Omelia nella santa messa della notte di natale



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24.01.2018
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Omelia nella Santa Messa del Giorno di Natale

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«Rallegriamoci tutti nel Signore. Oggi la pace è scesa a noi dal cielo».

Ricorro a queste parole della liturgia natalizia per salutare i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, il coro che ravviva con il canto la gioia della celebrazione, tutti voi qui presenti, tutti i fedeli della nostra Chiesa fiorentina, i cristiani di altre confessioni, gli ospiti venuti a visitare la nostra città. A tutti un caloroso augurio di Buon Natale.

Un saluto di viva amicizia alle pubbliche autorità. Un augurio di pace alla nostra città, alla Toscana e a tutto il nostro Paese, con particolare auspicio di un migliore stato di salute delle famiglie, della natalità, della condizione giovanile, del sistema economico.

Un augurio di pace al mondo intero, specialmente ai paesi poveri dove si calcola che 24mila persone al giorno muoiano di fame, malnutrizione e malattie derivate, dove il 10% dei bambini muore entro i primi cinque anni. Pace soprattutto alla tormentata Patria di Gesù, la Terra Santa, e ai numerosi paesi dilaniati dal terrorismo, dalle guerre e dalle guerriglie in Asia, in Africa, in America Latina e, in gran parte, dimenticati dai media e perciò ignorati dall’opinione pubblica.

L’amore benevolo e misericordioso di Dio che si è manifestato con la venuta di Gesù Cristo illumini e sostenga il paziente lavoro quotidiano per la costruzione della pace.

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Abbiamo ascoltato il solennissimo inizio del Vangelo secondo Giovanni. «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio […] E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria […] La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo […] Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,1.14.17.18).

L’evangelista non parla di un’idea astratta o di una intuizione poetica, ma di una persona concreta: Gesù Cristo. Egli è il Verbo fatto carne, il Figlio unigenito che rivela e comunica la presenza del Padre. Persona divina e umana, eterna e storica, al di sopra di ogni comprensione e di ogni discorso e nello stesso tempo alla portata della nostra esperienza, tanto che lo stesso evangelista in apertura della sua prima lettera, può testimoniare: «noi abbiamo udito […] noi abbiamo veduto con i nostri occhi […] noi abbiamo contemplato […] le nostre mani hanno toccato» (1Gv 1,1).

Gesù Cristo non è un’idea; è una persona e per questo ne celebriamo la nascita. Anzi, è una persona viva e presente adesso e per questo la sua nascita non viene celebrata come un anniversario e una semplice memoria, ma come un compleanno di famiglia. Egli è nato, cresciuto, uscito in pubblico per il suo ministero, morto e risorto e ora rimane con noi per sempre: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Dunque non un’idea da richiamare alla mente, non un personaggio lontano del passato di cui si commemora l’anniversario, ma un vivente di cui si festeggia il compleanno.

La liturgia va addirittura oltre. Osa affermare che Gesù Cristo continua a nascere oggi. L’antifona del salmo responsoriale nella messa della notte dice: «Oggi è nato per noi il Salvatore»; e quella nella messa dell’aurora: «Oggi la luce risplende su di noi»; per non parlare della liturgia delle ore, dove risuona continuamente la parola “Oggi”.

In realtà Cristo non è ancora nato interamente e continua a nascere. Egli è il capo di un corpo; capo della Chiesa e capo di tutta l’umanità. Tra il capo e il corpo l’unione è strettissima; una stessa vita passa dall’uno all’altro mediante la comunicazione dello Spirito Santo. Allora si può dire con San Leone Magno che «La nascita di Cristo segna l’inizio del popolo cristiano. Il natale del capo è il natale del corpo» (Disc. sul Natale 6). E viceversa si può dire anche che Cristo continua a nascere ogni volta che uno diventa cristiano.

