Palmiro togliatti editrice universitaria ceruso



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E ancora più chiaramente nel radiodiscorso il 26 novembre 1943


..L'Italia è stata il primo paese che ha spezzato il giogo della tirannide fascista. Il popolo italiano, gli ufficiali e i soldati, gli operai, i contadini, gli intellettuali democratici, i quali con la loro resistenza e avversione al fascismo, con la loro lotta aperta contro di esso e col loro sacrificio hanno contribuito a rovesciare il regime di Mussolini, hanno reso un grande servizio alla causa per cui sono scesi in campo le grandi nazioni democratiche e i popoli che amano la libertà. Essi hanno mostrato di comprendere per quale via deve mettersi l'Italia per cancellare completamente il disonore e i delitti del fascismo, restaurare l'onore della nazione e riconquistarle 1a fiducia di tutti i popoli. Essi hanno aperto all'Italia il cammino della sua redenzione.

Noi comprendiamo che la via da percorrere è ancora lunga e difficile. Come tutti gli altri popoli, il popolo italiano ha un interesse vitale a che la guerra contro la Germania hitleriana sia condotta con la più grande energia, per avvicinare il più che sia possibile il giorno della vittoria sul nemico comune. Ogni giorno che passa significa nuove infinite sofferenze dei nostri compatrioti che vivono nelle regioni occupate; nuove città devastate; nuovi ostaggi fucilati e patrioti impiccati, e la distruzione di ricchezze che richiederanno intere generazioni per essere ricostituite. Tutto questo impone a tutta la nazione uno sforzo unanime, continuo, ostinato, per condurre la guerra in modo efficace; per cacciare i tedeschi; per distruggere i fascisti traditori della patria. Il popolo italiano deve liberarsi da ogni leggerezza, da ogni passività criminale, da ogni esitazione. Deve gettarsi nel combattimento contro i nemici del suo paese, senza lesinare gli sforzi né misurare i sacrifici. Solo cosi potranno essere salvate la patria e la libertà.

È ancora presto per pensare oggi concretamente a quella che sarà l'Italia che vogliamo ricostruire dopo la distruzione completa del fascismo, e la cacciata e la distruzione degli invasori tedeschi. Quello che possiamo dire, che, anzi, siamo in dovere di proclamare sin d'ora, e che sarebbe assurdo -in un paese il quale ha fatto la tragica esperienza di vent'anni di fascismo, il quale esce da questa tappa dolorosa sfinito, devastato, lacerato, con una parte considerevole del popolo che deve in gran parte rifare la sua educazione politica- sarebbe assurdo, dico, in questa situazione del nostro paese, pensare al governo d'un solo partito o al dominio d'una sola classe. L'unità e la stretta collaborazione di tutte le forze democratiche popolari dovranno essere l'asse della politica italiana; la base su cui verrà costruito un vero regime democratico, che distrugga le radici del fascismo e dia alla nazione delle garanzie serie contro ogni possibile ripetizione della tragica avventura che è costata all'Italia il suo benessere, la sua libertà, la sua indipendenza e il suo onore. Ma questo non vuol dire che nella vita del paese non debbano essere operate profonde riforme.53

Viene ancora più chiaramente messo in risalto che PRIMA viene la guerra al nazismo e al fascismo e che solo DOPO si penserà all’assetto politico e istituzionale. Quindi in realtà non ci sembra che si possa parlare di una vera svolta se non nel senso che ha messo di fronte alla realtà i molti che la realtà non l’avevano ancora percepita chiaramente. La svolta di Salerno è un avvenimento comunque, che ha un posto centrale nella storia del nostro paese e del movimento comunista nazionale e internazionale in quanto condizionò profondamente tutto il seguito degli avvenimenti.


