunque, mi hai già assalito, o pensiero, o formicalasuafigura: speciedimale, speciedigrandepiccolomale che si ordina vuoto nell'essergiàstato inmorte assente. Io-locopio. Elo trasmisiinforma discarafaggio oltre le transenne kafkiane, d'un illimitato, illuminato chiaroscuro che tempra l'impossibile storia d'un microbodisostanza, e la fastingere fino all'improbabile cessazionedimorte: nel corpo dell'aldilà annichilirà soli a-dimenticar codestaforza dello svuotardellordinanza, o soldati che vi lasciate morire nel miseroassedio dicampo sopra le macerie delcampo di sole e dimacerie tratte dallo scavo dellatrincea - o chi passa il Mediterraneo e lì muore solonelleacque dolorose/dell'inizio-nascituro.

È unaconoscenza dilungocorso.

Tra l'avvio e il segnale di ALT, la stratosfera e la coloritura delleossa colporifinire tremordicesare e di-morte, soltanto nel decidere il mascolino/femminile corporale, illustrato benbene dalle verità del solstizio che sorprese le ossa e le carni a-favor d'una specie matura/immatura: cosmoangoloso: così da-vertigine diKeplero – moribondo nelfieri e nel corrispondere l'unoad uno, e c'è movimento di cervello all'indietro della ragione; colpogrosso quale sostrato della mia incompleta condizione di uomo/nonuomo, sceltoacaso nel gregge che mi fa dolore nell'aprirsi/s'aprisse ancorpiù la stiva di coloro che son uccisi nel passarilMediterraneo; mostruosa incudine dell'insuccesso d'Europa e della sua Manovra, incima alpensiero dove saettò la caldaignuda smorfia dellastagione specifica di umano-sogno, dell'umano lalineatelasogno come mira di assoluto stantío, e allora c'è morte. E si va a finir dicoprire l'impatto del mancardime e dite e della spenta, ma chiaraimmagine da-cui stringere dita umane, nel cervello sensibile: ma bussarono di lì e lì si stagliavano controlaparete della crudele sfida alla coscienza/duevolte la coscienza in-uno e qui mi ritrovai scoperto dime stesso, ci vuole qualcosa dipiù ordinario. Con le manidisgiunte a-pregar d'avrir le soglie, tutte fino a-sfinir. (Assenzadinulla)3.



Paolo Ferrari: Come avete sentito, mi son cimentato anch’io nella lettura di questo “avrir di soglia”, questo aprir la soglia, aprir di soglia. E questo è il passaggio, anche, dal poema alla prosa.

Mi son cimentato anche perché questo scrivere mi trafigge. Mentre lo scrivere il Poema4 era molto libero, complesso ma anche dolce, questo invece è una ferita. Ma è una ferita che porta a questo condensare e aprire, questa ulteriore soglia della lingua che può dire, e che cerco di poter dire, di questo nulla che sta alla base, di questo nulla che è Nur als Shaffende, in quanto creatore, in quanto creatori. Posso pensare, e posso pensare il modo d’essere al mondo ed essere distinto ulteriormente dal mondo tale per poter venire in questo luogo che è il venir meno, ed è mancar di me.

Adesso passo la parola a Susanna.

Susanna Verri: A proposito di questo procedere nel generar mancando, a partire anche dal programma dei seminari di quest’anno che ancora abbiamo da leggere, perché nella sua complessità l’abbiamo appena avuto in mano, fresco fresco, da poche ore, riprendo quel titolo che avevo dato, perché mi interessa in relazione al tema di cui diceva Paolo e a molte delle cose che ha detto: Buchi, assenze, mancanze nella trama del reale.

Cercherò, molto rapidamente, di accennare ad alcuni di questi buchi o ad alcuni punti topici, anche nella cultura e non solo nel pensiero di Paolo, in cui emerge questa metafora del buco, a partire dagli stessi pozzi in cui ci troviamo, gli astratti pozzi della serie delle opere di Paolo e i pozzi che abbiamo disseminato in diverse operazioni artistico-scientifico-architettoniche di questo periodo e anche dell’anno scorso: uno l’abbiamo posto nella facciata del Dado5, uno è a Gaggiano6, tanto per dirne una, sul muro del cimitero – e poi ci torneremo.

