Osservazione e psicoterapia



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Osservazione e Psicoterapia




Appunti e riflessioni per il tirocinio

Angelo Pennella



INDICE

1. Tra definizioni e paradigmi scientifici

2. Qualche annotazione storica

3. Teorie psicologiche e metodi osservativi

4. Osservazione e teoria psicoanalitica

5. Osservazione e training psicoanalitico

6. Metafore sensoriali ed oggetto dell’osservazione

7. Osservazione e paradigma indiziario

1. Tra definizioni e paradigmi scientifici

Indubbiamente, non è semplice proporre l'osservazione come argomento di studio: il rischio è quello di suscitare disinteresse e noia, sia perché si tratta di un tema su cui è stato già detto molto, sia perché l’osservazione è considerata in genere – in modo quasi automatico – una sorta di “competenza naturale”, un’attività talmente “fisiologica” da far sembrare superflui ulteriori approfondimenti. In realtà, la capacità di guardare le cose ha un forte valore adattivo e nel passato era oggetto di lunghi, anche se spesso non formalizzati, processi di insegnamento: il successo di un cacciatore dipendeva, ad esempio, dalla sua abilità di osservare la natura e di riconoscerne anche i più piccoli dettagli (1).

La capacità di osservare le cose è una qualità che caratterizza tradizionalmente la professione psicologica ed è uno dei primi aspetti a cui si fa riferimento quando si considera una persona come “un bravo psicologo” (2). Il fatto di sottolineare questo aspetto non è però solo il frutto di uno stereotipo culturale, ma richiama effettivamente uno degli indicatori della competenza di questa figura. L’abilità nel cogliere gli elementi presenti nelle situazioni in cui si lavora rappresenta, infatti, una condizione essenziale (anche se non sufficiente) per condurre un intervento efficace. Questo è il motivo per cui riteniamo rischioso ed economicamente poco funzionale limitare la propria abilità osservativa alle sue sole componenti ”naturali”, senza in qualche modo cercare di perfezionarle.

Questo preambolo, intenzionalmente giocato sul “vantaggio competitivo” che l’acquisizione di una più accurata competenza osservativa può offrire allo psicologo, non lo abbiamo fatto solo perché confidiamo nella sua capacità seduttiva, ma anche perché siamo realmente convinti che avviare un processo di pensiero sull’osservazione possa essere un momento significativo della formazione alla psicologia clinica e alla psicoterapia.

Detto questo, partiremo, in modo peraltro piuttosto scontato, dall’etimologia del termine. La scelta non è indotta dal desiderio di sfoggiare qualche dotta informazione sull’argomento, ma dalla convinzione che l’etimologia può effettivamente aiutare a definire le prospettive in cui collocare le nostre riflessioni sul tema. Come si sa, la parola deriva dal latino “observare” ed indica l'attività di esaminare con attenzione un particolare oggetto. “Observare” (cioè osservare, onorare) è un termine composto, in cui è evidente il nesso tra “servare” e “servus”, che trovano a loro volta una corrispondenza formale nella parola iranica “haurvo” cioè “guardiano”. L’etimologia risale quindi ad una forma primitiva (“swer”), il cui significato condusse dapprima alle parole osservatore, guardiano (del bestiame, del villaggio) e successivamente a quelle di servo e schiavo (Devoto, 1968). In questa direzione, osservare significa essere guardiani di qualcosa, onorando l'integrità dell'oggetto di cui si è osservatori.

Questa lettura etimologica del termine è fortemente coerente con l’idea di osservazione che si è affermata nel corso del diciannovesimo secolo e che la descrive come un metodo scientifico, il cui fine è quello di una conoscenza oggettiva della realtà (3). In questa prospettiva, l’osservazione è considerata uno strumento che punta alla rigorosità formale, allo scopo di salvaguardare l’oggetto di indagine da tutti quei fattori – non ultima la soggettività stessa dell’osservatore – che potrebbero inquinarne l’integrità.

L’origine della parola “osservare” non ci segnala, tuttavia, solo questo modo di considerare il metodo. Nella parola latina “observare”, si può infatti rilevare che il prefisso “ob” indica “sia una distanza sia un avvicinamento, essendo il suo valore semantico vicino e contemporaneamente all’opposto, verso e davanti, contro e parallelamente in favore di e in cambio di. L'origine etimologica del verbo contempla pertanto intrinsecamente la peculiarità di scambio e di accoppiamento. Per questo l'osservazione ha un doppio movimento di distruzione e di costruzione, per questo nell'osservazione va ricercato il punto di sospensione tra il partecipare e il non intervenire” (Borgogno, 1981, pag. 51).

