Padrone e sotto



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PADRONE E SOTTO

 CAP I

Potenza, anni ‘40

Una mattina del 9 settembre 1943, massicce formazioni di quadrimotori B 17 “Fortezze Volanti” e B 24 “Liberator” appartenenti alle forze aeree americane, oscurarono il cielo su Potenza, sganciando bombe nel cuore della città, sul Palazzo delle Scuole Elementari, in via del Popolo, dove erano di stanza le truppe della VII Armata, su Piazza Prefettura e sull’Ospedale Civile dove si contarono numerosi morti tra i degenti, il personale medico e infermieristico.

La famiglia di Alessandro viveva in un vicolo nei pressi delle scuole elementari e si salvò perché, già da alcuni giorni, si erano rifugiati in una frazione di Pignola, a pochi metri dalla città: poche case che sparivano nel bosco che saliva verso Sellata e che, dall’alto della veduta aerea, dovevano considerarsi insignificanti ai fini bellici. Quando il giorno dopo, la madre di Alessandro si recò, a piedi, in città per rendersi conto di quello che era successo, semplicemente vide che la palazzina di tre piani, nella quale abitava, non c’era più e che era rimasta una sola parete all’inpiedi con un quadro raffigurante il cuore di Gesù che, per motivi misteriosi, le bombe avevano salvato e che, anche in quelle condizioni, fece la sua parte in termini di suggestione e di incoraggiamento: un miracolo, si diceva.

Il dopoguerra, per almeno una decina d’anni, fu vissuto da moltissima gente, all’insegna della miseria e della fame. Quelli che avevano perduto la casa vennero ospitati in edifici di fortuna e, lì, vi trascorsero anni, fra disagi e litigi, atti di solidarietà e prepotenze, come sempre capita quando metti insieme, non per loro volontà, persone di istruzione, educazione e sensibilità diverse. Ma tutte queste storie, ad Alessandro, interessavano poco. Era l’età in cui ci si cibava di letture di giornaletti, Tex e capitan Miky soprattutto, di giochi e di un po’ di pane e zucchero, la mattina il latte in farina portato dagli aiuti americani, insieme ad un formaggio giallo che la gran parte delle famiglie rifiutava ma che, i bambini più disagiati, ritrovavano regolarmente alla “refezione”, ovvero la mensa dei poveri, già da allora, e nonostante la guerra, vista come un luogo di carità e non come un servizio per la città. Ed era talmente forte la suggestione che, Alessandro, andando a mangiare, indossava, d’inverno o in primavera, un cappotto lungo con tanto di baveri alzati per nascondersi agli sguardi dei conoscenti. A scuola però si rifaceva: amava leggere e soprattutto, nelle pause, aveva preso l’abitudine di sfogliare quel grosso vocabolario che, la professoressa di italiano, aveva messo sul tavolo a beneficio di tutta la prima C.

Nella strada, però, si era tutti uguali. Contavano cose diverse dai soldi: l’abilità, la forza, la destrezza, l’agilità. Ed erano giochi duri, che riflettevano l’epica di guerra, con fucili e baionette, con fionde e, quando non c’era niente da manovrare, con lotta libera. Giochi sovente pericolosi, come “ mazza e pizzico” mutuato dal baseball americano e nel quale, al posto della palla, si lanciava un pezzo di legno, appuntito ai lati a mò di matita, in maniera da poterlo alzare e lanciare con la mazza. Si giocò per anni, fino a quando una bambina, che faceva da spettatrice, non perse un occhio e, le mamme del rione, decretarono il divieto assoluto di praticarlo.

Ma il sogno di tutti i ragazzi erano le “carrozze”. I figli dei meccanici o dei falegnami le esibivano come stemmi di famiglia, nell’invidia generale di tutti quelli che non potevano o sapevano costruirla. Una tavola 70x50 con due cuscinetti a sfera dietro e uno avanti attaccato ad una barra girevole cui era legato un pezzo di fune per pilotare il veicolo. Più erano lunghe le discese, più l’ubriacatura di onnipotenza era forte. Qualche volta finiva in rovinose cadute, ma era il prezzo che ciascuno pagava volentieri in cambio di una emozione fortissima. I figli di tutti gli altri facevano la posta davanti ad un meccanico, sperando di impietosirlo con quei pezzi di metallo che andavano incernierati per consentire il movimento libero delle sfere. Gli optional, dell’epoca, erano la “seduta rialzata” o il manubrio ricurvo o anche i sistemi frenanti che, dai più sofisticati, potevano, a volte, risolversi nel solo uso dei talloni delle scarpe le quali si consumavano con la stessa velocità di una discesa in carrozza.