Questo buco con cui inizia l’amata - tanto amata da me, ma da tanti di noi, credo - prima strofa di Homo abstractus7, un buco nell’intelligenza alla creazione del mondo: all’inizio del mondo questo buco oscuro nell’intelligenza e nel pensiero di Homo sapiens, un buco che non c’è tempo né di colmare né di capire, perché procede l’evoluzione; questo buco sarà stato colmato oppure no, non lo sappiamo; resta questo elemento incompiuto nella storia, nella via stretta di Homo sapiens che proprio per questa sua conformazione, per questo suo essere né uomo né animale ma ad altra vita destinato, come ha scritto Paolo in un altro bellissimo aforisma, per questa sua condizione incompiuta ha una via stretta da percorrere, proprio tout court, come elemento della specie che nasce in un corpo animale in cui si sviluppa un pensiero, un pensiero che fin dall’inizio resta limitato dentro questo corpo dell’animale, o comunque ha da percorrere questa via per costruire quella che poi è la vita del pensiero più ampia o più aperta, o quella anche di cui ci occupiamo in questi seminari, questo bucare la realtà dove nasce questa ferita, questa ferita che attiene alla realtà nella sua esistenza, nella sua possibilità di esistenza, senza la quale non vi sarebbe, appunto, vita nel senso alto del termine, nel senso di bíos, di zoe, del passaggio dalla mera vita alla forma di vita dell’umano.

Il secondo punto è una citazione da Badiou, Alain Badiou, il filosofo che ha pubblicato recentemente il testo Alla ricerca del reale perduto. Badiou fa un’analisi anche politica, partendo da Le ceneri di Gramsci, di Pasolini, arrivando a dire di una realtà – ecco, quindi, un altro limite della realtà o un’altra sua incompiutezza – divenuta non più creativa, in un certo senso, non più, anche nell’arte, capace di dire, di criticare, di proporre, ma mero fatto, mero dato imposto da determinate condizioni dell’economia, del potere.

Ma quello che ci interessa di questo libro, oltre al titolo, è l’accenno al reale che Badiou intende o va a prendere in termini lacaniani. E allora facciamo un altro passo: il reale è l’impossibile; altro elemento topico della cultura del secolo, una citazione da Lacan dove il reale, che è una delle logiche, dei registri da lui citati – di cui abbiamo parlato altre volte –, il reale, il simbolico, l’immaginario, il simbolico che attiene al linguaggio specifico del pensiero lacaniano, il reale non è una forma della realtà ma è qualche cosa che la sottende – come Recalcati ha espresso in un suo articolo in cui differenzia il reale dalla realtà –, il reale è l’aspetto non completamente simbolizzabile della realtà, e quindi quello che quando si manifesta ha sempre in sé un alcunché di traumatico, dice Lacan, il reale non cessa di non scriversi, cioè non è simbolizzabile, non ci sta tutto all’interno della parola, non ci sta tutto all’interno del pensiero che simboleggia, e dunque è inconoscibile. E in questo inconoscibile ha sempre un elemento anche di sorpresa, di spiazzamento, cioè di rottura di un elemento unitario o uniforme: un elemento perturbante, noi potremmo dire, facendo un’altra citazione da Freud.

E quindi l’umano alle prese con questa sua condizione in cui vive una condizione che è molto al di là di quello che egli possa simbolizzare, e quindi capire, e quindi designare col suo pensiero, ma è una realtà attraversata da oggetti concreti, da oggetti primari che la sua capacità di simbolizzare non riesce a dominare completamente, non riesce a nulla, sostanzialmente.

Da questo punto di vista, un altro punto invece totalmente opposto è quello che produce la poesia. La poesia, per l’umano, diceva Gio Ferri nell’introduzione al poema di Paolo8, tra le altre cose, è il linguaggio invece capace della maggiore distanza possibile, quindi è il linguaggio che è qui e contemporaneamente nella massima distanza. La poesia di Paolo, poi, ha questa sua condizione, come gli ultimi suoi libri, come lui diceva prima, questo essere gettato nel niente, diceva in una recente intervista-conversazione che abbiamo avuto. Da lì, dunque, nasce la possibilità di un universo altro, questo essere gettato nel niente che è qualche cosa di cui anche lui parlava prima.

Faccio un passo indietro. Vorrei fare un breve accenno al mito di Prometeo, perché sempre nella stessa intervista-conversazione Paolo citava il Prometeo di Eschilo, e l’ho riletto, quindi.

Rileggendo la vicenda di Prometeo mi è interessata – molto in sintesi – una cosa: in realtà la sua scoperta, la sua trasgressione, la scoperta di quello che egli porta agli uomini non è soltanto il fuoco, la téchne, tutto quello che sappiamo solitamente, ma nel testo si dice molto chiaramente che egli porta il pensiero, la capacità razionale, e si descrive quindi questa caverna.

Quindi, l’altro buco del nostro discorso è questa caverna originaria in cui vivevano gli uomini prima del mito, prima dell’arrivo di Prometeo, cioè vivevano sottoterra in una condizione di mancanza di pensiero, d’incapacità di discernere, d’incapacità di capire, di vedere la realtà in cui pure vivevano. E l’intera tragedia ha in sé questo mondo che è giunto alla fine, ha in sé la fine di un mondo, si svolge sul confine della fine di un mondo, e porta dentro quest’oscurità del muro del reale o della realtà stessa, anche, nel loro limite prima dell’avvento del pensiero, o con l’avvento già del pensiero greco, quindi del pensiero filosofico, ma ancora non aperti alla condizione del pensare del nuovo universo di cui stiamo parlando, poetico e di pensiero.

