Ovide Decroly (1871-1932)



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02.06.2018
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Ovide Decroly (1871-1932)

L’importanza di Decroly nella storia della pedagogia è quella di essere stato, assieme a Maria Montessori (e ad altri), uno dei pionieri dell’attivismo pedagogico (detto anche movimento delle Scuole Nuove), ovvero di quella corrente di rinnovamento pedagogico che pone al centro il bambino (puerocentrismo), con i suoi interessi e i suoi bisogni, dai quali bisogna prendere le mosse per promuovere un piano educativo che sappia motivare, coinvolgere e far partecipare attivamente gli allievi al loro processo di crescita e farli aiutarli a diventare protagonisti del proprio tempo per contribuire a far crescere anche la società in cui si troveranno a vivere.


  1. Fondamenti storico-culturali


Dalla pedagogia positivistica alla pedagogia sperimentale

L’opera di D. si colloca all’interno del processo di rinnovamento che, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, vede il passaggio dalla pedagogia di derivazione positivistica alla moderna pedagogia sperimentale.


La pedagogia positivistica: Herbert Spencer

Caratteri generali del positivismo


Il Positivismo è un movimento filosofico e culturale che esalta il progresso e il metodo scientifico; nasce in Francia nella prima metà dell’800 e si diffonde nella seconda metà del secolo a livello europeo e mondiale. Il termine Positivismo deriva etimologicamente dal latino positum, ovvero ciò che è posto, fondato, che ha le sue basi nella realtà dei fatti concreti. Positivo significa quindi 1) ciò che è reale, concreto, sperimentale, contrapponendosi a ciò che è astratto; 2) ciò che è utile, efficace, produttivo in opposizione a ciò che è inutile. Secondo i positivisti, in tutti i campi del sapere (e quindi anche nella psicologia, pedagogia, sociologia, ecc.) deve essere adottato il metodo scientifico, inteso come osservazione dei fatti e rilevazione delle leggi che li spiegano.

Il positivismo pedagogico di Spencer


Uno dei massimi esponenti del positivismo filosofico e pedagogico è Herbert Spencer (1820-1903), il quale riprende la prospettiva evoluzionistica di Darwin (1731-1802), declinandola in prospettiva pedagogica. Spencer applica la legge dell’evoluzione allo sviluppo psichico e ne deduce la regola dell’educazione. Ciò significa che dal punto di vista dell’apprendimento bisogna conoscere e rispettare i ritmi idi sviluppo mentale e l’evoluzione degli interessi-bisogni dell’alunno e dal punto di vista dell’insegnamento bisogna rispettare un ordine cronologico e gerarchico delle materie di studio.

Spencer propone di seguire, nell’educazione, il processo che si ha nell’evoluzione della natura e della specie umana: “Che nell’educazione si debba procedere dal semplice al complesso, è una verità, alla quale ci si è sempre conformati… La mente si sviluppa. Come tutte le cose che si sviluppano, essa progredisce dall’omogeneo all’eterogeneo … L’educazione del fanciullo deve armonizzare, tanto nel modo quanto nell’ordinamento (delle materie), con l’educazione dell’umanità, storicamente considerata. In altre parole la genesi del sapere nell’individuo deve seguire lo stesso corso della genesi del sapere nella razzo. In ogni ramo di istruzione dobbiamo procedere dall’empirico al razionale… Nell’educazione bisogna sia incoraggiato al massimo il processo di autosvolgimento. I fanciulli debbono essere spinti a fare da sé le proprie ricerche, e a trarne le loro proprie conclusioni. Bisogna dir loro il meno possibile, e indurli a scoprire il più possibile. Come prova finale, mediante la quale giudicare un piano di cultura, dovrebbe venir la domanda: <>”. Questa citazione aiuta a comprendere il metodo delle “Scuole nuove” (vedi Decroly e la stessa Montessori) che si avvale anche della pedagogia positivista e in particolare della teoria di Spencer.