Potenza stentava a fare il passaggio da centro rurale a città e, le poche macchine dei benestanti, incrociavano, sovente, muli che tornavano carichi di legna dai boschi o asini con, in groppa, l’uomo in mezzo a due cesti di verdura e, attaccata alla coda, la moglie, in una sorta di emblematico rapporto di ruoli. Gli zoccoli dei muli o degli asini scandivano, metaforicamente, il passaggio che sarebbe, a breve, avvenuto, da una tipologia di vita, ad un’altra. Il vento di rinnovamento, però, in Basilicata sembrava soffiare meno impetuosamente che in altre parti d’Italia, complice, probabilmente, la sua collocazione geografica che la rendeva marginale rispetto ai centri di maggiore interesse. Ma l’eco del nuovo giungeva inevitabilmente e la società potentina, alla lunga, si adeguava ai mutamenti sociali e comportamentali che accompagnavano ed indirizzavano l’esistenza di quegli anni.

Di quella esclusione, da un Paese in movimento, i ragazzi non sentivano ancora la mancanza, non avendo punti di riferimento esterni. Questi arrivarono sotto forma di elettrodomestici, la lavatrice, il frigorifero, le stufette elettriche subito assurti a oggetto del desiderio di tutte le donne, guardati con meraviglia, coccolati dietro le vetrine dei pochi negozi che assurgevano al ruolo di finestra sul futuro. Ma soprattutto la televisione cambiò l’interesse generale verso tutto quello che poteva essere gioco o divertimento, incanalando decine di ragazzi, con la sedia in mano, a sedersi davanti al bar dietro la cui vetrina, un televisore, compiva il miracolo di trasmettere Carosello.

A poche centinaia di metri, di giorno, si radunavano le macchine intorno ad una fontana nei pressi della cattedrale mentre i “signori” in panciotto si muovevano, tranquillamente, con, in mano, dei fogli di carta che sembravano contenere i segreti più inenarrabili. Delle linee bianche, alla base della scalinata prospiciente l’ingresso della chiesa, delimitavano gli spazi attribuiti a parcheggi. Le auto a piazza Prefettura venivano disposte spontaneamente, dai cittadini, in cinque o sei file ordinate, mentre i potentini si esercitavano, la domenica mattina, dopo la messa, in un’attività a cui non avrebbero mai rinunciato: lo “struscio” lungo via Pretoria. Molti erano i giovani che amavano riunirsi per bere un caffè al Caffè Centrale ed a improvvisarsi uomini, cominciando a discutere temi, politici e sociali, di cui avevano letto o visto qualcosa, sui libri ed in televisione.

L’appuntamento con la fede era sempre stato un obbligo a cui, le ragazzine, non potevano rinunciare e, di riflesso, quelli di sesso maschile che, durante le noiose omelie, che, il vescovo o il prete, si glorificava a scandire, avevano la possibilità di studiare l’anatomia, velata dagli abiti di festa, delle “femmine” più belle. Un altro appuntamento irrinunciabile erano le gare tra le varie scuole che si svolgevano a fine anno. In uno stadio Viviani, che si colorava di tanti giovani dagli abiti festosi e floreali, tipici di una primavera avanzata, si sfidavano le promesse, in atletica, dei maschi e delle femmine. Non poche erano le occhiate degli uni verso le altre, dato che erano assai rari i momenti durante i quali godere di quelle visioni celestiali che un bel paio di gambe femminili, ben tornite, è in grado di offrire.

Una domenica mattina, i ragazzi che abitavano nei pressi di via P.Grippo, la trascorsero giocando a pallone nel cortile sotto casa. Il calcio stava diventando un’attività sempre più popolare, nella gioventù potentina, insieme alle altre discipline che, allo stadio Littorio, potevano essere praticate. Fu Alfredo Viviani a far rendere possibile l’edificazione dello stadio nei pressi di viale Marconi grazie a dei fondi della Provincia e consentendo, così, il passaggio dal rettangolo di gioco nella piazza d’armi di Montereale, privo di spalti, ad uno spazio più consono alla disputa di competizioni sportive. In esso, inoltre, erano stati aggiunti, da poco, anche altri elementi come la pista di atletica, il campo da tennis e uno di basket. La partita, in cui i ragazzi si stavano impegnando, quel giorno, era entusiasmante, le squadre, che avevano fatto, equilibrate ed il punteggio, il più delle volte, procedeva in avanti assegnando un punto per parte. L’accanimento dei ragazzini era alle stelle e, le grida che caratterizzavano quei momenti, restituivano la foga, con la quale, stavano vivendo quell’impegno di gioco. Alessandro fece un tiro sbilenco e la palla si andò a schiantare contro una finestra, rompendola. Il panico prese i ragazzini.

