Palmiro togliatti editrice universitaria ceruso



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magistrati e impedita dalla polizia Sono stati avanzati dubbi , ma una ricerca di prove non è stata possibile.70
In tempi recenti si riparlato della presenza di qualche burattinaio nascosto:

il 12 febbraio 2003,il quotidiano “ Repubblica” riporta l’attenzione sui quei fatti presentando alcuni nuovi documenti in un articolo intitolato “Quando l’O.S.S. spiava Togliatti”:


Dalle carte dei servizi americani (Office of Strategic Services) ripescati a College Park, escono le paure di una potenza che subito dopo la guerra teme una rivoluzione bolscevica in Italia. Togliatti viene spiato, seguito in ogni sua mossa da qualcuno che gli sta molto vicino.”71
Ogni sua abitudine viene minuziosamente annotata, perfino la sua tendenza a bere quasi due litri di vino al giorno senza risentirne affatto. La spia continua a inviare informazioni anche dopo l’attentato del 1948, ma, a tutto oggi, quelle stesse prove documentali non ci permettono di affermare il coinvolgimento diretto degli americani.

Partendo da queste ipotesi, Lecis, giornalista della Gazzetta di Reggio, e in gioventù segretario della Fgci sassarese, recentemente ha pubblicato un romanzo dal titolo”Togliatti deve morire”72

Protagonista della vicenda è Antonio Sanna, funzionario del Pci, che viene a sapere delle trame americane e si attiva per proteggere il compagno Ercoli (alias Togliatti), non riuscendoci

Si tratta pero di una opera di narrativa e non di un saggio storico, che riporti documenti attendibili

Comunque anche se sono rimaste alcune zone d’ombra si è comunemente convinti che non si trattò di un complotto, ma del gesto di un estremista, pare non molto equilibrato. Tuttavia l’opinione pubblica non poteva sapere con certezza che si trattasse semplicemente di un gesto clamoroso, gravissimo, ma comunque isolato e si pensò da parte di molti al complotto, alla preparazione di un colpo di stato autoritario. Soprattutto si accusarono i partiti borghesi di aver creato un clima di violenta demonizzazione dei comunisti, presentati come il male, come “quelli che mangiano i bambini” come si disse poi ironicamente.

I Ferrara chiaramente rievocano il clima nel quale esso si attuo:


L 'attentato del I4 luglio non si comprende se non nel clima creato ad arte dai clericali, e in particolare da De Gasperi, per le elezioni del I8 aprile. Vi erano, certamente, esaltati e più fascisti in giro nella Napoli del I944, a Roma del '45 e del '46, quando i dirigenti comu­nisti ripresero a circolare Sotto gli occhi di tutti , libe­ramente; non si era però ripreso, allora, l'incitamento fanatico alla messa al bando dei comunisti dalla vita politica, ma si era ripresa la odiosa agitazione di menzogne e di calunnie che è il marchio immondo del­l’anticomunismo. “73

Si additò come mandante morale una certa stampa fra le quali faceva spicco un articolo di un esponente socialdemocratico, Carlo Andreoni che scriveva sull’Umanità. Come racconta Bocca :

Per quanto ci riguarda, dinanzi a queste prospettive e alla iattanza con la quale il russo Togliatti parla di rivolta, ci limitiamo a esprimere l'augurio, e più che l'augurio la certezza, che se quelle ore tragiche dovessero veramente suonare per il nostro popolo, prima che i comunisti possano consumare per intiero il loro tradimento, prima che armate straniere possano giungere sul nostro suolo per conferire ad essi il miserabile potere di Quisling al quale aspirano, il governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il co­raggio, l'energia, la decisione sufficiente per inchiodare al mu­ro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchio­darveli non solo metaforicamente”74
E quell’infelice “non metaforicamente “, sembrò proprio un incitamento all’assassinio, tanto che qualche testimone (non confermato per la verità) riferì che Togliatti colpito, avrebbe pronunciato subito il nome di Andreoni, cogliendo il nesso diretto fra l’articolo e l’attentato.

