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Esperienze

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Ostacoli

Opportunità

Per pochi fortunati esiste qualcosa che trascende ogni classificazione, ed è la consapevolezza; qualcosa che si leva al di sopra della rievocazione del passato, ed è la spontaneità; e qualcosa che è più soddisfacente dei giochi, ed è l’intimità”. (Eric Berne)



Indice

Introduzione…………………………………………………………………….. pag. 3

CRONOLOGIA di un progetto”



La tua miglior qualità può diventare la tua gabbia…………………………………….. pag. 4

Persone da aiutare …………………………………………………………………………………….pag. 7

DINAMICHE del gioco”



Come Cuore, Corpo e Mente comunicano tra loro ……………………………………..pag. 10

Sulle crisi di panico……………………………………………………………………………………pag. 14

Qualcosa per attrezzarsi a vivere in armonia………………………………………..….pag. 17

RELAZIONE è la parola chiave”



Da sogni a progetti………………………………………………………………………..……….pag. 19

Un laboratorio sulle parole che contano………………………...........................pag. 22

Approfondimenti per insegnanti…………………………………………………………….pag. 25

Libri da non perdere……………………………………………………………………….………pag. 28

INIZIATIVE per la divulgazione”



Collaborazione con le associazioni………………………………………………….…….pag. 30

Organizzazione di eventi………………………………………………………………..…….pag. 33

Promozione tramite Internet ……………………………………………………………….pag. 35

CONCLUSIONI………………………………………………………………………………………Pag. 37 Bibliografia………………………………………………………………………………………...pag. 40

Introduzione

Che Berne sia stato un esperto di relazioni umane e di comunicazione non ci sono dubbi. Come non ci sono dubbi che una delle realtà più vitali per la persona sia il bisogno di vivere in armonia con se stessi e con coloro che più si amano. Ma perché questa cosa risulta così complessa tanto da dover assistere all’ incremento così elevato delle separazioni coniugali, della scelta di convivere evitando il passo del matrimonio o delle difficoltà di gestione dei rapporti interpersonali in genere ? Per quali complesse ragioni deve essere così complicato vivere bene insieme ? “Insieme” : una parola chiave per la nostra vita!



Una parola che racchiude in sé: la soluzione alla nostra solitudine, l’occasione per la nostra crescita nell’uscita dall’egocentrismo, il crogiuolo della purificazione delle nostre rigidità, il sogno del superamento delle nostre divergenze, la riuscita dei nostri momenti di festa…Al cinema insieme, a tavola insieme, in vacanza insieme, ad impegnarsi in qualche progetto insieme. Una parola che svela i nostri limiti in tutte le occasioni nelle quali abbiamo fallito l’obiettivo dell’intesa, dell’ educazione, dell’ascolto, dell’ intimità come dice Berne: “Per pochi fortunati esiste qualcosa che…” Mi chiedevo se si potrà mai assistere ad una manifestazione entusiastica di interesse, simile alle resse nei supermercati o al rituale sprofondare serale in poltrona davanti alla TV per riempire una serata , per quelle occasioni di apprendimento che possono fare la differenza per la qualità della nostra vita. Se qualcuno vendesse l’occorrente per essere felici entreremmo nel suo negozio ? Se qualcuno insegnasse l’arte di stare assieme andremmo alla sua scuola ? “Ma gli uomini mai mi riuscì di capire affinchè si combinassero attraverso l’amore”. Era una questione che si poneva già De Andrè, cantando: “Il Chimico” nella raccolta “Non all’amore, né al denaro, né al cielo”. Evidentemente si tratta di un’arte complessa, che richiede studio, tenacia, capacità di rialzarsi, umiltà nel rileggere le proprie ricorrenti debolezze: i giochi psicologici, il rincorrere ostinatamente il proprio modo di essere valido, di mantenere il controllo della situazione. Mi sono appassionato allo studio di queste dinamiche perché da tre anni non posso più investire le mie energie nello sport, perché sono stato da sempre attento a ciò che poteva far soffrire chi viveva attorno a me e perché ho coltivato la conoscenza dei fattori che entrano in gioco nella relazione coniugale, nella relazione educativa e nella relazione con me stesso: durante le attivazioni del Corso triennale per Consulenti familiari, durante i 5 Corsi sui Profili di personalità, nel cammino intrapreso con la Comunità di Incontro Matrimoniale iniziato nell’81, negli studi psico-pedagogici come insegnante e nei 6 anni di letture sul funzionamento della psiche seguiti alla forma acuta di psicosi attraversata da una delle mie figlie. Ho percorso un viaggio soffermandomi agli incroci più significativi, fissando nella mente le svolte decisive e cercando di costruirmi una mappa che mi possa essere utile a non smarrire la strada. Un viaggio che non è ancora terminato, nel quale ho capito alcune cose, a mio parere basilari, utili ad assumersi il proprio ruolo di persona responsabile della qualità delle proprie relazioni, che sto cercando di proporre a colleghi, conoscenti e a semplici individui interessati, come me, ad occuparsi di strumenti educativi. Mi sono attivato nell’apertura di un Sito che raccolga percorsi e approfondimenti per “Vivere meglio Insieme”, visto che l’emergenza sociale di questi anni sottolinea davvero l’importanza di operare alla divulgazione di proposte operative che sviluppino una più approfondita competenza affettiva e relazionale. Basti pensare alle numerosissime forme di dipendenza, alle forme compulsive in genere: cibo, tv,acquisti, uso di alcolici, tabacco, sostanze psicotrope, gioco, telefonini e computer..E a come, immediatamente, scatti il disagio psico-fisico appena chi dipende da una certa compulsione si trova privato della possibilità di esercitarla. Sembra che l’insicurezza, l’ansia che scaturisce sia ingestibile per migliaia, milioni di persone che, come me, non riescono a vivere positivamente quel momento di disagio: “E se dopo…mi agito, non riesco, sto male ?”. E se sei così giocato dalle emozioni negative come potrai Vivere meglio Insieme agli altri? “Nulla è più facile di percorrere vie infantili o di farvi ritorno” secondo Jung (1).Magari si potrebbe iniziare a comprendere come funzioniamo per vivere meglio insieme a noi stessi, intanto… O tentare di rileggere la nostra storia per scoprire come mai al nostro interno le esperienze evochino certe reazioni come se i rimbalzi e le risonanze seguissero qualche regola di un gioco. Il gioco che per analogia mi sembra più appropriato è quello del Flipper, durante il quale si totalizzano punti, si rilancia in continuazione, avviene un rapidissimo succedersi di impulsi, spinte e cambiamenti repentini.