-Marò, e mò? – fu il coro unanime che si levò tra i ragazzi.

Bisognava riprendere il pallone, perché altrimenti sarebbero state botte a casa. Era il regalo di suo zio venuto per le ferie da Torino e…pazienza se la signora del primo piano si fosse incazzata!

Il portone era aperto. Una rampa di scale e la porta dell’appartamento che dava sul cortile.

Alessandro bussò timidamente al campanello facendo attenzione a non premerlo in maniera, eccessivamente, insistente.

-Scusate, signora. Abbiamo rotto la vostra finestra ma adesso andiamo da un vetraio per farla riparare a spese nostre. Mi potreste restituire la palla, per favore?

- Si,si aspetta qui !

“E’ fatta , adesso va a prendere il pallone” si disse Alessandro, mentre la signora rientrava in casa.

Doveva essere il pallone ma, inspiegabilmente, lo teneva dietro la schiena. Arrivata nei pressi del ragazzo, lei, fece comparire, invece, una scopa e glie la sbattè in testa

-Tiè – gridò – così la finite di venì a giocà qua sotto.

Sorpreso, deluso e umiliato, Alessandro non trovò di meglio che usare il vocabolario da strada

-prostituta!

- delinquente, vedrai che ti faccio passare! – gli urlò mentre il ragazzino scappava via dal portone.

E mantenne la parola. Due ore dopo un vigile urbano girava per il rione chiedendo ai ragazzi dove fosse Alessandro…Vistosi additato, il ragazzo si fece avanti:

-Sali !


Era più l’eccitazione, che la paura, che lo faceva stare attaccato al pilota di una moto che era un sogno e si fece, il tragitto fino al comando della polizia, come se fosse un premio, guardando le strade con una prospettiva, completamente, diversa. Ma la ramanzina del comandante gli tolse subito quel senso di soddisfazione e la decisione di farlo riaccompagnare direttamente a casa, per riferire l’accaduto alla famiglia, gli fece fare un ritorno da incubo.

L’educazione di allora era fatta anche di botte, e, Alessandro, ne prese parecchie, prima di accompagnare la madre a chiarire la vicenda con la signora del primo piano.

-signora, scusate sono venuta qui, con mio figlio, per porgervi le mie scuse e pure di Alessandro. Se mi dite il prezzo della riparazione vi rimborso.

-signora mia- esordì la donna- il danno che mi hanno fatto non è niente al confronto di quello che, vostro figlio, ha avuto il coraggio di dirmi dopo. Il problema di questi ragazzini è l’educazione: sono dei gran maleducati….

-a no’, signò, questo non ve lo permetto- la madre le rispose un po’ piccata

-Signò – fece la donna- volete sapere come ha avuto il coraggio di chiamarmi, vostro figlio? – un attimo di esitazione ed aggiunse – PROSTITUTA…

-Chi??? mio figlio?- aggiunse sbalordita- Lui non sa manco il significato di certe parole . Vero Alessà? – fece all’indirizzo del ragazzo aspettandosi una risposta che avvalorasse la sua tesi.

Alessandro, intimidito, mentre si infossava nelle spalle:

-No, mà, veramente lo so che significa e…. l’ho detto - aggiunse timidamente.

La povera donna spiazzata da una risposta del genere gli mollò un ceffone aggiuntivo.

Si erano incontrati lungo le periferie della città, lì dove, in mancanza di discariche, si gettava un po’ di tutto, ad eccezione dell’organico che veniva, religiosamente, messo da parte per quelli che allevavano maiali. La differenziata, allora, significava conservare tutto quello che poteva servire per l’alimentazione animale, foglie di insalata per i maiali, pane ammuffito per le galline, bucce di frutta e scarti di ortaggi per i conigli. E anche quel resto, fatto di metalli vari, era appetibile, soprattutto per ragazzi che non avevano soldi. Lì, in quella indifferenziata lasciata nelle scarpate, c’era da recuperare il piombo dei primi tubetti di dentifricio, oppure il rame dei fili elettrici abbandonati, o l’alluminio di pentole rotte, oppure semplicemente il ferro, che allora era richiesto, dalle industrie siderurgiche, che dovevano far fronte alla ricostruzione del Paese. Una buona giornata di raccolta, significava mettere in tasca il biglietto del cinema oppure una pizza, lì a metà delle scale di Lapolla, dove, un giovane venuto da Napoli, faceva pizze meravigliose, per chi poteva permettersele. I ragazzi che non potevano farlo, avevano fatto, di quelle scale, il loro salotto profumato di desiderio.

