Odia I figli e non si rallegra a guardarli



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La maternità in Pirandello: dal non-essere all’essere

“Odia i figli e non si rallegra a guardarli”1 . Così Euripide riassume il dramma di Medea, che trasferisce l’odio per Giasone ai suoi figli, anticipando di diversi secoli un tema che Pirandello tratterà nella novella “L’altro figlio” (1905). Ambientata nel 1900, nel periodo dell’emigrazione in America, la novella racconta il dramma di una madre, Mariagrazia, lontana da tutti i suoi figli, sia da quelli partiti per il Nuovo Mondo, sia dall’unico figlio rimasto fisicamente vicino a lei, che rinnega perché nato dalla violenza subita da un fuoriuscito di galera. In entrambi i casi il padre genera l’odio della madre verso i figli: Medea li detesta perché simboleggiano la sua debolezza nell’aver seguito un uomo che l’ha tradita, il sentimento di Mariagrazia invece assume sfumature differenti. Al rancore verso l’uomo che l’ha violentata si aggiunge la paura di rivederlo vivere in suo figlio. “E’ tutto suo padre […].Mi metto a tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono io, si ribella il sangue, ecco!”2 . E’ per questo motivo che non può attuarsi quel processo di traduzione con cui Manuela Gieri definisce la maternità. “La madre come colei che trasporta il figlio dal non essere all’essere, o meglio all’esserci, l’essere qui ed ora, in un processo di riconoscimento che parte e termina con lei.”3 Si attua invece un altro tipo di traduzione: il passaggio da novella a testo teatrale, tipico della produzione Pirandelliana, come sottolineato da Enzo Lauretta nel saggio La novella di Pirandello dramma film musica e fumetto. “Il segreto della grandezza di Pirandello sta tutto nella sua capacità di narrare rappresentando e di rappresentare raccontando”4. Questa sua capacità fa sì che i suoi testi producano la materia a cui diversi artisti attingono per reinterpretarla ed esprimerla in maniera originale e nuova. E’ il caso dei fratelli Taviani che, come afferma de bernardis, “fanno propria l’espressione Pirandelliana <> […] e che con la loro operazione culturale questi sacchi li hanno semisvuotati, riempiendoli nuovamente con i loro sentimenti ”5. Nel film “Kaos” (1983-1984) le emozioni espresse interiormente nella novella si trasferiscono da un piano astratto a quello concreto delle immagini, “la staticità (riflessività) ” si trasforma in “dinamicità, l’astratto (tendenza al ragionamento) nell’iconicità, la riflessione nella narrazione”6 . Un esempio per tutti è la scena in cui alla vista del figlio, Mariagrazia, rivivendo il trauma di vedere rotolare la testa esanime del marito, lanciata come nel gioco delle bocce dal capo dei fuorilegge a cui appartiene il suo stupratore Marco Trupìa, fa rotolare allo stesso modo una zucca in direzione di Rocco. Con questa cruda immagine i fratelli Taviani rendono più esplicito il dolore provocato da una maternità scaturita non dall’amore ma dalla violenza che rende impossibile il riconoscimento del figlio. L’amore che Sara Longo prova per il proprio bambino bello e biondo, nella novella “Il figlio cambiato”, non le fa accettare un figlio che non sia il suo, sostituito dalle Donne con uno brutto e malaticcio, un “mostriciattolo, che l’orrore e il ribrezzo le avevano perfino impedito di toccare”7. Solo quando Vanna Scoma, una fattucchiera amica delle Donne, la avverte che il neonato avrebbe ricevuto lo stesso trattamento di questa creaturina, “la madre si trova costretta a vincere la ripugnanza <
> e a prendersene cura, per amore del vero figlio lontano”8 . Di questi si dimentica alla nascita di un secondogenito, lasciando quel mostriciattolo “ormai rimosso come presenza fastidiosa e ingombrante persino dalla stessa madre”8, al quale non resta che trascorrere i propri giorni seduto su una sedia a dondolo “col sorriso triste e come lontano dei bimbi malati”7 . Al figlio cambiato è riservato questo trattamento perché non è il figlio naturale di Sara. Dunque, un figlio, per essere realmente accettato come tale dalla madre deve necessariamente nascere da lei? Certamente la risposta che dà Pirandello in un’altra novella, Zia Michelina, è negativa. Qui, la protagonista non riesce a concepire come nient’altro che figlio il bambino che ha adottato e cresciuto, Marruchino. Tuttavia, quando egli non riesce a rispettare il suo ruolo, provando per la madre un amore non filiale ma passionale che lo porta a volere “ciò che ogni marito è in diritto di pretendere dalla propria moglie”9, ella, rifuggendolo con orrore si toglie la vita dopo averlo reso “livido, sgraffiato in faccia, al collo, alle mani”9 . Sia ne Il figlio cambiato che in Zia Michelina, dunque, la madre respinge il figlio che non è figlio, ma in quest’ultimo caso solamente perché Marruchino ha deciso di assumere la maschera di marito sostituendola a quella di figlio. Questa maschera, ne La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, viene assunta, dalla seconda moglie del Signor Ponza. In una situazione in cui non si riesce a comprendere la verità, la forza dell’amore materno primeggia da qualunque prospettiva si voglia interpretare la storia. Dal punto di vista del signor Ponza, il legame forte tra la madre e la figlia fa sì che la prima non riesca ad accettare la morte della seconda, tanto da farla impazzire. “E’ morta, è morta da quattro anni la figliuola; e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, è impazzita; per fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole più fargliela vedere.”10 . Nella versione della signora Frola l’amore materno trionfa ugualmente, ma per motivi differenti: la madre, a causa della gelosia e della pazzia del signor Ponza, accetta persino di essere considerata pazza e di stare lontano dalla figlia, pur di vederla felice. “Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano [...]. Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridar la pace a tutti e due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza …”10 . La figura materna della signora Frola può essere accostata a quella delle altre madri pirandelliane per il rapporto non facile che le lega ai propri figli. Come lei, Maria Grazia, Sara Longo e Zia Michelina sono figure problematiche e cariche di drammaticità.