In sintesi: l’immagine sul muro del cimitero di Gaggiano9 del pozzo, il pozzo profondo che è anche emblema della coscienza nuova, di nuovo genere, e dall’altra parte l’uomo che pensa, che pesa-pensa, il pensiero come peso dell’unità di misura del peso della lana, pensiero che pesa-pensa, su uno spartito di musica, dentro il segno di Paolo, sul muro del cimitero, cimitero, per l’Editto di Saint Cloud, fuori dal villaggio, cimitero storico e nuovo contemporaneamente, nell’aperta campagna, come origine di un punto, di un nodo della rete, di quei punti di nuovo pensiero di cui ci occupiamo e che sono anche figurati sul nostro programma dei seminari.

Mi fermo qua.



Paolo Ferrari: Adesso, come è tradizione, Luigi, che suonerà un pezzo da lui elaborato intorno a un pezzo per doppio pianoforte che abbiamo fatto insieme – un pianoforte raddoppiato –, che ha lavorato intorno a Opuszero, a questa lingua nuova e a questa lingua composita, densa, condensata, eppure vuota.

Al termine, proporremo un ulteriore raddoppio di questo pezzo, per portare al secondo stadio questa operazione che adesso è composta, allora, di un pezzo per doppio pianoforte, una elaborazione di Luigi, l’insieme di questo verrà portato a un ulteriore stadio per porre questo Numero 2.

A te.

[Elaborazione di un pezzo per doppio pianoforte di Luigi Bruzzone e Paolo Ferrari, Luigi Bruzzone pf. Durata 2’]



Paolo Ferrari: Bravo! Opuszero-jazzassenza.

Adesso, Nausicaa.


No, anzi, adesso Luciana. Nausicaa la sentiamo in mezzo.


Luciana, sei pronta?

Luciana La Stella: La sostituzione che antecede.

Noi siamo, un po’ come Baselitz, questo personaggio del Saggio-romanzo – affascinante –10, e rovesciamo le nostre tele, prima ancora di partire. Così anche per noi è possibile quest’assunzione, che diceva prima Paolo, dal nulla nel pieno, ed essere in questo modo gettati in questo viaggio, questo viaggio nel mondo attraverso queste Sostituzioni che precedono, che antecedono.

La mia esperienza, il mio viaggiare in questo Saggio-romanzo11 mi ha portato un po’ come nelle fondazioni medievali dove troviamo la costruzione di un castello dentro l’altro, e tutti siamo coinvolti nel continuare a fondere quello che riconosciamo come sviluppo di ciò che è accaduto, o come interattivamente accade.

Tutto questo ci porta ad un nuovo accadimento, ad un raddoppio nell’accadere di nuovo, ma in modo altro. In questo esercizio ci sembra di apprendere un nuovo stile, che prepara il bagaglio del nostro cammino. Così il volto dell’altro, incontrato in uno sguardo, in una parola, in una frase, in un detto di cui non c’è nota l’origine o la provenienza, la strada che percorriamo, ci illumina in un iperspazio intrapreso, al di là della contaminazione organica del tempo, in un tempo senza tempo, in un tempo altro. Una lettura capace di richiamare quel nostro sapere interiore che ci accompagna in una continua sorpresa negli accadimenti che ci coinvolgono anche senza un accorgimento profondo, ma quasi casualmente, a nostra insaputa.

L’esistenza viaggia clinicamente nella cultura e assapora misteri, rivelazioni e rivisitazioni al nostro consapevole sapere per raggiungere quasi un’estasi del desiderio, in un approdo fecondo, pur se inizialmente instabile perché al di fuori della nostra consuetudine. Quasi un paradosso, quel rimanere imbrigliati, attoniti, e percepire il grande amore che traspare dalla lettura, per aprirci una strada diversa e maneggiare in un modo altro il nostro essere al mondo di heideggeriana memoria. Un sapere e potere verso una decostruzione che ci esorta a ripensare e a rileggere dove tutto ci sembrava chiaro, e ora appare caos e caso; un movimento in levare nella verticalità; levare come sollevare l’altro dei pesi e far posto alla leggerezza del viaggio dell’esserci, quasi in un volo libero.

In questo senso si contamina questo andirivieni.

Questo Saggio-romanzo12 testimonia l’esperienza maturata nei viaggi del tempo in cui siamo trasportati e che rivisitiamo in-Assenza. Il doppio e la stratificazione successiva rivela in modo scandito origini sconosciute che si delineano con maggior familiarità.