Anche in parlamento Terracini affermò:


Stamane a Piazza Montecitorio una figura scialba, stri­sciando, si è posta all'agguato. In lei - ed ancora ne ignoriamo i lineamenti - confluivano i più tristi perso­naggi della politica italiana di questi ultimi mesi: la frenetica campagna anti-comunista di cui sui banchi di­versi dai nostri non c'è nessuno che possa dichiararsi non responsabile; l'istigazione specifica a colpire gli uomini nostri, svolta di giorno in giorno, fino alle for­me più esasperate e frenetiche; e quella menzognera agitazione di stampa per la quale questa mattina ho ado­perato termini brucianti che mi rammarico oggi di non avere reso più brucianti ancora.

Tutto ciò si annidava nella scialba figura salita stamane agli onori della nostra cronaca politica e che forse qual­cuno già pensa di elevare domani a più alti onori.”75
Appena la notizia si diffuse in tutta Italia esplose uno sciopero generale con molte occupazioni delle fabbriche, repressioni e scontri sanguinosi che portarono complessivamente a 16 vittime fra manifestanti e forze dell’ordine.

La manifestazioni furono spontanee, non vi fu nessuna preparazione (che non poteva naturalmente esserci per l’imprevedibilità dell’avvenimento), ne tanto meno un piano insurrezionale. Ciò non toglie però che in molta parte dei manifestanti fosse diffusa la convinzione che fosse venuto il “gran momento” della Rivoluzione, dello sciopero generale come momento iniziale dell’insurrezione definitiva.

La lotta partigiana era terminata da poco, ed era diffusa l’idea che doveva essere seguita da una seconda fase nella quale il proletariato avrebbe preso il potere sottraendolo ai moderati che del fascismo erano considerati come una emanazione, una continuazione.

Se la insurrezione tuttavia non si ebbe e in tre giorni l’ordine pubblico torno alla normalità o quasi, il merito (o la colpa, dipende dal punto di vista ) fu essenzialmente della dirigenza comunista stretta intorno a Togliatti.

Togliatti stesso infatti appena fu in grado di farlo pronunciò parole rassicuranti e invitò tutti alla calma e alla moderazione.

Come racconta Bocca:


Entrano nella stanza del ferito, che è lo studio del professore Valdoni, Longo, Secchia, Scoccimarro e Caprara. Già a Montecitorio il leader ha raccomandato a Scoccimarro: «State calmi; non perdete la testa»,” e ora ripete: «Calma, mi raccomando, calma, non facciamo sciocchezze». Poi chiede notizie delll'attentatore, ma se ne sa ben poco: è un siciliano, pare di idee fascistoidi.”76

Alla testa dei più decisi all’insurrezione appaiono personaggi che erano stati gli emarginati dal partito, proprio per il loro estremismo. I dirigenti del Partito invece sostengono vigorosamente la protesta, si chiedono anche le dimissioni del governo De Gasperi ma sostanzialmente impediscono che lo sciopero generale degeneri in vera e propria insurrezione.

Per questo non sono mancate le accuse secondo le quali, agendo in questo modo, la dirigenza comunista di Togliatti ha in effetti impedito la Rivoluzione, ha spezzato lo slancio rivoluzionario delle masse, non ha avuto fiducia in esso e ha di fatto allontanato definitivamente l’Italia dal comunismo marxista, consegnandola quindi ai partiti borghesi.

Si è spesso sostenuto che non era del tutto impossibile che una rivoluzione comunista in Italia avrebbe avuto successo

Scrive ad esempio Galli :
A questo punto si deve tener conto della situazione internazionale di allora, estremamente tesa soprattutto a causa del blocco sovietico di Berlino. È lecito chiedersi , il colpo di stato di Praga e dopo la prova di forza in Germania , un tentativo comunista di impadronirsi in Italia non

avrebbe provocato un intervento a del tipo di quello attuato due anni dopo in Corea.

È certo che, dopo l'enunciazione di quella che fu detta la dottrina Truman, gli Stati Uniti intendevano opporsi ad ogni espansione dell'influenza sovietica. Ma fin dove questa intenzione potesse spingersi in rapporto a che era allora il potenziale militare americano, è difficile dire. Solo un calcolo approssimativo delle truppe , statunitensi di pronto impiego in Europa nell'estate del 1948 può fornire un primo elemento di giudizio; a quanto si sa ufficialmente, non sembra che il comando americano potesse contare su più di un paio di divisioni di immediato impiego; è dubbio che con la situazione esistente in Germania queste truppe avrebbero potuto esser spedite immediatamente in Italia”77
In realtà ad un esame obbiettivo non si può non concordare che in quelle condizioni, in quel contesto storico, la rivoluzione sarebbe stata una catastrofe per il movimento comunista e in generale per le classi lavoratrici.

