Ordinamento giudiziario


La natura “sovrana” della funzione giurisdizionale in vista della configurazione delle relative responsabilità



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6. La natura “sovrana” della funzione giurisdizionale in vista della configurazione delle relative responsabilità

L'attributo dell'indipendenza costituisce una delle caratteristiche fondamentali della magistratura nel nostro ordinamento.

Si tratta di un attributo connotato di una duplice dimensione, funzionale e organizzativa.

La prima fa riferimento alla persona del giudice ed alla sua posizione nel processo, che deve essere super partes e di assoluta estraneità alla res iudicanda (art. 101, co. 2 Cost., «I giudici sono soggetti soltanto alla legge»).

La seconda richiama l'autonomia ed indipendenza dell'ordine da ogni altro potere dello Stato (art. 104 Cost.), ma anche il principio dell'assunzione mediante pubblico concorso (art. 106 Cost.) e la riserva di legge (art. 108 Cost.).

Proprio l'accesso per concorso alla magistratura afferma il carattere tecnico della funzione svolta dai magistrati, svincolati dal vincolo di dipendenza che sussisterebbe in caso di nomina da parte dell'esecutivo ed anche da qualsivoglia elemento di rappresentatività nei confronti del corpo elettorale (ivi compresi, ovviamente, profili di responsabilità politica).

È solo in quest'ottica (nella prospettiva, cioè, di una funzione tecnica e separata dagli altri poteri) che va letto il richiamo al popolo contenuto nell'art. 101 Cost.

Quest'ultimo richiamo («La giustizia è amministrata in nome del popolo»), piuttosto, è da intendersi quale emanazione del principio della sovranità popolare, nonché affermazione della natura «sovrana» della funzione giurisdizionale stessa, in quanto tale, meritevole di indipendenza dalle altri funzioni dello Stato. In altri termini, il principio della sovranità popolare funge solo quale fonte di legittimazione delle attribuzioni del giudice (alla stessa stregua dell'art. 68 St. Alb.) e non già quale manifestazione di un rapporto di rappresentanza diretta.

Il rapporto tra popolo e organi giudiziari si realizza nella subordinazione del giudice alla legge stabilita dall'art. 101, co. 2 Cost.. Proprio il principio della soggezione del giudice alla legge rende quest'ultimo un «custode della volontà popolare già espressa nelle leggi», conferendogli un certo margine di discrezionalità interpretativa e decisionale ed escludendo ogni vincolo esterno di subordinazione ad altri poteri dello Stato.

In tale prospettiva, l'affermazione dell'indipendenza - funzionale e organizzativa - della magistratura si rivela come l'effetto più importante del principio della divisione dei poteri, essendo l'emancipazione della magistratura la più urgente (e la meno scontata) delle esigenze avvertite già a partire dal c.d. costituzionalismo liberale tra la fine del XVIII e il corso del XIX secolo.

In relazione all'indipendenza della magistratura dagli altri poteri, si consideri, poi, che, mentre le persone fisiche concorrenti a dar vita agli altri poteri statuali (ossia il legislativo e l'esecutivo) non sono necessariamente dipendenti pubblici, ciò, viceversa, non vale per i giudici, il che pone alcuni problemi connessi alla natura dello status ricoperto e della funzione esercitata (si pensi a questioni quali la legittimità dell'iscrizione ad associazioni politiche o dell'esercizio del diritto di sciopero).

La distinzione fra i magistrati solo per diversità di funzioni (art. 107, co. 3 Cost.) non esclude, tuttavia, la previsione di uffici direttivi all'interno dell'ordinamento giudiziario, né tantomeno il ruolo peculiare svolto dalla Cassazione nel sistema processuale (cfr. C. cost., sent. n. 134/1968; sent. n. 50/1970)133, né ancora l'esistenza di un sistema di promozione dei magistrati fondato su valutazioni comparative in modo da dar luogo ad una carriera che determini progressioni a carattere differenziato.

È importante sottolineare che la Costituzione repubblicana fa richiamo ad una legge sull'ordinamento giudiziario (cfr. art. 108 Cost.), cui demandare la regolamentazione dell'organizzazione della giustizia in Italia.

La VII disp, trans. prevede che «Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull'ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell'ordinamento vigente».

Da quest'ultima disposizione si evincerebbe, secondo parte della dottrina, un implicito riconoscimento dell'incostituzionalità dell'ordinamento Grandi (r.d. n. 12/1941)13 e l'auspicio di un'imminente riforma che non sarebbe arrivata nei decenni successivi.

La circostanza che ancora oggi l'ordinamento giudiziario risulti disciplinato, in via generale, dal r.d. n. 12/1941 (sia pure in larga misura modificato) riflette l'assenza di quella legge di principi invocata dai Costituenti, riproponendo contraddizioni sistematiche analoghe a quelle che si registrano in altri settori dell'ordinamento, regolati da testi adottati prima dell'avvento della Costituzione (si pensi, ad esempio, al codice civile e al codice penale).




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