Non c’era competizione in quei cercatori d’oro, ma rispetto e complicità. E quando Alessandro si informò sui prezzi di giornata che “u strazzariell” pagava, Giovanni, lo mise a parte della novità, di un nuovo “robivecchia” che si era insediato sotto piazza prefettura e che, per farsi largo, faceva prezzi migliori.

La loro amicizia si rafforzava ogni giorno di più. Avevano deciso di mettersi in società con la scusa che, quattro occhi, vedono meglio di due, ma il vero motivo è che stavano bene insieme, sia quando andavano in giro che quando si fermavano ore ed ore sotto casa a parlare di futuro.

Parlavano di futuro. Sembrava che le tribolazioni dovute alla guerra, alla fame dovevano essere curate col solo rimedio della speranza, non tirando avanti, ma guardando avanti come si guarda all’uscita di una galleria. Giovanni aveva in testa di fare il costruttore: non come il padre, un muratore che faceva un pò di lavoretti di manutenzione, ora aggiustando un tetto, ora riparando una cappella, ma come quel signore che arrivava in via Trieste con l’enorme macchinone e dava ordini perentori a geometri, muratori ed operai e poi se ne andava al bar a prendere, sempre, una cioccolata calda. Era rimasto affascinato dall’imponenza del cantiere UNRRA CASA che da sotto Montereale aveva tracciato un grande vialone e, ai margini, vi stava sistemando decine e decine di fabbricati, tutti allineati, come se fosse un disegno geometrico da rispettare nei particolari. Giovanni seguiva i lavori di quel cantiere con la scusa che, lì, c’era il ferro di risulta, spezzoni di tondini tagliati dagli operai e gettati sui mucchi di calcinacci che circondavano le case in costruzione, ma, con un’attenzione che era rivolta ai muratori, ai carpentieri soprattutto, la cui abilità nel torcere il ferro e nel fargli prendere la forma delle gabbie, lo affascinava e lo teneva fermo per ore, con, Alessandro, che lo tirava per la maglia inutilmente.

Per Alessandro non c’erano progetti concreti ma sogni in cerca di una forma. Nonostante la estrema povertà, in cui la famiglia viveva, la madre, aveva voluto che andasse a scuola, sognando di farne un diplomato. Accanto al marito che portava a casa quello che poteva, lei, si industriava a cucire lenzuola e camici per l’ospedale, lavorando fino alle prime luci dell’alba per mettere da parte qualche cosa. E piangeva di rabbia, una volta ogni tre mesi, quando doveva firmare una ricevuta che era tre volte il salario datole, perché la signora R., la grande donna “caritatevole” della nobiltà potentina, si prendeva, esattamente, i due terzi della paga, in quanto era stata lei a procurarle il lavoro. E vederla sopportare quella prepotenza, per amore della famiglia, era, per Alessandro, un dolore indicibile che si mischiava alla voglia di ribellione per quella ingiustizia, sistematicamente, perpetrata.

Questa testardaggine della madre, nel volere, comunque, che i figli studiassero era una offesa alla mentalità comune, quasi un atto di ribellione castale perché era, tacitamente, accettato il fatto che, i figli degli operai, dovessero fare gli operai e quelli degli avvocati, gli avvocati. Perfino nella scuola elementare, le maestre erano adeguate a quella regola, non scritta, e ogni volta che, Alessandro, glie ne dava l’occasione, non c’erano solo i ceci sui cui inginocchiarsi dietro la lavagna, ma anche l’offesa a voce alta, e neanche tanto allusiva, all’indirizzo della madre che, anziché, mandarlo a imparare un mestiere, pretendeva di farlo studiare. Come non rallegrarsi anni dopo all’annuncio della legge sull’obbligo scolastico!

Frequentando la scuola media, Alessandro, aveva deciso di trovarsi un lavoro pomeridiano, per aiutare la barca di famiglia. Lasciava la classe il giorno di San Gerardo e la rivedeva il 7 gennaio dell’anno successivo. Nell’intervallo faceva un po’ di tutto, il garzone di lavanderia, l’aiuto salumiere e poi, stabilmente, il ragazzo del bar addetto ad una sala gioco retrostante, qualcosa tra un ambiente per passare il tempo in termini leciti e una saletta un po’ speciale, dove, qualche ottimista della vita, arrivava a giocarsi lo stipendio.