Ecco, questo è un po’ quello che io ho sentito in questa lettura e in queste Sostituzioni dove proprio l’andare anche a rileggere mi portava indietro, in cose forse familiari, in questa cultura, in quest’arte, in questa multidisciplinarità che traspare, nella fisica, nella matematica, nella scienza, e in questo andare, tornare, riprendere, perché in questo Saggio-romanzo13 si viaggia, ma poi si possono riprendere delle cose.

Ecco, io invito tutti – forse qualcuno di voi lo conosceva già – a poter leggere questo lavoro di Paolo, che veramente ci porta il nostro mondo in questo mondo, e proprio quello che io ho appreso, che mancava alla mia multidisciplinarità: probabilmente mancava proprio l’Assenza, proprio questo togliere, questo levare per poter andare avanti.

Grazie.


Paolo Ferrari: Dì un momento qual è la tua specificità, il tuo lavoro…

Luciana La Stella: Sì. Diciamo che io in questa Collana, Inconscio e società, sono stata emozionantissima di poter lavorare su questo Saggio-romanzo14. Questa Collana è un po’ codificata, però questo Saggio-romanzo15 è stato messo nei testi, non nella parte poetica o nella parte del cinema, psicoanalisi o altre parti, proprio perché è un Saggio che ci porta a questa, anche, cultura. E il mio lavoro è un po’ quello di…

Paolo Ferrari: Ma anche il tuo lavoro in generale. Di cosa ti occupi?

Luciana La Stella: Be’, io sono psicoanalista, quindi per me la parola è importante. In questo momento sto facendo un lavoro per un convegno che sarà La parola tra la psicoanalisi e le neuroscienze. In questo percorso, dove vado approfondendo alcuni temi, sento però che questi temi io li sento molto forti anche in questo Saggio-romanzo16, quindi trovo che il mio lavoro nella lingua, nel cercare… io sono anche filosofa, quindi per me anche l’origine della parola, quindi andare a cercare le connessioni, è molto importante. Quindi, io ho trovato anche in questo Saggio-romanzo17 tante cose su cui mi sono soffermata, per esempio “immentato”, che è una cosa che magari per molti di voi che sono tantissimi anni che partecipate ai seminari è una parola magari comune. Per me, per esempio, questa parola non era così comune, quindi questo lavoro mi permette di entrare nella parola, ma di poter percorrere questo viaggio.

Non so se ho risposto a quello che tu mi hai chiesto.



Paolo Ferrari: Grazie.

Nausicaa.



Nausicaa Pezzoni: Mi sono chiesta che cos’è per l’urbanistica la via da percorrere e verso dove conduce il suo progetto; che cosa cioè si propone di generare il progetto urbano, e in quali direzioni si potrebbe muovere per provare a generar/mancando.

La “via” con cui l’urbanistica tenta di generare l’abitabilità di un territorio, che è il suo oggetto da progettare, è un’infrastruttura di connessione tra diversi ambienti, una direttrice di collegamento e un asse lungo cui si attestano le diverse funzioni urbane. È la strada, sono i tracciati ferroviari, i percorsi ciclopedonali, i canali navigabili: tutte quelle attrezzature di un ambiente costruito che permettono la relazione fra le sue parti.

E, nella città contemporanea, questa particolare “via” che ha il territorio come suo orizzonte di senso assume accezioni sempre più ampie e anche più astratte, per cui la strada viene pensata non più soltanto nelle sue funzioni di mobilità e collegamento, ma anche come spazio da ripensare nelle sue potenzialità di incontro, di socialità, di invenzione espressiva, come è stata descritta nella Biennale dello Spazio Pubblico – recentemente tenutasi a Roma –, che ha scelto proprio il tema della strada per riflettere sul progetto di spazio pubblico nella città attuale.

Ma le città e i territori contemporanei ci parlano anche di una connettività che è sempre più pervasiva e che riguarda non solo elementi territoriali, ma anche reti tecnologiche, reti immateriali, come i social network, che sono le reti virtuali della socialità, connessioni di diversa natura che tendono a moltiplicare complessivamente l’accessibilità del territorio nelle sue componenti materiali e immateriali.

E questo moltiplicarsi, stratificarsi di reti e di connessioni ci apre l’interrogativo su quale genere di abitabilità vogliamo progettare e a quale cosa-mondo, a quale oggetto vogliamo dare accesso.

Da questo interrogativo mi sono mossa intrecciandomi anche con un’altra sollecitazione che arriva dall’INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica, che a dicembre terrà a Napoli una giornata di studi intitolata Infrastrutture blu e verdi, reti virtuali, culturali e sociali in cui presenterò Un nuovo paesaggio nutre il viandante18 come progetto di una particolare infrastruttura che interseca il territorio della città metropolitana milanese, come un oggetto urbano che ha una sua specifica funzione trasformativa e di connessione sul territorio, e che è stata anche realizzata attraverso un sistema di relazioni tra soggetti pubblici e privati che hanno formato una rete, una rete che ha consentito di intervenire a una scala molto vasta, perché stiamo parlando dei territori di più Comuni, e con un’azione trasformativa di grande impatto in uno dei territori protetti da vincoli paesaggistici tra i più protetti del Nord Italia, senza dover seguire l’iter delle autorizzazioni prescritte dalle normative urbanistiche, ma poggiandosi proprio su una rete, un’interrelazione.

