Padrone e sotto



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  • CAP X

il falco:

La palude si apre

ad uno sciame di pensieri.

Il potere di uno sguardo

stravolge la fermezza dei passi

e l’acuto di un grido

divide la quiete dell’aria.

Un falco sorride

della nostra paura


  • Continuo? – fece lui.

  • Stupenda – aggiunse Roberta – ti prego non ti fermare.



  • Anna Rita:

Anime assorte che toccano il cielo

luoghi nascosti in crateri freddi

immagini...

Organi antichi nelle menti dei nonni

ricordi… Rimpianti

Guerra nel mondo e pace nei sogni;

amore sui muri e odio nei cuori

rondini….A primavera

fiaccola nel buio, luci vive.

Anna Rita

E, poi, l’ultima di quelle che ho qui con me:

Passi

Passi…


nel silenzio

della sera

nel sogno

del bambino.

Passi…

nel torpore



del risveglio

nel canto

degli uccelli.

Passi…


nelle strade

senza luce

nelle vite

solitarie.



(poesie dell’ingegner Francesco Ciancia)

-Belle, di quale autore parlavi?



-E’ un giovane ingegnere, dirigente di una industria automobilistica. Lui è di Potenza. Coniugare la sua professione razionale e matematica ad un animo romantico e sensibile non è da tutti. E’ davvero bravo e sto cercando di farlo conoscere. Fa grandi cose nella sua professione: apprezzato, lusingato, ma se vuoi vedergli una luce negli occhi tutta diversa devi parlargli di poesia, di arte, di cultura.

  • Sinisgalli c’è riuscito- lo interruppe Roberta

  • Si, hai ragione, vuoi vedere che c’è un animus lucano che sa coniugare concretezza con sentimento, amore con rigore: vuoi vedere che le radici di un popolo austero, di guerrieri, si sono incrociate con il senso del bello della Magna Grecia e hanno distillato gocce di sentimenti profondi, che escono rompendo la scorza che li contiene? E’ come riscontrare una tenerezza sconosciuta in un uomo duro! Ecco, scherzando scherzando stiamo dando vita ad una rappresentazione diversa della lucanità.

La serata trascorse tra una discussione ed un’altra, tra una sul marketing territoriale ed un’altra sulla bellezza dei versi di certi poeti, tra la bellezza di alcuni film, la unicità di certe poesie, la capacità narrativa di determinati autori, la bellezza di un lavoro che era un sogno mentre si protendeva verso la scoperta di potenzialità, di nuovi talenti. Era questa attività di talent scout che impegnava ed affascinava Enzo, sempre più, proteso verso questo secondo lavoro che, piano piano, stava diventando il, suo, primo. Finito di cenare Enzo e Roberta accompagnarono l’amica fino alle scale che conducevano a piazza Vittorio Veneto. Si salutarono ed, i due, si allontanarono dirigendosi verso il B&B nel quale Roberta alloggiava. Mentre camminavano lungo una via stretta e lunga con una pavimentazione irregolare, lei, appoggiò una mano nell’incavo del suo braccio, la cui mano, era nella tasca del pantalone. Lui, delicatamente, la estrasse e, le dita di Roberta, scesero ad intrecciarsi con quelle di Enzo. Il suo cuore cominciò a pulsare forte. Un battito che, lei, risentiva nelle orecchie, quasi come fosse un metronomo che scandiva un tempo che da “allegro” si andava trasformando in “vivace”. Divenne “presto” quando arrivarono nei pressi del B&B e lei si girò verso di lui, determinata, tranquilla, sicura e gli fece:

  • Sali con me….

