Omelia del Vescovo Luciano Monari per la festa dei Santi Patroni di Brescia Chiesa dei Santi Faustino e Giovita Brescia 15 febbraio 2009



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Omelia del Vescovo Luciano Monari per la festa dei Santi Patroni di Brescia

Chiesa dei Santi Faustino e Giovita - Brescia 15 febbraio 2009
Il motto benedettino ‘Ora et Labora’ propone uno stile di vita insieme contemplativo e realista, concreto e aperto alla trascendenza. Anzitutto: prega, perché Dio sta prima di ogni altra cosa, ma devi anche lavorare; lavora, perché devi procurarti il necessario con le tue mani, ma non smettere di pregare. Perché? Qual è il senso di questa regola antica? Essa richiede che l’esistenza umana sia equilibrata nei suoi ritmi in modo che un’esigenza (quella del lavoro o quella della preghiera) non cancelli l’altra e non produca uno stile di vita unilaterale, parziale. Già Euripide notava che non basta aver il nome degli dei sulla bocca, se non ci si rimboccano le maniche per arare e seminare e raccogliere. Ma il Salmo ci ricorda che se non è Dio a edificare la casa, invano si affaticano i costruttori. Di questo, fratelli carissimi, desidero conversare con voi in questa solennità dei santi nostri patroni, Faustino e Giovita. I Bresciani vanno fieri della loro intraprendenza, del loro amore al lavoro. E hanno ragione. Lo capiamo bene, soprattutto in tempi come questi nei quali la crisi economica ci mette di fronte alle conseguenze drammatiche della disoccupazione.

Ma perché il lavoro richiede di essere accompagnato – e, in qualche modo, preceduto – dalla preghiera? Che cosa aggiunge la preghiera all’attività di chi lavora con onestà e competenza? Dal punto di vista economico, poco. Qualcuno, anzi, potrebbe ritenere che la preghiera sia tempo perso, tempo prezioso che potrebbe essere impiegato per attività più utili alla persona o alla società. Ma proprio questo è il primo insegnamento della preghiera: che nella vita bisogna essere disposti anche a ‘perdere tempo’. Non è invito alla pigrizia, naturalmente, ma a saper vedere oltre i numeri della produttività. Ci sono nella vita dell’uomo delle esperienze che non si possono fare senza impegnare tempo: l’amicizia, ad esempio, la custodia dei sentimenti, la vita di coppia, tutto ciò che ha a che fare con le relazioni umane. Per costruirle bisogna essere disposti a spendere tempo ed energie per ascoltare, capire, rispondere, sintonizzarsi… E’ così anche con Dio. Fino a che si parla di Dio, non lo si conosce affatto; solo quando si parla a Dio e lo si ascolta, il rapporto con Lui diventa serio e, poco alla volta, la nostra vita si familiarizza col suo modo di essere. Da questo incontro con Dio l’uomo ritorna arricchito nel mondo degli uomini. Racconta il libro dell’Esodo di Mosè che, salito sul monte Sinai, vi riposò quaranta giorni parlando con Dio e ascoltando dalla sua voce la rivelazione del suo volere, i comandamenti. Quando discese dal monte, la pelle del suo volto era diventata raggiante, luminosa. Se davvero nella preghiera entriamo nel dialogo con Dio, dalla preghiera usciamo con il volto luminoso, cioè più liberi, più gioiosi, più ricchi di speranza, più capaci di discernere il bene e di combattere il male.

“Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome.” È la preghiera che Gesù ci ha insegnato. Padre, manifesta il tuo nome, quello che Tu sei, perché il mondo non sia vuoto di te, muto e incapace di dire la tua lode. Mi guardo attorno e vedo il giardino del mondo nella sua bellezza e armonia; ma vedo anche l’ambiguità della storia con le ingiustizie, le violenze, le sofferenze che mortificano l’esistenza di tanti uomini; vedo un mondo opaco, che non lascia passare l’amore di Dio. Come figlio, chiedo allora a Dio, nostro Padre, di intervenire e di toccare questo mondo con la forza della sua compassione, di instaurare il suo regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace. Sto chiedendo un miracolo eclatante? Un fulmine che incenerisca il male? Un potere che instauri a forza il bene? No, sto chiedendo che Dio operi dolcemente, attraverso le sue creature in modo da orientare il corso del mondo verso la bellezza e il bene. E nel momento in cui chiedo questo offro a Dio con libertà e con gioia me stesso come strumento della sua azione: gli offro il mio cuore perché Dio ami, le mie mani perché Dio operi, i miei desideri perché Dio li plasmi secondo i suoi desideri. Avviene così che, quando prego, sono costretto a introdurre, nella valutazione dei miei comportamenti, il criterio della santificazione del nome di Dio. Esempio.

