Palmiro togliatti editrice universitaria ceruso



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Verso la fine dell'estate del 1920 la lotta nelle fabbriche si esaspera: il 36 agosto gli operai metallurgici proclamano lo sciopero genera­le e i padroni rispondono con la serrata. Gli operai occupano le fabbriche. Alla Fiat si de­cide di continuare a lavorare. Nonostante la fuga dei tecnici e dei dirigenti, escono ogni giorno 37 automobili, più di metà del­la produzione normale. Il gruppo degli ordi­novisti sospende la pubblicazione del giornale per partecipare alla lotta nelle fabbriche, alle assemblee. Prolungandosi la lotta, la tensione fra gli operai impegnati in uno sforzo rivoluzionario e il partito recalcitrante arriva quasi al punto di rottura.

Ha inizio così una serie di dibattiti e di scambi di informazio­ni fra delegazioni operaie, dirigenti della sezione e direzione na­zionale del partito e del sindacato, cui Togliatti partecipa attiva­mente. Egli fa parte, il 9 settembre, di una delegazione torinese assieme ai compagni Benso e Tasca e a un tecnico della Fiat.

L 'occupazione finisce poi il 26 settembre: il decreto giolittiano sul controllo operaio dell'azienda offre una onorevole via di ritira­ta, i miglioramenti salariali e normativi riescono in qualche mo­do a rendere accettabile la situazione

Togliatti sull'«Avanti!» esorta gli operai a respingere l'illusorio controllo operaio delle fabbriche, a non prestarsi a forme equivoche di collaborazione come la cogestione proposta da Giovanni Agnelli.

Gobetti nel 22 cosi commenta il carattere della rivista e dell’opera particolare di Togliatti :
È antidemagogico per sistema, aristocratico, contrario alle violenze oratorie, ragionatore dialettico, sottile, implacabile, fatto per la polemica e per l'azione perché trovando il mito nella realtà non si preoccupa tanto di chiarirlo quanto di adeguarlo alle sue intenzioni. Certo non vorremmo che ci si nascondessero i pericoli di questo machiavellismo: Togliatti non ha avuto ancora responsabilità direttive nell'azione, è tratto alla politica da una solida preparazione, ma si trova in lui una inquietudine, talvolta addirittura un'irrequietezza che pare cinismo ed è indecisione, dalla quale ci si devono aspettare forse molte sorprese e che ad ogni modo deve indurre a una certa sospensione di giudizio.16
La rivista ebbe notevole importanza non solo nella formazione del proletariato ma anche nelle sue azioni concrete. Come ancora giustamente osserva il Gobetti:
 “La rivista diventò il centro a cui affluirono i nuclei più coscienti dei proletari, che ne attesero la parola d'ordine nelle lotte più gravi, nei momenti più incerti. L'occupazione delle fabbriche e la campagna elettorale per la conquista del comune furono gli episodi culminanti: ma contro l'azione della nuova aristocrazia stava il peso morto dell'eredità socialista, l'incapacità dei dirigenti confederali, gli ideali utilitaristi delle masse, lo spirito reazionario (riformista) dei contadini venuti al partito, la vigliaccheria degli arrivisti: e in questo dissidio, che è assai degno di essere studiato più profondamente, il movimento si confuse sino a perdere la sua capacità risolutrice.”17
Le pubblicazioni furono poi soppresse all'avvento del fascismo anche se furono riprese saltuariamente fino al 1924
Si è molto discusso sull’affettiva adesione di Togliatti al Partito ma certamente la sua maturazione politica fu lunga e meditata

Togliatti stesso afferma che si iscrisse al Partito socialista nel 1914 ma vi sono alcuni dubbi in proposito. Bocca riferisce:


Palmiro Togliatti ripeterà, in svariate occasioni, di essersi iscrit­to al Partito socialista italiano nel 1914; e lo metterà per iscritto nel 1924 sulla Enquete pour les delegues au VI congrès de l'In­ternationale communiste. L 'incendio che ha distrutto il 18 di­cembre del 1922 gli archivi della sezione socialista di Torino ha eliminato la prova documentaria.

Andrea Vigalongo, allora studente operaio iscritto al partito e poi uomo dell'«Ordine Nuovo», è nettamente per il no: «Nel 1914 frequentavo assiduamente il fascio giovanile cui Togliatti, avendo meno di 25 anni, avrebbe dovuto aderire. Non ho mai visto al fascio ne lui ne Gramsci, se fossero venuti li avrei certa­mente notati, eravamo non più di sessanta, ci conoscevamo tut­ti. Nel 1915 ho lavorato nella segreteria amministrativa della se­zione. Gramsci allora c'era, ma Togliatti no. Toccava a me rita­gliare gli indirizzi degli iscritti per la spedizione del materiale.”18

Tuttavia appare chiaro che poi la questione non è molto rilevante.


Molto interessante invece è considerare l’atteggiamento che aveva assunto nei riguardi della guerra.

Seguendo quello che fu poi un generale movimento della sua età, fu interventista alla vigilia della Prima Guerra Mondiale : ma il suo interventismo va inquadrato, non nell’esaltazione nazionalista (come per Mussolini), ma nella prospettiva democratica di Salvemini

Come nota Agosti:.
Certo, pare da escludersi che si tratti di un interventismo ispirato ai miti correnti del nazionalismo, e anche, malgrado l'indubbio ascendente iniziale, che ricalchi pedissequamente quello di Mussolini: è invece nell'interventismo democratico di Salvemini che egli probabilmente si riconosce, soprattutto laddove questi prevede che «un'Inghilterra vittoriosa imporrà certamente il libero scambio alla Germania e ne conseguirà un trionfo della libertà commerciale in tutta Europa». Questo specifico motivo liberista dell’interventismo di Togliatti riceverà piena conferma dai suoi primi articoli sul “Grido del Popolo”19
Togliatti quindi chiese l’arruolamento volontario ma giudicato non adatto al sevizio militare per miopia fu poi arruolato nella Croce Rossa: tuttavia per motivi di salute, essendo sopravvenuta un lunga malattia, non prestò praticamente servizio

In questo modo in realtà egli fu lontano da quell’insieme di esperienze, di pericolo, di abitudine alla violenza, di frustrazione che fu bagaglio psicologico che tanti “ufficiali di complemento” riportarono nella vita civile e nella politica.