(1)G.P.Quaglino-A.Romano “A spasso con Jung”,Mi 05, R.Cortina Editore, p.37

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1.1 “La tua migliore qualità può diventare la tua gabbia”

Quando mia madre venne sottoposta per un mese alla cura del sonno per le conseguenze della radarterapia seguita all’asportazione dell’utero ed al forte esaurimento che ne seguì avevo 11 anni. Da tempo lei si sfogava con me della solitudine nella quale mio padre la lasciava e avevo già assistito a numerose situazioni di tensione e di scontro tra loro. Andavo da solo a trovarla, anche nel buio invernale, fino in via Ghiara ed ero convinto fosse mio padre la causa della sua malattia, così lo affrontai, davanti all’entrata del bar: lo misi di fronte alle sue responsabilità. Superata la paura, subentrò lo stupore per il suo silenzio che significava ammettere che avevo colto nel segno, che le mie parole erano state ascoltate. E poi gli elogi dei vari parenti per il mio senso di responsabilità. Tante altre volte vestii il ruolo di quello che sa risolvere le situazioni, che ha le idee chiare ed è all’altezza della situazione. Godevo di un’amplissima libertà. La notte nella quale occupammo il nostro istituto durante la contestazione del 69 fui tra i 6 che rimasero a dormire là,a 14 anni, frequentavo la prima. Prendevo la parola durante le assemblee. A 17 anni, contro la volontà dei miei, decisi di entrare in convento, nei domenicani, per andare fino in fondo nel seguire i miei ideali. Anche là diedi il via libera alle mie energie e alla capacità di progettare: decine di contatti, l’allestimento di un primo spettacolo. Poi riemerse l’attrazione per Claudia…Funzionavo bene come frate solo dall’autunno alla primavera, d’estate no ! Il primo grande smacco. Il tradimento delle promesse fatte a Dio, costate un iniziale esaurimento. A 23 anni, prima di finire gli studi, ci sposammo. Meno di un anno dopo ero padre, studente, supplente, atleta, anche attivo in parrocchia. Dopo 2 anni di matrimonio provammo la delusione per le nostre grandi difficoltà di ascolto, per le nostre diversità e perché nessuno ci aveva insegnato a dialogare. Il nostro matrimonio venne tratto in salvo dal partecipare all’esperienza di un “Fine settimana di Incontro Matrimoniale”, dal successivo praticare quello stile di dialogo basato sulla condivisione dei sentimenti, sul superamento della propria immagine negativa e dalla vicinanza con tante bellissime coppie con le quali identificarsi, collaborare, condividere. Fu durante quegli incontri che, per la prima volta, mi resi conto di quanto io mi aggrappi al bisogno di essere valido, indossando la maschera di quello che ce la deve fare, che ha le idee chiare, che non può lasciar perdere. Ed è sorprendente aver constatato, 25 anni dopo, durante la frequenza a vari corsi di Enneagramma trovarmi collocato nel profilo dell’Idealista, quello che è preciso e affidabile, che non riesce ad accettare la più piccola incoerenza né da se stesso, né dagli altri. Uno che reagisce impulsivamente in modo viscerale attivando la propria reattività e la propria rabbia che gli scombussola pensieri e pulsazioni cardiache e, spesso, lo rende talmente esigente da non concedere sconti nemmeno ai propri cari. Quanto ho rischiato di reprimere le mie tre figlie pretendendo da loro un comportamento ineccepibile e dando loro l’impressione che fosse più ciò che non andava nel loro percorso di maturazione, di quanto non riuscissero a fare bene. Dopo 15 anni, la più grande, mi ha confidato delle licenze che si era concessa e che io non le avrei mai permesso. E la mezzana assieme alla più piccola che vivevano nella paura delle mie reazioni, dei miei scatti. Ho impiegato anni ad accettare la condivisione di mia moglie che mi ha detto: “Ho dovuto mettermi come una leonessa davanti alla tana che difende i propri piccoli.” Assurdo, inaccettabile essere visto come pericoloso. L’ho vissuta sulla mia pelle quella lontananza della più piccola, che alle medie non ha mai accettato che l’aiutassi nei compiti preferendo l’autonomia, alla mia vicinanza. Da alcuni anni ci siamo ritrovati anche con lei, grazie al cielo, ma il mio bisogno di appartenenza è restato a lungo frustrato. Mi viene in mente il titolo di un libro di spiritualità, come un flash : “Della Tolleranza” di Don Primo Mazzolari nel quale, al paragrafo sulla tolleranza verso se stessi, si chiarisce come, a volte, siamo più intransigenti di Dio che ci perdona, mentre noi non riusciamo a farlo.