Grazie a questa seconda chiave di lettura, l’osservazione sembra acquistare una diversa e più complessa articolazione. Se prima il focus era costituito dal tentativo di salvaguardare le caratteristiche intrinseche all’oggetto, considerato come qualcosa di distinto dall’osservatore (tenuto ad assumere una posizione di “scientifica” neutralità), ora emerge l’idea di una osservazione fondata invece sul rapporto tra soggetto ed oggetto d’osservazione. Ciò che prima poteva essere considerata una fenomenologia in attesa solo di essere conosciuta, in questa prospettiva si configura come qualcosa che coinvolge l’osservatore in un interscambio continuo, in un rapporto in cui vengono posti in discussione i significati che entrambi – soggetto ed oggetto (4) – attribuiscono alla situazione, ed in cui è necessario che l’osservatore ricerchi un equilibrio tra ciò che gli è proprio e ciò che è dell’altro.

Emerge dunque una interessante dicotomia all’interno del termine “osservazione”: da un lato la si può infatti considerare uno strumento teso alla conoscenza obiettiva della realtà, il cui sforzo è quello di onorare le caratteristiche sensibili dell’oggetto; dall’altro la si può invece inquadrare come una situazione interattiva, in cui la conoscenza non è altro che la risultante di un processo di destrutturazione e ristrutturazione messo in atto da entrambi i soggetti in campo.

In effetti, come avremo modo di dire anche più avanti (cfr. cap. 3), la parola osservazione è, in sé, piuttosto vaga ed indica processi diversi rispetto a sistematicità ed intenzionalità. Ciò è piuttosto evidente in psicologia, dove le due chiavi di lettura a cui abbiamo fatto riferimento si declinano in una gamma piuttosto estesa di approcci, sebbene sia possibile riconoscerle da un lato nella psicologia sperimentale, in cui tende a prevalere l’osservazione intesa come metodo oggettivo, dall’altro nella psicologia clinica, in cui l’osservazione non è certamente asettica e controllata, ma tende piuttosto ad essere “un lavoro che è in realtà il frutto di una interazione a vari livelli tra osservatore ed osservato” (Pinkus, 1975, pag. 78).

Se si ha comunque voglia e tempo per esplorare la bibliografia esistente sull’argomento, ci si può facilmente rendere conto che tale duplicità non è solo il prodotto di un gioco etimologico, ma è anche una chiave di lettura con cui è possibile distinguere contenuti e contributi esistenti sull’argomento (5).

La prima prospettiva a cui abbiamo fatto riferimento, e che propone l’osservazione come un metodo scientifico, è però quella che ha indubbiamente polarizzato l’attenzione degli psicologi. In questo tipo di lavori si persegue il tentativo di “onorare l’oggetto osservato” e viene amplificata la distinzione – operata da Bacone già nel XIII° secolo – esistente tra l’osservazione passiva e comune effettuata quotidianamente da ciascuno di noi e l’osservazione attiva e scientifica attuata nell’ambito della ricerca. Si tratta di lavori che riconducono l’osservazione al metodo sperimentale (6) e che la descrivono come un processo consapevole di raccolta dati che deve rispettare precise regole metodologiche. In questi lavori si discutono questioni come le teorie di riferimento, le strategie e le tecniche osservative, gli strumenti di rilevazione (check list, scale di valutazione, ecc.), i campionamenti temporali o per eventi, la registrazione e codifica dei dati.

Nel lavori che appartengono a questa categoria, si affronta spesso anche il tema degli inevitabili “tranelli” cui è sottoposta l’osservazione: il fatto di fondarsi sulla percezione la sottopone, infatti, nonostante gli accorgimenti tecnici a cui si può ricorrere (ad esempio video ed audioregistrazioni), agli stessi limiti fisiologici posti ai nostri organi recettori. E’ infatti impossibile cogliere l’infinita quantità di dati presenti nel “campo” e l’osservazione, come qualsiasi processo percettivo, tende quindi ad essere un’attività di selezione e di estrazione di dati da una realtà complessa. A tutto questo si deve aggiungere l’impatto che lo stile cognitivo, le conoscenze e le esperienze pregresse nonché lo stato emozionale ed affettivo dell’osservatore possono avere sull’attendibilità dei risultati. In questi contributi si propongono, quindi, anche indicazioni utili ad incrementare la validità scientifica del metodo, attraverso un attento controllo dei fattori di distorsione.