Enzo non disse niente, era la naturale prosecuzione del cammino che le loro menti avevano preso durante lo svolgimento della serata. Il B&B era incastonato in un dedalo di case, negozi, antiche abitazioni. La sua stanza era alla sommità di alcune scale di pietra che conducevano alla porta di ingresso. Roberta infilò una mano nella borsa, di pelle, che portava sulla spalla, prese delle chiavi che infilò nella serratura. Aprì ed Enzo entrò, dopo di lei. Alla fine della stanza si vedeva appoggiato ad un muro un divano di pelle rosso scura, un piccolo scrittoio ed una sedia rivestita della medesima pelle del divano. Poco più sopra una mensola che reggeva un televisore dallo schermo piatto e, di lato, una finestra, aperta, che rimandava le luci di quel magnifico quartiere. Per terra, delle mattonelle antiche ed il letto era dietro ad un armadio a due ante. Un letto che aveva una struttura in ferro battuto restaurato da poco, le lenzuola tese ed i cuscini, sotto di esse, che avevano creato un salsicciotto, così, uniforme da mascherare che, essi, fossero due e, quindi, separati. Enzo si allontanò, appena entrato, ed andò in bagno. Aprì la porta e, subito, rivide la propria immagine riflessa in un grande specchio incastonato nel muro. Lo sguardo si allungò, poi, sulla destra posandosi su water e bidè, sul termosifone a muro applicato sopra di esso e, poi, sul muro dove si trovava lo specchio nel quale era incastonato un portasciugamano con sopra, posato, un telo bianco. Uscito dal bagno trovò Roberta che aveva aperto il frigobar ed aveva preso una bottiglia di spumante.

  • Vuoi ancora bere? – gli fece Enzo – non vorrei che, poi, perdessi il controllo – aggiunse con aria evocativa.

  • E’ proprio quello che mi auguro succeda – gli rispose sorridendogli e puntando i suoi occhi in quelli di lui.

  • Ah beh, se è così allora beviamo, dai….. – le rispose risoluto e ammiccante.

A quel punto, Roberta, posò il bicchiere sul tavolino vicino al frigo e con andatura rilassata, fissandolo con aria suadente, gli arrivò vicino, si infilò sotto alle sue braccia e, aspirando il suo profumo, accostò le sue labbra dischiuse a quelle di lui. I sensi di Enzo ricevettero una scossa che partì dal cervello e scese lungo le sue gambe irrigidendole. Le teste di entrambi entrarono in un turbinio rotativo di pensieri e sensazioni. Persero la dimensione spaziale che li collocava all’interno della stanza ed ebbero, entrambi, come l’impressione di roteare in uno spazio indefinito con, solo, loro due al centro di un vuoto cosmico. Il letto era a pochi centimetri da loro che, consapevolmente, si fecero cadere senza allontanare, le umide labbra, tra di esse. Lei si mise a cavalcioni di lui, steso. Con naturalezza, slacciò il bottone che univa i lembi del suo vestito e che ricadde disvelando i suoi seni turgidi e grandi. Enzo le sfiorò il viso, e poi, febbricitante e incredulo, ripercorse i gesti che aveva fatto in tanti tanti sogni. Stavolta era vero pensò con un senso di gratitudine alla vita, mentre Roberta si piegava su di lui, gli baciava il collo, gli apriva la camicia, gli allentava la cintura, decisa e sicura, affatto intimorita, come se avesse saputo dall’inizio che, quell’incontro, faceva parte del suo destino di donna. Poi, Enzo, non capì più niente.