La tua miglior qualità può diventare la tua gabbia” dicono i monaci Sufi e Gurdgjieff ha imperniato su questa affermazione tutte le sue proposte per un riconoscimento dei propri limiti e per entrare in contatto con i tre centri vitali delle nostre energie: quello emotivo, quello mentale e quello viscerale (1). Il mio essere capace di affrontare le incomprensioni tra mio padre e mia madre mi ha dato la conferma di essere valido, di poter migliorare il mondo attorno a me, ma il rischio di giocare esasperatamente questa mia capacità mi relega in una modalità di comunicazione che tende a mantenere il controllo assoluto del contesto nel quale vivo: togliendo spazio agli altri, deresponsabilizzandoli e caricandomi di compiti superiori alle mie forze. Sono un buon insegnante, credo. Ma i miei alunni sono ubbidienti perché sanno che non scherzo, che non si possono assolutamente superare certi limiti e non penso che essere autoritari e repressivi sia la strada migliore per far maturare gli adolescenti.



1.2 Persone da aiutare

Per completare la genesi di questo mio percorso dovrei parlare, sicuramente, di quattro persone che ho tentato di aiutare per farle uscire dal tunnel di pesanti pesanti problematiche, a volte con successo, a volte fallendo. Andrò in ordine cronologico e , nel rispetto della loro privacy scriverò solo l’iniziale dei loro nomi. M. non trovava lavoro, passava ore e ore sui libri, a volte intere notti. Era radicato politicamente nell’estrema sinistra. Ci vedevamo, dopo le superiori, molto saltuariamente: una, due volte l’anno, per un film, un partita a biliardo o una discussione. Venne investito da un’ auto che lo lasciò a terra senza soccorrerlo facendogli perdere quell’unico incarico di rappresentante che gli era stato offerto dopo anni di disoccupazione. Impiegò un anno a riprendere a camminare. Venne a farmi visita in primavera e lo trovai strano, esageratamente insistente. L’estate successiva sua madre si tolse la vita e lui non riuscì a superare questo ennesimo trauma…Un mattina attese il treno che passava e si fece travolgere. Io, in quell’estate, non trovai il tempo di chiamarlo.

Quando mia madre manifestò i sintomi della malattia di Alzheimer aveva 61 anni e per undici anni, assistetti alla sua involuzione cerebrale, stimolando le sue funzioni psicomotorie che si stavano deteriorando, compiendo, a ritroso, tutto il percorso evolutivo dai dieci anni allo stadio fetale, fino al momento nel quale non esiste più la corteccia cerebrale e permangono attive solo le funzioni vitali, oltre alla capacità di godere di una carezza, della musica e di qualche frase della sua infanzia.

L. era salita sul davanzale della sua finestra e la figlia di 14, che allenavo, era corsa a casa per cercare di scongiurare il peggio. La seguii, urlai anch’io frasi per dissuaderla, ma era come in uno stato di dormiveglia, non sembrava cosciente di ciò che rischiava, anche se si trovava solo al primo piano. Per fortuna riuscirono a forzare la porta della camera riportandola con i piedi sul pavimento. Iniziai a frequentare quella famiglia il cui padre era deceduto nel febbraio precedente. Amicizia, compassione e qualche felice intuizione mi aiutarono a far parlare L. del suo dramma, di quello che aveva passato che poi riuscì ad esporre anche al suo psicoterapeuta uscendo nell’arco di un paio di anni dalle sue difficoltà psicologiche.

