Oliviero toscani



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24.01.2018
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INTRAMOENIA EXTRA ART/CASTELLI DEL SALENTO Biografie artisti e opere in mostra
MAJA BAJEVIC (Sarajevo, 1967. Vive a Parigi). Stabilitasi a Parigi, a causa dell’occupazione della città d’origine, vi prosegue gli studi artistici intrapresi a Sarajevo. Con lo sgretolarsi dell’Ex Jugoslavia, l’esperienza della diaspora e lo stato di nomade involontaria stimolano il suo interesse per il tema dell’identità individuale e collettiva; attraverso performances, video ed installazioni smaschera i meccanismi di appartenenza e di esclusione, di controllo e di coazione, ponendo attenzione al luogo in cui è chiamata ad operare; lo fa con consapevolezza etica e politica, diretto coinvolgimento emotivo ed un punto di vista dichiaratamente femminile. Haiku, 2004 (proiezione in coppia di 160 diapositive  Galerie Michel Rein, Parigi) è un viaggio malinconico tra paesi e “pensieri” differenti, accompagnato da un blues.
CONIGLIOVIOLA (Fabrice Coniglio - Andrea Raviola). E' uno dei gruppi new media art più noti e attivi sulla scena artistica contemporanea. Fondato nel 2001, si muove in tutti i campi della creazione artistica contemporanea elaborando progetti con una forte valenza spettacolare e/o pop-olare capaci di varcare i confini elitari dell'arte contemporanea. Queste caratteristiche ne fanno una sorta di "bottega rinascimentale nell'era digitale", capace però di imporsi come un vero e proprio marchio. Trai progetti più recenti il colossale "Recuperate Le Vostre Radici Quadrate" (che ha dato vita a uno spettacolo teatrale, a una collezione di venti videos, a una mostra e a un cd-audio), lo spettacolare Attacco Pirata alla Biennale di Venezia, la collaborazione con Loredana Bertè, con gli stilisti Etro e Vivienne Westwood. Recentemente ha suscitato grande clamore la censura a Milano dell'opera "Ecce Trans" che ha portato alla chiusura della mostra "Arte e Omosessualità". Sito ufficiale del duo: www.coniglioviola.com. Rebus (Frase:3,8,10,7,1,10,3,6,8,2,7,7,1,8,8,3,3,7,2,5), 2006/07 (videoinstallazionebnd tomasorenoldibracco contemporaryartvision, Milano) con la partecipazione straordinaria di Achille Bonito Oliva. L'opera di pittura digitale animata introduce e condiziona l’accesso all'esposizione: per entrare nel cuore della mostra occorre risolvere il rebus del ConiglioViola, ma per risolvere l’enigma bisogna entrare nel mondo del ConiglioViola… Chi non trova la soluzione accede alle sale espositive donando un pegno a sua scelta, che diverrà parte integrante della mostra, esposto in una teca.
PAOLO CONSORTI (San Benedetto del Tronto, 1964) Linguaggio filmico, pittura e fotografia, sono gli ambiti espressivi per formulare racconti visionari ed eccessivi in universi paralleli. Un’arte spesso citazionista, in cui gioca ad alterare contenuti e significati mitologici, biblici, letterari, sfruttando simbologie stravolte, frammenti di vita vera, mediante l’uso di riprese in studio, immagini scattate per strada o scaturite da contatti in rete, il tutto mixato ad elaborazioni digitali. Protagonisti sono uomini e donne, raffigurati nella più assoluta nudità o stretti ed incappucciati in tutine in pvc; una realtà altra, tradotta con colori caramellosi o acidi. Dentro le segrete cose/Inside the secret things, 2006 (videoproiezione, durata 8’  Artsinergy, San Benedetto del Tronto). È riletta, in chiave aggiornata, la pena degli ignavi danteschi, con un centinaio di comparse e nudi integrali ed una voce recitante, anche in versione inglese.