CAP IX

Enzo,dopo un primo sonno indotto dalla stanchezza, aveva speso parte della notte a pensare.Aveva aperto gli occhi, con lei che, sulla destra, dormiva beata e distesa. Ne aveva osservato il profilo e constatato la bellezza esuberante mentre il petto si alzava ed abbassava al ritmo del suo sospiro rilassato. Dormiva placidamente, con le mani distese lungo i suoi fianchi. Era perfetto il suo naso, le sue lunghe ciglia sembravano planare delicatamente e con riguardo sul viso, poco sotto, alle palpebre. Le mani posate, sul bianco lenzuolo, erano piccole, delicate. Perfette e ben curate, avevano uno smalto trasparente che le faceva rifulgere dando loro luminosità e, quasi inspiegabilmente, una impressione di profondità, quasi che, anche quell’arto, potesse essere disvelatore della personalità di quella, bellissima, donna che gli era a fianco. Le unghie erano piuttosto lunghe e non sfumavano appuntendosi ma rimanevano larghe ed austere. Aveva letto che la lunghezza delle dita è in grado, anche, di rilevare il tipo di personalità della persona che le possedeva. Le prese delicatamente, la mano destra. Lei, involontariamente, era in uno stato di torpore, quasi, incosciente, la allungò e la posò in quella di lui. Enzo vide che l’anulare era più corto dell’indice. Aveva letto da qualche parte che, questa caratteristica, è disvelatrice di una personalità determinata che, puntando al raggiungimento di un obiettivo, non vuole essere disturbata, che ama lavorare tanto e seriamente ma che sa anche essere pronta ad aiutare, le persone care, quando sono in difficoltà Avrebbe voluta svegliarla ma, da come dormiva serena, non se l’era sentita. Ogni tanto la guardava, come si può guardare un bimbo nella culla, con tenerezza e apprensione. Rannicchiandosi avvicinò il suo viso al petto di lui e ne respirò il profumo di uomo. Era tanto che non si lasciava andare ad atteggiamenti di calda e sonnolente intimità con il suo maschio.Aveva un’espressione bellissima, di tranquillità e dolcezza che virava verso un sorriso liberato a metà, un sorriso birichino di una bambina che ha appena commesso una marachella ed aspetta di essere scoperta. Non osava,Enzo, credere ai sogni e temeva che, la mattina,il sogno vissuto di notte, sarebbe evaporato, lei, tornata mamma e moglie, e lui rimesso nella sua esistenza fatta di tutto, fuorchè della donna che sentiva di meritare, che sperava di avere. Come è ingiusta la vita quando ti fa intravedere un sogno da sognare ad occhi aperti e, poi, ti annuncia che quel sogno, tu, non lo puoi coltivare. Si alzò che era alba presto, cercò nella cucina l’occorrente per il caffè e decise di guardare in faccia la giornata, come aveva fatto da sempre. Si era alzato, scostando, delicatamente, le lenzuola, attento a non far rumore, non volendo disturbarla ma, ne prese consapevolezza dopo, con l’inconfessabile voglia di prolungare il sogno ad occhi aperti che stava vivendo da quando si era ridestato. Aveva fatto due passi stiracchiandosi e, posando uno sguardo sul letto, la vide, bellissima, con una chioma fluente che si era espansa sulle lenzuola mentre, con la sua pelle così chiara, sembrava una statua di porcellana. Inconsapevolmente, Roberta stava dormendo, portò una mano a fare da cuscino alla sua testa, disvelando un seno bello come un’opera d’arte, perfetto nelle sue dimensioni, né troppo grande né piccolo. L’intimità di quell’atteggiamento di chi, nel sonno, rivela la parte più intima di sé gli procurò una malinconia derivante dalla consapevolezza di volersi far sommergere da cotanta vicinanza, di avere, dentro di sé, bisogno di poter condividere con la donna amata la riservatezza di certi momenti.

Posò i piedi su un piatto doccia zigrinato che, quella mattina, glie li sembrava voler massaggiare. Il getto dell’acqua era orizzontale; gli spruzzi inondavano completamente il suo corpo escludendo il suo viso. Il calore e l’umidità appannarono il vetro dello specchio, il vapore dipinse di grigio l’aria. Goccioline di acqua, che si era condensata sul vetro della porta mobile di accesso, scendevano, lungo di essa, rigandola.L’occhio di Enzo si posò su una che scendeva virando casualmente, gli parve, mentre girava da una parte e, subito dopo, verso il suo opposto. Destra… sinistra in un vagare, della goccia, casuale che sembrava senza meta ma che, alla fine, la portarono verso i cristalli di acqua più grandi, un po’ metafora della vita, nella quale, le singole esistenze si uniscono, l’una attraendo l’altra, in funzione del proprio peso specifico. Il calore aveva appannato lo specchio e, lui, foriuscito dalla doccia, vi passò una mano, sopra, per guardare la sua figura riflessa. Lo scroscio dell’acqua si era diffuso, dolcemente e silenziosamente, anche all’interno della camera quasi a creare un letto sonoro sul quale accompagnare la dolcezza del risveglio di Roberta.