Ma la prova più dura fu la malattia psichiatrica di mia figlia della quale ho già trattato nella precedente tesi “L’educazione affettivo-relazionale, una passione, una palestra, una prospettiva”. Dalla notte del 29 febbraio 2004 ho dovuto attraversare i territori dell’angoscia, dell’assurdo, dell’impotenza… per attrezzarmi a comprendere come funziona la mente quando è fuori controllo, quando si alterano i suoi equilibri. Non sono più riuscito a vantarmi del mio non essere normale e a considerare un privilegio l’aver capito il messaggio di Pirandello che siamo “Uno e Centomila”. Attraverso le occasioni di auto-ascolto del Corso triennale per consulenti ho avuto modo di riconsiderare l’immagine che ho di me stesso, le mie fragilità, la mia difficoltà ad uscire dal ruolo di salvatore della situazione, una persona super impegnata nel volontariato sociale, che vede i bisogni degli altri quando loro, magari, non si pongono nemmeno il problema. Una persona il cui IO ha un Genitore invadente ed un Bambino fragile che ha ancora tante coccole da chiedere e ricerca conferme continue nel tono della voce, nella gentilezza e nel consenso dei propri familiari. Un Bambino ipersensibile che è ancora all’erta e fiuta ferite da sanare e lontananze da colmare nella propria e nell’altrui storia, ma che deve lasciar spazio alla propria dimensione Adulta. Avere uno stato genitoriale troppo sviluppato significa per me essere attivo in una decina di progetti, avendo spesso la testa occupata da analisi e valutazioni; significa faticare molto ad ascoltare fino in fondo quello che mi sta dicendo mia moglie, o qualsiasi altra persona, in quanto subito portato a dare consigli o a cercare di risolvere il problema. Significa agitarmi al più piccolo segnale di divergenza essendo propenso ad una sorta di catastrofismo come se il bilancio di una data situazione comportasse un obbligo implicito a mettersi in moto per migliorarla. Significa reagire di impulso in base alla mia scala di valori che, in modo estremamente rapido, fa scattare la valutazione di GIUSTO o SBAGLIATO, rendendomi molto difficile partecipare empaticamente alle vicende del mio prossimo. Significa, in sintesi, essere più concentrato sugli obietti che sulle persone. D’altra parte, ognuno ha i propri limiti e le proprie modalità di giocare la partita della vita, determinati da fattori esperienziali, genetici, morali e dalla gamma delle proprie relazioni con persone e occasioni formative ed, infine dalla volontà di compiere un cammino di incontro con se stessi.

Il punto focale da cui parto è il seguente: nel rapporto educativo con le mie figlie ho commesso, pur con le migliori intenzioni, molti errori, nonostante i tantissimi corsi seguiti e la specifica formazione come insegnante specializzato anche per i casi di handicap; continuo ad incontrare difficoltà di relazione con mia moglie e mi chiedo come possano fare coloro che non attingono all’aiuto di gruppi, consulenti o mediatori familiari… Tra le centinaia, migliaia di alunni che ho avuto in oltre 30 anni di insegnamento ho visto gli effetti dell’incompetenza educativa di genitori che non riescono ad uscire da meccanismi distorti che inferiorizzano o viziano, prenotando per i loro figli situazioni di fragilità e di disagio… Allora perché non occuparsi, in modo sistematico dei fattori che regolano le relazioni interpersonali e il gioco del rapporto educativo e del sano rapporto con se stessi ?

1) Palmer, H., Enneagramma. La geometria dell'anima che vi rivela il vostro carattere (Astrolabio, 1996)

Pangrazzi, A., Sentieri verso la libertà. L'enneagramma come teoria della personlità (San Paolo, 1997)







2.1 Come Cuore, Corpo e Mente comunicano tra loro

Se lo vediamo da dentro questo individuo è come un intero universo: cellule, organi, apparati dotati di automanutenzione, intelligenza, sentimenti, ideali, energie, valori…

L’enorme numero di scienze che cercano di comprenderne le dimensioni biologica, psichica, sociale ed espressive è una prova inconfutabile di quanto ci faceva notare Guareschi: “l’uomo è una faccenda complicata” e nel suo piccolo mondo vive esperienze vibranti, decisive e misteriose che toccano tasti dei quali ascolta il suono e la risonanza armonica, senza saper poi leggerne lo spartito. Il tentativo che sto effettuando consiste nel tentare di rileggere le mie esperienze psicologiche personali, quelle della mia famiglia e quelle più rilevanti degli alunni che sto seguendo da tanti anni alla luce delle conoscenze psico-pedagogiche delle quali sono in possesso. Tutto ciò senza la pretesa di rivelare verità nascoste, ma nella consapevolezza di trovarmi nel punto d’osservazione privilegiato di un insegnante di educazione fisica referente per la prevezione del disagio, di animatore sul territorio di iniziative di aggregazione sociale e di persona, da sempre, interessata alle relazioni interpersonali. E poi, se dovessi anche affermare qualche inesattezza, non ho un titolo da difendere e ho avuto l’accortezza dei chiedere collaborazione ad almeno una decina di psicologi, educatori e psichiatri affinchè assumessero la supervisione del sito del “Comitato Vivere Insieme” ottenendo una parziale collaborazione, dopo di che mi sono avventurato in questo impegno sicuramente più complesso di quanto le mie competenze possano avvalorare.

I tre cardini attorno ai quali ruota il nostro benessere secondo L’Enneagramma sono i seguenti:

Il cuore e i sentimenti regolano le modalità del nostri rapporti con gli altri e risuonano in base a ciò che dentro di noi viene evocato.



Il corpo e le energie sono il secondo terreno sul quale giochiamo la nostra carte.

