Oltre l’emergenza sbarchi, politiche di accoglienza ed integrazione. Qui e subito



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24.01.2018
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Oltre l’emergenza sbarchi, politiche di accoglienza ed integrazione. Qui e subito.

Continua e si aggrava giorno dopo giorno la gestione di stampo meramente emergenziale degli “sbarchi” di migranti (tra cui numerosi minori non accompagnati, donne in stato di gravidanza e richiedenti asilo, recuperati in acque internazionali dalle navi della missione Mare Nostrum, provenienti dall’Egitto, dall’Eritrea e dalla Siria), nella Sicilia Centro-Orientale, in particolare nelle provincie di Siracusa ad Augusta, Catania, Ragusa (Pozzallo) e in qualche occasione a Porto Empedocle (Agrigento), Trapani e Palermo. Per mesi, che sarebbero stati preziosi per ristrutturare centri di prima accoglienza, per fare partire le nuove strutture di accoglienza SPRAR gestite dai comuni e per mettere in sicurezza i soggetti più vulnerabili, i minori stranieri e le donne vittime di violenza si è fatto troppo poco, puntando soprattutto su strutture emergenziali come palasport e campi sportivi. Dopo le stragi dell’ottobre 2013, si è ritenuto che, con l’avvio dell’operazione militare-umanitaria Mare Nostrum, tutti i problemi si sarebbero potuti risolvere a bordo delle navi militari, sulle quali è stato imbarcato personale del ministero dell’interno , dunque, navi trasformate in uffici di polizia per le preidentificazioni ed il rilievo delle impronte digitali, oltre che per la individuazione immediata dei “presunti scafisti”. Prima si è andati alla caccia di “navi madre”, poi di fronte all’evidenza della strage del 3 ottobre, quando davanti alla costa di Lampedusa andava a fondo un grosso peschereccio con a bordo oltre 500 persone, un mezzo che evidentemente non poteva essere ritenuto una nave madre, tutti hanno compreso che le caratteristiche dei mezzi impiegati dalle organizzazioni che gestiscono il traffico erano direttamente in rapporto alla lunghezza del tragitto da percorrere e dunque alle modalità di impiego delle unità militari di controllo delle frontiere marittime, piuttosto che ad una strategia dei trafficanti mirata ad eludere i controlli di frontiera. Per i veri trafficanti, che rimangono a terra nei paesi di partenza, gli scafisti sono solo un piccolo costo da conteggiare sul guadagno complessivo che ogni singolo viaggio garantisce. E tra gli scafisti non mancano migranti reclutati con la promessa di un passaggio gratuito. Se il viaggio è breve si utilizzano barconi più piccoli affidati a chi si offre per stare a timone. Se le rotte si allungano, e si allungano soprattutto per l’instabilità che caratterizza la Libia, si deve ricorrere a mezzi più grandi con equipaggi più numerosi. Il periodico incremento delle partenze dalla Libia, e poi dall’Egitto, per effetto del deterioramento della situazione sul territorio, smentisce i teoremi secondo i quali gli “sbarchi” si sarebbero ridotti con lo schieramento delle navi Mare Nostrum e con l’inasprimento dell’apparato repressivo, che si è tradotto nell’arresto di centinaia di presunti scafisti oltre che in decine di misure di respingimento differito adottate dalle questure nei confronti di migranti, soprattutto egiziani, privati a Siracusa persino della possibilità di chiedere asilo, in aperta violazione delle direttive UE e delle norme di attuazione.

Di fronte ad una situazione che deriva anche da una normativa e da prassi amministrative consolidate, occorre intervenire senza attendere modifiche legislative o interventi dell’Unione Europea che, al momento, non appaiono in vista nel breve periodo. La dignità ed i diritti fondamentali dei migranti non possono essere negati in nome dell’astratto principio di difesa delle frontiere o di lotta all’immigrazione che si definisce “illegale”. Mentre invece appare perfettamente legale concludere ed applicare accordi bilaterali con paesi che non rispettano i diritti umani o che, come nel caso della Libia non aderiscono neppure alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Occorre applicare sanzioni esemplari verso tutti coloro che direttamente od indirettamente, attraverso la” cooperazione operativa” con le polizie di frontiera dei paesi di transito, paesi che non rispettano o non applicano effettivamente la Convenzione di Ginevra, si rendano responsabili di operazioni di respingimento collettivo con violazione del principio di non refoulement, affermato dall’art. 33 della stessa Convenzione, oppure impediscano la proposizione di una domanda di protezione internazionale, in vista di una successiva espulsione con accompagnamento forzato, come avviene nel caso degli egiziani.

Va assicurata una gestione umana, in linea con gli standard europei, del sistema di accoglienza, con particolare riguardo ai soggetti più vulnerabili, come i minori non accompagnati, senza ingolfare il sistema dei centri Sprar gestiti dai comuni con persone appena sbarcate dalle navi di Mare Nostrum.