FRANCO DELLERBA (Rutigliano, 1949. Vive a Bari). Abile nel manipolare materiali differenti come la ceramica, la creta, il legno, il ferro e nell’impreziosirli con acrilici e smalti, non si sposta dal suo studio-laboratorio anche quando vaga per luoghi sconosciuti, che ricrea con linguaggio metafisico dal codice figurativo o astratto; percependo l’aspetto ludico dell’arte, non tende mai a rappresentare la realtà, quanto a sconfinare nella favola e nella meraviglia, rifacendosi spesso ai simboli del patrimonio della cultura popolare. Le sue favole visive sono caratterizzate da colori squillanti, perché è proprio il colore ad avere una valenza centrale nel suo lavoro. L’attesa disattesa, 2007 (maiolica e smalti  Galleria Marilena Bonomo, Bari). Ispirandosi a temi e stilemi tipici del barocco leccese, colloca putti e foglie di acanto nella sala ennagonale, decorata da un prezioso fregio in pietra.

BALDO DIODATO (Napoli, 1938. Vive a Roma). Si propone alla Modern Art Agency di Lucio Amelio nel 1966, anno in cui si trasferisce a New York, dove opererà sino al 1992. Prosegue la sua ricerca a Roma, coniugando le radici europee con la venticinquennale partecipazione alle avanguardie newyorkesi. Estraneo ad ogni definita corrente, si muove tra varie forme espressive; nelle installazioni di grande formato e con materiali disparati (fibre ottiche, metalli, carta) cristallizza le tracce della storia mediante “impronte” a bassorilievo, eseguendo complessi frottage su pavimentazioni antiche (ciottolati, lastricati, sampietrini) cui si accompagnano orme dei visitatori ed interventi realizzati con materiali ricercati e preziosi. Tufo leccese, 2007 (Installazioni site specific in alluminio, dimensioni varie  Galleria Pio Monti, Roma).Impronte eseguite per l’occasione su basolati storici, rilievi murari ed in pietra locali, con la collaborazione scientifica dell’archeologo Paul Arthur dell’Università di Lecce.
MAURIZIO ELETTRICO (Napoli, 2225. Vive e lavora nella sua testa) Si muove tra scrittura video ed installazione. La sua arte, fantascientifica ed enciclopedica, collocata in un futuro lontano, è popolata da strani personaggi e forme viventi amorfe; un’arte transgenica, un’estetica umana colta ed artificiale, proiettata sul mondo naturale. I video artistici di Elettrico, con cui ha partecipato ad importanti rassegne, sono stati recensiti da riviste internazionali come ‘Art Forum’ ed inseriti in programmi RAI; la S.M.A.K. di Grand (Belgio) conserva un consistente corpus di opere dell’artista. “Lo scoiattolo e il Graal” è il suo progetto più complesso: ambientato nell’immaginaria epoca di Leo Bruno - figura intermedia fra un Papa Teocratico e Napoleone – di cui si narra nel volume “The New Empire”, pubblicato nel 2272 dallo storico Desmond Brown, alter ego dell’artista; tra i pavimenti ricoperti di sali e pietre e composizioni che rivelano i simboli di una Chiesa aliena, con vaghi riferimenti al cristianesimo, si muove uno scoiattolo apode, roditore/serpente metafora dell’uomo nell’Eden. La cena segreta, 2118 (installazione ambientale  Fondazione Morra, Napoli). Una tavola imbandita con avanzi di un pranzo d’antan, tra aromi ed incensi avvolgenti.
ANISH KAPOOR (Bombay - India, 1954. Vive a Londra). Di padre indiano e madre ebrea irachena; con l’uso allargato del mezzo scultoreo, in sintonia con l'arte povera e Joseph Beuys, è interprete del sottile confine tra le culture orientale e occidentale. Porta in Inghilterra dall’India il pigmento puro, utilizzato per i 1000 Names, oggetti scultorei investigabili, tra l'astratto e il naturale, il cui intenso colore nasconde l'origine del manufatto. Negli anni '80, le dualità maschile/femminile, tangibile/immateriale, interiore/esteriore si fondono in una configurazione unica; la superficie cromatica omogenea rivelerà una fenditura o cavità pronte a suggerire altro. Le sperimentazioni degli anni '90 e le monumentali opere attuali – con granito, marmo di Carrara, ardesia, arenaria, superfici riflettenti come specchi deformanti o progetti che mettono in scena il vuoto, in continuo dialogo tra bidimensionalità e tridimensionalità –gli procurano prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo. Mama, 2003 (marmo rosso di Milas - Turchia, 125 x 145 x 50 cm  Alberto Rambaldi/Galleria Continua, San Giminiano) Relazione tra cavità che si svuota o materia che riempie: un gioco tra vuoti reali e volumi scultorei, nell’arcaico forno ipogeo.