Vediamo innanzi tutto il contesto del momento politico. La caduta del Fascismo del 25 luglio e l’armistizio del 8 settembre avevano creato per un momento la illusione che il Fascismo fosse definitivamente uscito di scena e che la guerra fosse finita. In realtà però la guerra durò ancora quasi altri due lunghi, anzi lunghissimi anni e il Fascismo in qualche modo si riorganizzò, sia pure solo sotto il controllo più o meno diretto della Germania nazista (Repubblica di Salò). In questa situazione i partiti della sinistra in effetti non ebbero immediatamente una linea di azione sicura e chiara in quanto, mentre non si metteva in dubbio la lotta antifascista, si oscillava fra una posizione di collaborazione con le altre forze ( fra cui soprattutto la monarchia) e il rifiuto di ogni collusione nella aspettativa di completare la lotta antifascista come una rivoluzione comunista. Negli ambienti della sinistra era comunque molto diffusa la aspettativa che la caduta del fascismo avrebbe comportato anche la caduta del potere della borghesia e la instaurazione di uno stato socialista o per lo meno fortemente orientato verso il socialismo:

Nota Giuseppe Vacca :


Ma, per conquistare una condizione meno svantaggiosa, l’Italia, pensava Togliatti, avrebbe dovuto partire dall’accettazione della sua situazione:era un paese vinto, corresponsabile dello scatenamento della guerra, aggressore della Francia, della Grecia, della Jugoslavia edell’Unione sovietica. L’unica possibilità di migliorare la propria condizione consisteva quindi nello sviluppo della guerra di liberazione e

nel contributo che essa avrebbe potuto dare alle potenze alleate accellerando la sconfitta di Hitler. …..La consapevolezza che dalla guerra sarebbe scaturita una dimensione del tutto nuova delle “grandi potenze”, rendeva evidente che l’Italia non avrebbe potuto più ambire ad essere una di loro. Avrebbe dovuto battersi, invece, per un nuovo assetto europeo, basato sull’indipendenza nazionale e la cooperazione internazionale fra tutti i popoli.54
L’arrivo di Togliatti (aprile 1944) che aveva ben chiari i termini della questione e del rapporto di forze non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello internazionale, risolse chiaramente il dilemma nel senso della collaborazione con le altre forze antifasciste, ponendo così anche le basi della partecipazione piena dei comunisti e della sinistra in generale nel processo della formazione della stato democratico e nella elaborazione della Costituzione nella quale poi tutti gli italiani hanno finito con il riconoscersi.

Non fu semplice per Togliatti, anche materialmente tornare in Italia. Dovette avere naturalmente il benestare del governo Badoglio ( che fu alquanto riluttante) e degli alleati. Solo il 18 febbraio del 44 Togliatti riuscì a partire da Mosca e solo il 28 marzo riuscì ad arrivare a Napoli via mare da Algeri dove era giunto con vari scali aerei passando da Baku, Teheran e Il Cairo.

Va notato che Togliatti formalmente non era il segretario del partito comunista italiano anche se tale era considerato da tutti i compagni

Come giustamente osserva Renzo Martinelli :


Togliatti è ormai considerato a pieno titolo il capo del partito, anche se non lo trovere­mo negli organi dirigenti successivi a quelli eletti al Congresso di Colonia: un capo del partito, che parla però anche a nome dell'Internazionale. Una doppia autorità, in un certo senso, che non può non pesare sul lavoro del centro estero di cui Grieco è ora il responsabile politico. Che Ercoli resti il n. 1 del PCI nessuno degli altri dirigenti mette in dubbio. Il riconoscimen­to è addirittura sancito in saluti ufficiali, non senza qualche accento adula­torio.

Dopo il 1934, quindi, e in sostanza sino al ritorno di Togliatti in Italia, si verifica una situazione assai peculiare, nella quale Ercoli rimane il piu autorevole membro del gruppo dirigente del PCI, pur senza far parte degli organi del partito. Si può osservare che questo distacco di Togliatti ha pro­babilmente giovato al PCI, le cui sorti egli ha potuto seguire senza rima­nere personalmente coinvolto nelle travagliate e complesse vicende che cul­mineranno nello scioglimento del CC deciso dal Comintern nel 1938.55

Infatti Il “compagno Ercoli”, come era maggiormente conosciuto, fu ricevuto con grande calore anche se con non poca sorpresa dai compagni: vi sono colorite testimonianze di questo incontro improvviso.