Innanzi tutto va tenuto presente il contesto internazionale. Di fatto alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia era ricaduta nell’ambito della sfera di influenza degli americani che certamente non avrebbero permesso l’instaurarsi di un regime comunista in Italia.

Realisticamente i rappresentanti dell’Unione Sovietica fecero presente che non avrebbero potuto intervenire per sostenere la rivoluzione, né d’altra parte questo avrebbe potuto avvenire senza scatenare un guerra grande e generale dagli esiti incerti ma certamente disastrosi per l’intera umanità.

Certamente ci furono dunque scioperi e manifestazioni spontanee:

Vivacemente descrivono i Ferrara:
Dappertutto, subito, si sospese il lavoro, si fermarono i trasporti pubblici, si calarono le saracinesche dei ne­gozi, la gente si precipitò nelle vie, imprecando all'as­sassino, al governo democristiano, a Scelba. Attorno a Montecitorio incominciò il conflitto con la Celere , che cercava di sciogliere gli assembramenti, ma non poteva muoversi, sotto la fitta sassaiola, assalita da grida una­nimi di esecrazione. Dalla Camera e dal Senato, tutto il mondo politico si affollò attorno alla sala dove Val­doni stava operando, riempì le scale, i corridoi, le anti­camere. In un angolo era anche De Gasperi; pallido, tremante. Una popolana lo vide e gridò: «Eccolo! il capo degli assassini! ».

II movimento si estese a tutto il Paese! con la rapi­dità della folgore. La radio dette la notizia e di colpo tutta l'Italia fu in sciopero. I treni si fermarono in mezzo alla

campagna e il popolo scese nelle piazze.”78
Ma anche se vediamo al contesto nazionale dobbiamo notare che solo una parte della nazione minoritaria avrebbe seguito la spinta rivoluzionaria.

Gli scioperi e le manifestazioni infatti si diffusero, ma a macchia di leopardo, più nella città e meno nelle campagne, più a nord e meno a sud dove mancava la tradizione della lotta partigiana di cui la spinta rivoluzionaria appariva come un prosieguo. Come dimostra il Tobagi esaminando le relazioni dei prefetti e degli organi di polizia:


È vero, e risulta chiaramente dai rapporti dei prefetti, che c'è l'Italia che sciopera ed è una parte forte, numerosa, politicamente cosciente e concentrata, quasi sempre, nelle zone più industrializ­zate. Ma questa realtà è ben lungi dal coprire l'intero spettro della società.

C'è una «seconda Italia » che pure emerge dai telegrammi dei prefetti: è l’ Italia che non sciopera vuoi per indifferenza, vuoi per convinzione politica; e sono milioni di persone, quasi intere regioni, dalle Tre Venezie ad ampie zone del Sud, che non scendono in piazza, però costituiscono quel poten­ziale di riserva, che ha garantito alla Democrazia cristiana il trionfo del 18 aprile.”79
Inoltre va tenuto presente che oltre all’Italia che manifesta non vi era solo un altra Italia che restava in disparte o perchè sostenitrice dei partiti borghesi e più semplicemente perchè scarsamente interessata alla politica, o timorosa di una ripresa dei conflitti armati dopo anni di disastri e di guerra. Vi era infatti una terza Italia composta all’apparato burocratico dello stato, dalle forze di polizia , dall’esercito, che restava nel complesso ostile alla rivoluzione in modo attivo e convinta. Come osserva infatti il Tobagi:
E questa « seconda Italia» (che non sciopera) non è isolata; anzi, è strettamente collegata ad una « terza Italia », l' « Italia del­l' ordine pubblico » , dai prefetti fino al carabiniere del più sperduto paesino di campagna. Anche questa Italia fa sentire il suo peso sociale e politico: non si limita a

una gestione meramente difensiva, è convinta di bat­tersi per una causa che sente giusta; e perciò interviene con la stessa, durissima decisione per rimuovere un blocco stradale come per garantire la libertà di lavoro.”80
In queste condizione evidentemente la rivoluzione sarebbe andata incontro al fallimento e per effetto di esso i comunisti sarebbero state esclusi dalla vita politica per un periodo lunghissimo, non precisabile ma , diciamo, almeno per una generazione.