Neanche Giovanni se la passava meglio. Il padre, muratore, dopo la scuola, pretendeva che gli desse una mano, soprattutto nelle giornate lunghe di primavera, ora preparando la calce, ora portando gli attrezzi. E d’estate era lavoro a tempo pieno, duro, con la bustina di carta sulla testa e una canottiera zuppa di sudore, al punto da essere incapace di mangiare, la sera, crollando prima che, la zuppiera, arrivasse sulla tavola. Dormendo si risparmiava alcuni dei tanti litigi che i genitori facevano per quella indifferenza del padre verso lo studio, quasi che fosse una perdita di tempo in cose che non servivano. C’era la ricostruzione, c’era il lavoro e c’era bisogno di braccia. Punto e basta. Un giorno, al lavoro dopo la scuola, Giovanni era così stanco che, visto un loculo vuoto, vi si adagiò per riposarsi dieci minuti. Lo trovarono quando era buio e, di nuovo, dovette correre per evitare gli sganassoni paterni.

Nonostante la durezza del carattere, Giovanni amava il padre e ne apprezzava sia l’abilità e la precisione nel lavoro, sia la equanimità con cui pagava gli operai, lui compreso. Con la paghetta settimanale che prendeva riuscì a comprare una Mondial 125 Monoalbero, usata, sulla quale scorazzava suscitando invidia nei suoi coetanei. Non aveva timore di essere fermato dalla polizia (credeva di poterli seminare in un inseguimento) e guidava macchine e moto senza patente. Per passare dalla moto alla macchina, aveva deciso di andare a lavorare nelle cave in estate, dove si guadagnava di più ma era alto, il rischio, di incidenti sul lavoro. La sicurezza, allora, era solo l’obbligo, non scritto, di stare attenti. E Giovanni, agile e sveglio, osava sfidare tutti nel lavoro di piazzare i candelotti di dinamite per far saltare le rocce: quando andava di fretta ed era ora di chiudere, tagliava la miccia dandosi il tempo appena indispensabile per correre dietro una roccia di sicurezza. Lo chiamavano “miccia corta” e si stava costruendo l’immagine di un giovane coraggioso, amante del rischio e dell’avventura. La scuola incominciò ad essere un peso e quel lavoro lo attraeva, al punto che decise di affiancare il padre in una sfida più alta, quella di tentare l’avventura del costruttore.

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Alle 19,35 del 23 novembre 1980, la Basilicata e l’Irpinia precipitarono nel dramma più cupo: un boato sordo e profondo e poi una spinta prima sussultoria, poi ondulatoria, che giungeva dal centro della terra con l’intenzione di travolgere tutto e tutti. Un minuto che diventò interminabile, infinito per la gente che provava ad uscire di casa, coi bambini in braccio, disperatamente cercando di scansare quei muri che si accostavano, quelle scale che sembravano volersi arrendere alla irrefrenabile potenza sollecitatrice, ognuno invidiando le persone che erano più avanti e che sembravano potessero farcela a salvarsi. “Fate presto”, titolavano i giornali, “terremoto di 9° grado al sud centinaia di morti e feriti”. E poi le centinaia diventarono cinquemila, la catastrofe si rivelò peggiore del previsto, soprattutto nei piccoli centri dell’interno, dove, le case in pietra, erano belle quanto insicure. Il centro della città di Potenza era una baraonda di pietre. Completamente impraticabili, alcune vie, sembravano sopravvissute ad un bombardamento. Tutti i giorni a seguire furono segnati da rumori di pietre spostate, lacrime versate, racconti terrorizzati, disperazioni nascoste, rabbia urlata davanti alle autorità locali e governative. Alle braccia dei volontari, per mettere in sicurezza le persone, si sostituì il lavoro delle ditte locali, con le ruspe a riaprire le strade, a togliere le macerie, a puntellare i fabbricati. E, lì, fu la grande occasione di lavoro, per gli operai e per le imprese del posto, al punto che, quelli che più sapevano farci, decisero di tentare l’avventura imprenditoriale in proprio, prima con i soldi dell’ordinanza 80 , che dava ai privati la possibilità di ricostruire le case in economia, poi con i lavori di allestimento delle tendopoli e delle casette provvisorie, infine con la ricostruzione o il consolidamento degli edifici pubblici, delle aree industriali e delle strade di collegamento per lo sviluppo. Cinquantamila miliardi di lire in una zona danneggiata che, ogni giorno, allargava di più il suo epicentro, a mano a mano che, sindaci, parlamentari e politici di ogni genere, reclamavano la loro parte di torta nella riparazione di danni reali o presunti.