Il lavoro, le attività manuali, gli hobby, il tono muscolare, il battito cardiaco, gli occhi che osservano, la pelle che segna il confine tra il nostro essere e sente (quelli che ci sono subito simpatici e quelli che non sopportiamo), l’ansia di non farcela, il respiro che cambia, il cibo o il fumo che ci calma, le pulsioni e le attrazioni del nostro inconscio, le energie del nostro bambino interiore che da qualche parte dobbiamo scaricare, che qualche volta non ci fanno dormire, le sostanze che ci cambiano l’umore (un buon caffè o un bicchiere di vino), gli psicofarmaci o , per qualcuno, le sostanze stupefacenti.

E la mente che tiene il conto delle esperienze: memorizza, cataloga, classifica, valuta, esprime giudizi di valore, struttura quadri di riferimento per prevedere come può andare a finire, prevede e organizza pregiudizi per evitare situazioni traumatiche, per non perdere il controllo. E ancora: fa bilanci, esprime giudizi di valore su noi stessi, sugli altri e sulle situazioni, elabora progetti o rimugina e gira a vuoto. Ci fa rivedere e rivedere la stessa scena se le cose non sono andate come dovevano…

L’organizzazione di questo complesso sistema lo chiamiamo PERSONALITA’.

Soresi dice che l’organismo tende al mantenimento del benessere all’omeostasi. (1) Il fatto è che corpo, cuore e mente sono monitorati simultaneamente dal nostro S.N.C. e tutto avviene praticamente in poche frazioni di secondo. Da cui si evince che l’analogia tra il gioco del flipper e le nostre modalità di comunicazione non è forzata.



I Piani bassi del riconoscimento dell’ambiente e delle reazioni istintuali influiscono e sono a loro volta influenzati da quelli intermedi dell’emotività e del controllo degli apparati e da quelli alti delle conoscenze, dei bilanci, del linguaggio e delle raziona- lizzazioni .(2)

Sono come tre cardini di una porta, ma noi raramente ci occupiamo di lubrificarli tutti e tre. Anzi, quello che credo succeda più di frequente è che, per una sorta di eccesso di prudenza, per un’abitudine tendenziosa a giocare prevalentemente sui terreni nei quali crediamo di essere maggiormente esperti, ci occupiamo in prevalenza di uno di loro, al massimo di due. Così la porta non scorre bene: o la testa macina troppo, o siamo ipersensibili alle emozioni e facciamo dipendere la nostra serenità dalle conferme affettive degli altri o dal come ci sentiamo, o ci concentriamo tanto sul fare che diventiamo iperproduttivi e finiamo stremati le nostre giornate. Questo avviene per la connaturata attitudine a mantenere il controllo di ciò che ci succede, come spiega molto bene W.Glasser (3), spingendoci però ad energizzare più la parte emotiva o mentale o corporea… essendoci da tempo specializzati su di essa, trovandoci poi seduti su uno sgabello tirolese con uno dei tre piedi più lungo degli altri. Forse è solo questione di ribilanciare le cose. Se il creatore ci ha fatto così sensibili, così mentali, così pieni di energie ci sarà pure un modo per vivere in armonia!



2.2 Sulle cri di panico

Durante le crisi di panico è possibile assistere alla strettissima interdipendenza delle 3 dimensioni delle quali sto trattando.

Di iniziali crisi di panico ne ho avute 4 o 5: una in alta montagna, una in bici da corsa, una prima di accingermi ad un viaggio, un’altra mentre andavo ad una visita medica…La prima causata da una condizione di stress psico fisico: ipotermia, sovraaffaticamento, alta quota, debilitazione generale a causa di un lungo periodo di ansia e incertezza esistenziale. La seconda causata da una relativa stanchezza e dalla paura di non riuscire a tornare a casa anche se mancavano solo una quindicina di km. che erano alla mia portata. La terza per avere amplificato la paura che l’auto mi desse dei problemi e di trovarmi poi bloccato in colonna in autostrada. La quarta per un malessere fisico e per essermi eccessivamente concentrato sui segnali che provenivano dal mio organismo…Dovevo, in realtà, solo andare in bagno. Anche al mattino, appena sveglio, a volte provo delle brutte sensazioni fisiche che portano con sé paure, ansia, insicurezza, trattenimento del respiro, accumulo di previsioni negative che non sono degli attacchi di panico, ma solo forme ansiogene che passano generalmente man mano che passo dal dormiveglia allo stato di completa lucidità. Il problema della vera crisi di panico è l’amplificazione delle sensazioni negative e l’incapacità di liberarsi dal potere evocativo che esse suscitano in noi fino a tenere sotto sequestro la nostra possibilità di compiere le azioni quotidiane per la loro capacità di tradursi in sintomi psico-fisici cardio-respiratori o neuro-muscolari. (Goleman “Intelligenza Emotiva”- Damasio “Alla ricerca di Spinoza”- Soresi “Il cervello anarchico”- Glasser “Puoi scegliere “)