E’ evidente che da questa angolatura il fine dell’osservazione non può che essere quello di una conoscenza obiettiva della realtà (cosa peraltro così ovvia che spesso non la si menziona neanche in questi lavori). A noi sembra invece importante porre l’accento proprio su questo fine, tralasciando quindi tutti quegli aspetti di cui si diceva e che forse potrebbero annoiare il lettore proprio perché già egregiamente trattati in letteratura. Riteniamo utile soffermarci sul “fine” perché ci consente di evidenziare il modello di conoscenza sotteso a questo modo di considerare l’osservazione.

Lo sforzo, ad esempio, di eliminare le distorsioni indotte dall’osservatore al fine di giungere ad una conoscenza obiettiva della realtà – esigenza tipica di questa prospettiva – ha infatti senso solo se si dà per scontato che sia possibile una conoscenza dell’oggetto in sé; se si pensa, in altre parole, che quest’ultimo abbia caratteristiche intrinseche ed indipendenti da quelle dell’osservatore. Un simile assunto, al di là della sua apparente ovvietà, è invece accettabile solo all’interno di un modello di conoscenza (o paradigma) di tipo empiristico (con tutte le sue diverse filiazioni), dove per empirismo intendiamo una concezione epistemologica che nega qualsiasi innatismo e considera la realtà naturale una invariante. Secondo questo modello, le proprietà degli oggetti risiedono negli oggetti stessi e possono quindi essere conosciute attraverso l’esperienza e l’osservazione. Il mondo descritto dall’empirismo è caratterizzato da connessioni lineari causa ed effetto che possono consentire, attraverso processi induttivi, la conoscenza delle leggi universali. In questo approccio alla realtà, la preoccupazione e lo sforzo principale é dunque quello di definire procedure che consentano rappresentazioni sempre più fedeli, riducendo al minimo possibile lo scarto esistente tra le osservazioni del ricercatore e le qualità dell’oggetto osservato (Grasso, Salvatore, 1997).

E’ utile al nostro discorso notare che questo modello, nonostante sia stato da tempo sostituito da altre concezioni epistemologiche (si pensi, ad esempio, alla teoria generale dei sistemi), guida ancora la nostra prassi quotidiana ed il modo con cui consideriamo la scienza. Una certa psicoanalisi si fonda ancora in buona parte su questo modello di conoscenza: la perdurante aspirazione ad una presunta neutralità dell’analista, ad esempio, così come la tendenza a circoscrivere ed interpretare il materiale clinico all’interno di una prospettiva intrapsichica o, al più, relazionale (senza una sua effettiva contestualizzazione) sono solo due dei molti esempi che potrebbero essere portati per dimostrare quanto il modello empirista sia presente nell’approccio psicoanalitico alla realtà.

Tornando, tuttavia, al filo del nostro discorso, si diceva che è possibile rintracciare in letteratura anche contributi – sicuramente meno numerosi rispetto ai precedenti – in cui l’osservazione è trattata come un processo interattivo. Alla base di questa prospettiva, vi è la constatazione che nelle scienze umane, a differenza di quanto accade in quelle fisiche (sebbene anche questo sia stato posto in discussione), tra osservatore ed osservato si instaura sempre “un rapporto attivo sotto forma di comunicazione, si verifica cioè uno scambio di significati” (De Landsheere, trad. it. 1973, pag. 55).

In questo senso, l’osservazione si configura come un’interazione comunicativa, in cui l’oggetto non svolge un ruolo passivo, ma è sistematicamente cointeressato in un processo di trasmissione, ricezione e decodifica di messaggi. Come accade in qualsiasi altra comunicazione interpersonale, in cui il destinatario ha una funzione decisiva nella definizione del senso di un messaggio, anche nell’osservazione l’oggetto attua cioè un continuo processo di destrutturazione e ristrutturazione dei segnali emessi dall’osservatore, sottoponendoli ad una interpretazione più o meno contestualizzata. Questo implica che l’oggetto non “subisce” mai l’osservazione ma ne co-determina le caratteristiche processuali ed i risultati (7).