Ecco come lo racconta Spriano:
Già da molte ore, anche prima di arrivare in vista delle coste,vide una enorme massa di fumo che si addensava sul mare per decine di miglia e annunciava l'Italia e il Vesuvio. [...]Una pioggia di cenere sottile copriva i campi e le strade. [...] Il volto della patria, di nuovo raggiunto dopo diciott'anni d'esilio, aveva qualcosa di apocalittico.

E « apocalittico » gli appare anche l' aspetto di Napoli, provata dalla guerra: la città gli si presenta come malata «per un cui si mescolavano la stanchezza, l'affanno per il presente e per ricerca ansiosa del necessario per vivere, da ottenersi ad ogni costo e sentiva che l'Italia, come società organizzata, non c'era più,….
È notte quando Ercoli si presenta alla sede della federazione del PCI e si fa riconoscere dai compagni che vi si trovano Cacciapuoti, Maglietta, Valenzi. Indossa sotto la giacca un maglione a strisce orizzontali che campeggia nei ricordi di tutti quelli che lo incontrano nei primi giorni; nel suo accento si mescolano piemontese e le cadenze del russo. Ricorda Cacciapuoti:
Lo portammo nel salone per fargli ammirare l'esposizione dei nostre parole d'ordine che c'erano al muro. Aspettavamo un “bravi compagni “ ma Togliatti cambiò espressione, fece la faccia un po' scura, e muoveva la testa da un lato all'altro come fanno i bulgari per dire sì [...]. Ci volle far capire che per lui quei manifesti e quelle parole d'ordine erano sbagliati

Per quella sera il discorso finisce lì: Togliatti viene sistemato in quella che sarà la sua casa a Napoli, un appartamentino in un palazzo di via Broggia”56
Togliatti evidentemente si rende conto già a primo colpo d’occhio che la condotta politica è inadeguata, non all’altezza della situazione.

Ad esempio a Napoli le tessere del partito erano date con grande attenzione e difficoltà dopo una specie di esame personale. Il risultato era che vi erano solo 12.000 iscritti : Togliatti dispose allora che le tessere fossero distribuite in tutte le sezioni e senza particolari difficoltà: il consenso popolare e un partito di massa non si puo costruire respingendo chi vuole partecipare.

Togliatti elabora e chiarisce la linea politica: esiste in Italia un potere senza autorità ( il governo del re) e d’altra parte una autorità senza potere ( i partiti popolari e antifascisti). Logicamente non resta che unire le due parti. Per il momento occorre quindi la collaborazione di tutti, a guerra finita poi si penserà all’assetto istituzionale e politico.

Togliatti Illustra la sua linea al congresso del Partito del 30 e 31 marzo nelle cui conclusioni si legge che:


“… il PCI propone di liquidare la presente situazione di disordine e di confusione,

I) mantenendo intatta e consolidando l'unità del fronte delle forze democrati­che e liberali antifasciste;

2) assicurando formalmente il paese che il problema istituzionale verrà risolto liberamente da tutta la nazione, attraverso la convocazione di una Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, diretto e segreto, subito dopo la fine della guerra;

3) creando un nuovo governo di carattere transitorio ma forte e autorevole per l'adesione dei grandi partiti di massa; un governo capace di organizzare un vero e grande sforzo di guerra in tutto il paese e in primo luogo di creare un esercito italiano forte che si batta sul serio contro i tedeschi; un governo capace, con l'aiuto delle grandi potenze democratiche alleate, di prendere delle misure urgenti per alleviare le sofferenze delle masse e far fronte con efficacia ai tentativi di rinascita della reazione;

4) assicurando a tutti gli italiani, qualunque sia la loro convinzione o fede poli­tica, sociale, religiosa, che la nostra lotta è diretta a liberare il paese dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe nazionale, ma che nel fronte della nazione c'è posto per tutti coloro che vo­gliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani avranno la possibilità di difendere davanti al popolo le loro posizioni “.57

Gli stessi concetti sono poi ribaditi nella intervista all’unita pubblicata il 2 aprile.