H. H. LIM (Malaysia, 1954. Vive a Roma). Artista poliedrico e indipendente, formatosi a Roma, spazia dalla pittura alla scultura, dalle installazioni alle performances. Fulcro della sua ricerca è la comunicazione, fatta di immagini che possano essere fruite da chiunque, stimolando una profonda riflessione sulla convivenza delle conoscenze differenti ed il superamento delle differenze culturali, geografiche e sociali. Cerca una lingua “universale e cosmopolita” come è lui stesso, per le origini incrociate tra Cina e Malaysia e la sua vita in Italia dal 1976, un “linguaggio globale” privo dei consueti codici linguistici, dove l’unica concreta possibilità di dialogo sono le immagini; per questo accompagna alle performances disegni di oggetti riconoscibili o di gesti. L’estremo della sua idea di arte-comunicazione è la performance Red Room (Tirana, 2005): Lim, davanti a un tavolo per conferenze, vuoto, si fa inchiodare la lingua.

Blu curtain words project, 2007 (stampa su tela, cm. 1200 x 250  Pio Monti arte Contemporanea, Roma). Sulla tenda blu è stampato il linguaggio dei sordomuti, considerato come “parola sentita con gli occhi”.

MIMMO PALADINO (Paduli-Benevento, 1948). Esponente della Transavanguardia, ha interpretato l’eclettismo e il nomadismo intellettuale codificati da Achille Bonito Oliva negli anni ’80, operando nel campo della pittura, della scultura, della grafica e del cinema. Muovendo dal clima del "concettuale" e da una rinnovata attenzione per la pittura figurativa, giunge all'elaborazione di superfici di grandi dimensioni dal forte impatto visivo, in cui introdurrà anche elementi scultorei. Opere che raccontano il mistero della vita e della morte e rappresentano il suo "mondo interiore", primordiale e magico, fondendo modernità e arte povera. Dal 1985 realizza grandi sculture in bronzo ed installazioni monumentali, sperimentando anche la calcografia. L’ultima ricerca è nell’abito cinematografico: ‘Quijote’ è il titolo del suo primo lungometraggio. Ha riscosso presto ampio consenso all'estero, fin dal 1994, primo a Pechino ad essere celebrato dal gotha della critica internazionale. Senza titolo, 2000 (tecnica mista su tela, cm 325x 270  Galleria Cardi, Milano); Zenit5, 1999 (serigrafia e smalti su alluminio; cm 126x181 Galleria Stein, Milano)) Carro, 1999/2000 (sculture in acciaio Corten, cm 217 x 241 x 123  Mimmo Paladino) I 3 saggi; Fulmine lento; La casa dell’architetto; Alba; Paesaggio drammaturgico/Sigiri - 2006 (5 tele a tecnica mista, dimensioni varie  Galleria Cardi, Milano). I segni arcaici sposano le antiche rimembranze del luogo, l’eclettismo si snoda tra esterno e interno del Borgo Terra.
LUCA MARIA PATELLA (Roma, 1934). È uno dei più stimati artisti di ricerca; muovendosi tra arte e scienza con un risultato che definisce "Arte & Non arte”. Dalla prima metà degli anni ’60, ha promosso un originale Concettualismo-Complesso, in cui i rigorosi sconfinamenti vanno dalla manipolazione della macchina fotografica all’uso pre-concettuale della cinepresa, dalla performance all’ambiente multimediale ed interattivo, dal suono, luce, video all’installazione di grandi “oggetti-test proiettivi”, dalla pittura, la grafica, la calcografia sino alla costruzione digitale simulata e alla rete. Opera anche in ambito letterario e critico, con risvolti ludici ma anche psicoanalitici (non-sense). Alle numerose personali nel mondo si accompagnano rassegne internazionali, fra cui sei edizioni della Biennale di Venezia. Ha vinto il Premio Pascali nel 1976. La sua più vasta antologica recente si è svolta presso il MUHKA Museum di Anversa. Io son dolce sirena, Letto wrong e letto wright, Specchio con scrittura entodrionomica, Disco e ovali (installazioni, materiali vari  Fondazione Morra, Napoli).
