Omelia dell’arcivescovo metropolita nella festa di santa chiara d’assisi



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OMELIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA

NELLA FESTA DI SANTA CHIARA D’ASSISI
Paganica, Monastero delle Clarisse della Beata Antonia, 11 Agosto 2012



  1. Un caro saluto a tutti.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il Profeta Osea.

Questo Profeta, originario del Regno del Nord, è contemporaneo del Profeta Amos. Comincia a predicare sotto Geroboamo II e continua sotto i successori di Geroboamo (e comunque sembra che il suo ministero profetico si concluderà prima del 721 a.C., quando c’è stata la distruzione di Samaria. Osea, infatti, non parla di questa distruzione).

L’arco di tempo in cui Osea svolge il suo ministero profetico è un periodo molto difficile e torbido per Israele. E’ il periodo delle conquiste assire (del 734-732), delle rivolte interne (in quindici anni vengono assassinati quattro re!) e dilaga una grande corruzione religiosa e morale. Osea sta vivendo anche un suo dramma personale. Ha sposato una donna che lo ha tradito, ma egli la ama ancora.

Come spesso succede anche nella vita di altri profeti, questa situazione personale di Osea diventa un simbolo di quello che sta succedendo tra Dio e il suo popolo. Israele, la sposa tanto amata da JHWH, ha tradito il suo Dio. Ma Dio continua a perdonare e ad amare la sua sposa. Anzi sogna di poterla ricondurre a se riportandola alle gioie del primo amore. Comprendiamo allora le parole del Signore rivolte al suo popolo attraverso il Profeta:

“Ecco, la attirerò a Me,

la condurrò nel deserto

e parlerò al suo cuore”.


  1. Carissimi fratelli e sorelle, carissime sorelle clarisse, la Bibbia è sempre estremamente chiara e concreta. La Parola di Dio è di un realismo che a volte sconvolge. E noi, invece, siamo sempre quasi “paurosi” ed “assurdamente diffidenti” di fronte a ciò che Dio stesso ha creato.

L’amore l’ha inventato il Signore.

L’amore autentico tra l’uomo e la donna è un’invenzione di Dio. Dopo la creazione dell’uomo e della donna l’Autore sacro così esprime la gioia di Dio: “E Dio vide ciò che aveva fatto. Ed ecco, era cosa molto buona”.

L’amore di un uomo o di una donna che si consacrano totalmente al Signore è un amore vero. Non è un amore che spiritualizzandosi sempre di più, diventa talmente rarefatto e astratto che non esiste più!

Se una ragazza, come Chiara, si dona totalmente a Gesù Cristo, questo non significa che ha rinunciato all’amore. Ma significa semplicemente, che ha trovato un modo di amare ancora più vero, più puro, più ricco, più pieno, più appassionato di ogni altro amore.

E allora perché succede che i cristiani non sanno testimoniare questo amore?

Perché succede che a volte la gente guardando ad una creatura che si è consacrata a Dio non percepisce subito la bellezza di questa donazione e la gioia che si sprigiona da questa consacrazione?




  1. Ricordo, alcuni anni fa, ero sacerdote da pochi anni e mi occupavo della pagina diocesana su “L’Osservatore Romano della Domenica”.

Come incaricato di questa pagina ricevetti l’invito a partecipare ad una mostra di una giovane pittrice di Pescara. La mostra si teneva a L’Aquila, in Via XX Settembre. Andai e rimasi sconcertato: l’artista dipingeva solo sagome di suore negli atteggiamenti più vari e più strani: suore che pregavano, suore che cantavano, suore che ridevano e suore che piangevano, suore che passeggiavano o suore che correvano…

Meravigliato e incuriosito chiesi all’artista perché aveva questa ossessione di dipingere solo le suore. Mi rispose: “Perché per me la suora è simbolo di solitudine!”. Io ricorsi a tutti gli argomenti teologici per smontare questa sua convinzione.