Togliatti, divulgando gli stessi concetti della risoluzione, rivolge un discorso piu diretto ai comunisti. Dice loro che rimanere spettatori piu o meno indifferenti della guerra non sarebbe solo un errore, bensì un delitto, perché dall'esito della guerra e dal contributo che daremo ad essa dipende tutto il nostro destino, il destino degli operai, dei contadini, dei giovani, degli intellettuali, in una parola il destino di tutta la nazione italiana... È il partito comunista, è la classe ope­raia che deve impugnare la bandiera della difesa degli interessi nazionali che il fa­scismo e i gruppi che gli dettero il potere hanno tradito. “58
Si prendono quindi contatti con i leader delle altre forze, ed i comunisti con Togliatti entrano nel governo Badoglio. Il giuramento avviene nelle mani del re il 21 aprile 1944 in una villa di Ravello. Il governo avrà vita piuttosto breve e sarà poi sostituito il 18 giugno 1944 all’indomani della liberazione di Roma da un nuovo governo a guida di Bonomi.

In ogni cosa si può osservare che da quella scelta nacque una politica che per forza di cose divenne sempre più indipendente da Mosca ma questo è un altro discorso.


Accenniamo ora a una importante questione ampiamente dibattuta all’interno del movimento comunista in tutti questi anni e che ci pare quella veramente importante e sostanziale: Togliatti, o meglio la dirigenza comunista, con la “svolta di Salerno” si sono mossi verso gli interessi reali del proletariato nazionale e internazionale o è stata esso un errore, o peggio ancora un tradimento della sua politica? In effetti il problema è importante nell’ottica interna del comunismo perchè alcuni pensano che la svolta di Salerno abbia colpito a morte la rivoluzione comunista molto più di quanto abbiano fatto i governi borghesi o magari lo stesso fascismo.

Ma c’erano realmente le condizioni reali ed effettive di una presa del potere del comunismo in Italia? Storicamente non si può che rispondere negativamente al di la di ogni ragionevole dubbio. In pratica il mondo fu diviso in sfere di influenze e l’italia si trovò in quella di influenza del mondo” borghese e capitalistico” guidato dagli USA, aveva inizio la cosiddetta “guerra fredda”: ma a parte il contesto internazionale, in realtà in Italia il comunismo non era poi affatto radicato se non in piccoli gruppi attivi intellettuali e operai. La maggior parte della popolazione risentiva dell’influenza della lunga dittatura fascista che aveva dipinto il comunismo come il male radicale. Vi era una Chiesa cattolica potentissima, specialmente nel ceto agricolo, attivamente e decisamente avversa la comunismo. Vi era un apparato dello stato pur esso per tradizione fortemente anticomunista . Pensare che i partigiani (quelli comunisti, non tutti lo erano ) avrebbero potuto cacciare via i potenti eserciti alleati vincitori della Germani nazista può essere un atto di fede nel comunismo ma certamente è ben lontano da ogni senso di realtà. Certamente non vi era altra soluzione che quella prospettata da Togliatti. Possiamo dire che questo è uno dei rari punti su cui gli storici di ogni tendenza concordano pienamente. Ma vogliamo anche fare notare che questa soluzione non mancava di appoggi nella stessa storia del comunismo italiano

Già Gramsci aveva ampiamente mostrato nelle sue riflessioni come la rivoluzione in Italia e nell’Occidente in generale, non potesse percorrere le identiche strade della Rivoluzione di Ottobre in Russia. Non vi era nel nostro paese un ”Palazzo di inverno” da assaltare perché, diversamente che in Russia, non vi era un centro unico del potere. L’instaurazione di una società comunista passava invece attraverso la “ egemonia culturale”, l’ alleanza dei contadini e degli operai, riallacciandosi cosi alle esigenze democratiche del Risorgimento nazionale.