Non sempre ci è chiaro l’itinerario effettivamente seguito da Togliatti che certamente fu meno lineare e semplice di quello che una certa schematizzazione a posteriore tende e ricostruire. Osserva Agosti

Quali siano, in questo processo di formazione culturale per tanti aspetti simile a quello di molti suoi coetanei, le tappe fondamentali dell'accostamento di Togliatti al marxismo non è documentato, ancora una volta, se non dalla razionalizzazione da lui stesso compiutane a posteriori: il passo decisivo sarebbe stato, secondo il resoconto fatto a Marcella e Maurizio Ferrara ne 1953, la scoperta di Antonio Labriola: «i suoi testi di spiegazione e di approfondimento del marxismo, lo scritto In memoria del Manifesto dei comunisti, i Saggi intorno alla concezione materialistica della storia e Discorrendo di socialismo e di filosofia erano letti, riletti, studiati, commentati». È un'affermazione che va «tarata» alla luce dell'operazione politico-culturale da Togliatti stesso condotta dopo il rientro in Italia nel 1944, e mirante a ricostruire un particolare albero genealogico del marxismo italiano. È più probabile che la sua adesione al marxismo, che negli anni universitari non era ancora un fatto compiuto, sia maturata attraverso un percorso meno lineare e intessuto di componenti molteplici ed intricate. Forse, rispetto ad altri itinerari con lo stesso approdo seguiti dalla prima generazione del comunismo italiano, contano in questa adesione di più lo studio e la curiosità intellettuale che non una motivazione esistenziale, alimentata da una ribellione allo stato delle cose esistente. E tuttavia due fattori appaiono decisivi nel determinarla: il primo è l'inizio dell'amicizia con Gramsci, il secondo l'incontro con il movimento operaio torinese.”20

A noi sembra che in realtà la adesione piena, completa e consapevole di Togliatti al socialismo è qualcosa di maturato razionalmente e lentamente e non con semplice slancio della giovinezza,come d’altra parte è da aspettarsi dallo stile psicologico del personaggio.

CAPITOLO TERZO


L’INTERPRETAZIONE DEL FASCISMO

Notevole è che Togliatti si rese perfettamente conto della natura del fascismo nella della realtà del momento storico, mostrò di non lasciarsi prendere dall’entusiasmo, non lesse la realtà alla luce delle aspirazioni, scambiando realtà e desiderio. In questo egli manifestò perspicacia storica e politica maturata anche negli studi seri della sua giovinezza , ma era soprattutto un aspetto della sua personalità che in seguito lo fece apparire come la guida sicura, colui che sa quello che si deve fare in ogni circostanza, al quale quindi affidarsi.

Egli fu tra i primi, fra i pochi che compresero che il fascismo e i movimenti affini di destra non erano semplicemente una vuota apparenza ma avevano un loro base sociale ed economica, e non facilmente sarebbero stati sconfitti e inviati nella pattumiere della storia. Non era qualcosa di inspiegabile, tutto nella storia ha delle motivazioni.

Come osserva il Ragionieri:

questi problemi restano ancora una volta in gran parte sconosciuti per i nostri studi. Che abbiano, invece,ad essere affrontati e indagati con la massima serietà, è questo un problema che non inte­ssa solo gli studi storici in senso ristretto, rigoroso superamento della InterpretazIone del fascIsmo come “invasione degli Hyksos” è in Italia, ma non soltanto in Italia, il modo più fondato di prendere coscienza. La eredità del fascismo nel mondo contemporaneo,è di prenderne coscienza per liquidarla.21
Fra quelli che hanno richiamato l'attenzione sul Togliatti “studioso e teorico” fu proprio De Felice che coglieva negli scritti del dirigente comunista la capacità di mettere a fuoco la costruzione del regime di Mussolini e la sua base di massa.

A questo proposito va tenuto in debito conto l’analisi di Togliatti sul fascismo che ebbe come uno dei momenti culminanti le lezioni tenute a Mosca nel ’35 davanti a comunisti italiani esuli.

L'analisi di Togliatti mette infatti in luce la novità del fascismo cogliendo le particolarità nazionali, le differenze e le analogie del fascismo con il fordismo americano, insiste sul ruolo di “direzione politica” assunta dal fascismo, capace di unificare gli elementi eterogenei della classe dominante, senza fermarsi all'aspetto coercitivo della dittatura mussoliniana. Coglie quindi la capacità di costruire un consenso di massa, di mobilitare la piccola borghesia nelle proprie organizzazioni. é veramente esemplare l’analisi di Ernesto Ragionieri del dopolavoro:
Esemplare in proposito la lezione sul dopolavoro, che il testo stesso degli appunti consente di avvertire come una sorpresa, piu ancora che come una novità, per ascoltatori abituati a derivare la fiducia nel suc­cesso della loro drammatica lotta dalla convinzione della completa incapacità del fascismo ad affrontare

positivamente il problema del suo rapporto con le masse. Togliatti individuava nel dopolavoro la « piu larga delle organizzazioni fasciste », e ravvisava l'ori­gine della ampiezza di questa organizzazione nella in­sufficiente 22
In altre parole, i limiti e le contraddizioni dell’antifascismo comunista degli anni Trenta non dovrebbero essere visti semplicemente nell’ottica della disciplina e della subordinazione a Stalin, ma nell’ottica di una cultura politica che identificava lo Stato sovietico con la rivoluzione mondiale.

.