Nei lavori che si collocano in questa prospettiva, si tende ad evidenziare, d’altra parte, che anche il ruolo dell’osservatore è tutt’altro che neutrale: già nella definizione delle modalità operative (ad esempio nella scelta dei comportamenti da osservare o del tipo di campionamento da attuare) (8), così come nella successiva fase di decodifica e di interpretazione dei risultati, le sue decisioni (aspettative, stati emotivi, teorie, ecc.) non possono che incidere sulle proprietà individuate/attribuite all’oggetto.

E’ ovvio che il modello di conoscenza sotteso a questo secondo modo di considerare l’osservazione si differenzia nettamente dal precedente: se il primo rinvia, infatti, ad un approccio di tipo empiristico, in cui si presume che l’oggetto abbia caratteristiche intrinseche che attendono solo di essere scoperte dall’osservatore, il secondo evoca un paradigma in cui le “qualità” non sono da ricercarsi nell’oggetto, ma nella relazione che quest’ultimo intrattiene con l’osservatore. L’approccio epistemologico a cui stiamo facendo riferimento è quello noto con il nome di cibernetico (Maturana, Varela, 1985).

Alla base di questo paradigma vi è il concetto d’interdipendenza e l’assunto secondo cui qualsiasi descrizione della realtà non può che essere autoreferente perché “ogni operazione di conoscenza parte e si fonda sulla definizione di chi la formula; o, se si vuole, ogni descrizione offre più informazioni su chi la produce piuttosto che sul suo oggetto” (Grasso, Salvatore, 1997, pag. 29). Nel modello di conoscenza cibernetico vi è dunque l’impossibilità di differenziare causa ed effetto, osservatore da osservato e non si ha modo di giungere ad una conoscenza obiettiva poiché l’unica conoscenza possibile è quella di noi stessi che ci rapportiamo al mondo (Von Foester, 1987) (9).

Anche se solo con accenni, quanto detto ci aiuta forse ad evidenziare i rischi impliciti in una adesione incondizionata al primo o al secondo di questi due diversi approcci alla realtà. Se si accettasse in modo totalizzante il paradigma empiristico si assumerebbe, infatti, la posizione dell’osservatore ingenuo, che suppone di poter cogliere l’obiettività delle cose al di là di quelle che sono le caratteristiche sue e della relazione che ha con le cose. Al contrario, aderire in modo acritico all’approccio cibernetico potrebbe trasformare l’osservatore in uno scettico che guarda alla realtà come ad un insieme di elementi imprevedibili e soggettivi di cui è difficile condividere la conoscenza con altri. Se quindi il primo può cadere vittima dell’oggettivismo o del realismo, il secondo può ritenere che nulla sia reale in sé e che tutto sia frutto della costruzione degli osservatori.

In realtà, ci sembra evidente la necessità – nella prassi quotidiana – di modulare le due prospettive, da un lato mettendo in discussione l’idea di una oggettività che ci fa perdere il contributo dell’osservatore alla costruzione dell’oggetto, dall’altro l’idea di una assoluta relatività che rischia di depauperare gli elementi condivisibili presenti in ogni processo di conoscenza, anche se di una realtà che deve comunque essere considerata un’opera aperta, sempre in fieri.

Dopo aver delineato le prospettive da cui è possibile considerare l’osservazione, ci sembra utile riprendere il discorso accennato in apertura. Come si ricorderà, abbiamo avviato il capitolo con uno sforzo seduttivo, evidenziando l’importanza della capacità di osservare le cose per la competenza di uno psicologo. Sia pure di sfuggita, abbiamo però anche posto la questione del cosa osservare. Su questo, le nostre intenzioni non si sovrappongono a quelle di molti dei lavori presenti in letteratura: spesso, il tentativo è infatti quello di promuovere una competenza squisitamente tecnica, focalizzata cioè sul “cosa” è necessario fare per salvaguardare la scientificità del metodo. Se questo ci sembra comprensibile, alla luce dello sviluppo storico che il metodo ha avuto in ambito psicologico (cfr. cap. 3), non corrisponde tuttavia al nostro obiettivo e al ruolo che riteniamo debba svolgere l’osservazione nella psicologia clinica e nella psicoterapia psicoanalitica.

Riteniamo che in questi contesti non si dovrebbe ridurre la competenza osservativa di uno psicologo alla sua abilità nel cogliere gli elementi necessari alla formulazione di una diagnosi, identificando quindi questi ultimi con il “cosa” osservare. Se ciò avvenisse si rischierebbe, infatti, di aderire in modo ingenuo ad un approccio empiristico e si mortificherebbe la dimensione relazionale e contestuale del lavoro clinico e psicoterapeutico.

