Omelia del vescovo marco



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OMELIA DEL VESCOVO MARCO

Castiglione delle Stiviere, 9 marzo 2018

nella ricorrenza dell’anno 450esimo della nascita di San Luigi Gonzaga
Il Vangelo è il libro degli incontri e abbiamo ascoltato l’incontro con Gesù di un “tale” che nel Vangelo di Matteo viene detto sia “un giovane”. Questo giovane è in crisi perché dentro di lui ci sono due forze opposte, contrarie che si combattono. Il giovane si rivolge a Gesù e lo chiama “Maestro insigne”, perciò riconosce in Gesù non un maestro qualunque ma un maestro diverso dagli altri, un maestro da cui potrà ricevere una parola chiarificatrice per il suo discernimento. Gesù è educatore: educare vuol dire “tirare fuori” ciò che vi è in una persona e Gesù tira fuori dal cuore di questo giovane i suoi desideri più intimi.

Le due forze contrastanti che si combattono nel cuore del giovane sono: da una parte egli viene da una cultura che potremmo definire ‘materialista’; possiede molti beni e attende da essi la risposta immediata ai suoi bisogni di rassicurazione, felicità, appagamento. Ma questo non esaurisce la forza del desiderio del giovane, il quale domanda a Gesù: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Rivolge a Gesù la domanda più alta che una creatura porta dentro di sé: cosa fare per vivere in eterno, per vivere sempre, per avere una vita piena. Il Vangelo dice che ‘Gesù, fissatolo, lo amò’. Gesù gli fa intravedere che la vita piena la si può avere solo nella relazione con Lui e poi gli dice: “Segui me” perché nella comunione con Lui abbiamo la vita eterna. La risposta di Gesù alla domanda di questo giovane non sono i molti beni: tutti noi sappiamo che le cose non possono dare la felicità, ci possono soddisfare, ma a riempire la vita di felicità sono le persone e non le cose.