Il fatto è che il nostro cervello funziona in modo associativo e tende a collegare ad un singolo segnale tutto ciò gli è riferibile. Questo lavoro lo fa con la memoria, con le associazioni di idee (su questo si basa la pubblicità ad es.) e con le associazioni sensoriali in genere. Un po’ come quando clicchi con il mouse per aprire una cartella, immediatamente ti vengono messi a disposizione tutti i file al suo interno e non solo quello che tu desideravi con la particolarità dell’interdipendenza dei fattori emotivi, somato sensitivi, mentali e relazionali. Nel senso che un pensiero può provocare un’ emozione, questa altera l’equilibrio corporeo (battito-pressione-regolarità del respiro, tensione muscolare) ecc. Così come una sensazione corporea può a sua volta evocare una variazione dello stato emozionale e dei pensieri, per poi innescare i circuiti associativi della memoria. Siccome, poi le parti più arcaiche della nostra psiche gerarchicamente possono controllare quelle più raffinate ecco che, nonostante la chiarezza concettuale che ci chiarisce che non ci sarebbe nessuna valida ragione per avere paura o agitazione, non riusciamo a mantenere il controllo delle nostre azioni. Un segnale, anche minimo, può evocare la previsione del malessere e in quella fase si rischia di entrare nella spirale .”Ecco ! Comincia… Adesso cresce…Come faccio ?” In questa fase dicono di non fuggire, né negare di avere questi problemi, ma accettare che quelle brutte sensazioni ci siano, perché altre volte le abbiamo sperimentate e non ci hanno annientato. Attrezzandosi, progressivamente, ad attraversare quelle pessime situazioni con delle risorse in più, con la capacità di reggere al loro urto. Esiste una certa quantità di risorse a disposizione di ogni singolo individuo che possono fornirgli la possibilità di non soccombere a problemi più grandi di lui. Gli psicologi hanno studiato soggetti sottoposti a situazioni estreme come i lager, i conflitti armati o gli handicap e si sono chiesti come mai alcune persone siano uscite rafforzate da queste condizioni stressanti arrivando ad elencare tutte le qualità che possono favorire la RESILIENZA, cioè la capacità di rimbalzare una volta toccato il fondo.(4)



Il corpo ci parla 24 ore su 24 della sua/nostra esigenza di essere rispettato, attraverso il sonno, il tono muscolare, la regolarità dei nostri atti respiratori, le variazioni della pressione sanguinea, il livello di ansia…

Se non fosse così non avrebbero ragione di esistere tutte le forme di cura del corpo dal Fitnes allo Yoga, dalla pratica sportiva alle scuole di ballo, dai centri benessere al Training autogeno.

Le dipendenze stesse sono una conferma di questo bisogno imprescindibile. Ho bisogno di calmarmi: fumo o mangio in continuazione…Voglio essere su: mi carico con la musica, bevo caffè o assumo sostanze…Ahimè!

Quello che chiamiamo è cuore la cassa di risonanza delle emozioni che proviamo, a decine, nella nostra giornata ed è il secondo indicatore del nostro benessere psico-fisico, esso risuona differentemente in base a chi ci sta vicino, al compito che dobbiamo svolgere, ai ricordi che ci attraversano, ai bilanci o alle previsioni che operiamo, ai messaggi verbali e non verbali che ci provengono dalle persone con le quali interagiamo e tanto più queste sono significative per noi, tanto maggiore sarà la loro intensità evocativa.

Le emozioni negative ci mettono in allerta. Ci dicono che uno dei nostri bisogni basilari (Essere Amato, Essere Valido, Essere Rispettato o Essere Libero) è stato frustrato. Le emozioni positive ci confermano, ci danno energia, ci riavvicinano al bello, alla voglia di vivere. Entrambe queste tipologie ci parlano della distanza che ci divide dal raggiungere l’armonia: il fine della nostra esistenza.

La nostra mente tiene sotto controllo il mondo interno monitorandolo in continuazione; valuta, opera bilanci e previsioni, calcola le probabilità di successo dei nostri orientamenti. Controlla, inoltre, la coerenza dei nostri comportamenti rispetto alle esperienze precedenti e rispetto al progetto complessivo che abbiamo dentro di noi. Contiene dentro di sé le nostre scale di valore e in base a queste esprime giudizi su noi stessi, sull’andamento delle cose e su chi ci sta di fronte. E’ la sede della memoria dei vissuti pregressi e ci ripropone le sue rielaborazioni, facendoci rivivere, a volte, i momenti di conflitto, come su un palcoscenico nel quale noi stessi copriamo contemporaneamente i ruoli di giudice, avvocato, parte lesa o giustiziere.