Psicologia sperimentale e psicopedagogia: dal “laboratorio” di S. Hall alla “pedologia” di E. Meumann


Invece di dedurre il sapere pedagogico da principi o leggi ricavati da altre scienze (vedi Spencer), Hall intende procedere per via induttiva, portando il metodo della ricerca sperimentale nel campo della psicologia, con l’osservazione del bambino in laboratorio. L’ambizione di Hall è di sostituire alla pedagogia tradizionale, fondata sulla filosofia e sull’etica, una pedagogia esclusivamente costruita sulla conoscenza scientifica dell’infanzia e della fanciullezza, conoscenza condotta con rigore di metodo, controllata in laboratorio, e dunque liberata da ogni presupposto puramente speculativo o ricavato per analogia da altre scienze.

Le ricerche di Hall stanno all’origine della psicopedagogia, di una pedagogia che basa i suoi metodi sui dati della psicologia, nel rispetto dello sviluppo naturale del soggetto da educare. Il processo di insegnamento-apprendimento è regolato sulla base delle risultanze sperimentali della psicologia, adeguando l’attività didattica alle possibilità mentali del soggetto. La scienza sembra così porsi come la via maestra per giungere alla libertà del fanciullo, sottratto ai dogmatismi dei pedagogisti, che per secoli hanno parlato e scritto di educazione senza conoscere né la scuola né i fanciulli che la frequentano.

Nell’ambito del percorso della psicologia sperimentale sono emersi i nomi di famosi studiosi come Cattel (che nel 1880 suggerisce l’uso di mental tests) e Binet e Simon (che elaborarono nel 1905 la famosa scala metrica dell’intelligenza).

Meumann, agli inizi del Novecento, ordinò sistematicamente tutto il materiale prodotto dalla psicologia sperimentale e propose una scienza dell’educazione costruita sulla conoscenza scientifica della fanciullezza (chiama questa scienza pedologia).

La pedagogia sperimentale: la critica di Dewey alla “pedologia” e la posizione di R. Buyse


Dal 1896 Dewey ha istituito una scuola sperimentale presso l’Università di Chicago, in cui il soggetto da studiare, lo scolaro, è osservato nelle concrete situazioni di apprendimento (e non in laboratorio). Per Dewey la psicologia è una delle fonti della scienza dell’educazione (assieme alla sociologia), ma non può dettar legge all’educazione, la quale non può ridursi alla psicologia applicata.

La critica all’approccio pedologico apre la via alla pedagogia sperimentale, che trova in Buyse il suo più autorevole sostenitore. La pedagogia sperimentale si occupa esclusivamente dei mezzi e dei metodi educativi. Non più psicologia da laboratorio che entra nella scuola e la fa da padrona, né scuole sperimentali: ma sperimentazione nella scuola comune, la quale decide di controllare in proprio la validità e l’efficacia delle procedure che impiega.


La posizione di Decroly


Decroly fa propria la teoria evoluzionistica e il principio, che ricava dalla psicologia positivistica, dell’interesse inteso come espressione psicologia di un bisogno naturale (Spencer). Condivide l’esigenza della psicologia sperimentale di dare alla metodologia educativa un fondamento psicologico rigorosamente controllato (Hall e Meumann). Ma va anche al di là delle tendenze dominanti, trasferendo la ricerca sperimentale dal laboratorio alla scuola (Buyse).
  1. L’idea pedagogica


Educazione alla vita attraverso la vita

Educazione alla vita come principio pedagogico dell’innovazione educativa


Dalla teoria dell’evoluzione (Darwin e Spencer) Decroly riprende il concetto della vita come processo di adattamento all’ambiente. Ciò che l’evoluzione ha rivelato è il principio dinamico (energia) che attraversa l’intero universo e che si esprime nell’uomo attraverso la vita stessa. La forza dinamica della vita si fonda su alcuni bisogni originari ed essenziali e ubbidisce alla duplice esigenza della conservazione individuale e della specie. La ricerca pedagogica verte sulla metodologia e su un piano di studi che consentano all’individuo di prendere coscienza dei propri bisogni naturali e che lo mettono in grado di impossessarsi degli strumenti atti a soddisfarli, in un positivo rapporto con l’ambiente. Tutto questo significa preparare il fanciullo alla vita.