Quando uscì dal bagno, rimesso a nuovo da una lunga doccia, se la trovò di fronte, sorridente, felice, per nulla imbarazzata. Da poco alzata, lui notò la vestaglia aperta che faceva tutt’uno con il suo sguardo invitante, deciso, determinato. Gli aveva messo le braccia al collo ed era rimasta lì, il viso ad accarezzare il viso, le labbra a indugiare sul collo, le mani che lo stringevano in un dolce segno di possesso. Qualcosa era successo quella notte, e, quel qualcosa, non era una notte di follia da archiviare, piuttosto da rivivere, in una riscoperta dei sensi di adolescenziale memoria.

Più tardi, Enzo, rifece il caffè e uscirono sulla verandina.

-Prima che affrontiamo l’argomento voglio dirti una cosa:- esordì Enzo, deciso a mettere in chiaro le cose con se stesso che si era abbandonato tra le sue braccia più che per l’ardore di possederla, con un desiderio di giustificazione per quello che, per lei, anni prima, aveva provato e che, non era ancora perfettamente consapevole, continuava a sentire–sei stata, per me, importante da quando eravamo ragazzi, ogni giorno, ogni minuto.Ma fu quando mi dicesti che ti eri innamorata di Antonio che capii che, volendo starti vicino e preservare quel rapporto straordinario, che c’era tra noi, che dovevo imparare a guardarti con occhi differenti, con una consapevolezza sotterranea che,quella magia, che provavo per te e con te, sarebbe dovuta rimanere segreta dentro di me. Mi resi conto che, castrare il mio sentire verso di te, era l’unico modo per non perderti.Tu non mi guardavi ma, io, ero, lì, solo per te,per sentirti, per vederti, per immaginarmi di essere insieme a te. Eri come in vetrina ed io a guardarti come la fonte dei miei sogni, il desiderio della mia vita. Ho imparato a stare con te, anche senza di te. Ti porto dentro. Non dire una sola parola sul perché ci siamo ritrovati stanotte, non sentirti in dovere di chiarire. E adesso, prima ce ne andiamo e meglio è …

Roberta gli aveva messo una mano sulla bocca, per zittirlo. Gli occhi, di lei, stavano raccontando un’altra storia. Ed Enzo capì che qualcosa nella sua vita sarebbe cambiato: Roberta avvicinò le sue labbra al viso di lui, mentre l’indice si posava a fermarne la bocca. Gli sussurrò

-zitto… lo vedi come sono serena?. Non sono spregiudicata e lo sai. Ti ho voluto bene sempre e sapevo che tu me ne volevi. Non sono stupida: ma i miei sensi ti avevano messo sullo sfondo, qualcosa che rassicurava ma, a cui, non davo il, giusto, peso. Hai presente quei monoscopi per bambini con le figurine già disegnate?. Pensi di scoprire il mondo e invece sono solo figurine appiccicate. Ecco io non vedevo con gli occhi miei. Mi ero innamorata di quella figurina e la volevo a tutti i costi. E l’invidia delle mia amiche era galvanizzante, mi diceva che stavo facendo bene, che ero la prescelta.

-beh, figurina non direi, per la verità

-si, figurina, ben disegnata, attraente, ma senz’anima. O, se ce l’ha, è disegnata di nero. Dio come sono stata scema!!!

-Siete a questo punto?

Si accorse che Roberta stava piangendo,la testa girata, alla ricerca di un atteggiamento dignitoso

-scusa, cambiamo argomento

-No,Enzo, mi fa bene. Non parlo, mai, con nessuno, ai miei non ho detto niente. Non voglio coinvolgere nessuno. E’ un problema mio. E, poi, mio padre, non sta bene e non voglio dargli altri problemi. Lui si gode quel bambino con una gioia infantile negli occhi e a volte mi dà l’impressione che abbia scoperto il suo finale d’orchestra.