Togliatti rilevava, quaranta anni prima di De Felice, che, a differenza dei vecchi movimenti reazionari che facevano riferimento alle poche cerchie di privilegiati, in realtà essi si rivolgono alle masse e che pertanto può essere definito un “movimento reazionario che ha una base di massa”: il fascismo si presenta sotto l'aspetto dell'offensiva del capitale contro la classe operaia. I due aspetti vanno entrambi parimenti ricordati. Come nota Ragionieri:



Guai ad insistere unilateralmente soltanto sul primo o sul secondo dei due aspetti. Dimen­ticare il primo significa mettere in ombra la natura della unificazione politica della borghesia italiana realizzata dal fascismo e quindi oscurare il ruolo necessariamente antagonistico e protagonistico della classe operaia nella lotta contro il fascismo23

Togliatti critica pure il fatto di impiegare il termine 'fascismo' in una accezione così generale da servire a designare le forme più diverse dei movimenti reazionari borghesi, e insiste sulla necessità di far precedere a qualsiasi tentativo di generalizzazione l'individuazione delle particolarità dei singoli movimenti che si possono avvicinare al fascismo.

Ritiene pure che il fascismo possa affermarsi solo in presenza di una struttura economica debole, che obblighi la borghesia ad esercitare una pressione più intensa per mantenere il controllo completo sulla vita economica e politica del paese, e di uno spostamento e di un movimento di masse di piccola e media borghesia urbana e rurale. Individua come tratti che caratterizzano il "fascismo tipo", cioè il fascismo italiano, la soppressione del regime parlamentare e la distruzione fino alle estreme conseguenze "delle libertà democratiche formali", che comporta il rifiuto di ogni compromesso con la socialdemocrazia.

A mò di esempio riportiamo le parole di Togliatti in una riunione del PCI nelle quali appare chiaro la profondità e il realismo della analisi della situazione, ben lontana dal semplicismo e dalle ingenue aspettative di chi riteneva che per la Rivoluzione mondiale bastasse semplicemente un “segnale”



”.A questa crisi politica del fascismo e del regime è corrisposta una crisi dell'antifascismo. Crisi dell'antifascismo la quale ha avuto come suo carattere fondamentale non solo l'inizio, ma il compimento di un procedimento di integrazione nel fascismo, o come tale o nella organizzazione fascista dello Stato inteso nel senso vasto della parola, di una quantità di forze intermedie le quali in periodi precedenti avevano preso atteggiamenti non completamente di appoggio al regime fascista, o solo un atteggiamento filofascista mascherato di antifascismo quale era quello di buona parte dei gruppi bloccati nell'Aventino. La maggior parte di questi gruppi si sono integrati nel fascismo e nello Stato.
In pari tempo questo processo era duplice perchè dall'altra parte vi era un altro processo la cui espressione è stata costituita all'estero dalla Concentrazione; cioè un processo per cui una parte dell'antifascismo diveniva fascismo (per esprimere in modo più conciso qualcosa che invece è stato molto complicato); dall'altra si costituiva un blocco intermedio sedicente antifascista con una formula democratica-repubblicana, e si costituiva nell'emigrazione...
Questo processo trova le sue origini essenzialmente in fatti di natura economica, nel prevalere del capitale finanziario nel quadro delle forze economiche italiane. Ad esempio: se noi osserviamo come è avvenuta la liquidazione degli stati maggiori e, credo, di una parte assai importante anche degli elementi intermedi dell'antifascismo democratico meridionale, è certo che dobbiamo legare questo fatto ai provvedimenti che sono stati presi e realizzati dal fascismo sul terreno della organizzazione del credito nel Mezzogiorno... Alla soppressione della autonomia delle banche di emissione e di credito del Mezzogiorno, si può dire corrisponda la soppressione dei partiti politici della borghesia meridionale, la scomparsa dalla scena politica degli uomini come Vittorio Emanuele Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc...»
24
Opportunamente l’importanza delle “lezioni” anche nell’ambito della cultura e nella formazione dei quadri dirigenti comunisti viene messo in luce da Agazzi e Brunelli :
Il riferimento alle Lezioni sul fascismo - un testo di cui gli studiosi dei più diversi orientamenti sono concordi nel sottolineare la profondità e la serietà di analisi - permette di avanzare qualche rapida considerazione sul tipo di formazione con cui i quadri comunisti uscivano dalle scuole del Comintern. Non vi è dubbio che in essa era presente .fin dall'inizio una forte componente di dogmatismo e di schematismo, la quale assunse un peso cre­scente con il passare degli anni, fino a trovare la sua codificazione esemplare nel Breve corso di storia del PC dell'URSS, chiamato dal 1938 in poi ad assumere la funzione del manuale nell'educazione di ogni quadro comunista”25
Tuttavia quando poi dal centro del comunismo vennero le parole ‘d’ordine secondo le quali comunismo e nazismo vennero identificate, e si nego il carattere popolare diffuso di tali movimento Togliatti, come al, solito, disciplinatamente si adeguò

CAPITOLO QUARTO


A LIVELLO INTERNAZIONALE

La figura di Togliatti non può essere vista solo dal punto di vista della vita politica e sociale italiana, che è pure fondamentale: egli riveste infatti un posto di primo piano nella scena politica internazionale. Egli deve essere inserito decisamente al centro del comunismo internazionale, sia prima che dopo la guerra. Anche la diversità e la peculiarità del comunismo italiano non devono mettere in ombra il profilo “internazionale” di Palmiro Togliatti.

Osserva Bocca :
Egli è indiscutibil­mente una delle più forti personalità del comunismo internazionale, mentre la sua esperienza di dirigente politico italiano è inestricabilmente legata in ogni momento alla coppia fascismo-antifascismo: da questo punto di vista egli è una delle personalità più emblematiche della «guerra civile europea» che attraversa un buon quarto del Novecento, per poi prolungarsi in forme diverse ma non meno pervasive fino alla fatidica data del 1989” .26
Secondo Gallerano può essere considerato la più grande mente del movimento internazionale :
La definizione più azzeccata di Togliatti è dunque ancora quella di Lucacs: il più grande tattico della Terza Internazio­nale. Un giudizio che non è affatto limitativo ed ha il merito di sottolineare la provenienza della sua cultura politica27

D’altra parte il peso del Partito Comunista italiano nell’ambito internazionale non era poi di primo piano, quanto invece la personalità stessa di Togliatti. Come nota ancora Gallerano:


“…per un certo numero di anni sarà tuttavia un dirigente dell 'IC più che del Pcd'l la sezione italiana della III Internazionale ha un peso modesto all’'interno dell 'antico organo della rivoluzione mondiale…... Altri sono i partiti cui l'lC assegna un ruolo centrale: quello cinese, quello tedesco (fino al 1933, fin quando Hitler prenderà il potere), quello francese e quello spagnolo (dal 1934 in avanti).”28

D’altra parte va pure notato che a un certo punto il partito comunista italiano come struttura appare ben poco consistente e Togliatti si trova a rappresentarlo soprattutto per la sua forte personalità.