L’osservazione a cui facciamo riferimento è un processo più articolato, che si sviluppa all’interno di un continuum “interno – esterno” e che declina tale direzionalità sia nei confronti dello psicologo che del suo interlocutore (10). In questo senso, ci sembra ovvia l’affinità esistente, in ambito clinico, tra l’osservazione e l’ascolto (cfr. cap. 4 e 5) (11): in entrambi i processi, l’oggetto dell’attività è infatti sia “dentro” che “fuori”. Il “cosa” osservare non si esaurisce, quindi, in ciò che l’altro propone (come avviene nell’ambito di una osservazione “nosografica”), ma si estende agli elementi prodotti dallo psicologo, a quelli emergenti dalla relazione, alle caratteristiche del contesto (immediato e generale) in cui quest’ultima si colloca.

Non si tratta, però, di attuare una semplice registrazione di dati, sia pure complicata dalla molteplicità dei piani osservativi (se stessi, l’altro, la relazione ed il contesto), ma di elaborare anche un processo di pensiero sull’attività di osservazione/ascolto. Il prodotto dell’osservazione – che nell’ambito clinico si concretizza in un resoconto del colloquio di consultazione o psicoterapeutico – sarà quindi valido sul piano operativo se riuscirà a fornire non solo un’illustrazione condivisibile con altri degli elementi che si sono estratti dal processo osservativo (12), ma anche indicazioni sugli obiettivi che si intendevano raggiungere e delle ipotesi interpretative concernenti sia la domanda di intervento agita dal cliente, sia la dimensione contestuale in cui si è andata strutturando l’interazione (cfr. cap. 7).

Alla base di questo modo di considerare l’osservazione – ma anche il resoconto e la stessa esperienza clinica – vi è la convinzione dell’inevitabile plasticità dei fenomeni che osserviamo ed in cui siamo coinvolti. Le realtà, sia nel tempo degli individui che nel tempo delle società, possono infatti cambiare in funzione delle diverse chiavi di lettura e dei riferimenti utilizzati per interpretare le cose, ma sono sempre espressive del profondo bisogno dell’uomo di attribuire un senso a ciò che lo circonda (Mantovani, 1999). Un aspetto essenziale dell’osservazione e dei suoi prodotti (come il resoconto clinico) è, a nostro avviso, quello di cercare di rendere esplicite non solo le chiavi di lettura (o teorie) utilizzate, ma anche i nessi esistenti tra queste ultime, il dato sensibile ed il contesto.

Anche se siamo convinti che, giunti a questo punto, siano ormai evidenti sia il fine che il potenziale lettore a cui è rivolto il presente lavoro, riteniamo comunque utile spendere su questo alcune righe. Per quanto riguarda il fine, è ovvio che non intendiamo proporre un’opera omnia sull’osservazione, né, tantomeno, fornire uno strumento con cui esaurire la formazione degli psicologi in questo campo. La nostra intenzione è molto più circoscritta ed è quella di offrire, partendo da appunti piuttosto eterogenei prodotti nel corso di questi ultimi anni, uno stimolo di riflessione sul significato e sulle implicazioni che l’osservazione ha per il lavoro di uno psicologo che si interessa di psicologia clinica e psicoterapia. In effetti, si tratta di un professionista che è pagato dalla propria committenza per la sua capacità di guardare e vedere le cose e di utilizzare tali osservazioni per intervenire sulle relazioni interpersonali. La nostra sensazione è che troppo spesso si condensi questa competenza parlando di “occhio clinico”, senza però fornire alcuna indicazione su ciò che è sotteso a tale espressione. Il nostro fine, ambizioso e limitato ad un tempo, è quello di fornire spunti ed indicazioni su un argomento che è tutt’altro che marginale, promuovendo nel lettore l’avvio di un processo di pensiero intorno ad esso.

Alla luce di questo, il lettore a cui abbiamo pensato scrivendo e risistemando il materiale che proponiamo, non è stato tanto il professionista esperto e smaliziato, quanto piuttosto il giovane psicologo che si trova a muovere i suoi primi passi nell’ambito clinico e che esprime curiosità ed interesse nei confronti di questo affascinante lavoro. Indubbiamente, molti dei suoi bisogni di sicurezza e di soluzioni preconfezionate saranno disillusi, ma ci piace ricordare che “è sempre meglio avere a disposizione un piccolo lume piuttosto che continuare a brontolare contro l’oscurità”.