Le madri pirandelliane si definiscono sempre come caratteri sui generis. Perché? Per quale motivo un alone di inquietudine circonda sia loro sia quello a cui, essendo donne, sono per natura strettamente legate: l’infanzia? Nella creazione delle proprie opere qualunque artista inconsapevolmente lascia, trasferisce, riflette una parte di sé. Per comprendere quindi il comportamento e l’animo di queste madri infelici bisogna ricercare le ragioni nelle esperienze vissute da Pirandello stesso. “E poi bisogna vedere se i torti del marito son tali, che, per conservare alle figlie una famiglia e una casa a cui hanno diritto ella non possa perdonare. Mia madre perdonò anche sapendo che il marito aveva avuto una figlia con un’altra donna”11 ( 1931). Fin da bambino Luigi fu consapevole del dolore e delle offese arrecate alla madre dal marito, la sentì sempre alleata e vicina, non dimenticando mai la sua sofferenza. La sua infanzia fu profondamente segnata da quel tradimento che profanò il nucleo familiare della casa, costituendo un oltraggio insostenibile alla femminilità nota e cara. Scrive Pirandello in una lettera alla sorella Lina: “Pietà infinita, pietà che mi strazia l’anima e m’afferra alla gola fino a soffocarmi, mi fa invece la Mamma, la povera e santa Vecchia nostra, Lina mia, per cui piango anche adesso come un bambino, io che non so piangere! Sì, sì, per lei, sì, Martire vera, Martire santa che non posso mai levarmi dagli occhi! Mai in nessun modo purtroppo, in nessun modo posso dimostrarle la mia pietà”11. L’esperienza familiare di Pirandello si riflette in un altro dei suoi capolavori, Il fu Mattia Pascal. In esso emerge quella stessa tenerezza e pietà che Pirandello prova verso Caterina Ricci Gramitto. Anche Mattia, infatti, chiama sua madre La santa vecchietta mia, “santa” in virtù dell’amore, della devozione e della pietà che egli prova per lei. Cercherà sempre di difenderla da qualsiasi torto o attacco esterno che potrebbe arrecarle dolore: “e temevo che […] la maltrattassero. Sapevo di certo che la mamma non mi avrebbe detto mai nulla.”12. Lo stretto legame tra Luigi e Caterina emerge più esplicitamente alla morte di quest’ultima, quando, nel 1915, Pirandello pubblica sul Giornale di Sicilia la seconda parte della novella Colloqui coi personaggi. “D’esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse sì... ma tu, Mamma? Proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio laggiù, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calore dell’amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino..”13. Sono queste le parole che Pirandello rivolge all’ombra della madre, che gli appare piccola, seduta sul seggiolone della loro prima casa, per confortarlo della sua perdita e della partenza del figlio per la guerra. Il colloquio tra i due è così toccante e profondo che i Fratelli Taviani scelgono di riportarlo fedelmente nel loro film, “Kaos”. Questa scena racchiude perfettamente un concetto che Pirandello riprende più volte in diversi suoi scritti, come La vita che ti diedi e La favola del figlio cambiato, ovvero che la vita del figlio e quella della madre sono così strettamente legate che se muore l’uno, irrimediabilmente muore una parte dell’altro. “Perché’ piangi? Non sono forse io viva per te?” Gli chiede la madre. “Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché’ tu, Mamma, tu non puoi più dare a me una realtà! Pensavo: se ella da lontano mi pensa, io sono vivo per lei, e questo mi sosteneva e mi confortava, ora che tu sei morta e non mi pensi più, io non sono più vivo per te. Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia, ma io? io, figlio, fui e non sarò più, non sarò più...”13. Pirandello vuole infatti sottolineare che il figlio può vivere realmente solo insieme alla realtà materna. Essa lo conduce alla riscoperta della vita, al recupero dell’infanzia, infine alla scoperta della verità dell’anima e a quello stato di “stupore incantato” costituito dal fluire incessante della vita vera. “Ero piccolo qua/ con questa madre, nato a questo sole;/ povero, ma che importa?/con quest’amore di madre/ e questo cielo e questo mare/ e la salute e la gioja/di vivere la mia/ la <> vera vita per me!”14 - afferma il Principe al ricongiungimento con la madre ne La favola del figlio cambiato. Ne La vita che ti diedi la situazione è capovolta: è la madre che sopravvive al figlio, che in questo caso continua a vivere dentro di lei. “Debbo dire che io, io, non sono più viva per lui, poiché egli non mi può più pensare! […] Ma sì che egli è vivo per me, vivo di tutta la vita che io gli ho sempre data: la mia, la mia; […] avrà la mia qua, nei miei occhi che lo vedono, sulle mie labbra che gli parlano; […] tutta, tutta, per lui là, la mia vita.”15 Il legame di una madre con il proprio figlio è molto simile a quello di uno scrittore con i suoi personaggi, perché egli, in modo materno, matura dentro di sé le sue creazioni per poi darle alla luce. Lo scrittore diviene dunque genitore (dal verbo γίγνομαι ) secondo l’accezione greca di colui che genera, che procrea, che dà la vita. Per questo l’attività dello scrittore, la creazione artistica, si accosta alla maternità, che spesso ne diventa la metafora. Sia la madre che lo scrittore danno un senso alla loro esistenza coronando questo segreto bisogno della loro natura (Tutto per bene). Pirandello stesso, in una lettera ai suoi cari, afferma: “Io scrivo per naturale necessità, per bisogno organico- perché non potrei farne a meno”11, dipingendosi allo stesso modo in cui egli stesso rappresenta Silvia Ascensi, protagonista della novella Tutto per bene. “Ella voleva esser madre. Forse non comprendeva e non sapeva spiegarselo neppur lei, questo segreto bisogno della sua natura.”16 Ancora, nel romanzo “Suo marito”, la maternità può essere percorsa come metafora della creazione artistica. La protagonista Silvia Roncella si presenta come l’alter ego di Pirandello stesso nel dar voce e vita alle creature della sua immaginazione, le quali chiedono prepotentemente di essere rappresentate. Questa stessa necessità di vita è presente nella novella Tragedia di un personaggio, e nel relativo atto teatrale Sei personaggi in cerca d’autore, i cui personaggi sono stati creati, ma “non hanno potuto vivere”. In esso, riprendendo quanto già espresso nella novella, un personaggio, il padre, afferma: “[…] l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non poté materialmente, metterci al mondo dell'arte. […] Vogliamo vivere, signore […]almeno per un momento […] Il capocomico: E dov'è il copione? Il padre: È in noi, signore.”17 Se la creazione artistica è metafora della maternità, allora l’unico rapporto sano genitore-figlio negli scritti di Pirandello non è quello tra le madri e i figli, ma tra lo scrittore e i suoi personaggi, che sono per lui come tali. “I soggetti nascono come i figliuoli, per un germe che la Vita lascia cadere nella matrice della fantasia.”11 Come la madre racchiude dentro di sé la vita del figlio, così Pirandello, come ogni scrittore, ha dentro di sé l’embrione dei suoi personaggi; la vita dell’uno e degli altri è collegata ed inscindibile. Egli continuerà a vivere finché vivranno loro, vivrà in loro, attraverso loro, in caleidoscopiche e diverse sfumature e sfaccettature, in novelle, drammi, commedie e film finché qualcuno li farà rivivere. “Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più!”18.