Ed infatti noi troviamo gli stessi concetti ovviamente semplificati e adattati alla situazione nel rapporto di Togliatti ai quadri comunisti napoletani :


Noi siamo il partito della classe operaia e non rinneghiamo, non rinnegheremo mai, questa nostra qualità. Ma, la classe operaia non è stata mai estranea agli interessi della nazione. Guardate al passato, ricordatevi come agli inizi del Risorgimento nazionale, quando esistevano soltanto piccoli gruppi di operai distaccati gli uni dagli altri e ancora privi di una profonda coscienza di classe e di una ricca esperienza politica, questi gruppi dettero i combattenti più eroici per le lotte di masse, che si svolsero nelle città e nelle campagne, per liberare il paese dal predominio straniero. Operai e artigiani furono il nerbo dei combattenti delle Cinque giornate di Milano. Furono gli operai, insieme coi migliori rappresentanti dell'intellettualità, l'anima della resistenza degli ultimi baluardi della libertà italiana nell'anno successivo. Operai e artigiani troviamo nelle legioni di Garibaldi; li troviamo dappertutto dove ci si batte e si muore per la libertà e per l'indipendenza del paese.
Noi rivendichiamo queste tradizioni della classe operaia italiana. Noi rivendichiamo le tradizioni del socialismo italiano, di questo grande movimento di masse operaie e di popolo, che irrompendo sulla scena politica, reclamando il riconoscimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori, chiedendo che fosse assicurato al popolo il posto che gli spetta nella direzione del paese, ha adempiuto una grande funzione nazionale di risanamento, di ravvivamento e rinnovamento di tutta la vita italiana. Oggi che il problema dell'unità, della libertà e dell'indipendenza d'Italia e di nuovo in giuoco; oggi che i gruppi dirigenti reazionari hanno fatto fallimento, perché la storia stessa ha dimostrato che la loro politica di rapina imperialista e di guerra non poteva portare l'Italia altro che ad una catastrofe; oggi la classe operaia si fa avanti, col suo passo sicuro, e conscia di tutti i suoi doveri rivendica il proprio diritto, come dirigente di tutto il popolo, di dare la sua impronta a tutta la vita della nazione.
La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra; liquidando per sempre la ideologia da criminali del fascismo e i suoi piani funesti di brigantaggio imperialista, tagliando tutte le radici della tirannide mussoliniana noi daremo alla vita della nazione un contenuto nuovo, che corrisponda ai bisogni, agli interessi, alle aspirazioni delle masse del popolo.
Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla testa del combattimento per la liberazione d'Italia dall'invasione tedesca, noi siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario. Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione, sempre li difesero, tanto contro l'aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi reazionari che li calpestavano. Siamo nella linea del grande Lenin, il quale affermava di sentire in sé l'orgoglio del russo, rivendicava al proprio partito di continuare tutte le tradizioni del pensiero liberale e democratico russo e fu il fondatore di quello Stato sovietico, che ha dato ai popoli della Russia una nuova, più elevata coscienza nazionale. Noi siamo nella linea del compagno Dimitrov, il quale a Lipsia, davanti ai giudici fascisti, rivendicò con una fierezza che destò l'ammirazione di tutto il mondo la propria qualità di figlio del popolo bulgaro; rivendicò a sé le tradizioni e si presentò come il continuatore di tutte le lotte del popolo bulgaro contro i suoi oppressori. Noi siamo nella linea del pensiero e dell'azione di Stalin, di quest'uomo il quale ha saputo sulla base delle conquiste della grande Rivoluzione socialista di ottobre, sulla base delle realizzazioni di più di venti anni di edificazione socialista, realizzare l'unità di tutto il popolo, di tutte le nazioni che sono nel territorio dell'Unione Sovietica nella lotta sacra contro l'invasore, e per schiacciare definitivamente l'hitlerismo e il fascismo. Noi siamo sulla via che ci hanno tracciato questi nostri grandi maestri………