2. Qualche annotazione storica

Da sempre, l'osservazione – intesa come rilevazione di dati – è stata per l’uomo un importante metodo di conoscenza del mondo, chiaramente distinta sia dalla speculazione filosofica che dagli studi matematici. Le prime descrizioni dei fenomeni naturali, così come la messa a punto dei primi protocolli osservativi, risalgono, infatti, alla Grecia antica: Aristotele, ad esempio, effettuò uno studio sullo sviluppo dei pulcini basato proprio sull’osservazione della cova di venti uova (Cannao e Moretti, 1993).

Nonostante ciò, l’interesse verso il metodo fu estremamente scarso dalla caduta dell'impero romano fino al quattrocento e questo a causa della disattenzione che il pensiero occidentale ebbe in quegli anni nei confronti della natura. Per il pensiero medioevale, il mondo animale e vegetale – in quanto espressioni del disegno divino – potevano essere infatti conosciuti solo attraverso la fede e lo studio dei testi sacri: apparivano quindi inutili, se non addirittura eresiache, tutte le altre modalità di conoscenza.

Furono necessari alcuni secoli prima di poter assistere al sorgere di un rinnovato interesse nei confronti dell’osservazione (intesa come strumento per la raccolta di dati sulla realtà sensibile) ed ancor di più per giungere al suo inserimento organico all’interno della metodologia scientifica. Tappa importante di questo lungo processo fu il periodo rinascimentale, che si caratterizzò per il rifiorire dell'indagine naturalistica, tecnologica e scientifica. Il XVI° secolo vide, infatti, l’avvio di uno studio sempre più sistematico del mondo condotto al di fuori del quadro del sapere tradizionale. Le richieste di nobili e Stati, interessati a rendere sempre più efficaci i propri mezzi di produzione, di comunicazione e di distruzione bellica, stimolarono la rapida formazione di una nuova categoria di scienziati-ingegneri (il cui esempio più noto è quello di Leonardo da Vinci) che si mostrarono particolarmente attenti allo studio della natura e delle sue leggi.

La nuova alleanza tra scienza e tecnica indusse quindi una forte spinta all’innovazione, stimolando le singole discipline ad abbandonare qualsiasi astrazione metafisica per ancorarsi saldamente alla realtà. La filosofia stessa ebbe, in questo senso, una funzione importante, collocando al centro delle proprie speculazioni proprio il mondo naturale. I neoplatonici, ad esempio, sostennero l'orientamento in senso matematico dello studio della natura, mentre l'indirizzo aristotelico promosse la fiducia nella piena conoscibilità della natura, difendendo la “ragione scientifica” contro ogni sopraffazione da parte della religione e della fede.

Tecnici e scienziati – ma anche pittori e scultori rinascimentali – si riappropriarono dunque dell’osservazione, la cui importanza crebbe ulteriormente con i “philosophes” illuministi e gli empiristi inglesi (in particolare Locke e Hume). Questi ultimi gettarono le basi per un approccio moderno al metodo, assegnandogli il ruolo di strumento per la raccolta dei dati sensibili, considerati sempre più spesso come l'unica fonte valida per la conoscenza umana del mondo.

Il pensiero illuministico consolidò questa linea di sviluppo, affermando che la sensazione è il punto di partenza delle operazioni del pensiero e della ricerca razionale, mentre l'esperienza non solo dà alla ragione il materiale necessario per la formazione delle idee, ma svolge anche “una funzione di controllo delle formulazioni a cui la ragione stessa perviene, vale a dire dei principi che essa stabilisce attraverso il metodo dell'analisi. In questa maniera l'esperienza definisce l'ambito di possibile impiego dell'analisi e quindi il dominio di pertinenza della ragione. Laddove l'uomo non può rifarsi all'esperienza – laddove egli non dispone di nessuna possibilità di accertamento sulla base della sensazione – hanno termine anche i poteri della ragione umana. Al di là di questo dominio non è più possibile la ricerca razionale e la conoscenza deve arrestarsi” (Rossi, 1962, pag. 123).

Il ruolo dell’osservazione nei processi di conoscenza fu ulteriormente rinforzato con la seconda generazione degli illuministi francesi (gli “ideologues”), che perseguì una più stretta aderenza ai dati dell'esperienza da parte della ricerca scientifica (non a caso una delle fondazioni culturali in cui si aggregarono gli ideologues si chiamò proprio “Società degli osservatori dell'uomo”).