Ma una domanda mi è rimasta senza risposta: “Perché questa giovane artista ha visto proprio nella suora il simbolo della solitudine?”.

Probabilmente perché non ha avuto mai la fortuna di incontrare una suora veramente innamorata di Gesù Cristo e che sprizzava gioia da tutta la sua persona.

Se avesse incontrato una sola suora innamorata di Gesù come Chiara certamente non avrebbe mai scelto le suore come simbolo della solitudine!


  1. E’ anche vero che la bellezza della creatura uscita dalle mani di Dio è stata ferita dal peccato. Ed è vero, inoltre, che una vita tutta consacrata a Dio e colma dell’amore a Gesù Cristo non si nutre di sentimentalismi.

Non nasce dalla falsa convinzione che è la nostra volontà a fare tutto.

Chiara e tutti i santi sono stati sempre consapevoli che la grazia di Dio, l’amore a Gesù Cristo, la nostra vocazione alla santità sono tutti tesori che portiamo in “vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”, come ci ricorda appunto S. Paolo nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinti (che abbiamo appena ascoltata).

E’ bello ciò che scrive S. Paolo. Lo scrive della sua esperienza di Apostolo. Ma vale dell’esperienza di ogni cristiano. E vale anche per chi ha donato tutta la sua vita al Signore: come Chiara e tutte le sue figlie di tutti i tempi e di tutti i continenti.

Dice Paolo: “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati, siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”.



A volte pensiamo, erroneamente, che l’esserci totalmente consacrati al Signore e incamminati sulla via della santità ci rende automaticamente immuni da prove, tentazioni e difficoltà.

Non è così.



Il nostro camminare verso la santità diventa spesso un sentiero difficile, duro, oscuro, tra difficoltà di ogni genere.

E’ stato questo anche il cammino dei santi. E’ stato il cammino di Chiara e non possiamo pretendere che non sia anche il nostro cammino.




  1. L’importante, come ci dice il Vangelo di Giovanni (15,4-10), è che ci sentiamo sempre come il tralcio unito alla vite, che è Cristo stesso. Se rimaniamo uniti a Lui portiamo frutto. Anche se arriveranno potature dolorose. Ma quelle “potature” servono a farci portare un frutto più bello e più grande.

  2. C’è una santa dei nostri giorni, (l’abbiamo ricordata il 9 Agosto): S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) bruciata viva nelle camere a gas di Auschwitz nell’Agosto 1942.

Il 1° Gennaio 1922 Edith ricevette il Battesimo e la Prima Comunione (a 31 anni!). e in quell’occasione scrisse questa poesia preghiera:

“Mio Signore e mio Dio,

mi hai condotto per una lunga e oscura via,

sassosa e dura.

Spesso le mie forze volevano venir meno,

quasi non speravo più di vedere la luce.

Ma quando il mio cuore s’irrigidì nel più profondo dolore

allora spuntò per me una limpida stella soave.

Mi condusse fedelmente. Io la seguii

prima titubante, poi sempre più sicura.

Così finalmente sostai davanti alla grande porta della Chiesa.

Si aprì: domandai di entrare.

Dalle labbra del tuo sacerdote mi giunse la tua benedizione.

Nell’interno della Chiesa stelle su stelle formano una file,

rossi fiori delle stelle di Natale m’indicano la strada

che porta a Te, mi conducono avanti.

Il segreto che dovetti nascondere nelle profondità del cuore

ora lo posso annunciare ad alta voce:

io credo, io confesso!

Il sacerdote mi fa salire i gradini dell’altare.



Chino la fronte: l’acqua di salvezza mi scorre sul capo”.
Il Signore indichi anche a noi, come a Chiara, come a Edith, ogni giorno la strada della santità, fatta di spine e di croci, ma anche di gioia indicibile, la strada che sfocerà un giorno in un oceano infinito di amore, di felicità e di bellezza.


+ Giuseppe Molinari

Arcivescovo Metropolita dell’Aquila




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