Gesù educa il giovane a capire che la condizione per avere vita piena è cambiare la mentalità. Infatti, la regola fondamentale della felicità della vita non è “sei ciò che hai”, ma “sei ciò che doni” e, anche per esperienza, sappiamo che rimane di noi soltanto ciò che abbiamo donato. Gesù pone a questo giovane, che vuole essere felice, una condizione: rinunciare alla mentalità quantitativa delle cose per abbracciare la mentalità qualitativa delle relazioni forti, mature, profonde. E Gesù non parla in astratto: al giovane propone sé stesso come il tesoro della vita. Ma il giovane non riesce a ponderare che le persone valgono più delle cose e che stare con Gesù sarebbe stato il fine e l’appagamento della sua ricerca. L’epilogo è l’incontro fallito: il giovane se ne va triste; triste perché ha perso l’occasione di entrare in relazione con Gesù e seguirlo, diventando suo discepolo; triste perché non è scontato che chi ha molti beni riesca ad essere felice. Ci sono persone che possiedono molti beni e hanno poca felicità.
Oggi, sulla scia di questo incontro tra Gesù e il giovane ricco, vogliamo ricordare la nascita, quattrocentocinquanta anni fa di san Luigi, patrono dei giovani, lui stesso incontrato da Gesù quand’era giovanissimo. Anche Luigi è stato fissato e amato da Gesù, ma a differenza del giovane del vangelo, Luigi è rimasto con Gesù e questa è stata la pienezza della sua gioia. Possiamo trovare comunque diversi aspetti simili tra la vicenda di Luigi e quella del giovane ricco. Entrambi erano inseriti in una cornice culturale in cui la risposta alla felicità erano le cose. San Luigi apparteneva al casato dei Gonzaga predisposto per cultura al potere, alla ricchezza, al prestigio, allo sfarzo e al benessere (diremmo oggi che era erede miliardario di una multinazionale). Era stato alla corte di Firenze e di Madrid, sapeva diverse lingue, aveva studiato scienze e lettere. Eppure ha rinunciato a conformarsi alla mediocrità della vita di palazzo e alla mentalità quantitativa per cui si è in base a ciò che si ha. Posto a confronto con il giovane ricco, potremmo dire che san Luigi era un grande idealista, anche lui desiderava la vita eterna. A dieci anni fa il suo voto di castità. Era la sua strada per diventare santo. Misurandosi con sé stesso San Luigi immaginava il suo progetto di santità come uno sforzo per migliorare sé stesso e correggere il suo carattere collerico, facile al risentimento; a motivo di questo si era dato alle penitenze, a digiuni e mortificazioni persino corporali. Non poteva misurarsi nemmeno con i libri ascetici e le vite dei santi diffuse in quell’epoca in cui trovava confermata la via austera che aveva intrapreso e che lo chiudeva in una devozione intimistica e solitaria, e lo convinceva che ‘farsi’ santo dipendeva dai suoi sforzi.
Cosa è stato decisivo per il cammino di santità di san Luigi? L’incontro che ha avuto a dodici anni con il cardinale Carlo Borromeo, in occasione della visita pastorale a Castiglione. Il marchese era assente e toccò a Luigi salutare il cardinale il quale rimase colpito dalla maturità spirituale e dalla concretezza di questo ragazzo adolescente. Visto che non aveva ancora fatto la Prima Comunione gli propone di essere lui stesso, la domenica seguente, a comunicare al Corpo del Signore il giovane Luigi. Da attento e fine educatore, San Carlo intuì che il giovanissimo Luigi andava corretto e indirizzato nella sua ricerca di santità e lo spinse a spostare l’attenzione dallo sforzo per diventare santo alla contemplazione dell’amore di Dio per lui. L’incontro con questo uomo santo è stato uno spartiacque nella vita di Luigi, che da lì in avanti iniziò ad aprirsi all’amore di Dio, a vivere la santità come risposta all’amore di Dio che ci precede sempre e ad aprirsi pian piano agli altri per comunicare loro questo amore. Soprattutto leggendo gli scritti dei gesuiti che erano missionari in India, nasce in Luigi il desiderio di comunicare l’amore con cui Dio lo ha amato.
Oggi vorrei, cari fratelli e sorelle, sostare sull’incontro tra Luigi e Carlo, tra un giovane e un adulto nella fede. Luigi ha intuito la santità, ha detto “voglio essere santo”, è un ideale suo, interiore; però a un certo punto questo ideale ha bisogno di essere misurato su un esempio concreto. Ed ecco comparire la figura di san Carlo Borromeo. San Luigi è predisposto alla santità e perciò la riconosce e la vede in san Carlo. Non gli bastava più tenere dentro di sé un ideale, gli occorreva incontrare una santità incarnata, un modello di santità.

Questo vale per il cammino di crescita di ogni uomo: non ci basta sentir parlare della giustizia, ci occorre incontrare un uomo giusto che ci convince a diventare giusti; non ci basta parlare della carità, occorre incontrare un uomo veramente generoso che lasci in noi un’impronta con la sua generosità e muova la nostra; non ci basta pensare alla preghiera, ci occorre incontrare un orante che ci faccia vedere la fiamma viva della preghiera incarnata in una persona visibile. I testimoni sono visibili e ancor di più leggibili.


Come il giovane ricco e Luigi Gonzaga anche per molti giovani di oggi c’è la fatica di dibattersi in una cultura maggioritaria che è materialista e di ricevere però ancora degli input per una visione ideale della vita (specie se appartengono a famiglie che hanno conservato una certa impronta cristiana). Per la cultura consumistica e quantitativa – che prevale nella società da settant’anni a questa parte – sembra che la cosa fondamentale sia assicurare ai ragazzi e ai giovani che non soffrano e che abbiano un benessere abbastanza facile da conquistare. Dall’altra parte la cultura idealista quando vuole presentare il bene ne parla per concetti astratti, per teorie, per principi. E guarda caso, il male invece è sempre concreto, sensibile, addirittura affascinante. Non ci basta allora ‘parlare’ del bene per convincere un giovane ad essere buono e perseguire il bene, dobbiamo presentare ai giovani dei modelli del bene, della verità, della virtù che siano modelli convincenti, persone belle, che siano interessanti e abbiano una forza attrattiva.