I dirigenti comunisti quindici mossero decisamente sulla strada di evitare tragici risultati:



Come osserva Ginsborg
I dirigenti comunisti intervennero dovunque rapidamente per evitare quello che ritenevano sarebbe stato un tragico errore. Già il 16 luglio erano faticosamente al lavoro cercando di convincere i propri militanti a levare i blocchi stradali, smantellare le barricate, rilasciare gli ostaggi e tornare al lavoro. Il 18, De Gasperi ripartì all’offensiva. Un’ondata di repressione si abbatté in tutte quelle zone che avevano reagito con maggiore vigoria alle notizie del tentato assassinio. Ad Abbadia San Salvatore e dintorni 147 abitanti furono arrestati e messi sotto processo.

Il 15 luglio molti di loro avevano sinceramente creduto che stesse per sorgere un nuovo periodo fascista, che Togliatti avesse avuto lo stesso destino di Matteotti, che fosse giunto il momento di combattere fino alla fine. Essi, in realtà, avevano torto e ragione al tempo stesso: non c’era alcuna possibilità di un ritorno al fascismo, ma la battaglia iniziata nel settembre 1943, e che aveva spinto molti di loro ad arruolarsi nelle Brigate Garibaldi e a combattervi, era stata definitivamente perduta con l’estate del ’48»81

L’opera di Togliatti e del suo gruppo scongiurò un disastro e permise quindi al movimento comunista di essere partecipe, sia pure nella posizione dell’opposizione alla formazione della democrazia italiana .


CAPITOLO OTTAVO


TOGLIATTI ALL’OPPOSIZIONE

Dopo le elezioni del 48, il PCI guidato da Togliatti non ebbe più la possibilità di entrare nell’area del potere centrale. Le alleanze della lotta contro il nazismo andavano esaurendosi in tutto il mondo e quindi necessariamente anche in Italia la solidarietà nazionale dello lotta antifascista volgeva inevitabilmente al termine. Oramai il mondo intero era chiamato a schierarsi da una parta o dall’altra. La divisione in due del mondo era intesa come una situazione di lunga durata, comunque necessaria per evitare l’olocausto nucleare. Iniziava così la “guerra fredda”.

Come osserva Hobaswn:
In effetti la situazione mondiale si stabilizzò ben presto e tale rimase fino alla metà degli anni '70, quando il sistema internazionale e le sue componenti entrarono in un altro periodo della crisi economica e politica. Fino ad allora entrambe le superpotenze accettarono la divisione del mondo, pur con le sue irregolarità e fecero ogni sforzo per comporre le dispute circa le linee di demarcazione senza pervenire a uno scontro aperto tra le loro forze armate, che avrebbe potuto portare a una guerra. Inoltre, in contrasto con l'ideologia e la retorica della Guerra fredda, agirono in base al presupposto che una coesistenza pacifica di lungo termine fosse possibile. Infatti quando si arrivò al dunque, entrambe le superpotenze si fidarono della moderazione della controparte, perfino in momenti in cui erano sull'orlo di una guerra o perfino impegnate in essa.”82
Inevitabilmente anche in Italia le forze politiche erano necessariamente chiamate a fare la loro “scelta di campo”. Il Partito comunista naturalmente non poteva non scegliere il campo socialista, senza rinnegare la propria ispirazione fondamentale, la propria ragione d’essere, potremmo dire. Ma l’Italia, per la spartizione del mondo che si era consumata a Yalta e che comunque , bisogna riconoscerlo, scongiurò una guerra grande e generale che avrebbe forse distrutto l’umanità, ricadeva nel campo di influenza degli U.S.A. e quindi nel campo di influenza capitalistica: conseguentemente i comunisti si trovarono pur sempre all’opposizione. Soltanto con l’attenuarsi della guerra fredda negli anni 80 si potè ipotizzare un inserimento nel governo con il cosidetto “compromesso storico”, ideato ai tempi di Berlinguer, ma in realtà solo con la fine della guerra fredda conseguente alla caduta dei regimi del socialismo reale (inizi degli anni ’90), gli eredi del partito comunista effettivamente hanno avuto la concreta possibilità di tornare nell’area di governo.