Nella prima lettera ai Corinzi, riflettendo sul modo di vivere la sessualità, Paolo scrive: “Siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo.” La sessualità è, secondo Paolo,una dimensione della vita nella quale si può e si deve glorificare Dio, manifestando la verità e la fedeltà del suo amore. Non si tratta di obbedire a norme astratte che proibiscono questo o quello; si tratta piuttosto di arricchire l’esperienza umana, di non sciupare tutte le potenzialità che la sessualità ha di esprimere la gloria di Dio nell’amore umano. Abbiamo bisogno di molta preghiera, che ci faccia ammirare così tanto la bellezza della fedeltà di Dio da desiderare di esprimerla anche nella sessualità, anche nell’amicizia.

Ai suoi discepoli che brigavano per ottenere posti di prestigio Gesù ha opposto una logica nuova: “Tra voi non è così; ma chi vorrà diventare grande sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.” Questo vale anzitutto per me, vescovo, che debbo vivere il mio servizio senza ricercare onori di qualsiasi genere; e vale per ogni cristiano per quella misura piccola o grande di potere che gli è assegnato e che deve gestire. “La gloria di Dio è l’uomo vivente” dice sant’Ireneo. Ovunque l’uomo è servito, accolto, onorato, rispettato, aiutato, lì la gloria di Dio si manifesta. Quando invece la prevale la paura, o il risentimento, o l’interesse, lì la gloria di Dio è offuscata. Abbiamo bisogno di contemplare nella preghiera il volto di Gesù crocifisso. Perché solo se questo volto sarà stampato nel nostro cuore potremo amare il servizio anche quando diventa umiliante e ci chiede di accettare una sconfitta, un giudizio immeritato, una brutta figura.

Infine: l’uso del denaro. Non è proibito essere ricchi, l’ho già detto altre volte. Ma la ricchezza produce in chi la detiene una responsabilità non facile da affrontare: quella di usare il denaro tenendo presente la sua funzione sociale, di procurare il bene di tutti. Inventare posti di lavoro, favorire l’educazione e la formazione e l’ingresso nel mondo del lavoro delle nuove generazioni, garantire l’assistenza sanitaria anche ai più poveri sono solo alcuni degli innumerevoli modi in cui la ricchezza può essere trasformata in solidarietà e diventare strumento di santificazione del nome di Dio. Ma questa trasformazione è difficile se non si dedica tempo alla preghiera: è qula preghiera che smaschera le promesse illusorie della ricchezza, che fa crescere nel cuore il desiderio e la forza del bene.



Mi metto allora alla presenza di Dio e inizio a pregare. Obbedendo a Gesù, riconosco anzitutto che Dio è mio Padre e nello stesso tempo Padre di una moltitudini di figli. Io prego, dunque, riconoscendo di abitare in mezzo a fratelli. E, in mezzo a loro, prego perché Dio santifichi il suo nome, manifesti cioè la sua presenza di amore nel mondo. Che cosa produce in me questa preghiera? Il desiderio e la disponibilità a diventare strumento di Dio perché il suo nome sia santificato; il desiderio che quello che io sono come persona sessuata, il frammento di potere che è nelle mie mani, la quantità di ricchezza di cui dispongo e che gestisco, tutto questo contribuisca a ‘santificare il nome di Dio’. Ho accennato a qualche elemento di questa trasformazione ma chissà quante cose si potrebbero dire. M’interessava solo fare capire che la preghiera non è una fuga dal mondo. È certo uno sfuggire alla presa del mondo e stare al cospetto di Dio, ma per tornare nel mondo con desideri nuovi, coraggio nuovo, forza nuova. Per operare nel mondo e trasformarlo secondo la logica della volontà di Dio. L’autenticità della preghiera si misura da quanto essa trasforma la mia vita. Se prego ma continuo tranquillamente a gestire la sessualità in modo disordinato, il potere in modo settario, il denaro in modo egoistico, posso stare sicuro che la preghiera è stata pura apparenza. Se comincio a percepire le insufficienze del mio comportamento e intraprendo decisamente un cammino di conversione, allora la preghiera diventa una strada: lunga, probabilmente, ed esigente, ma che mi avvicina alla meta. Così sia.






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