In questi anni, l'osservazione fu quindi sempre più considerata un mezzo insostituibile per la conoscenza dell'uomo e della natura e questo perché rendeva possibile sia l'esame e la raccolta obiettiva dei dati che la formulazione di ipotesi e teorie. In questo senso, il lavoro degli ideologues ha aspetti di notevole modernità: nel 1799 fu proposto, ad esempio, uno studio che intendeva scoprire, attraverso l'osservazione giornaliera di uno o più bambini in culla, l'ordine in cui si sviluppano le facoltà fisiche, intellettuali e morali dell'individuo e l'influenza di oggetti e persone su tale processo.

Coerentemente al loro approccio empiristico, gli ideologues consideravano l’oggetto della loro ricerca (sia esso un evento naturale o sociale) come un elemento esterno all'osservatore, che attendeva solo di essere ri-conosciuto da quest'ultimo nelle sue caratteristiche essenziali. Partendo da questo presupposto, si sottolineava la necessità di un atteggiamento scevro da qualsiasi coinvolgimento emotivo. Il modo con cui si osservavano animali od eventi naturali era quindi perfettamente identico a quello che si utilizzava in ambito antropologico: “l'uomo culturale e quello naturale erano indagati con la stessa metodologia; studiare la forma del cranio od analizzare un costume sessuale erano posti sullo stesso piano” (Cannao, Moretti, 1993).

Nell’ottocento il positivismo, che eredita dall’illuminismo inglese l’approccio empiristico e da quello francese la convinzione che lo sviluppo della conoscenza dipenda dal progresso delle discipline “positive”, rinforza ulteriormente il ruolo attribuito nel corso del secolo precedente alla scienza. Ne proclama il primato come unico mezzo atto alla comprensione e alla soluzione dei problemi dell’uomo, nella convinzione che solo grazie ad essa si potessero scoprire e formalizzare le leggi della natura, consentendone il controllo da parte dell’uomo. A partire dalla matematica, le discipline vengono quindi gerarchizzate in funzione della loro complessità e capacità di adeguarsi ai nuovi dettami. In questo periodo, la fiducia nel progresso è tale da far estendere i metodi scientifici, fino allora circoscritti alle scienze naturali, anche allo studio della società e della cultura umana, nella convinzione che si potesse giungere a definire anche le “leggi” della convivenza sociale.

In questo panorama, caratterizzato dal radicale rifiuto di qualsiasi forma di idealismo e spiritualismo, i fatti empirici sono considerati l’unica vera fonte di conoscenza. Si dà per scontato che, attraverso un processo di inferenza induttiva, sia possibile risalire alle leggi che regolano il mondo: se ciò che sappiamo essere vero per un caso è vero per casi simili, deve essere vero anche per tutti i casi che non conosciamo. Il principio di uniformità della natura, della sua prevedibilità, costituisce l’assioma generale delle inferenze induttive su cui si fonda l’approccio positivistico alla realtà.

L’accumulazione e la sistematizzazione dei dati fu un carattere distintivo di questo periodo e l'osservazione assunse un ruolo fondamentale in questo processo: anche se “le cause primordiali non ci sono note, esse sottostanno a leggi semplici e costanti, che si possono scoprire per mezzo dell'osservazione” (Fourier). In questi anni, si incrementano quindi tassonomie e studi classificatori (peraltro avviatisi già nel secolo precedente) in moltissime discipline, come la botanica, la zoologia, l’antropologia.

Non fu ovviamente immune a questo processo la psichiatria, che utilizzò l'osservazione per raccogliere e sistematizzare i dati sui disturbi mentali, nella convinzione che si potesse giungere ad una classificazione obiettiva delle patologie psichiche (1). Per Pinel, ad esempio, l'osservazione consisteva nell'esaminare “ogni oggetto con attenzione e senza altro scopo che riunire dei materiali per il futuro; bisogna inoltre cercare di evitare ogni illusione, ogni prevenzione, ogni opinione accolta senza verifica” (2).

Anche se è possibile rilevare l'emergere di approcci nuovi alla comprensione della realtà già nel corso dell’ottocento (si pensi alla fenomenologia e alla sua proposta di porre al centro della conoscenza dell'oggetto l'esperienza soggettiva ed intersoggettiva), solo nei primi decenni del novecento si iniziò a mettere in dubbio questo paradigma. La teoria della relatività e la meccanica quantistica evidenziarono, infatti, da un lato, l’importanza dell’osservatore e del suo schema di riferimento, dall’altro, l’inevitabile presenza dell’errore nell’osservazione dei fenomeni.