PERINO&VELE (Emiliano Perino - New York, 1973 e Luca Vele - Rotondi -AV, 1975. Vivono tra Rotondi e Pechino)

Perino&Vele lavorano insieme dal 1994. Noti a livello internazionale per l’originalità formale e l’impegno sociale, reinventano oggetti e materiali quotidiani in una chiave ludica, fornendo spunti di riflessione sul rapporto tra il soggetto e il mondo esterno. Assemblano oggetti e arredi dei ripostigli di famiglia, che subiscono uno spaesamento nella loro dichiarata inutilità; realizzano sculture con la cartapesta, prodotta con l’impasto di quotidiani nazionali da cui derivano le diverse sfumature cromatiche delle opere, metafora di un’informazione macinata: l’impasto mediatico, una volta plasmato, torna a comunicare in modo personale. Si sono misurati con dimensioni sempre più monumentali, ma l’uso della cartapesta (unito spesso a quello del ferro zincato) riesce a sottrarre alle opere l’aura della scultura tradizionale. Da porton down, 2006 (installazione ambientale, dimensioni variabili; cartapesta -Il Sole 24 Ore, ferro zincato, tempera  Alfonso Artiaco, Napoli/VM21 artecontemporanea, Roma) Una sagoma di maialino impallinata e una saracinesca che si apre e chiude, ironco dialogo scontro tra mondo rurale e atmosfere underground.



VETTOR PISANI (Napoli, 1934) Architetto, pittore e commediografo, nel 1970 si trasferisce a Roma, dove allestisce la sua prima personale dal titolo "Maschile, femminile e androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp", ispirato dai riti alchemici, dalle filosofie esoteriche ed in cui utilizza materiali alternativi. Il suo teatro comico-didattico è luogo iniziatico e metafora, dove convergono archetipi dell'immaginario collettivo. Dopo aver ricevuto il Premio Pascali nel ‘70 e partecipato a Documenta 5 nel 72, nel 1976 alla Biennale di Venezia presenta l'opera “Theatrum”, anticipatrice di tutta la sua ricerca artistica, citazionista, con richiami all'esoterismo, alla simbologia dei Rosacroce e della Massoneria, al mito di Edipo. Individua nel labirinto un analogo del reale, secondo una cultura ermetica cara ai tre artisti (Duchamp, Klein, Beuys) ai quali dedica la propria opera e con cui forma un sistema basato sull'ermetico numero quattro. Nel corso della sua carriera quarantennale, partecipa ai più importanti forum internazionali ed alle Biennali veneziene del 1978, ‘84, ‘86,’90, 93 e nel 2007 con "L'Isola interiore. Isolamenti e Follia". Cassandra, 2007 (stampa su pvc, neon, violino  Cardelli e Fontana, Sarzana); Venere di cioccolato, Quadrato magico, Colonne nere, Piede di sfinge, Croci, Piccola sfinge ed Ermes psicopompo (installazioni, tecnica mista  Fondazione Morra, Napoli).
LUISA RABBIA (Pinerolo - TO, 1970. Vive a New York) Ha coltivato esperienze di ascendenza poverista e concettuale. Si è rapidamente imposta con grandi superfici di carta e ceramica segnate con biro blu in diverse intensità di passaggi e, sebbene la base mentale del suo lavoro continui ad essere il disegno, ha sperimentato anche fotografia e video. Analizza stati di precarietà psicologica ed emotiva attraverso opere in cui la tematica dell’emarginazione sociale - “homeless” che dormono o sono ad occhi aperti, mentalmente assenti e sotto cumuli di tessuti - si estende a più ampie solitudini umane nelle figure isolate, dove evidenzia “l’ermetismo del corpo”. Child, 2005 (scultura polimaterica e matita blu, cm 95 x 62 x 67  Giorgio Persano, Torino ). Il bimbo, radicato alla terra, custodisce uno spazio intimo e segreto come i tessuti che lo rivestono, con i loro patterns che “sembrano sintetizzare l’universo”.