Allora mostrerò alcune immagini dell’installazione, partendo dalla copertina del programma dei seminari, che è una Stratificazione con variazione di una delle opere inserite nel percorso, il quale sta per essere ulteriormente ampliato con l’inserimento di nuove opere su alcuni edifici di Cisliano.

L’itinerario artistico-paesaggistico tracciato dall’installazione disegna sul territorio una rete aperta, cioè che, fin dalla sua origine, propone una trasformazione del paesaggio in progress, con una sequenza di opere di Paolo Ferrari aperta all’introduzione di nuovi elementi, pur nel disegno unitario di quello che si configura e che già sta diventando, con la realizzazione del percorso fin qui progettato, un nuovo paesaggio.

L’opera che vediamo19 è collocata sui muri di una scuola, e ritrae due figure umane: una che è l’ombra di un uomo specchiato nell’acqua, una figura de-materializzata in cammino, che sembra dialogare con una scultura posta di fronte a lei. L’opera narra un incontro, e nell’installazione si intitola L’incontro, fra due figure che sono entrambe i soggetti di una trasfigurazione: la scultura africana rappresenta un uomo dal volto scuro vestito da esploratore, che sembra essere la metamorfosi di un artista africano in un viaggiatore europeo. L’altra figura, l’ombra, sembra riflettere il personaggio esploratore che vi si specchia, e che si mostra al contempo come una presenza d’altra natura, pronta a scomparire nell’acqua, nella stessa materia da cui sembra affiorare. Un cavallo ai margini della scena crea un nucleo, pone una tridimensionalità, dove si forma uno spazio che è vuoto ed è densamente stratificato, in mezzo alla scena stratificata dalla sovrapposizione della carta millimetrata e dal gesto pittorico.

Questa immagine è l’opera posizionata sulla scuola di Cisliano, di cui quella precedente è la Stratificazione con variazione.

Ora, l’installazione genera nuclei vuoti in ogni tappa in cui si snoda il percorso: crea dei punti di riferimento sul territorio, e quello che sta avvenendo è il fatto che alcuni elementi del paesaggio vengano visti per la prima volta dagli abitanti grazie alle opere che ora li segnano, che gli danno una nuova connotazione.

Il territorio viene infrastrutturato con una trama ampia che coinvolge ambiti con diverse destinazioni d’uso e con differenti valenze architettoniche e ambientali, dagli spazi aperti dei campi ai luoghi della vita civica della città, come il municipio, la biblioteca, ma anche zone industriali, borghi storici, in un disegno di paesaggio che può dialogare con qualsiasi ambiente.

L’avevamo visto anche nella fabbrica di Valenza20, che è stato il primo progetto di Raddoppio di un paesaggio con le opere di Paolo Ferrari, di un paesaggio umano, in quel caso, un luogo del lavoro che veniva attraversato da un percorso costituito da vie, da strade e piazze, ovverosia nodi, dove le opere andavano a formare nuclei significanti, punti di riferimento entro il percorso segnato dal ciclo di produzione dello stabilimento, innescando, con questa infrastrutturazione del luogo-fabbrica, processi di appropriazione dello spazio da parte degli operai, di chi abitava quel luogo, per cui si erano verificati significativi miglioramenti nella vita della fabbrica, ed era anche diminuito drasticamente il numero degli incidenti sul lavoro.

Ne Un nuovo paesaggio nutre il viandante21, un esempio del fatto che alcuni luoghi vengono visti dagli abitanti e riconosciuti proprio grazie alle opere introdotte, è il racconto di alcuni studenti delle scuole di Gaggiano, accompagnati da Susanna in una visita all’installazione, che hanno scoperto la Casa delle Chiavi, nei pressi di un’antica chiusa del Naviglio, un edificio che ha assunto un ruolo simbolico per l’intera regione agricola del Sud Milano essendo il luogo in cui venivano custodite le chiavi delle chiuse del Naviglio, indispensabili per governare il sistema di irrigazione dei campi – lo vediamo qui. Ci troviamo qui in un contesto territoriale che dal sistema irriguo è stato trasformato, rimodellato, e “raddoppiato” per poter essere coltivato, e che grazie all’acqua ha potuto diventare una regione ricca di vie di comunicazione strategiche, come lo sono state i Navigli prima dell’avvento della ferrovia.