Lo so, compagni, che oggi non si pone agli operai italiani il problema di fare ciò che è stato fatto in Russia. La classe operaia italiana deve oggi riuscire, attraverso la propria azione e la propria lotta, a risolvere le gravi, terribili questioni del momento attuale. Essa ha il compito di dire una parola, di dare una direttiva, la quale indichi a tutto il paese la via per uscire dalla catastrofe cui è stato trascinato. Guai se noi oggi non comprendessimo questo compito o lo respingessimo. Guai se la classe operaia, oggi, non adempisse a questa sua funzione nazionale. Guai se gli elementi più decisi della classe operaia si lasciassero isolare. Guai se le forze democratiche si lasciassero dividere. Assisteremmo immediatamente, non solo al risorgere, ma al trionfo delle vecchie forze reazionarie; al prevalere delle istituzioni, delle formazioni politiche e degli uomini che sono responsabili di averci portato nella situazione attuale. Compagni, quell'Italia noi vogliamo che non risorga. Vogliamo una Italia democratica, ma vogliamo una democrazia forte, la quale annienti tutti i residui del fascismo e non lasci risorgere niente che lo riproduca o che gli rassomigli. Come partito comunista, come partito della classe operaia, reclamiamo arditamente il nostro diritto a partecipare alla costruzione di questa nuova Italia, coscienti del fatto che se noi non reclamassimo questo diritto e non fossimo in grado di adempiere, oggi e nel futuro, questa funzione, l'Italia non potrebbe venire ricostruita, e gravi sarebbero le prospettive per il nostro paese. Nel combattimento durissimo per liberarci, oggi, dall'invasione straniera e iniziare e condurre sollecitamente, non appena sia possibile, la ricostruzione, noi chiamiamo ad unirsi, nel fronte delle forze democratiche, antifasciste e nazionali, tutti gli italiani onesti, tutti coloro che soffrono della situazione a cui è stata portata l'Italia, tutti quelli che vogliono vedere finita rapidamente questa situazione. Per questo, compagni, la nostra politica è una politica nazionale ed una politica di unità.”
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La scelta quindi di non precipitare l’Italia nella rivoluzione violenta ( la cosi detta “svolta di Salerno” ) risponde quindi soprattutto a una scelta strategica e politica di largo respiro che vedeva la instaurazione del comunismo come il risultato di una ampio e profondo processo civile e culturale. Tutto ciò a prescindere dal fatto che in realtà in Italia non vi erano rapporti di forza tali che potessero far prevedere un esito felice della rivoluzione : ciò apparve ancora più chiaro negli avvenimenti susseguenti l’attentato di Pallante.

D’altronde con la svolta di Salerno si è operato poi quelle scelte e quelle strutture che hanno retto poi il partito in modo duraturo ed efficace per tutta la durata della sua esistenza:

Si fonde innanzi tutto il carattere i mediazione fra ideologia rivoluzionaria e linea politica legalista

Come nota Massimo Ilardi infatti:


Si può dire, a questo punto, che la struttura organizzativa è stata determinata, nel caso del PCI, dalla sua funzione di mediazione politica tra una ideologia rivoluzionaria e una linea politica socialdemocratica. Per que­sto essa avrà sempre un impianto valutativo e prescrittivo, e una grande stabilità e autonomia dentro il partito. È proprio l'uniformità e la rigi­dità della struttura delle sue istanze e il rispetto delle norme e delle procedure a collocarla in una ideale via di mezzo nella quale può dispiegarsi l'estrema adattabilità dei suoi meccanismi alle esigenze della ideologia e della direzione politica”60


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