Scrive infatti intorno alla struttura del Partito Comunista Italiano il Martinelli :
“… sino al crollo del fascismo e al ritorno di Togliatti in Italia, non esisteranno più organi dirigenti, formalmente definiti, del PCI: la stessa nozione di gruppo dirigente è, in questo periodo, di assai difficile applicazione. Qual è il gruppo dirigente? Sembra difficile poterlo identifi­care col "centro di riorganizzazione" che viene costituito dopo l'agosto del 1938,…Il responsabile del partito, colui al quale è in pratica affidato il com­pito di operare per un "risanamento" del PCI, ritenuto largamente per­vaso dai germi dell'opportunismo, è Berti…... La sua azione coinci­de comunque con una condizione di spaccatura e di sospetto reciproco nel partito, cosi accentuati e traumatici da configurarsi, nelle valutazioni di alcuni, come una vera e propria frattura nella continuità del PCI” 29

Questo fatto mette in primo piano il rapporto con Stalin: dal momento però che la memoria del dittatore sovietico, dal rapporto Krusciov in poi, è associato a una immagine di crimini e repressioni, nasce l’accusa a Togliatti di essere comunque corresponsabili delle azioni di Stalin stesso e si accomunano ambedue i personaggi nella stessa “damnatio memoriae”.

Effettivamente Togliatti fu stretto collaboratore di Stalin, approvò sempre e incondizionatamente tutto il suo operato , ne ebbe anzi spesso parte attiva : bisogna quindi considerarlo corresponsabile nel bene nel male dell’azione di Stalin

Non si può, come avvenuto nell’ambito del Partito dopo il 56 ,condannare Stalin e assolvere Togliatti

Chiarito inequivocabilmente questo punto pero bisogna deve essere comunque riconosciuta la peculiarità storica del momento in cui le vicende avvengono: non si può giudicare la condotta di un leader politico secondo una metro di giudizio che non appartiene alla sua epoca e nemmeno soprattutto con il senno di poi.

Nella nostra età pare che spesso il senso storico si sia alquanto smarrito e che si viva in un eterno presente, con il metro del quale si giudica con incredibile leggerezza e superficialità anche il passato.


Ma bisogna rendesi conto dell’orizzonte storico del tempo di Togliatti in cui si affrontavano con tutti i mezzi possibili, materiali e spirituali, pacifici e violenti, concezioni come il comunismo, il fascismo, il liberismo, che non erano solo sistemi politici, ma concezioni pervasive di ogni aspetto della vita, ciascuna delle quali a suo modo, riteneva di poter portare una specie di ”paradiso in terra”.

Hobswawm definisce il contrasto come “guerre di religione”


Questo è il prezzo da pagare per chi è vissuto in un secolo di “guerre di religione”. L’intolleranza è la loro caratteristica principale. Perfino coloro che propagandavano il pluralismo di concezioni non ideologiche non ritenevano che il mondo fosse grande abbastanza per una coesistenza permanente con religioni secolari antagoniste” .30
Da ciò nasceva una crisi che non riguardava solo una parte del mondo ma si estendeva con diversa intensità e diverse modalità al mondo intero, agli assetti interni ed esterni di ogni nazione a prescindere da ogni barriera ideologica ed economica.
La crisi ha colpito le varie parti del mondo con modalità e in gradi differenti, ma tutti i paesi sono stati coinvolti a prescindere dagli assetti politici, sociali ed economici, giacche l'Età del­l’oro aveva creato per la prima volta nella storia un'economia mon­diale unitaria sempre più integrata, che funzionava al di là delle fron­tiere nazionali (in maniera «transnazionale» ) e che sempre più oltre­passava le frontiere ideologiche”31

I conflitti assumevano quindi caratteristiche diverse da tutti quelli che li avevano preceduti; innanzitutto la produzione industriale diveniva l’elemento fondamentale anche dal punto di vista bellico:


le guerre del ventesimo secolo furono guerre di massa nel senso che impiegarono e distrussero nel corso dei combattimenti una quantità fino ad allora inimmaginabile di materiali e di prodotti. Di qui l'espressione tedesca Materialsclacht ( "battaglia di materiali" ) per descrivere le battaglie sul fronte occidentale nella guerra del 1914-18.”32
Ma soprattutto i codici cavallereschi che vigevano nelle guerre tradizionali cedevano il posto ad uno scontro diretto fra masse con tutti i ritorni alla barbarie che una cosa del genere comportava :
Una ragione rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l'i­nedita democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasforma­rono in guerre di popoli sia perchè i civili e la vita civile diventarono obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perchè nelle guerre democratiche, così come nella politica democratica, gli av­versari sono naturalmente demonizzati allo scopo di renderli odiosi o almeno disprezzabili. Le guerre condotte in entrambi gli schieramenti da professionisti o da specialisti, soprattutto se costoro appartengono a strati sociali affini, non escludono il reciproco rispetto e l' accettazio­ne di regole perfino cavalleresche. La violenza ha le sue regole.”33

In questa situazione generale va inserito la convinzione profonda maturata da tanti che il comunismo fosse la soluzione finale di ogni problema e soprattutto che esso fosse qualcosa di vicino, di immediato che bastasse un segnale

La rivoluzione russa apparve come il primo passo per la Rivoluzione mondiale.