VIRGINIA RYAN (Camberra-Australia, 1956. Vive tra Trevi-PG e Accra-Ghana). Ha vissuto per lunghi periodi in Italia, Egitto, Brasile, Ex-Yugoslavia e Scozia, dividendosi fra scrittura e arti visive, utilizzando varie tecniche - pittura, fotografia, video, installazioni sonore - collaborando con musicisti e artisti dei paesi ospiti. Dal 2000 al 2005 risiede in Ghana, dove ancora insegna all’Università di New York ad Accra. Forte sostenitrice del ruolo dell’artista nel sociale, ha fondato nel 2004 la ‘Foundation for Contemporary Art-Ghana’ . Dal 2004 elabora una grande installazione di pitto-scultura, ‘The Castaways Project’, un work-in-progress con ambiente sonoro del noto sound artist e music-etnologo americano Steve Feld, creata con oggetti ‘trasformati’ delle spiagge dell’Africa occidentale; dall’Africa arriva anche il progetto fotografico ‘Exposures - A White Woman in West Africa’ e nel 2007 inaugura un ciclo di pitto-scultura in nero, intitolato ‘Topographies of the Dark’, che ispirerà improvvisazioni fra jazz e musica percussionista dell’avanguardia ghanese. In transitu, 2007 (federe di lino e cotone ricamate a mano; spazio sonoro di Steven Feld  l’artista/Eclettica_Cultura dell’Arte). Il concetto di sospensione espresso dall’iconografia sacra dell’affresco della “Dormitio Virginis”, ispira la realizzazione di federe ricamate a mano, con parole che interpretano un momento di significativo della vita o concetti universali; le stesse parole, diventano melodia di sottofondo. Il lavoro artigianale prodotto dall’Associazione murese “ArakAmare” e seguito dalla maestra Marilena Patisso, è stato realizzato durante i laboratori di ricamo organizzati dall’Associazione “La bussola” grazie al coordinamento di Anna Maria Spano e l’assistenza di Maria Grazia Taddeo.
FRANCESCO SCHIAVULLI (Bari, 1963). La sua ricerca, espressa con linguaggi multimediali e grafici, nasce dal teatro ed è dedicata prevalentemente allo studio del corpo. Esordisce con una ritrattistica espressionistica e asciutta, mostrando una sofferta partecipazione al tema sociale ed al ruolo subalterno legato al lavoro e all’emigrazione. La svolta - dopo una serie di soggetti ritratti come impantanati nel buio - è data dalla conoscenza maniacale del corpo attraverso i suoi dettagli (Il misuratore di orecchie, 2004) espressa in una sorta di “schedatura” di particolari fisionomici. Sono progetti complessi che lo impegnano per anni, mediante i quali arriverà anche ad indagare l’identità umana e le emozioni. Con le ingombranti “macchine” interattive (VersoXverso, 2005) presentate in fortunate performances partecipate, si è posto l’obiettivo di sconvolgere i sensi e gli equilibri, imponendo altri ritmi e percezioni rispetto a convenzioni e modelli comportamentali imposti dal sistema. La libreria del professore, 2007 (installazione ambientale multimediale, dimensioni variabili: box in legno, libri, disegni su cartoncino, 5 video  Francesco Schiavulli/Eclettica_Cultura dell’Arte). L’artista si fa “misuratore del marxismo”: un viaggio casuale, personale, emozionale e concettuale nell’universo del pensiero materialista.
OLIVIERO TOSCANI (Milano, 1942). Poliedrico e poliglotta, figlio del primo fotoreporter del Corriere della Sera, si distingue inizialmente per i reportages sulla sua generazione, di cui analizza comportamenti, personaggi emblematici, mode; diviene uno dei fotografi più richiesti dalle testate internazionali grazie a servizi innovativi realizzati per le strade e nei luoghi "caldi" di New York. Nel lavoro per la pubblicità (emblematiche le campagne per Benetton) cui pone l’accento anche su temi di rilevanza sociale (integrazione razziale, salvaguardia dell’ambiente, diritti dell’infanzia), approfonditi nei servizi sulle emergenze umanitarie e conferenze nelle università e negli istituti di marketing. È stato direttore di Fabrica, scuola di critica della comunicazione aperta agli studenti di tutto il mondo, e della rivista Colors; attualmente promuove il progetto La sterpaia (www.lasterpaia.it), laboratorio creativo con sede a Pisa. Le sue foto fanno ormai parte delle collezioni dei musei di arte contemporanea internazionali, sebbene affermi che "le strade sono il museo migliore per esporre il mio lavoro". È infatti sul corso di Lecce, affisso su una grande parete della Torre Mozza del castello, che si affaccia lo spazio libero per Oliviero Toscani (stampa digitale su PVC senza titolo, m. 6x10  Oliviero Toscani/La sterpaia).


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