Nell’opera posta sul muro esterno della Casa delle Chiavi, l’immagine dell’ombra entra nel percorso ciclabile che scorre lungo il Naviglio. La figura umana che si specchia nell’acqua sembra essere un’altra presenza insieme ai ciclisti; è la stessa figura de-materializzata in cammino che compare nell’Incontro, e che qui nel movimento intersecato dall’oscillazione dell’acqua sembra uscire dal Naviglio e dirigersi verso la campagna, indicando nello stesso tempo la funzione originaria del luogo in cui è collocata, legata all’acqua, e l’inizio di un percorso d’altra materia.

In queste due immagini vediamo l’intreccio di significati e di forme, di richiami tra le opere e i segni del territorio, di cui questa particolare infrastruttura è composta, dove si vede lo scarto per cui un progetto che impronta il paesaggio dei segni della contemporaneità rivela i luoghi di una tradizione in cui la comunità da sempre si riconosce e di cui si riappropria ora quali oggetti di un territorio diversamente narrato.

Ma si tratta di punti di riferimento che non si fissano come dei monumenti nel paesaggio perché sono oggetti che vengono accolti, assorbiti dal contesto e che nello stesso tempo lo interrogano, propongono al viandante che li osserva una visione del territorio differente che spinge continuamente l’osservatore a uscire da quel paesaggio, a mettersi in relazione con un ambiente che gli viene mostrato ribaltato, arricchito, trasfigurato in questi nuclei di informazioni, in queste condensazioni di riferimenti, di stratificazioni, di richiami culturali che gli offrono la possibilità di vedere altrimenti, e creano un nuovo paesaggio.

Concludo dicendo che potremmo chiamare queste opere “opere-confine”, o “luoghi/confine”, prendendo in prestito un’espressione, un concetto che ha usato Luciano per definire la lingua del Poema De Absentiae Natura22. E volevo citare, dall’introduzione di Luciano:

“Ciò che il Poema indica tramite parole-confine non si risolve in significato. Impotente è la parola se non rischia di disfarsi e superarsi. Occorre coraggio, o follia, o le due cose insieme, altrimenti si resta al di qua.”23

Ed è questo non lasciare che l’osservatore si fermi al di qua, nell’osservazione del paesaggio, ciò che queste opere producono, mettendosi in relazione con l’oggetto-territorio, senza risolversi in immagini o in elementi artistico-architettonici, come la parola-confine non si risolve in significato, perché contengono la potenza trasformativa di un’infrastruttura che raddoppia il paesaggio facendosi porta d’accesso, forse soglia, a un altro genere di spazio pubblico, dove si attua un’abitabilità che è continuamente generativa di nuovi significati, di ulteriori soluzioni di senso del territorio e dello stesso abitare.



Paolo Ferrari: Luciano, a te.

Luciano Eletti: Sia il titolo dei seminari, sia la citazione nietzschiana consentono un’ipotesi, un’ipotesi di lettura del libro in uscita sulla destituzione del giorno del giudizio24. Quindi, la creazione di mondo, quindi la creazione, la destituzione, il generar/mancando e i verbi della destituzione.

Tra tutto questo c’è una relazione che vale la pena indagare.

Cominciamo andando a riprendere quella citazione di Nietzsche. Sta in La Gaia Scienza, Aforisma 58 – sono una ventina di righe25.

Andiamo a vedere cosa dice effettivamente. Perché poi noi lo abbiamo ripreso nel testo dei seminari, passando oltre la lettera nietzschiana, e si vede una lettura di Agamben del Nietzsche di Heidegger, le famose lezioni nietzschiane degli Anni Trenta, che sono state il primo studio, in senso stretto, filosofico di Nietzsche.

Allora, cosa dice Nietzsche, di fatto – non lo leggo tutto.

La Gaia Scienza è del 1882 – per localizzarlo –, un anno prima di Zarathustra26, e anche questo si capirà.

“Fin dal principio l’apparenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza si è resa operante. Chi pensasse che l’invio a questa origine, a questo nebbioso involucro dell’illusione basterebbe ad annientare questo mondo, tenuto per sostanziale, questa cosiddetta realtà, non sarebbe altro che un bel pazzo. Solo come creatori noi possiamo annientare. Nur als Schaffende können wir vernichten! Ma non dimentichiamo neppure questo. Che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare col tempo nuove cose.”27

Allora, qui abbiamo l’origine del senso in cui l’uomo è creatore di mondo, in senso heideggeriano. E si capisce anche la parte nietzschiana di Heidegger.

Qui abbiamo a che fare con un’apparenza che non è diversa dalla sostanza, e che non è neppure un’illusione, perché questa realtà che appare illusoria in realtà è una creazione. Allo stesso tempo questa creazione non è tanto semplice da distruggere perché ha una sua validità, e allo stesso tempo creare nuovi nomi – dirà più tardi –, trasmutare i valori consente di creare un mondo nuovo, nuove cose. Quindi, questa cosa, che può essere creata e annichilita, ha già perso molto della sua magmatica certezza.