La rivoluzione d’ottobre era stata fatta non per portare la li­bertà e il socialismo alla Russia, ma per innescare nel mondo la rivolu­zione proletaria. Nella mente di Lenin e dei suoi compagni, la vittoria del bolscevismo in Russia era innanzitutto una battaglia nella campa­gna che doveva portare alla vittoria del bolscevismo su una scala mon­diale assai più vasta, e solo in tal senso era giustificabile”34


La Russia era vista semplicemente come il trampolino di lancio della rivoluzione ma essa doveva espandersi a tutto il mondo industrializzato e la Germania, uscita sconfitta e umiliata dalla guerra, con una crisi economica gravissima sembrava essere naturalmente il punto di forza del comunismo internazionale. Ed infatti la lingua ufficiale della internazionale era il tedesco e non il russo:
Nell'opinione di Lenin, Mosca sarebbe stata il quartier generale del socialismo solo in via provvisoria, fino a che il socialismo non si sarebbe spostato nella sua capitale permanente e cioè a Berlino. Non è un caso che la lingua ufficiale dell'Internazionale comunista, organi­smo istituito nel 1919 come la centrale operativa della rivoluzione mon­diale, fosse e rimanesse il tedesco e non il russo”35
Si credette pure per un breve periodo di tempo che la rivoluzione fosse imminente, questione di giorni o di mesi o al massimo di qualche anno, non certo di decenni.

Si aspettava semplicemente il segnale della Rivoluzione generale:


Sembrava che ba­stasse soltanto un segnale perchè il popolo si sollevasse, sostituisse il capitalismo con il socialismo e trasformasse così le sofferenze insensate della guerra mondiale in qualcosa di positivo: le sanguinose doglie e le convulsioni che accompagnavano la nascita di un mondo nuovo. La Rivoluzione russa, o, più precisamente, la rivoluzione bolscevica del­l'ottobre 1917, intendevano dare al mondo questo segnale”36
... un 'ondata rivoluzionaria si diffuse a livello mondiale nei due anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre e le speranze dei bol­scevichi assediati non apparvero irreali. « Viilker hiirt die Signale» «37

Ma tutte queste speranze non trovarono attuazione:l’instaurazione del comunismo non era cosa che si sarebbe avverata in tempi brevi, bisognava prepararsi a tempi lunghi, non comunque quantificabili.

L’affermazione del nazismo dette il colpo di grazia a tali speranza e il Movimento Internazionalista dovette riformulare la propria strategia.

In queste condizioni evidentemente occorreva una organizzazione in grado di combattere una lunga e difficile lotta per la affermazione del comunismo in un tempo non definibile ma certamente non vicinissimo come ci si aspettava all’inizio degli anni venti.

In Russia si era affermata una rivoluzione, si era formato, pur con tutti i suoi limiti, uno stato socialista. Non si poteva certamente ignorarlo e nasceva del tutto spontaneo e innegabile che bisognava far riferimento ad essa, perchè essa aveva il compito storico di portare il comunismo in tutto il mondo.

Come nota anche Hobsbawm :


Nessuna esitazione turbò invece la prima generazione di quegli en­tusiasti che, abbagliati dal sole luminoso dell'Ottobre, dedicarono la loro esistenza alla Rivoluzione mondiale. Come i cristiani delle origi­ni, la maggior parte dei socialisti prima del 1914 credevano in una grande palingenesi apocalittica che avrebbe cancellato tutti i mali sociali e avreb­be instaurato una società senza più infelicità, oppressione, diseguaglianza e ingiustizia. Il marxismo offriva accanto alla speranza millenaristica, la garanzia di una dottrina che si proclamava scientifica e l'idea della inevitabilità storica; la Rivoluzione d'Ottobre offrì allora la prova che la palingenesi era iniziata”38
Si riteneva infatti che il movimento comunista mondiale poteva vincere solo se avesse avuto una solida unità. L’esperienza aveva mostrato come la storia del movimento proletario fosse costellata da continue incessanti divisioni e scissioni. Infatti, se gli ideali, le mete ultime erano nel complesso chiare, le strategie, le singole scelte erano sempre oggetto di orientamenti diversi e contrastanti. Il movimento cioè, unito negli ideali si divideva invece nelle scelte della strada da seguire. Ovviamente la divisione faceva il gioco dei nemici di classe che potevano quindi metter una contro l’altra le varie fazioni e paralizzarne l’ azione. Da tutto ciò nasceva l’esigenza che il movimento avesse una unita operativa a livello mondiale. Poichè il comunismo si era affermato solo nell’Unione Sovietica, ne derivava necessariamente che il centro doveva essere Mosca. In quella città vi erano rappresentanti di tutti i partiti comunisti del mondo. Le strategie venivano quindi elaborate a livello mondiale e l’internazionalismo proletario permetteva di superare i limiti nazionali per vedere i problemi a livello mondiale.

In questo contesto avveniva però che la preoccupazione della unità dl movimento prevalesse anche sulla denuncia di errori e di veri e propri crimini che si andavano compiendo in Russia ad opera di Stalin e del suo gruppo

Tutti i comunisti senza eccezione, vedevano in Stalin il comandante del disciplinato esercito del comunismo mondiale nella guerra globale, lo considerarono come leader e personificazione della Causa. Anche Togliatti non poteva non essere tra questi. Tuttavia egli pose sempre l’accento sull’URSS solo in quanto epicentro della lotta di classe su scala mondiale e principale nemico del capitalismo globale.

Ma d’altra parte oggettivamente l’unità del movimento era una “conditio sine qua non“ della sua efficacia. Bisognava lottare ma lottare uniti, la lotta politica non doveva uscire dal campo del comunismo :

Come giustamente osserva Gallerano:
“…il fatto che i contendenti cercarono, con diverso successo, di usare le stesse armi, presentandosi ora gli uni ora gli altri come i più coerenti interpreti dell 'IC. La stessa opposizione di Terracini, lucida e precisa nell' analisi, arretra di fronte alle regole profondamente introiettate del «centralismo democratico», per le quali è meglio aver torto nel partito che ragione contro di esso: quando verrà informato dei contatti e poi dell'impegno dei tre con l'opposizione trotskista, Terracini interromperà ogni rapporto con loro.