Si configurò quello che è stato definito come paradigma probabilistico, in cui al concetto di causa si sostituì quello di condizione e a quello di effetto quello di probabilità. Ci si rese cioè conto che non esiste un’unica realtà, ma una serie estesa di possibili realtà tutte riconoscibili come “vere” e “soggettive”, in cui sono i criteri di giudizio e di riferimento dell’osservatore ad essere fondamentali.

Sebbene la rivoluzione probabilistica sia stata più evidente in alcune discipline rispetto ad altre (si pensi alla fisica e all’astronomia), l’impatto dei nuovi paradigmi è stato notevole anche nelle scienze umane e sociali. Ci si è resi conto che, nel momento in cui l’oggetto dell’osservazione è costituito da un altro essere umano, il modello di causalità lineare tipico dell’empirismo è praticamente inutilizzabile. Quest’ultimo, infatti, non tiene conto che si è di fronte ad un sistema altamente organizzato e strettamente correlato ad altri sistemi: una qualsiasi azione ha significato solo all’interno del contesto in cui si colloca e nell’ambito della storia del soggetto che agisce (Andolfi, 1994).

Un’altra convinzione scossa dai nuovi paradigmi, fu quella che vedeva il progresso della conoscenza strettamente connesso allo sviluppo di una scienza fondata su verità stabili e definitive. La dimensione “cumulativa” del sapere, tipica, come abbiamo detto, della cultura illuministica prima e positivistica poi, così come il valore dell’induzione quale mezzo di scoperta scientifica furono sottoposte a forti attacchi da parte di epistemologi e storici della scienza.

Un ruolo fondamentale, in questo senso, è stato svolto da Popper che contestò, con il suo realismo critico, la fiducia positivistica nei confronti del procedimento induttivo. Per Popper (1983) non è possibile giustificare una proposizione universale partendo dall'analisi di casi particolari in grado di confermarla: è sufficiente, infatti, un solo caso contrario per dimostrarne la falsità. In altre parole, nessun numero di osservazioni di cigni bianchi potrà mai garantirci che tutti i cigni siano effettivamente bianchi.

Mentre l'induzione eliminatoria si fonda sulla convinzione – già di Bacone – di poter giungere alla teoria “vera” attraverso un processo di eliminazione o confutazione delle teorie “false”, l’affermarsi dei nuovi paradigmi scientifici rese evidente che il numero delle teorie possibili è sempre infinito, e questo nonostante si possano prendere in considerazione, di volta in volta, solo un numero finito di teorie.

Rispetto all’osservazione, il realismo critico di Popper capovolge il piano prospettico proposto sia dall’empirismo che dal positivismo: mentre in questi ultimi l’osservazione si configura, infatti, come il mezzo con cui raccogliere i fatti empirici da cui partire per la formalizzazione di una teoria, per il realismo critico la scienza non si sviluppa grazie alle osservazioni raccolte, ma in conseguenza dell’incapacità di una determinata teoria a spiegare e risolvere fatti o problemi insorti successivamente alla sua elaborazione (Popper, 1983). E’ il tentativo di affrontare il problema irrisolto o di superare la delusione rispetto alle scarse capacità esplicative e predittive della teoria a spingere i ricercatori verso una nuova elaborazione teorica, anche grazie ad ulteriori osservazioni.

Una conseguenza importante di questo modo di considerare il progresso scientifico è quello di non considerare più la mente umana come una tabula rasa, ma, al contrario, come una lavagna ricca di tradizioni culturali e di teorie che le rendono impossibile un’osservazione passiva e neutrale. In effetti, come è stato dimostrato da Heinsemberg in poi, la realtà è fusa e confusa con la sua interpretazione e questo è ancor più vero in psicologia dove vi è una chiara coincidenza tra soggetto e oggetto. Tale coincidenza è all’origine del continuo oscillare tra il bisogno di garantire all’osservazione un’adeguata oggettività – inseguendo il tentativo di controllare ed eliminare qualsiasi interferenza soggettiva – e la nuova consapevolezza che solo prendendo in considerazione presenza e caratteristiche dell’osservatore (le sue teorie di riferimento, le sue aspettative, i vissuti, ecc.) è possibile avviare un’effettiva conoscenza dell’oggetto, ma di questo abbiamo già avuto modo di parlare nel precedente capitolo.





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