2.3 Qualcosa per attrezzarsi a vivere in armonia

Durante la comunicazione, la convivenza o i rapporti interpersonali in genere la nostra dimensione mentale assume un ruolo pregnante tramite le aspettative che esercitano un peso determinante nello stabilire se lo scambio con l’interlocutore stia avvenendo in modo soddisfacente. Avere un’aspettativa significa valutare una situazione come importante per me, significa attendersi un determinato epilogo ed andare alla ricerca di tutto ciò che lo può far scaturire una sorta di “A PRIORI” soggettivo che filtra ed interpreta i singoli eventi. La psicologia cognitiva sottolinea come non siano tanto i fatti in sé a costituire problema, quanto l’interpretazione che ne diamo. Se, ad esempio, faccio a mia figlia la domanda: “Hai fatto il pieno di carburante, dopo aver usato l’auto ?” E lei mi risponde: “No !” In base al significato che io attribuisco a quella risposta si articolerà tutta la nostra comunicazione seguente. Posso chiedere “Come mai”? mantenendo la transazione Adulto-Adulto. Posso dire: “Non preoccuparti, ci penso io…” Proponendomi come Genitore Salvatore. Come posso reagire da Genitore Persecutore :”Possibile che tu non pensi mai agli altri !” Ecco che il SIGNIFICATO attribuito all’evento prelude all’apertura delle forme di relazione e sappiamo che le transazioni (comunicazioni) incrociate creano l’aggancio per l’apertura dei giochi psicologici, durante i quali entrambi i contendenti metteranno in campo tutte le argomentazioni che possono sostenere il valore della propria diversità nel tentativo di smontare la posizione dell’altro ed ottenendo, quasi sempre, il risultato di un peggioramento della relazione perché entrambi si sentiranno attaccati sul piano della stima di sé e del bisogno di esser rispettati. (5)

Pat Patfoort, antropologa belga fondatrice di un centro per la gestione non violenta dei conflitti, ha sperimentato in ambito sociale(in Caucaso, Kossovo, Irlanda del Nord) ed educativo (scolastico, istituzionale e familiare) un metodo di confronto paritario tra le due diverse posizioni. A suo parere, all’origine dei conflitti sta la considerazione dell’altro come inferiore (“m” piccolo) e la considerazione di sè come superiore (“M” grande) e questa premessa non può portare ad altro che ad una escalation degli scontri. L’unico sistema per potersi relazionare in modo soddisfacente è partire da una posizione di EQUIVALENZA dalla quale sarà possibile che i due individui elenchino i “fondamenti” che sottostanno alla propria preferenza: “Mi sento bene quando…- Per me è importante che…- Mi sentirei a disagio se…”. L’ applicazione del suo metodo condurrebbe ad assumere uno stile di ascolto e di rispetto, di apertura alle posizioni dell’altro ed avrebbe l’effetto di prevenire i comportamenti egocentrici, persecutori e conflittuali. Tra le iniziative di quest’ ultimo anno sociale abbiamo invitato questa esperta, che tiene lezioni in varie università internazionali, ad esporre la sua metodologia lo scorso 12 giugno e creato sul Sito del nostro Comitato un Link al suo Centro belga, in lingua italiana. Ritengo che l’applicazione del suo metodo potenzierebbe le attitudini ad utilizzare lo stato dell’ IO ADULTO, diminuendo il ricorso al GENITORE PERSECUTORE ed al BAMBINO IPERADATTATO, nelle relazioni interpersonali. (6)

La consapevolezza dell’interazione dei fattori emozionali, mentali e fisici può aiutarci nel riuscire ad assumere atteggiamenti di maggior tolleranza ed apertura che produrranno, sicuramente risultati in termini di soddisfazione per le proprie relazioni. Per questo nella sezione “Vivere in Armonia” ho raccolto ed elaborato approfondimenti su queste nostre 3 dimensioni attivandomi, inoltre, nell’ organizzazione sul territorio di due corsi di base di ENNEAGRAMMA ed impostando il Sito del Comitato Vivere Insieme in modo fruibile da potenziali utenti della rete.

Nel grafico sottostante propongo lo schema dei contenuti proposti in rete, per i quali principio guida è sempre lo stesso:

STAR BENE AIUTA A VOLE BENE – VOLER BENE AIUTA A STARE BENE”.





  1. Soresi E. “Il cervello anarchico”, Torino, Utet 05

  2. Perna G. “Le emozioni della mente”, Torino, S.Paolo 04

  3. Glasser W.“Puoi scegliere”, Milano, Editori Associati 97

  4. Malaguti E. ”Educarsi alla resilienza”,Trento, Erickson

  5. Berne E. “A che gioco giochiamo”, Milano 06, RCS Libri

  6. Patfoort P. “Io voglio, tu non vuoi”, Torino 01, EGA






3.1. Da sogni a progetti

La relazione con le cose struttura le capacità cognitive, la relazione con le esperienze definisce la nostra personalità, la relazione con noi stessi definisce il grado della nostra autostima, la relazione con l’emotività modula le nostre reazioni corporee… Quando tenevo i corsi di psico-motricità ai docenti delle elementari e a quelli che si stavano preparando a diventare insegnanti di sostegno, avevo sintetizzato così il pensiero di Vayer: la Funzione Tonica, che sostiene ogni singolo movimento risente dello stato emozionale, è come l’olio del cambio del motore: se è troppo densa causa movimenti intensi e rapidi, se è troppo fluida consente un approccio motorio troppo blando e insicuro.



Mondo dell’Altro

(Affettività – Atteggiamenti - Valori)





Realtà delle Cose

(Conoscenza-Schemi d’azione-Concetti)

Il sistema reticolato, responsabile del tono muscolare, è interconnesso con l’area limbica del cervello attraverso l’amigdala e i lobi prefrontali nei quali si depositano tutte le esperienze sia emotive che relazionali. Potrei elencare decine di conferme a questa descrizione del funzionamento psico-motorio tra i ragazzi che ho seguito, ma è sufficiente leggere Damasio e Goleman (1) per comprendere che siamo esseri continuamente in relazione simultanea col mondo esterno e con quello intrapsichico.