Un movimento che si divideva e si frazionava continuamente, come sempre era avvenuto nel movimento socialista, non aveva nessuna possibilità di affermarsi realmente abbattendo formidabili avversari come i movimenti nati nella grande crisi del dopoguerra e dalla egemonia della borghesia. “39

Lo Stato sovietico non era però soltanto una formazione gerarchica. Era anche una cultura politica che si presentava come un’entità basata sulla fine delle divisioni di classe e sull’unità politica e morale della società.

E questo comportava d’altra parte un gruppo rivoluzionario formato da persone decise, votate alla causa dei veri professionisti della rivoluzione

Come ricorda Hobsbawm :


E tuttavia ciò che Lenin e i bol­scevichi desideravano non era un movimento internazionale di sociali­sti che simpatizzassero con le idee della Rivoluzione d'Ottobre, ma un corpo di attivisti ferreamente impegnati e disciplinati, una specie di forza d'urto mondiale per la lotta rivoluzionaria. Ai partiti che non intende­vano adottare la struttura leninista venne rifiutata l' ammissione alla nuova Internazionale o, nel caso fossero già membri, vennero espulsi. Infatti, secondo i bolscevichi, l'Internazionale si sarebbe soltanto inde­bolita se avesse accettato al suo interno le quinte colonne dell'opportu­nismo e del riformismo”40
sulla fine delle divisioni di classe e sull’”unità politica e morale” della società. La contrapposizione tra questa raffigurazione pacificata del mondo sovietico e quella bellicista

del mondo capitalistico rispondeva a una logica di legittimazione interna: stabilire tramite il terrore un principio di “unità nazionale” quale mezzo estremo per riassorbire le tragedie della modernizzazione forzata e usare la leva della minaccia esterna come strumento di ricatto per consolidare lo Stato di polizia e mobilitare la società. Di conseguenza, il criterio dei “due mondi”, risalente alla dottrina del “socialismo in un solo paese”, dava vita a un’opposizione che non era più di natura metodologica e politica, ma organica. Stalin espresse il senso di questa evoluzione prima rivendicando l’eredità dello Stato imperiale russo e la sua difesa contro i “nemici del popolo”, nel pieno del Grande Terrore. Poi presentando, dopo la fine delle epurazioni, una revisione strumentale dell’ortodossia marxista che giustificava.41
Non è tuttavia facile discernere poi nei particolari il peso che Togliatti come ogni dirigente d’altronde ebbe nell’elaborare l’insieme della linea politica

Il problema è posto fra gli altri da Agosti e Brunelli :


Quale peso ebbero i rappresentanti del PCI negli organismi dirigenti del movimento comunista internazionale? È questa una domanda a cui è dif­ficile dare una risposta soddisfacente. Senza dubbio Togliatti, prima come membro del Presidium dell'Esecutivo fra il 1926 e il 1927 e poi soprattutto come membro del Segretariato dopo il 1934, fece parte del gruppo dirigente più ristretto del Comintern e in tale veste ebbe certamente un ruolo signi­ficativo nell'elaborazione collegiale della sua politica”42
Valutando nel suo complesso la politica sovietica fino al 1940 pur senza voler certamente giustificare gli estremi a cui giunse Stalin, bisogna pero pure ammettere che alla fine la sua politica non fu priva di successi come riconosce Hobsbawm:
Stalin, che dominò durante l'età del ferro dell'URSS, succeduta alla NEP, era un autocrate di eccezionale (taluni direbbero di incompara­bile) ferocia, spietatezza e mancanza di scrupoli. Pochi uomini hanno esercitato il terrore su scala così generale. E indubbio che se altri leader avessero diretto il Partito bolscevico, le sofferenze del popolo sovieti­co sarebbero state minori e il numero delle vittime più basso. Tuttavia qualunque politica di industrializzazione rapida nell'URSS, date le cir­costanze dell'epoca, non poteva non essere spietata e in certa misura anche coercitiva, visto che doveva imporsi contro la gran massa della popolazione, sottoponendola a gravi sacrifici. Era altrettanto inevita­bile che l'economia centralizzata e diretta, attraverso i cui piani si doveva pervenire all'obiettivo, fosse più simile a un'impresa militare che a una iniziativa economica. D'altro canto, come tutte le imprese militari che hanno un'autentica legittimità morale e popolare, anche l'industrializzazione massiccia dei primi piani quinquennali (1929-41) venne sostenuta dalle masse proprio in virtù del "sangue, della fatica, delle lacrime e del sudore” che impose loro. Come ben sapeva Churchill, il sacrificio ha in se stesso la capacità di motivare gli uomini.”43

Si deve aggiungere che in pochi altri regimi il popolo avrebbe potuto o voluto sopportare i sacrifici in­comparabili di questo sforzo bellico o anche solo i sacrifici degli anni '30. Tuttavia, anche se il sistema man­tenne i consumi della popolazione a un livello estremamente basso ­nel 1940 l' economia produceva appena poco più di un paio di scarpe per ogni abitante dell'URSS, esso garantiva ai cittadini il livello mi­nimo socialmente ammesso. Il sistema dava loro il lavoro, le pensioni e l'assistenza sanitaria; inoltre forniva il cibo, i vestiti e l'alloggio. I prezzi del cibo e dei vestiti e gli affitti delle case erano controllati dallo stato. Vigeva inoltre un'eguaglianza approssimativa, almeno fino alla morte di Stalin, quando il sistema delle ricompense e dei privilegi spe­ciali per i membri della nomenklatura divenne incontrollato. Con gene­rosità ben più grande, il sistema sovietico forniva istruzione. La tra­sformazione di un paese largamente analfabeta nella moderna URSS fu un risultato grandioso, con qualunque parametro lo si voglia giudicare.”44


Va inoltre tenuto presente l’apporto fondamentale che l’URSS di Stalin dette alla lotta al nazismo e quindi nella costruzione del mondo cosi come noi lo conosciamo e nel quale abbiamo vissuto.