Giovanni era instancabile e lavorava quando tre dei suoi operai messi insieme. Guidava la ruspa in prima persona, e si portava una squadretta dietro per affrontare ogni emergenza, ogni situazione che il Comune gli indicasse. Disponibile, pronto, sempre presente, più per rendersi utile, per sentirsi indispensabile, che per desiderio di far soldi. Anzi, da questo punto di vista era come se i soldi non gli interessassero, ricordandosi di chiedere qualche anticipo, solo, quando doveva pagare gli operai. La sua soddisfazione era fare e fare bene, in una sorta di compensazione psicologica, di realizzazione di uno che voleva farsi apprezzare per quello che era “dentro”, persona prima che imprenditore. Quando gli diedero da ricostruire il teatro comunale, capì che era il momento di dimostrare quanto valesse, lui che, fino ad allora, si era limitato a fare strade, pavimentazioni, interventi di urgenza, ricostruzione di casette. Glie l’avevano affidato con una stretta di mano, allora che le formalità procedurali erano abolite, d’ufficio, in nome dell’emergenza. E solo un Sindaco che conosceva il valore della cultura aveva posto, come emergenza, anche la ricostruzione del teatro, ritenendo, infatti, che l’identità di un popolo la si recuperava non solo con le abitazioni rimesse in piedi ma anche con i luoghi distintivi di una società. Piazza Mario Pagano doveva essere ricreata allo stesso modo di com’era prima di quella maledetta sera, per costituire un punto di partenza verso il viaggio di ritorno verso la normalità. Quell’orologio che si era fermato alle 19:35 doveva ripartire al più presto e segnare le ore del riscatto.

La sfida era enorme per una piccola impresa, ma non era da Giovanni tirarsi indietro. Il suo passato remoto, e quello prossimo, avevano sempre conosciuto uno che rendeva possibile le cose che, agli altri, sembravano irraggiungibili. Andava a Napoli e se ne tornava carico di sigarette, oppure con qualche candelotto di dinamite, quando, non anche, una pistola, più per il desiderio di impressionare gli amici che per necessità di difesa. Allora era un mondo più semplice e la criminalità organizzata, quella di peso delle regioni contermini, non aveva, ancora, osato varcare le montagne impervie della Basilicata per farvi affari.

In questo senso, Giovanni era l’amico di tutti, ma mentre accorciava le distanze con la gente umile, dimostrandogli amicizia e vicinanza, si teneva a rispettosa distanza da quelli che comandavano, dandogli, insieme al Voi, manifestazioni di ossequio, rispetto ed educazione. Un atteggiamento sincero e in buona fede ma che ne avevano fatto una persona discreta, simpatica ed affidabile, e tale da poter essere ammessa anche alla corte dei notabili della città, quelli che, a vederli in giacca e cravatta, passavano, ai più, inosservati, ma che, per quelli informati, erano i veri detentori del potere locale e i veri artefici delle decisioni importanti. Allegro e pieno di vita, artefice di battute simpatiche ed intelligenti era, piano piano, stato inserito nella cerchia di quelli che, in città, contavano e lui ne ricavava una soddisfazione indicibile, che valeva più dei soldi, più dell’impresa, più della sua stessa famiglia, da cui era sempre più spesso assente in nome di una corsa all’autorealizzazione. La sua villa in campagna era diventata il Sancta Santorum delle decisioni riguardanti la città. Cucinava lui, personalmente, e preparava piatti memorabili, soprattutto a base di pesce, grazie all’esperienza che aveva fatto a Napoli e Cava dei tirreni. E tra un piatto e l’altro si parlava di urbanistica, della città, di dove dovesse andare, di quali problemi superare. Ed era, sempre lui, l’artefice del divertimento, anche fuori città o all’estero: lui a metterci i soldi, o a raccogliere i soldi da parte delle altre imprese che preferivano usare maggiore discrezione, a organizzare gite favolose, ora a Montecarlo, ora a Saint Vincent, quando si decideva di sfidare un po’ la sorte, nel gioco, oppure nella foresta nera o in lande ungheresi o addirittura siberiane, quando c’era da andare a caccia.