Malgrado la promessa di un aumento del numero delle Commissioni territoriali, da articolare in sottosezioni che non sono ancora attivate come previsto, si sono allungati i tempi per le procedure di asilo, senza organizzare un sistema di prima accoglienza, ma utilizzando a questo fine strutture del tutto improprie, non destinate a questa delicata funzione, come i CAS ( centri di accoglienza straordinaria) . Si sono moltiplicate le tendopoli, persino nelle masserie in aperta campagna, e le palestre o i palasport, destinati alla prima accoglienza con distese di materassi posati per terra, con un sistema vorticoso di trasferimenti, adesso anche da un capo all’altro della penisola, e con la crescita a dismisura della popolazione di richiedenti asilo confinati nel mega Cara di Mineo e negli altri Cara siciliani.

Sono aumentate anche le attese per formalizzare le richieste di asilo con i modelli C 3, fino a due mesi ed oltre, nei quali i migranti sono abbandonati in un limbo giuridico senza alcuna informazione certa sul loro futuro. Non vengono neppure fornite informazioni tempestive sulle possibilità di trasferimento legale verso altri paesi europei, nel numero più ampio di casi previsto dal nuovo regolamento Dublino III.

Occorre porre immediatamente fine all’accoglienza negli appartamenti o nelle tendopoli, ed utilizzare strutture fisse, strutturalmente idonee, ad esempio le strutture ex IPAB, con tutto il personale previsto dallo schema tipo di convenzioni adottato dal ministero dell’interno. Vanno istituiti osservatori provinciali indipendenti per verificare la correttezza della gestione e le modalità di erogazione dei servizi.

Si dovrebbe procedere verso l’attivazione di centri di accoglienza decentrata di dimensioni medio-piccole finanziate dallo stato e gestiti dai comuni, ma con le professionalità richieste anche dalle Direttive dell’Unione Europea, e soprattutto con la chiusura immediata dei centri “informali” di prima accoglienza gestiti dalle prefetture come quelli attivati a Siracusa presso l’Umberto I, il PalaNebiolo di Messina, a Porto Empedocle (AG), a Messina ed a Comiso (Ragusa) o come le diverse strutture attivate a Catania. Luoghi nei quali la libertà personale a seconda del momento e della nazionalità degli “ospiti” è stata sottoposta ad evidenti limitazioni,per esigenze di indagine, anche oltre 48-96 ore, in assenza di un provvedimento amministrativo formale e della convalida da parte dell’autorità giudiziaria, come previsto anche dall’art. 13 della Costituzione italiana.

Allo stato della vigente legislazione nazionale e regionale vanno individuati percorsi per portare all’autonomia il maggior numero degli immigrati accolti nei centri di accoglienza, promuovendo occasioni di integrazione ed avviamento al lavoro legale, contrastando lo sfruttamento del lavoro nero attorno alle strutture di accoglienza CARA, come quella di Trapani Salina Grande e Caltanissetta, e chiudendo strutture ormai ingovernabili come il CARA di Mineo (Catania), dove si verifica, anche per il blocco del turn-over, la presenza di oltre quattromila persone, alcune delle quali neppure censite. Anche in questo caso il governo regionale e quello nazionale non possono continuare ad ignorare la gravità dei problemi creati da una struttura enorme che grava su un territorio assai povero di servizi e di occasioni di lavoro nella legalità. Non basta lanciare campagne di immagine, o censurare le notizie sui tentativi di suicidio per dimostrare che in quella struttura, un grande residence in aperta campagna progettato per alloggiare militari americani, vada tutto bene.

In Sicilia va adottata al più presto una legge regionale in materia di immigrazione ed asilo con previsioni certe di stanziamenti di bilancio regionale, e con una particolare attenzione per le esigenze dei soggetti più vulnerabili, come i minori, le donne, sempre più spesso vittime di violenze e di sfruttamento, le vittime di tortura, con percorsi di formazione e di qualificazione del personale che dovrà prendere in carico persone caratterizzate da situazioni esistenziali tanto diverse.

Non è accettabile che si debba attendere oltre un anno per una risposta sulla domanda di protezione internazionale. Occorre velocizzare al massimo il lavoro delle Commissioni territoriali competenti a decidere sulle istanze di asilo, che ancora, malgrado l’annunciato aumento delle sedi e del numero dei componenti, non sono ancora riusciti a smaltire l’enorme arretrato che si è accumulato. Per i Siriani, in particolare, andrebbero adottate misure di protezione temporanea che consentano loro rapidamente, a domanda, il conseguimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, e un documento di viaggio con un visto d’ingresso valido per tutti i paesi dell’Unione Europea.