Bocca in un articolo di commento al “ Libro nero del comunismo” osserva:


Così credo sia impossibile ignorare, nel giudizio globale sul comunismo, il fatto che senza l’Armata rossa e i milioni di morti sul campo di battaglia (che ne facciamo di questi: li sommiamo o li sottraiamo a quelli dell’orrore?) probabilmente non saremmo qui a scrivere o disputare di revisionismo, ma saremmo nel grande Reich millenario. Il fatto che il paese del comunismo abbia salvato l’Europa da una secolare notte nazista non cancella gli errori e le colpe del sistema, ma ci sembra che spieghi la necessità dei piani quinquennali per la creazione di un'industria e di un armamento pesanti che non saranno equiparabili alla libertà e alla giustizia, ma che le hanno rese possibili almeno da noi, e che in certo senso hanno reso possibile anche la caduta dei regimi comunisti. Il “Libro nero” è un documento attendibile, e ne sono convinti quanti a partire dall’Ottobre rosso hanno intuito e poi constatato le involuzioni del partito unico e del sistema autoritario. Ma che nel corso di una storia tragica, (non all’improvviso, con la scienza di poi) hanno cercato di evitarli o di correggerli, cosa assai difficile nella storia come dimostrano i genocidi delle conquiste spagnole e americane, le stragi indonesiane o indiane, gli eccidi sudamericani o quelli kenyani per mano degli irreprensibili soldati di Sua Maestà britannica. Il comunismo divorava vittime umane, ma accendeva anche speranze e movimenti di liberazione in ogni parte del mondo. Ecco perché a chi ha vissuto questi decenni di storia questo revisionismo in blocco, questi pentimenti tardivi, queste cancellazioni della propria storia, della propria vita appaiono fastidiose”.45

In conclusione, posto il problema in questi termini, non possiamo porre semplicisticamente, la vicenda di Togliatti come se si fosse di fronte a un astratto tribunale dei “diritti umani” giungendo a una criminalizzazione di Togliatti, dell’intero sistema del comunismo fra le due guerre. Gli uomini che allora costruivano il mondo si trovarono di fronte a un tragico dilemma, a una scelta di campo: Togliatti per le sue idee, per la sua personalità, per il suo progetto di vita non poteva che fare la scelta del comunismo . E quella infatti fece con tutte le conseguenze che in quel momento storico, in quei tragici avvenimenti questo comportava .

Come nota Renzo Martinelli :
Il ristretto nucleo dirigente che emerge in questo periodo……. è dunque

un senso dell'unità del partito superiore ai contrasti interni, e nello stesso tempo convinti dell'importanza di una disciplina ferrea nel rapporto con l'In­ternazionale. La selezione e il consolidamento di questo "centro" avviene in­fatti nell'ambito di una lotta politica in cui i motivi interni, relativi alla poli­tica del P CI in Italia, sono strettamente uniti a considerazioni piu ampie, con­nesse alla strategia generale del Comintern e alla necessità di mantenere con questo un saldo rapporto”46
E naturalmente in questo ambito i margini per un’azione autonoma che non rompesse l’unità del movimento erano ristrette e in qualche modo si rinunciava pure a una visione autonoma in nome di interessi superiori del movimento nel suo complesso. Illuminante a tale proposito le osservazioni di Agosti e Brunelli:
La ristrettezza dei mar­gini in cui potè esercitarsi una sua iniziativa autonoma è tuttavia testimo­niata in modo eloquente dallo svolgimento dei lavori della famosa commis­sione italiana del X Plenum, nel 1929, durante i quali i delegati italiani fu­rono sottoposti a un duro attacco da parte dei dirigenti dell'Internazionale. Quando Togliatti dichiarò esplicitamente in quella sede che il PCI avrebbe rinunciato, se il Comintern lo chiedeva, a riaffermare e a sviluppare la pro­pria visione originale dei problemi della rivoluzione italiana ("se fare questo è fare del"eccezione', non lo faremo più; ma, poichè non ci si può impedire di pensare, serberemo queste cose per noi e ci limiteremo a fare delle af­fermazioni generali) , egli non fece in fondo che prendere atto dei rapporti di forza che si erano ormai stabiliti fra la centrale internazionale e le se­zioni dopo la svolta della fine del 1928 e l'avvio della" stalinizzazione" del Comintern”47

Togliatti mostro sempre una grande spregiudicatezza in politica non esitando mai nel manipolare le linee politiche, secondo le opportunità del momento. Ad esempio il Seniga nota :


L 'abilità e la spregiudicatezza del segretario del- PCI, la sua capacità di assorbirei 'contrasti interni e di dis­solvere le opposizioni, la sua destrezza nell'intercam­biare le mutevoli e contraddittorie « linee " della poli­tica sovietica, la sua adattabilità - dolce come il miele e amaro come il fiele, molle come la cera e duro come ;i il marmo - alle varie situazioni, la sua arte nel vestire di motivi teorici e culturali gli espedienti della politica, gli hanno garantito, attraverso alterne vicende, la con­servazione del potere.” 48
Va sempre poi tenuto conto dell’importanza che aveva sempre il partito e come, senza di esso, in realtà si perdeva il rapporto con la effettiva realtà sociale

Come osserva Rossana Rossanda :


Come far capire che per noi il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere uguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un'illusione, un abbaglio, come ebbe a dire qualche tempo fa una mia amica. Ma una corposa illusione e un solido abbaglio, assai poco distinguibile da un'umana realtà»49

CAPITOLO QUINTO


LA SVOLTA DI SALERNO

Gli avvenimenti politici immediatamente seguenti il rientro in patria di Togliatti vengono universalmente riconosciuti come “svolta di Salerno”, anche se non possiamo dire che si trattasse effettivamente di una “svolta”: dovremmo piuttosto parlare della realizzazione di una linea politica gia elaborata.

L’avvenimento infatti non va visto come un fatto singolo, isolato,come una decisione personale di Togliatti, o come l’esecuzione diretta di un ordine di Stalin, ma va visto nella prospettiva generale del movimento comunista internazionale.

Viene quindi ad essere investito il discusso rapporto fra Togliatti e Stalin .