Nel gioco usciva tutta la sua personalità, un insieme di logica e di irrazionalità, di calcolo e di avventurismo. Se ne stava zitto zitto intorno al tavolo che aveva preso di mira, studiando le personalità, il modo di giocare, l’indole, la capacità di dissimulare; poi si sedeva, con gli amici alle spalle già elettrizzati per quello che, comunque, sarebbe successo, perché, nel comportamento dell’amico, non c’erano le mezze misure ed era prevedibile, nel bene o nel male, una serata comunque memorabile. Una di quelle sere la fortuna si era tolta la benda e gli sorrideva sfacciatamente dandogli carte che arrivavano come camerieri attenti allo sguardo del cliente di riguardo, pronti ad accorrere ad ogni cenno. Carte che si andavano ad incastrare, a uniformarsi nel colore, a salire un gradino dopo l’altro, a manifestare il loro cuore, generoso ed abbondante, come i seni di quella bionda che gli sedeva affianco e se lo mangiava con gli occhi, lui piccolo e mingherlino eppure così bravo,silenzioso e determinato al tavolo da gioco. In quegli ambienti basta un’occhiata per capire chi va là per far soldi, e chi va là per lasciare il segno dell’amore puro per il gioco. E lui, così minuto nel fisico, al tavolo era un gigante, come possono essere, solo, quelli che si siedono non in maniera micragnosa per accumulare fiches, ma come un artista che è protagonista della ribalta. La serata finì con un direttore di un giornale televisivo, molto noto alle cronache politiche e a quelle del gossip che, dopo aver imprecato per tutta la durata del gioco, gli staccò un assegno, per nulla, vergognandosi di piangere e di disperarsi, mentre lo faceva. Giovanni prese l’assegno che pesava milioni di lire e glie lo ridiede strappandolo platealmente: “Il poker non è un gioco da bambini: TU DEVI ANCORA CRESCERE”. Silenzio intorno al tavolo da gioco, poi la bionda, che gli stava vicino, gli stampò, significativamente, un bacio sulla testa, a incoronare un vero, mitico, giocatore di poker.

A mano a mano che i soldi del terremoto arrivavano, crescevano gli appetiti della casta e si creavano nuove amicizie e nuovi interessi, senza che cambiassero i giocatori di quel tavolo da gioco che era diventata la ricostruzione. Sociologi e scrittori commenteranno a posteriori questo cambiamento, questa metamorfosi di una classe dirigente che, all’interesse politico generale, stava facendo subentrare l’interesse di particolari gruppi, di amici, soprattutto di gente di altre regioni che avevano il privilegio di assicurare la discrezione ed il silenzio, con l’aiuto della lontananza. E gli stessi politici cominciarono a diventare, non, la categoria decidente, ma quella che si sedeva al tavolo dei potenti dove, per grazia ricevuta, venivano ammessi, uno alla volta, nel ruolo di giocatore aggiunto in situazioni diverse. Quelli fissi non erano la spectre, ma una combinazione di ruoli che riguardavano la copertura agli affari, di tipo finanziario, giudiziario, politico, massonico. Ed era una bellezza vedere insieme toghe e stole, eminenze ed eccellenze parlare di cose terra terra come soldi e investimenti.

Gli anni del dopo terremoto stavano, pian piano, esaurendo la loro spinta sull’economia regionale: le imprese incominciavano ad essere troppe rispetto al diminuito flusso di finanziamenti e gli ossi non bastavano per tutti. La democrazia economica stava finendo e si andava organizzando una oligarchia politico imprenditoriale, all’ombra del potente di turno. Gli amici di Sua Eccellenza facevano man bassa di tutto quello che era pubblico: impianti elettrici, impianti idrici, manutenzione e costruzione di ospedali, fabbricati pubblici da consolidare, strade e dighe da costruire. E, insieme alle ditte, c’era il fior fiore delle professionalità tecniche, dove, tranquillamente, anche il pubblico ufficiale partecipava alle riunioni riservate per capire chi dovesse aggiudicarsi che cosa. Il rapporto politica- affari , sempre presente lì dove c’è la discrezionalità delle decisioni, incominciava a cambiare pelle: non più solo consensi elettorali che le imprese assicuravano, ma anche il finanziamento della politica, dalle cene, ai manifesti, ai convegni, la lotta tra correnti che vedeva, non solo, i capi scendere in campo ma anche le loro filiere, dai dirigenti, ai funzionari, alle organizzazioni sindacali, a quelle di categoria, alle imprese naturalmente, sia quelle di costruzione che quelle fornitrici di materiale, sia quelle erogatrici di servizi. Il sole della politica incominciava a velarsi di coperture e rapporti non proprio trasparenti.

Giovanni non apparteneva alla serie A della politica regionale, ma alla serie C. Quella che si era formata negli anni settanta, a Potenza, intorno al Municipio, con presenze, in consiglio comunale, molto attive e molto vicine ai cittadini, soprattutto di quelli che vivevano nelle campagne. Una politica fatta come se fosse patronato, con persone che allacciavano rapporti con le famiglie, le andavano a trovare, ci bevevano e mangiavano insieme, si facevano compari o di battesimo o di cresima, e diventavano punto di riferimento per ogni cosa: la pratica all’Inps, l’invalidità, un palo della luce, una stradina da asfaltare. Abituati ad una politica divisa in caste, quella che comandava e quella che andava a votare perché qualcuno glie lo faceva chiedere da qualche altro, una politica immediatamente fattasi servizio pubblico, con persone che ti davano del tu, ti abbracciavano per via Pretoria, ti offrivano il caffè, sapevano tutto di te, dei tuoi cari, dei tuoi problemi, divenne qualcosa di rivoluzionario per quei tempi ed ebbe tanto successo, da condizionare la gestione della vita pubblica nella città di Potenza. Non tanto da allargarsi al potere regionale e nazionale, ma, sicuramente, qualcosa di cui si doveva tener conto nella città capoluogo di regione. E quella componente particolare della maggioranza democristiana, ebbe il suo piccolo ritaglino di potere intorno alle cose della città, piccoli strapuntini che coinvolgevano anche le decisioni sugli appalti.