Verso una scuola rinnovata


L’istanza dell’aderenza alla vita e dell’adattamento all’ambiente richiede una scuola profondamente rinnovata. Il limite della tradizione scolastica sta nella separazione della scuola dalla vita, per cui le attività scolastiche perdono ogni contatto coi bisogni degli alunni e con la loro esperienza. Per contro, Decroly sostiene che, nella scuola rinnovata, le attività educative devono 1) realizzare la convergenza dei contenuti culturali intorno a un interesse centrale, ovvero far sì che tutti gli argomenti siano tra loro collegati (principio di unità); 2) adeguarsi ai livelli e alle caratteristiche mentali dei singoli soggetti, cosicché non solo i fanciulli intelligenti, ma tutti gli allievi possono trarre il massimo beneficio dall’insegnamento (principio dell’individualizzazione dell’apprendimento); 3) prevedere un insieme di conoscenze che consentano agli alunni di inserirsi positivamente nella vita (principio di adattamento all’ambiente); 4) promuovere lo sviluppo di tutti gli aspetti della vita infantile (principio dell’integralità dello sviluppo). Scrive Decroly: “Ogni essere umano deve possedere un minimo di conoscenze che gli permetta di capire le esigenze della vita sociale, gli obblighi che essa comporta e i vantaggi che offre, perché possa gradualmente adattarvisi. È assolutamente errato pretendere che il fanciullo assimili a tutti i costi una certa somma di conoscenze. Non è questo l’importante; l’importante è infondergli il desiderio di conoscere e dargli strumenti per apprendere, far sì che egli desideri istruirsi su tutto quanto lo riguarda e su tutto quanto riguarda i suoi simili. La scuola deve trasmettere un sapere utile, legato all’esperienza.
  1. Il metodo


Il piano delle idee associate e la funzione di globalizzazione

Decroly denuncia il fatto che solo il 15% dei ragazzi, nella scuola pubblica del suo paese, riesce a percorrere regolarmente il corso di studi obbligatorio. È la scuola stessa, secondo lui, la fonte di numerose deviazioni della personalità. La scuola non solo non riesce a realizzare i propri fini, ma è anche fattore di disadattamento e di emarginazione. Scrive Decroly: “Una buona parte di ragazzi, non solamente non trae che un vantaggio limitato dal passaggio alla scuola… ma subisce persino sotto certi aspetti un danno più o meno considerevole, rappresentato da cognizioni incomplete, e soprattutto da abitudini di distrazione, di disinteresse per l’attività intellettuale, di disgusto per lo studio, spesso di pigrizia e, ciò che è peggio ancora, di avversione per il lavoro in generale, senza contare i fermenti di ribellione, di scoraggiamento, che sono il risultato delle offese all’amor proprio, dei disinganni subiti nel corso della vita scolastica”. Tutto ciò impone una revisione metodologica della vita scolastica, basata su tre componenti: 1) i bisogni primari e i centri di interesse; 2) il programma delle idee associate; 3) la funzione globalizzante.


Bisogni primari e centri di interesse


Il limite più vistoso delle scuole ordinarie è un insegnamento fondato su una concezione “scientifica” (astratta) del sapere (i programmi sono dedotti dal sapere adulto) e su un sistema di comunicazione che privilegia la parola del maestro a scapito degli interessi e della partecipazione attiva degli alunni. Decroly sostiene che la scuola tradizionale è separata dalla vita e dall’ambiente e misconosce l’evoluzione mentale dei ragazzi e le loro esigenze. Bisogna quindi rovesciare la didattica in uso: se la scuola deve educare alla vita, e la vita consiste nell’adattamento (continuo e dinamico) dell’individuo all’ambiente, ciò che si impone è una didattica che provochi l’incontro tra l’individuo e il suo ambiente e, dunque, raccordi i bisogni del soggetto coi dati materiali, sociali e culturali dell’ambiente, mostrando come questi bisogni possono essere soddisfatti proprio attraverso l’ambiente (scuola, società, cultura). La scuola rinnovata deve partire dai bisogni del soggetto e dall’espressione psicologica di quei bisogni che sono gli interessi, per attivare un processo di apprendimento motivato, che il soggetto avverta come risposta a propri problemi e non come qualcosa di imposto dall’esterno. I problemi propri degli esseri viventi, alla cui soddisfazione la scuola deve concorrere attraverso l’offerta di strumenti culturali adeguati, sono: 1) bisogno di nutrirsi; 2) bisogno di proteggersi dalle intemperie; 3) bisogno di difendersi dai pericoli; 4) bisogno di agire, lavorare in solidarietà, ricrearsi ed elevarsi.