Siccome questo è un tema che in Nietzsche trovate dappertutto – è appunto l’anno prima di Zarathustra28, dove questo diventa evidente –, riprendo, per chiarimento, due tre passi del libretto di Nietzsche che anni fa avevo portato qui, quello Sull’utilità e il danno della storia per la vita, che serve a chiarire questo passo, da che punto Nietzsche lo vedesse.

Questo libretto è del 1874, e parla della storia critica in quanto la storia come scienza che giudica, e che elabora e discrimina.

“È sempre un processo pericoloso, pericoloso cioè per la vita stessa.

Uomini o tempi che servono la vita a questo modo, giudicando e annientando un passato sono sempre uomini e tempi pericolosi e in pericolo. Infatti, dato che noi siamo i risultati di generazioni precedenti, siamo anche i risultati dei loro traviamenti, delle loro passioni e dei loro errori, anzi, dei loro delitti. Non è possibile staccarsi del tutto da questa catena. Se noi condanniamo quei traviamenti e ce ne riteniamo affrancati, non è eliminato il fatto che deriviamo da essi.”

E allora riprendo un tono musicale, che abbiamo visto prima. Quindi:

“Solo con la massima forza del presente voi potete interpretare il passato. Chi non ha vissuto qualcosa in modo più grande e alto di tutti non sa neppure interpretare niente di grande e di alto del passato. Il responso del passato è sempre un responso oracolare. Soltanto colui che costruisce il futuro ha diritto a giudicare il passato. Se dietro l’istinto storico non opera un istinto costruttivo, se non si distrugge e non si fa piazza pulita affinché il futuro già vivo nella speranza non costruisca la sua casa su un terreno liberato, se la giustizia regna da sola, allora l’istinto creativo viene indebolito e scoraggiato.”

Quindi, qui abbiamo a che fare con la creazione, la cosa, l’annientamento, il vernichten che è solo prerogativa del creatore che è in grado di discernere tra l’enorme mole sconfinata dei residui del passato, discernere ciò che è utile per generare un nuovo mondo.

Per quanto verosimile, la realtà come la verità Nietzsche la esclude, ma appunto è comunque possibile che dalla falsità possano benissimo nascere nuovi valori, se questa creazione è, noi diremmo, un generar/mancando. Però occorre percorrere la stretta via, la porta stretta.

E allora, se prendete La destituzione del giorno del giudizio29 e andate ad analizzare i verbi utilizzati, quelli che ho chiamato “i verbi della destituzione”, capirete che questa destituzione è la creazione come vernichten, come annullamento in cui c’è un disarticolare che prelude all’articolazione, un dematerializzare che crea una materia assente, un dissolvere che è un dileguare per preparare il terreno su cui costruire, un sospendere che è un togliere alcuni aspetti per cui la cosa assume una forma diversa, per cui viene sottratta, quindi decostruita per essere sostituita, modificata nella sua genetica, potremmo dire; quindi decostituita della sua forma originaria; destituita e trapassata. Questo è il creare. Questo è il senso effettivamente nicciano del termine. Poi la storia di Nietzsche è altra dalla nostra, però è interessante cogliere quest’aspetto perché gli aspetti nietzschiani nell’Assenza hanno la loro parte.

Ora mi limiterò a fare una piccola estrapolazione dalla Destituzione30, per mettere in luce quanto ho detto. Mi sono preso diverse libertà, e quindi ho creato il mio testo. Non c’è una sola mia parola.

“Una serie di sostituzioni assenti opera la destituzione della mente-cervello legata a meccanismi non più necessari né davvero funzionali, retaggio di un plurimillenario ordine evoluzionistico e storico. Ed ecco,” – notare – “con piccole distruzioni successive, far mancare i residui della testa da cui far emergere una memoria riparativa da vite evanescenti, da vite evanescenti occupate da oggetti malinconici da trapassare, meccanismi cognitivi non in grado di conoscere la materia e lo zero della mancanza, paura della rinuncia e del segno meno, un dondolarsi avanti e indietro senza conseguenze. Il mondo così riveduto, ricreato diremmo anche, con una lieve modificazione ha cessato di esistere della sua primitiva esistenza, già tutto è finito e compiuto, la sua morte ha sviato gli atti del cervello decostruendo e ricostruendo, e costruendo e ricostruendo in altra parte una materia dalla forma esatta fatta di mancanza.”

Riprendendo un termine scientifico adoperato nella Destituzione31, possiamo parlare anche di un’apoptosi in-Assenza. Questo termine, inventato nel 1872, detto anche “la morte altruista”, è la morte cellulare programmata. Il termine pare che derivi dalla caduta delle foglie e dei petali dei fiori, una bella forma poetica grecheggiante.