Giovanni era legato a questa componente, più per fatto affettivo che per convenienza. A suo modo poteva andare dove voleva, ma c’erano legami che venivano dal passato, amicizie che andavano onorate, rispetto che andava portato e si adeguò ad ruolo meno appariscente, meno remunerativo e più faticoso, di lavori, presi in subappalto. La verità è che a lui i soldi non interessavano più di tanto e gli bastava essere in mezzo alle persone importanti perché, quelle, lo facevano sentire realizzato, lo coinvolgevano nelle politica, gli davano da organizzare un evento e spesso da pagarne il conto.

Non amava i segni distintivi del successo, era un uomo discreto e mite, taciturno e, proprio quando c’era da parlare, lo faceva con una battuta ironica e fulminante. L’eccezione alla regole la fece con l’oggetto dei suoi sogni: un’Alfa Romeo. Andò a comprarsela a Salerno, perché, a Potenza, quel tipo di macchine non le avevano pronte, bisognava ordinarle e passavano mesi. Grigia, era in esposizione all’ingresso. I suoi fari anteriori erano seminascosti dalla griglia delle palpebre. Era una Montreal, un’auto che, allora, costava più di una Ferrari. Bellissima. Provò ad ascoltare il rombo profondo, cupo e potente di quegli 8 cilindri e dovette, subito, spegnere perché i vetri della concessionaria entravano in crisi. Quando uscì dal garage un fascio di raggi di sole gli illuminò il viso, accecandolo. Prese, dal borsello, gli occhiali da sole. Erano grandi e rotondi, secondo la moda del momento. Abbassò il finestrino ed accese una sigaretta. Poggiò la mano in alto sullo sterzo. Delle volute di fumo si attorcigliavano sopra le sue dita, plasticamente. Viveva, quel momento, al rallentatore godendosi lo scorrere, lento, dei secondi. Procedette fino all’ingresso dell’autostrada piuttosto lentamente. Imboccata la rampa d’accesso premette a fondo l’acceleratore e l’auto, con un balzo repentino, cominciò a salire di giri, per, poi, mettersi ad urlare. Quello che più lo affascinava era sentire, il motore, in fase di rilascio: era quasi come un riprendere fiato dopo uno sforzo, come quando i polmoni sono alla ricerca, affannosa, di aria. In accelerazione, poi, il suono del 8 cilindri sembrava non finire mai.

Due o tre week end lunghi ( si partiva il mercoledì, si tornava la domenica sera o il lunedì) erano, ogni anno, dedicati alle relazioni con il notabilato della provincia, quello che contava negli uffici, nelle amministrazioni e nella politica: una decina di persone in tutto cui, la vita e le convenzioni di provincia, avevano delegato ogni decisione sulle cose che riguardavano gli affari, l’edilizia soprattutto che, allora , in una città in espansione, con l’Università che drenava famiglie dall’interno, era il solo business che interessava, per quelli che avevano giacca e cravatta e che si dedicavano ad attività cosiddette pulite. La caccia nella foresta nera, oppure l’oktoberFest a Monaco, sicuramente Montecarlo, il giorno del gran premio di Formula uno. Si arrivava il venerdi, per giocare al casinò, il sabato per fare i turisti e la domenica per affacciarsi all’esclusivo e invidiato balcone del Fairmonthotel per godersi uno spettacolo unico, fra le macchine di Formula uno che, la curva sottostante l’albergo, obbligava a rallentare, offrendosi all’ammirazione degli ospiti, e la vista degli yatch, uno più lussuoso dell’altro che molleggiavano tra lo scintillio dell’acqua come sirene del lusso irraggiungibili ai comuni mortali. La mattina successiva la ricevuta dell’albergo pesava più della coppa che, Jody Scheckter su Ferrari, aveva innalzato poche ore prima. Se ne fece una ragione, pensando che era un atto dovuto. E poi, per lui, la vita ed i suoi piaceri andavano vissuti al massimo.




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