Egli in noi e noi in lui, come egli stesso ha detto: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Egli rinasce e vive in noi e noi rinasciamo e viviamo in lui come «figli nel Figlio», amati dal Padre con lo stesso amore. A riguardo abbiamo ascoltato nel Vangelo: «A quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

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Angelo Silesio, un importante mistico tedesco, rivolge a ognuno di noi un ammonimento che fa pensare: «Se anche Cristo nascesse mille volte a Betlemme, ma non in te, tu saresti perduto per sempre» (Il pellegrino cherubico). Ebbene, Cristo nasce in noi mediante la fede. Credere è accogliere. Maria stessa ha concepito il Figlio di Dio, sottolineano gli antichi Padri della Chiesa, prima con la sua fede e poi con il suo grembo materno.

Ravviviamo allora la nostra fede con la preghiera, la riflessione, il silenzio, l’apertura del cuore. Facciamo nostro l’atteggiamento di Maria che, anche dopo la nascita di Gesù, rimaneva abitualmente raccolta in religioso silenzio e, come nota l’evangelista, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).

Abbiamo bisogno di fare un po’ di silenzio, per poter contemplare, adorare, stabilire un rapporto vivo con il Signore Gesù. Il quieto silenzio si addice al tempo di Natale sicuramente più del divertimento chiassoso. Ce lo ricorda suggestivamente il poeta David Maria Turoldo:

«Mentre il silenzio fasciava la terra

e la notte era a metà del suo corso,

tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio […]

E pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest’unico Verbo,

che ora parla con voce di uomo.

A te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell’uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a te l’amore che canta in silenzio»

(Viviamo ogni anno l’attesa antica, 107).

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Se Cristo, per la fede, nasce e vive in noi, noi nasciamo e viviamo in lui come figli di Dio e diventiamo uomini nuovi per un mondo nuovo. Accogliere Cristo è trovare la gioia e la gioia dilata il cuore e lo rende generoso verso tutti, pronto a fare del bene anche con sacrificio.



L’uomo rigenerato in Cristo diventa un costruttore di pace nella famiglia, nella città, nella nazione, nella società internazionale. Per avere un mondo migliore, occorrono certo idee, regole e istituzioni adeguate; ma la cosa più necessaria è cominciare a migliorare il nostro cuore e contribuire all’educazione di quello degli altri. Ha detto Giovanni Paolo II in un suo discorso: «La pace del cuore è il cuore della pace» (Discorso in Nuova Zelanda del 25 novembre 1986).

Accogliere Cristo nella propria vita porta a condividere il suo atteggiamento filiale verso Dio e fraterno verso tutti gli uomini. Più si vive insieme con Cristo e più si diventa consapevoli dei giusti rapporti da sviluppare. Vorrei citare a riguardo un commento piuttosto originale al Padre Nostro.

« Non dire “Padre”,

se ogni giorno non ti comporti da figlio.

Non dire “nostro”,

se vivi isolato nel tuo egoismo.

Non dire “che sei nei cieli”,

se pensi solo alle cose della terra.

Non dire “Sia santificato il tuo nome”,

se non lo onori.

Non dire “Venga il tuo regno”,

se lo confondi con il successo materiale.

Non dire “Sia fatta la tua volontà”,

se non l’accetti quando è dolorosa.

Non dire “Dacci oggi il nostro pane”,

se non ti preoccupi della gente

che ha fame, è senza cultura

e senza mezzi per vivere.

Non dire “Rimetti a noi i nostri debiti”,

se conservi rancore verso tuo fratello.

Non dire “Non indurci in tentazione”,

se hai intenzione di continuare a peccare.

Non dire “Liberaci dal male”,

se non prendi posizione contro il male.

Non dire “Amen”,

se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro».

Il rapporto vivo con Cristo rinnova il nostro cuore, i nostri atteggiamenti, le nostre relazioni con le persone e con le cose. Ci rende capaci di migliorare gli ambienti dove operiamo e di contribuire al bene della società, alla pace.

Ci dà coraggio e speranza anche nelle situazioni più oscure e dolorose. A Cristo infatti possiamo affidarci incondizionatamente, come ben esprime la parola poetica di David Maria Turoldo:

«Niente e nessuno muore,

perché tu sei.

Tu sei e tutto vive,

Anche la morte.



(Turoldo, O sensi miei)

Cattedrale – Messa del giorno di Natale 2003




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