Roberta Leonardi, Carolina Massara, Simona Poidomani



Bibliografia

  1. Medea- Euripide.

  2. L’altro figlio- Pirandello. (1905)

  3. Del corpo e dell’anima: da Pirandello ai Taviani. Letteratura, teatro, cinema- Manuela Gieri.

  4. La novella di Pirandello dramma film musica e fumetto- Enzo Lauretta

  5. La nouvelle comédie humaine – Gaetano De Bernardis

  6. Il cinema –Stefano Milioto

  7. Il figlio cambiato- Luigi Pirandello

  8. Il figlio cambiato- La favola del figlio cambiato, dalla novella al dramma di Graziella Corsinovi

  9. Zia Michelina- Luigi Pirandello

  10. La signora Frola e il signor Ponza, suo genero- Luigi Pirandello

  11. Epistolario- Luigi Pirandello

  12. Il fu Mattia Pascal- Luigi Pirandello

  13. Colloqui con i personaggi- Luigi Pirandello

  14. Favola del figlio cambiato- Luigi Pirandello

  15. La vita che ti diedi- Luigi Pirandello

  16. Tutto per bene- Luigi Pirandello

  17. Sei personaggi in cerca d’autore- Luigi Pirandello

  18. Tragedia di un personaggio- Luigi Pirandello



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