-Ma, scusa, che cos’è che non va? Incomprensioni, questioni caratteriali?

-No, è che mi sono trovata con un uomo che non ha cuore, non ama, non vede, non vive. O meglio non vive per gli altri, vive solo ed unicamente per sé, per i soldi, per il potere, per la bramosia di avere, accumulare, contare, decidere. E’ una macchina mostruosa: grande retorica, grandi relazioni, baci e abbracci con tutti, e, mentre bacia e abbraccia tutti, pensa a come deve fregarli. Impeccabile nella forma, corretto, mai che alzi la voce, ma di un vuoto dentro che spaventa, come trovarsi in un luogo abbandonato dove senti solo il rimbombo della tua voce inutile ed impotente.

-E con il figlio?

-E’ questo che fa più male, io sono trasparente e me ne sono fatta una ragione. Ma lui,il piccolo, lo sente lontano, indaffarato, distratto. Semplicemente non c’è!

-Ha una professione difficile, bisogna anche capire…

-Ma quale professione?Magari amasse il suo mestiere!! Non se ne preoccupa, il suo lavoro lo affida ad altri. Lui è più in alto. È diventato un potentissimo uomo d’affari, o meglio un potentissimo uomo che organizza gli affari degli altri, prendendosi la parte sua. E’ il referente di tutti quelli che vogliono ottenere qualcosa dalle istituzioni: conoscenze, rapporti, risoluzione di problemi, cose che si devono fare in una certa maniera.

-Ma s’è messo in politica?

-No, lui non ha bisogno. E’ la politica che va da lui. Lui è l’asse stabile, la politica cambia personaggi, sceglie i vincitori di turno e conquista un seggio al tavolo di casa mia. Ecco, questo è il tipo di relazioni che mio marito tiene.

-Così giovane, c’è da rimanerne stupiti…

-Per bravo è bravo. E’ ascoltato, e sa anche le soluzioni da dare ai problemi. Ma la bravura è una cosa, altro è gestire le relazioni riservate con le persone che più contano nelle diverse istituzioni. Come posso dirti? Viene un imprenditore che vuole mettere una fabbrica: Il tamtam degli avvocati o consulenti o commercialisti gli suggerisce dove deve andare per non avere problemi; l’imprenditore per un appalto importante? La stessa cosa! La promozione di un alto dirigente in un posto delicato? Idem. Ogni tanto lo vedi che organizza una cenetta con gli amici e parlano così piano che sembrano dei congiurati. Mi ero seduta le prime volte e ho subito realizzato che creavo un po’ di imbarazzo. Vedo le loro mogli solo quando vengono a trovarci il quindici di agosto a Maratea, che, ormai, è diventato un rito imposto da mio marito. Per il resto, una sera sì ed una no, cenano da qualche parte. Poi la giornata è un tran tran di visite: E lui si è organizzato in maniera da avere salottini riservati e uscite altrettanto riservate.

-Si, ma non vedo come tutto questo c’entri con te?

-Sono delusa, peggio sono sconvolta. La mia vita me l’ero immaginata diversa, con un uomo bello, intelligente e una famiglia fatta di amore e comprensione. Mi trovo davanti un robot, una macchina mangia soldi, fredda e senz’anima, un uomo che corre a tutta velocità verso una meta che non mi appartiene, non mi coinvolge, non mi interessa e che, anzi, mi ripugna. Che vita è questa?.E che cosa stiamo insegnando a nostro figlio?.Stiamo coniugando la sua vita col verbo avere, invece che con quello dell’essere.Ho paura che ne faccia un robottino a sua immagine.