Una certa pubblicistica ha interpretato spesso infatti il rapporto come una semplice sudditanza di Togliatti al dittatore sovietico. In realtà bisogna vedere all’insieme del contesto storico.
Bisogna innanzi tutto ricordare che nulla era ritenuto più importante della unità del movimento comunista senza la quale ogni speranza di vittoria veniva a dissolversi..

In questa ottica pertanto la scelta di collaborare con i partiti borghesi, la cosi detta “svolta di Salerno” era in realtà una linea elaborata in modo comune anche perchè in effetti non vi era storicamente e concretamente altra possibilità data la situazione mondiale e il rapporto di forza che gli eserciti vittoriosi andavano instaurando nel mondo e in Europa. Non era certo possibile pensare di mettere in forse l’unità della coalizione antinazista in una guerra che seppure cominciava a delinearsi come vittoriosa tuttavia era ben lungi dall’essere conclusa.

Come giustamente osserva Bocca
“…… la più superflua delle querelles storiche: se la svolta di Salerno sia stata farina del sacco togliattiano o della diplomazia sovietica. Noi che abbiamo seguito il nostro passo a passo, sappiamo che la svolta di Salerno è tale solo per coloro che ignorano la storia del partito e dell'Internazionale dopo il VII Congresso. La via di uscita, di cui parla Togliatti, è per i comunisti una via obbli­gata: se sono stati per il fronte popolare nella guerra di Spagna, non possono essere che per il fronte nazionale in Italia dove le condizioni sono più favorevoli, mancando ogni pericolo a sini­stra e combattendosi una guerra di liberazione”.50
Possiamo dire che con la svolta di Salerno di Togliatti si viene ad affermare un gruppo dirigente che riesce a mediare fra le esigenze del movimento comunista internazionale e le esigenze proprio della nazione:

Nota a questo proposito il Martinelli:


si afferma, nella storia del PCI, un gruppo dirigente sostanzialmente omogeneo culturalmente e politicamente, capace di mettere in collegamento i due aspetti necessari dell'esistenza del partito da una parte il rapporto con I'URSS, dall'altra quello col paese. È attraverso gli sforzi per raggiungere e mantenere un equilibrio tra questi due versanti che si costituisce una tradizione di" capitani” e che questi raggiungono una precisa consapevolezza della propria storia e della propria funzione, facendo leva sull'analisi, via via più chiara e realistica, delle condizioni oggettive. È per questa via che il gruppo dirigente comunista perviene infine a colmare la" sfasatura originaria" caratteristica del PCI, squilibrio, cioè, tra ela­borazione teorica e azione politica concreta che si può ravvisare nelle sue vicende precedenti, per assolvere un ruolo decisivo nella storia d'Italia”51
Non si trattava di una svolta, ma della esecuzione di una linea politica. é vero tuttavia che per le difficoltà delle comunicazioni, dell’isolamento specie al nord occupato, risultava in effetti poco chiara ai militanti.

I concetti espressi da Togliatti erano stati anticipati proprio all’indomani del 8 settembre dai radiodiscorsi di Togliatti di cui riportiamo qualche brano



Dal radio discorso del 23 settembre 1943:
Il proclama del maresciallo Badoglio, nel quale si chiama tutto il popolo alla resistenza e alla lotta per cacciare i tedeschi dal sacro suolo dei nostro paese, ha fortemente contribuito a chiarire dappertutto l'atmosfera politica. Noi non siamo mai stati teneri verso il maresciallo Badoglio e abbiamo vivamente criticato la sua politica nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Mussolini. Lo abbiamo fatto perché eravamo profondamente convinti che in quel momento, nonostante che le truppe tedesche già fossero state introdotte sul nostro territorio dal traditore Mussolini, una politica energica di restaurazione di tutte le libertà democratiche e di annientamento del fascismo avrebbe centuplicato le energie della nazione e permesso di fronteggiare con ben altro successo la vile aggressione dei tedeschi. Verrà giorno in cui su questa questione esprimerà il suo giudizio, in libertà, il popolo intero. Verrà il giorno in cui tutte le responsabilità per la catastrofe spaventosa che oggi si abbatte sul nostro paese saranno messe in chiaro, e la nazione saprà trarre le necessarie conseguenze da questo processo di un passato di venti anni di schiavitù, di vergogna e di disastri. Oggi è il momento della lotta. Oggi il corpo della nostra patria è calpestato dallo stivale tedesco. Oggi le orde hitleriane infieriscono, in più di un terzo d'Italia, contro i nostri fratelli, le nostre donne, i nostri bambini, saccheggiano le nostre città, mettono a ferro e fuoco le nostre più belle regioni. Per chiunque ha mente e cuore di italiano, oggi non vi è che un dovere: lasciare ogni altra occupazione, cacciare ogni esitazione, distruggere in se stesso ogni debolezza, e impegnare contro i tedeschi e per la salvezza d'Italia una lotta a morte.

Il maresciallo Badoglio è il capo del governo legittimo del nostro paese. Egli è il capo legale e riconosciuto dell'esercito. Egli è l'uomo di fiducia delle classi dirigenti del paese. Questo vuol dire che quando Badoglio fa appello alla lotta popolare, di massa contro i tedeschi, quando egli chiama alla organizzazione della guerra di partigiani, e del sabotaggio di massa della macchina da guerra tedesca, non vi è più nessuno che possa rifiutarsi di adempiere questi doveri…………

Le forze armate, i loro quadri, le loro armi, i loro esplosivi, sono al servizio della guerra contro i tedeschi.

Le organizzazioni popolari, dai sindacati ai partiti politici sino alla associazione dei combattenti, hanno un solo dovere, quello di rendere tutte le forze nella lotta, con tutte le armi, per cacciare i tedeschi.

Unità di tutta la nazione per adempiere il sacro dovere dell'ora.

Tutti alle armi. Tutti alla lotta. Tutti, senza esitare, al sacrificio.

Lo richiede la patria. Lo esigono la nostra dignità, il nostro onore di italiani.

Quanto più completa e compatta sarà la nostra unità, tanto più pronta la nostra vittoria.

23 settembre 1943” 52


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