“Eppure il cervello non accetta una realtà con interruzioni, proietta sul mondo un’immagine continua in cui la cosa non sfugge al controllo. Esso non vuole sapere di un nulla capace di esprimere mobilità alla natura delle cose e alla loro presenza/assenza. Il vuoto non è mai quello che pensa, gli sfugge la materia come massa immateriale, materia assente. In effetti, la condizione di mancanza si pone oltre i limiti della ragion sufficiente, anzi è la ragione a non essere più sufficiente. Insufficiente a dematerializzare il mondo, a dissolvere” – dissolvere: altro verbo utile – “gli istinti che costruiscono una realtà esterna e una sensibilità che nasce dalla proiezione sul mondo esterno. Va dunque smagrita la realtà stessa per sospendere la cosa, laddove si nasconde, imperatrice, l’ipersimmetria. Manca materia disposta a dileguarsi, tempo che vacilli e si pieghi. Sarebbero sufficienti assenze minime concrete per trasformare alla radice le relazioni umane, sociali, della civiltà, forse per mettere in discussione l’esistenza di una specie denominata Homo sapiens. Mentre la condizione in-Assenza che contenga la perdita dell’essere uguale a sé, che contenga dissoluzione, dispersione, offerta di sé, ovvero una leggerezza nell’articolare e disarticolare, dell’articolare e disarticolare, creatrice proprio nello stesso istante in cui si prolunga oltre il presente in un futuro che manca.” …

Questo “futuro che manca”, in molteplici significati su cui sarebbe interessante soffermarsi qualche minuto, in futuro.

“L’esistenza come modo d’essere nel mondo degli uomini è quella in cui stanno lì lì per esistere, per ex-sistere, per venirne fuori da quell’incistazione, ma si fermano sulla soglia a guardare un po’ troppo ciò che li travaglia. Dopo aver passato la vita a contrastare la morte, a inchinarsi all’oggetto-cosa, temono infatti un moto a luogo senza ritorno.”

Paolo Ferrari: Mi si è allargata la ragion sufficiente. La ragion serve… mi si è divaricata, in mezzo. Adesso come faccio a arrivare al pianoforte?

Era molto chiaro.

Allora, Opuszero32, puntata seconda.

Quattro minuti?

Raddoppio di Elaborazione, di Luigi Bruzzone; Luigi Bruzzone, Paolo Ferrari pf. Durata 5’


Paolo Ferrari: Allora, abbiamo concluso.

Mi sembra un buon inizio, di quella giusta intensità che occorre per sentir/pensar le cose.



Addio a tutti.

1 F. Nietzsche, La Gaia Scienza, Aforisma 58, Adelphi, 1977.

2 P. Ferrari, De Absentiae Natura, p. 54, O barra O edizioni, Milano, 2015. Interprete Erika Carretta.

3 P. Ferrari, Opuszero, in lavorazione. Interpreti Erika Carretta, Paolo Ferrari.

4 P. Ferrari, De Absentiae Natura, op. cit.

5 Settimo Torinese (To), La casa dei Cavalieri-Erranti, Asystemic Composition in-Absence n. 7 (2009) di Paolo Ferrari (Polfer).

6 Gaggiano e Cisliano (Mi), Un nuovo paesaggio nutre il viandante. Natura/Narrazione-Astrazione/Trasfigurazione. Asystemic Composition n. 14 di Paolo Ferrari.

7 P. Ferrari, Homo-Abstractus, O barra O edizioni, Milano, 2012.

8 G. Ferri, Paolo Ferrari e i “Discorsi sulla Poesia dell’Assenza”, in P. Ferrari, De Absentiae Natura, op. cit.

9 Vedi nota n. 6.

10 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

11 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.


12 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

13 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

14 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

15 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

16 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

17 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.


18 Vedi nota 6.

19 Vengono proiettate immagini.

20 Valenza Po (Al), Installazione-Raddoppio (dematerializzante) in-Assenza, Asystemic Composition in-Absence n. 3 (1997-2003); Terre Splendenti, Asystemic Composition in-Absence n. 5 (2007), di Paolo Ferrari (Polfer).

21 vedi nota 6.

22 P. Ferrari, op. cit.

23 L. Eletti, Oltre terre. Altri cieli. Nuova vita e nuova morte, p. 24, in P. Ferrari, De Absentiae Natura, op. cit.

24 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

25 F. Nietzsche, La Gaia Scienza, Adelphi, 1977.

26 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1881.

27 F. Nietzsche, La Gaia Scienza, op. cit.

28 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, op. cit.

29 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

30 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.

31 P. Ferrari, La destituzione del giorno del giudizio, op. cit.


32 P. Ferrari, Opuszero, op. cit.




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