-Beh, adesso esageri…

-dici? Magari fosse così. No, la mia non è una casa. Sarà anche la più invidiata della città, ma è una casa senza calore. E’ come vivere in un vortice. Lui ne è inebriato, galvanizzato, proteso, giorno e notte, a parare i colpi che pure da qualche parte gli arrivano, a ordire, aggiustare, rompere equilibri, fissare nuovi confini, promuovere, punire. Un pentolone non so quanto pulito che lui sta tutti i giorni a rimescolare. Questo è il potere reale, qualcosa che a me sembrava inimmaginabile e frutto di qualche romanziere della politica. Invece è tutto vero: un distillato di tutti gli altri poteri, un concentrato dei vertici della sfera pubblica, una sorta di P2, senza tessere, che controlla le grandi cose: dove va il piano regolatore di una città, quali soluzioni bisogna prendere per vendere le case a maggiori profitti, quali imprese devono star ferme per un giro, chi può avere via libera e chi no. Un crocevia

-Ma nessuno che ne parli? E’ una loggia massonica? Non capisco

-Ma che loggia e loggia? E’ una costruzione che non ha categorie. Ha persone unite nello stesso scopo: decidere tutto e su tutto. Appalti, carriere, soldi, influenze, manovre. Tutto pulito, tutto raffinato, tutto ad un livello di eleganza formale che fa sembrare, limpida e trasparente, anche una fogna.

-D’accordo, questa ripulsa la si può capire. Ma che c’entra col tuo privato?

-E’ che non ho un privato. Non parlo di mio marito che, o c’è o non c’è, mi lascia indifferente. E’ che è come se non avessi una casa, una famiglia. Ho un figlio e la stanza nella quale giochiamo. E Antonio, meno viene, meglio è. Ma come devo dirtelo che ho sbagliato tutto?. Ho visto un’altra persona, sono stata, follemente, rapita da una persona che non conoscevo veramente e che oggi si disvela,con un volto, che non avrei nemmeno immaginato nei miei incubi. Siamo giovani, sono giovane e, al solo pensiero di dover fare una vita di questo tipo,impazzisco!.Dei suoi soldi non ho bisogno, e, fosse per questo, me ne sarei già andata. E’ che ho paura, anzi so che non posso farcela e che, se solo tento, mi distrugge e mi priva dell’unica cosa che ho.

Roberta gli si accostò e pianse a dirotto tra le braccia di Enzo.



CAP X

L’indistinto rumoreggiare del cestello della lavastoviglie, il tintinnare delle tazzine, e il brusio delle gente creavano un sottofondo di quotidianità che sembravano un voler accogliere armoniosamente la nuova coppia. Enzo e Roberta entrarono nel bar, sotto il B & B, per la prima volta, con una consapevolezza che portavano nascosta nelle pieghe del proprio animo: qualcosa di magico era successo. Non avevano ancora cognizione di dove e fino a dove questa cosa(in quale altro modo chiamarla?), appena nata, li avrebbe portati ma, ne erano sicuri, si trattava di qualcosa da rispettare per come si era imposta a loro, travalicando sin dal primo momento il piacere fisico per sconfinare in quella serena consapevolezza di essere finalmente insieme,ricondotti lì dove erano sempre stati, sotto casa, lui già innamorato e lei che si accingeva a fare il giro del mondo alla ricerca di un sentimento che non aveva riconosciuto a prima vista.



  • Te ne vieni con me fino a Potenza?- chiese Enzo.

  • Sì, mio marito doveva mandare, qualcuno, a prendermi con la macchina. Gli ho detto che ti avevo incontrato e che me ne tornavo con te

Questo averlo menzionato espressamente fece piacere ad Enzo. Era quasi l’inizio di un percorso che non cercava sotterfugi o mezze misure. Almeno così lui lo volle interpretare. Fecero colazione in silenzio, magicamente avvolti da una atmosfera di intimità che sembrava li avesse accompagnati da una vita. Lui un caffè, lei cappuccino e un pezzo di “strazzata” , un biscotto fatto con cacao, mandorle e zucchero , una delle specialità della pasticceria materana.