Il programma delle idee associate


Una volta fissato il centro di interesse (ovvero il bambino, i suoi bisogni, le sue esigenze, i suoi problemi) occorre tracciare il programma delle idee associate, ovvero definire il programma di studi che consente di raccordare i bisogni-interessi del bambino con le offerte dell’ambiente attraverso le quali questi bisogni possono trovare soddisfazione. Il “programma delle idee associate” abbraccia due grossi capitoli o “domini fondamentali di conoscenza”: 1) il fanciullo e i suoi bisogni; 2) il fanciullo e il suo ambiente. Nel secondo caso l’ambiente va inteso sia come ambiente vicino (mondo inorganico, vegetale e animale), sia come ambiente lontano (vita nello spazio – geografia – e nel tempo – storia). Dal punto di vista didattico, i contenuti del programma possono essere esaminati in quattro modi diversi: 1) direttamente per mezzo dei sensi e dell’esperienza; 2) indirettamente per mezzo del ricordo personale; 3) indirettamente per mezzo dell’esame di documenti riguardanti contenuti o fatti attuali, ma non accessibili direttamente; 4) indirettamente attraverso documenti relativi a contenuti o fatti passati. Lo studio viene poi attuato attraverso tre tipi di esercizi: 1) esercizi di osservazione (impressioni, percezioni, misurazioni, controlli, ecc.); 2) di associazione (generalizzazioni, confronti, giudizi, ecc.); 3) di espressione (rappresentazioni, costruzioni, riflessioni, sintesi, valutazioni, ecc.

La funzione globalizzante


I metodi di insegnamento tradizionale procedono dalle parti al tutto, dal semplice al complesso (vedi Spencer). Tale impostazione, dice Decroly, si trova però in contrasto con i dati rilevati dallo studio scientifico dei bambini, i quali apprendono le conoscenze partendo, non dall’oggetto semplice, ma da quello complesso: “la nozione della mamma, quella del suo biberon, delle parti del suo corpo … gli si presentano senza ordine previsto da un educatore … non separatamente, né frammentariamente. La mamma si presenta al fanciullo tutta intera e non nei particolari; gli oggetti, come pure l’ambiente che direttamente lo circonda, si presentano ugualmente alla sua curiosità avida, senza che alcuno pensi ad imporre un ordine di presentazione; il suo stesso essere è la tutto intero ogni volta che egli riceva una percezione del suo io”. Ciò significa che la conoscenza infantile procede non da elementi singoli, ma da uno stadio di percezione complessa e confusa a uno stadio di analisi delle diverse parti dell’oggetto, per arrivare in fine a una sintesi delle parti composte in unità. Per indicare questo aspetto dell’apprendimento infantile (ma presente anche nelle tappe successive del processo evolutivo), Decroly parla di “globalizzazione” e ne sottolinea il valore didattico nell’ambito delle diverse materie d’insegnamento, specialmente nella scuola elementare. È, per esempio, interessante l’applicazione da lui fatta all’insegnamento della lettura mediante il “metodo ideovisivo”, in cui si comincia con l’uso delle frasi e dei vocaboli, invece delle lettere e delle sillabe.
  1. L’educazione dei soggetti “irregolari”


L’attenzione rivolta ai soggetti “irregolari” trae origine soprattutto dal lavoro di alcuni medici interessati a questioni educative, come Binet, Cleparède, Montessori e Decroly. La pedagogia tradizionale si era occupata dello scolaro in grado di apprendere senza difficoltà. La pedagogia nuova ha una visione più vasta e comprensiva del problema educativo, fino a interessarsi del soggetto “anormale” e del suo diritto all’educazione. Decroly sostiene che non esiste una pedagogia del soggetto normale una del soggetto anormale, evitando così la trappola della “pedagogia speciale”. L’educazione è un fenomeno unico, che può conoscere delle differenziazioni metodologiche in rapporto alle esigenze, diverse, emergenti dalle singole situazioni. Anche per il soggetto “irregolare” lo scopo educativo resta quello di un positivo adattamento all’ambiente, nella realizzazione della sua personalità.




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