Un numero sempre maggiori di migranti appena sbarcato va ad ingrossare il numero dei braccianti agricoli esposti a qualunque forma di sfruttamento. Va monitorato a livello regionale la situazione esistente nel mercato del lavoro per contrastare tutte le forme di sfruttamento e di lavoro servile, e di individuare le modalità operative per garantire mezzi credibili di inserimento sociale di coloro che ottengono in Sicilia il riconoscimento di uno status di protezione, internazionale ( asilo o protezione sussidiaria) o umanitaria ed esprimono la volontà di restare in questa regione, e nel contempo garantire la tutela dell’unità familiare dei profughi con familiari regolarmente residenti in altri paesi europei ed agevolare il sollecito ricongiungimento come prescritto dal Regolamento Dublino.

Molte donne e numerosi minori non accompagnati hanno subito ogni genere di abusi nei paesi di transito e sono sempre esposti al ricatto del racket della prostituzione. Occorre contrastare il fenomeno della tratta di esseri umani, già al momento dello sbarco a terra e poi nelle strutture di prima accoglienza, coinvolgendo attivamente la società civile con iniziative di formazione, di informazione e di difesa legale, come richiesto anche dalla Direttiva 2001/36/UE, recentemente attuata anche nel nostro paese

Rispetto alla situazione dei minori non accompagnati, va attuato un coordinamento nazionale e regionale del sistema di prima accoglienza. Occorre che la Regione si rivolga allo Stato perché provveda ad erogare con la massima tempestività le somme dovute ai Comuni, sulla base degli accordi stabiliti con i diversi governi, trattandosi di competenze dello Stato centrale. Si deve impedire che nelle regioni di primo arrivo, come la Sicilia, si prosegua con la prassi secondo la quale il collocamento dei minori avviene, da parte dell’autorità di polizia, o delle Prefetture, direttamente presso le strutture di accoglienza, con le misure di affidamento dei minori in stato di abbandono previste dal codice civile, al di fuori di qualsiasi piano regionale, e spesso senza un tempestivo intervento del giudice minorile, senza un previo accordo con gli enti locali territorialmente competenti. I tribunali minorili devono espletare le pratiche di loro competenza senza indugio, anche per impedire che i minori, nelle more dei diversi procedimenti, diventino maggiorenni. Un incentivo in più verso l’allontanamento nella clandestinità. Gli organi di controllo dovrebbero accertare le condizioni reali di accoglienza nelle strutture che vengono utilizzate con le più diverse tipologie e, spesso, senza il personale richiesto dalle convenzioni.



Sulle strutture di accoglienza per minori e sui centri di accoglienza straordinaria andrebbe effettuato un monitoraggio continuo, affidato ad associazioni ed enti indipendenti, non legati agli enti gestori convenzionati con il ministero dell’interno, una attività essenziale per non disperdere risorse pubbliche con grave danno per gli operatori e per i migranti, una attività doverosa che fin qui si è svolta solo in rare occasioni. Un aspetto ulteriore è poi quello dei minori non accompagnati richiedenti asilo rispetto ai quali, nonostante la norma ponga chiaramente in capo al Ministero dell’Interno la responsabilità, non ci sono certezze di sorta in merito alla copertura dei costi di presa in carico prima dell’entrata nel circuito SPRAR. In questi casi la Regione dovrebbe rivolgere ai competenti ministeri la richiesta di una maggiore programmazione degli interventi e di una sollecita copertura delle spese sostenute dagli enti locali, l’attivazione di strumenti di mobilità immediata, anche a livello internazionale, quando si tratti di garantire il ricongiungimento familiare come prescritto dal Regolamento Dublino III entrato in vigore il 2 gennaio del 2014.

Occorre che l’Italia si metta in regola con un sistema di accoglienza corrispondente alle prescrizioni delle direttive dell’Unione Europea in materia di protezione internazionale, di accoglienza e di procedure. Solo in questo modo si potrà chiedere una modifica delle politiche europee in materia di immigrazione ed asilo, con la riapertura di canali legali di ingresso, la revisione del regolamento Dublino in modo da rispettare la libertà di autodeterminazione e l’unità dei nuclei familiari dei richiedenti asilo, la riconversione delle missioni Frontex a finalità di salvataggio.



Vanno rivisti al più presto quegli accordi bilaterali o le intese operative a livello di forze di polizia, come quelli vigenti con l’Egitto, la Nigeria e la Tunisia,che consentono il rimpatrio immediato anche prima che possa essere depositata una istanza di protezione internazionale, sulla quale dovrebbe decidere l’apposita commissione territoriale e non l’autorità di polizia in frontiera.

Si devono aprire canali umanitari dall’Egitto e dalla Libia in modo da consentire un ingresso protetto nei diversi paesi europei, in condizioni legali, ai potenziali richiedenti asilo intrappolati nei paesi di transito. Questo sarebbe l’unico strumento per contrastare effettivamente le organizzazioni criminali che nei paesi di transito lucrano sulla domanda di mobilità di persone, donne e minori compresi, che fuggono da guerre, persecuzioni e dittature di ogni genere.

Fulvio Vassallo Paleologo



Università di Palermo




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