Quello che è più importante oggi non è tanto moltiplicare le analisi, le teorie, i discorsi, ma presentare degli adulti che siano per i giovani riferimento valido e avvincente. L’uomo vive di imitazione. È vero che esiste una imitazione cattiva, quella della complicità nel male, ma c’è anche un’imitazione positiva: quella della solidarietà nel bene. Il simile cerca il simile: gli stolti cercano gli stolti, i bugiardi cercano i bugiardi, i bontemponi cercano i bontemponi; mentre i santi cercano i santi, i buoni cercano i buoni, il verace cerca i veraci. Nell’incontro con chi mi è simile trovo la conferma che lo stile di vita che voglio abbracciare è quello giusto.

Ogni persona è segnata dagli incontri che ha fatto: noi diventiamo i nostri incontri. Se un adulto guarda in retrospettiva la sua vita si accorge degli incontri che hanno segnato la sua vita: ciò che ha inciso di più non è entrato attraverso la via dei discorsi astratti ma del modello. La parola suona, l’esempio tuona. L’esempio diventa convincente, innesca un processo di rifusione della vita.
San Luigi era abituato a mangiare alla mensa dei Gonzaga cibi squisiti, durante feste allegre, eppure questa risposta materialista non bastava a sfamare il suo cuore. Ha ricevuto dalle mani di san Carlo un altro pane, il pane dell’Eucaristia e si è aperta per lui un’altra vita. Si dice che da allora la sua giornata era tutta incentrata sul pane dell’Eucarestia che avrebbe ricevuto. Preparazione alla Messa, celebrazione della Messa e poi prosecuzione della Messa nell’amore del prossimo. L’incontro con San Carlo ha impresso la direzione matura nel giovane Luigi che aveva già l’ideale di santità.
Ricordiamo oggi i 450 anni della nascita di san Luigi, patrono dei giovani. In questo anno papa Francesco ha voluto si celebrasse il sinodo dei Vescovi sui giovani. Tutta la chiesa è coinvolta nella riflessione sui giovani, a partire dal mondo adulto che è interpellato a maggior interesse e cura delle nuove generazioni. Per questo ho voluto oggi mettere al centro della nostra meditazione l’incontro tra san Luigi e san Carlo, due generazioni di santità: un ‘esordiente’ molto promettente e un adulto che incarna la personalità del cristiano maturo.
Spesso noi ci chiediamo: “dove sono i giovani”? Fa male sentire i giudizi, anche ecclesiali, spesso pessimistici e svalutativi verso i giovani che non hanno voglia, che non ci sono, sono piatti, sono parcheggiati, sono abbruttiti; c’è il bullismo, c’è la dipendenza dalle sostanze. Io non voglio guardare i giovani così perché, quando Cristo ha fissato il suo sguardo con amore sul giovane, pur essendo un giovane ricco e anche con degli attaccamenti disordinati, lo ha amato e perciò anche noi cristiani siamo chiamati ad amare i giovani per generarli alla nostra bella fede.

La mia domanda è: “dove sono quelli che si prendono cura dei giovani? Dove sono i modelli adulti? Dove sono gli accompagnatori dei giovani? Chi sta con i giovani in una società che per certi versi rischia di essere una società adolescente, una società di adulti che retrocedono nell’adolescenza”? Poco tempo fa una ragazza delle scuole medie mi diceva: “La mia mamma mi dice che la cosa importante è apparire”. Che è come dire: tu sei in base a ciò che l’opinione pubblica dirà di te, niente di più sbagliato! La ragazzina comincia a vivere in vetrina sotto uno sguardo esteriorizzato e non vive più dentro il suo cuore e la sua coscienza, con uno sguardo libero verso di sé.



La domanda: “dove sono i giovani?” va di pari passo con quell’altra: “dove sono gli adulti, dove sono gli uomini e i cristiani adulti?”. San Luigi ci ricorda che a dodici anni per lui c’è stato l’incontro con un adulto nella fede, San Carlo Borromeo, a segnare un passo avanti decisivo nella sua maturità verso la santità.




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