La carenza strutturale del nostro sistema educativo è la mancanza di competenze di genitori ed insegnanti in campo affettivo e relazionale, per questo mi sono dedicato alla divulgazione di proposte per gli educatori. Per i genitori un “Laboratorio delle Parole chiave della relazione educativa e familiare” chiedendo al direttore del settimanale cattolico “La Voce di Ferrara” di diffondere la nascente iniziativa…

Caro don Massimo,

ricordi quando venni a trovarti per chiederti collaborazione per sensibilizzare una qualche emittente televisiva al problema del disagio giovanile ?Sonno passati 2 anni, mi pare.

Quel sogno, di entrare nelle case tramite la TV per proporre percorsi formativi di competenza educativa e relazionale, l’ho messo nel cassetto. Nel frattempo ho cercato di trasformare i sogni in progetti e qualche frutto ne è nato: “La cassetta degli attrezzi” ovvero analisi e percorsi educativi per gli insegnanti che si vogliono occupare di tutto l’alunno (emozioni, motivazione, comportamento, ascolto, memoria, comprensione), “A scuola di amicizia”: 16 lezioni per passare da classe conflittuale a classe cooperativa, “Bullismo:una proposta concreta”. Questi itinerari didattici sono stati pubblicati recentemente su “Scuola e didattica” e “Scuola e lingue moderne”.

Ma il mio chiodo fisso riguardo alla prevenzione, è un altro: raggiungere la gente comune, far circolare le competenze psicologiche e relazionali che gli esperti possiedono, tra gli educatori (genitori, insegnanti, catechisti, animatori).

Che ci sia un’emergenza educativa in Italia lo dicono le 4 tonnellate di cocaina sequestrate, il record europeo che deteniamo nella diffusione dell’alcolismo tra i giovani, la crescita dei casi di iperattività, obesità e disturbi alimentari che ben sappiamo; lo dicono le preferenze che i nostri ragazzi manifestano nel loro modo di occupare il tempo e nel loro minimizzare le conseguenze dei comportamenti a rischio.

Sai, come insegnate di Ed. Fisica, li vedo muovere, relazionarsi, gestire le loro emozioni nel gioco e la loro autostima negli sport e mi pare di essere al davanzale di quel palazzo che sta sul semaforo, all’angolo di via Canapa ad osservare…”Ma cosa fa quello? Se guida così andrà a sbattere”. E quando stai in una scuola per 18 anni, vieni a sapere che a sbattere, purtroppo, c’è andato veramente.

Una volta al mese invitiamo 3 esperti a condividere la loro storia e le loro competenze riguardo ai punti nodali della vita familiare e scolastica.In quell’occasione esponiamo su tavoli testi, film, percorsi esperienziali (come i gruppi di auto-aiuto)e una scheda guida per sviluppare questa attitudine. Sarà anche possibile, in quella sede richiedere gratuitamente il materiale didattico, a cui facevo riferimento all’inizio.

Mi piacerebbe tanto, partecipasse molta gente. Gente che vuole cambiare le cose, gente che vuole essere aperta, utile, che sogna, come me, di vivere un’altra storia.

Chissà, don Massimo, se invece di chiamarlo “Laboratorio…” gli avessimo dato un altro nome… Forse parteciperebbero ancora più persone. Forse si capirebbe maggiormente che sono cose che ci riguardano molto da vicino. Potevamo anche intitolarlo: “Al Supermercato del benessere…-Offerta speciale:Fettine di fiducia nella vita”, oppure “Le vie del Signore sono infinite, Noi ci occupiamo della segnaletica”. Chissà…

Ciao: Una Preghiera. Daniele”
3.2. Un laboratorio sulle parole che contano

Le Motivazioni

La nostra vita scorre tra impegni, scossoni ecnomico-sociali, sovrabbondanza di informazioni, bombardamento pubblicitario, ricerca di conferme affettive…e noi stiamo come davanti ad uno schermo sul quale vediamo proiettata la nostra storia con l’impressione che non sia nelle nostre mani.

Fermarsi un attimo per uscire da questo “Luna Park” e cercare il significato profondo, vero delle parole che contano maggiormente penso sia un atto di responsabilità veramente necessario al giorno d’oggi. Perché ? Il Padre Eterno ci ha messo dentro quella voglia di pienezza e quella sete di armonia che qualche psicologo ha suddiviso in due bisogni basilari: Il bisogno essere validi e il bisogno di essere amati.

Se non riusciamo ad appagare in modo soddisfacente entrambi questi aneliti iniziamo a cercare delle compensazioni e delle strade alternative per calmare una sete che non sarà mai soddisfatta, in quanto i luoghi della nostra ricerca non sono quelli idonei.

Irritabilità, delusione, disorientamento, apatia, lontananza da coloro che amiamo, scarsa comunicazione…sono i campanelli d’allarme che ci rimandano al punto di partenza.



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