Lasciarono Matera dichiaratamente a malincuore, con quella strana sensazione di una festa finita, come due studenti che si ritrovano la domenica sera a parlare di scuola, o come due che ritornano da un viaggio che non avrebbe dovuto interrompersi tanto era stato bello. Enzo accennò a questo stato d’animo, quasi per un riflesso condizionato, un gioco di memoria. Nei viaggi con il padre che faceva quando era un ragazzino, si faceva cogliere, ogni volta, al rientro a Potenza, da un sentimento malinconico che adombrava il percorso di ritorno verso casa: una specie di nostalgia che lo rattristava e gli spegneva il sorriso. Papa’, ma perché ho quest’animo, che un giorno voglio stare in un posto e un giorno in un altro? – Enzo domandò al padre quando, lui era piccolo, stavano tornando da una vacanza.

Il padre, sorridendo, gli fece:


  • Sarà un vizio di famiglia: anche io, alla tua età, avrei voluto solo viaggiare. Ma non preoccuparti: nella vita potrai fare un lavoro che ti porterà in giro per il mondo. Potrai scegliere di diventare chiunque tu vorrai: dovrai solo impegnarti per raggiungere ogni obiettivo ti porrai.

  • Allora voglio fare il macchinista e guidare il Frecciarossa, così potrò cambiare città ogni giorno.

Il padre aveva sorriso, tra sé e sé, di questa, disarmante, spontaneità fanciullesca e adesso non passava occasione che non glie lo ricordasse..

Ci sono cose magiche che passano davanti alla mente e sembrano fuggire. Matera si allontanava ma aveva consegnato il suo messaggio subliminale, fatto di sole, di bellezza e di magia, di atemporalità che sarebbe rimasto impresso, per sempre, nella loro mente.



  • Mi parli di tuo figlio? – le fece Enzo, curioso di conoscere quel rapporto che le conferiva, quando era a telefono con lui, quell’aria sognante che le aveva visto disegnata sul suo volto.

  • E’ un bambino dolcissimo – esordì, lei, sorridendo – maturo, per la sua età e pieno di gioia di vivere. Mi riempie il cuore quando, la sera, si viene ad accoccolare vicino mentre guardo, seduta sul divano, la televisione o quando ci scambiamo occhiate di amore e comprensione. In un solo sguardo riesce a condensare un caleidoscopio di pensieri dolci ed onnicomprensivi. In un attimo riesce a comunicarmi, con completezza, una serie di emozioni e consapevolezze che, a dirle parlando, sarebbe necessario del tempo. L’amore che ci lega è qualcosa che travalica il comprensibile, è una forza che ci unisce in maniera indissolubile pur non manifestandosi in maniera tangibile. E’ bellissimo, moro con gli occhi castani e di una profondità che stupisce ed a cui, a volte, ho anche difficoltà a rispondere. L’altro giorno si è venuto a sedere vicino a me, mi ha abbracciata e, quasi piangendo, dopo che, la mattina, avevo constatato quanto stesse crescendo e facendo alto, mi ha detto che il suo desiderio più grande sarebbe quello di rimanere sempre piccolo per poter continuare a godere di questa sensazione di “amore pieno” che prova con e per me. Francamente, io, ricordo che quando ero piccola non vedevo l’ora di crescere per poter affrontare la vita, esserne protagonista e, della vicinanza con i miei, mi interessavo poco, protesa, com’ero, verso un fluire della esistenza che vedevo proiettato in altri scenari, in altre città, in altre nazioni. Non mi interessavano rapporti con gli altri, anche con i miei familiari, che, in una parte recondita di me, sapevo che, per quanto lontani, sarebbero rimasti immutati. In mio figlio, invece, noto la maturità della consapevolezza nel ritenere che, per preservarli immutati, è necessaria una quotidianità che, la lontananza, pregiudicherebbe.

  • Non sarà così tra qualche anno, quando, anche lui, vorrà volare via. Vuoi sentire una poesia diGibran? La conosco a memoria. Quando una poesia mi piace me la porto con me.



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