Spesso si è rimproverato Togliatti per la sua incapacità di scegliere veramente fra la via rivoluzionaria e quella legalitaria:

Ritiene ad esempio Galli :
..è la sostanza di quel che si può chiamare « il dramma » del socialismo italiano di origine marxista. Per quante elaborazioni dottrinali si siano tentate, l'antinomia tra riforma e rivoluzione e la conseguente necessità di scelta si esprimevano, nel 1948, negli stessi termini di mezzo secolo prima. I dirigenti del PCI non erano in grado di esprimere una nuova sintesi e non seppero compiere una scelta quando le due modalità- la maggioranza e le barricate - si presenta­rono concretamente nel giro di pochi mesi.”83
Spesso quindi da destra e da sinistra si rimprovera Togliatti di aver ibernato la principale forza di opposizione.

Da destra lo si rimprovera di non avere veramente accettato di entrare nel gioco della democrazia occidentale, di non essere schierato chiaramente contro il comunismo: ma evidentemente un partito che si definisse comunista non poteva certo schierarsi nel campo del capitalismo, mentre in tutto il mondo capitalismo e comunismo erano impegnati in una sfida mortale. Da sinistra invece si rimprovera Togliatti di esser stato troppo prudente, di avere nei fatti fermato la rivoluzione invece di promuoverla. Ma va notato che, come tutti gli storici riconoscono, la divisione del mondo conseguente alla guerra fredda non permetteva una rivoluzione in Italia, e il tentarla avrebbe inevitabilmente portato l’Italia a una dittatura di destra appoggiata dagli americani come ce ne furono tante nel lungo periodo della guerra fredda soprattutto nell’America Latina.

La linea del partito comunista era in effetti segnata dalla situazione internazionale;

Come osservano i Ferrara:


Dalla liberazione in poi vi sono stati senza dubbi nell'attività del partito comunista debolezze,incertezze, errori. Il merito pero sta nell’aver compreso a tempo che la prospettiva era quella buona con la quale si doveva lavorare, Gli errori furono, quindi, fatti sopra una strada giusta, le incertezze poterono essere scoperte, si potè lavorare per superarle “84
Togliatti in realtà non aveva scelta:o abbandonare il comunismo come in realtà fecero molti : ma se questa soluzione non si voleva prendere e allora la sua linea era l’unica possibile. Egli impose la sua soluzione fin dai tempi della svolta di Salerno e la mantenne inalterata fino a che fu alla guida del Partito Comunista. D’altra parte Togliatti aveva della problematica della lotta al capitalismo una visione globale , mondiale che aveva acquisito nei lunghi anni in cui in Russia aveva avuto la possibilità di vedere i meccanismi, i caratteri della lotta rivoluzionaria su scala mondiale. Bisogna pure tener conto che la lotta fra Capitalismo e Comunismo che ha caratterizzato il mondo intero per oltre cinquanta anni, non è un fatto che si possa risolvere in un solo paese, ma riguarda appunto il mondo intero e si vince o si perde su scala mondiale come poi la storia ha dimostrato.

Ma la linea della opposizione legalitaria di Togliatti non fu solo l’unica possibile, ma bisogna anche evidenziare che essa non fu affatto sterile di risultati. Anche se in Italia non si instaurò il comunismo, pur tuttavia il PCI incise fortemente sulla vita italiana, sulla organizzazione del lavoro, sulla vita economica, sulla cultura del nostro paese. Anche se la Democrazia Cristiana e le forze centriste o di centro destra ebbero di fatto il monopolio del potere ( come, ripetiamo, non poteva non essere in quella situazione internazionale ) tuttavia il partito comunista italiano ebbe direzione della opposizione e un grandissimo peso nelle amministrazioni locali. Intere regioni italiane, come quelle del centro nord, sono state amministrate quasi esclusivamente con l’apporto del PCI e sono risultate anche quelle meglio amministrate, come tutti riconoscono. Ma anche a livello nazionale,in effetti la politica governativa fu sempre condizionata fortemente dalla opposizione comunista: le leggi in favore dei lavoratori, delle previdenze sociali, delle donne, delle uguaglianze civili, diciamo, in generale lo stato sociale che pure in quegli anni fu costruito, fu essenzialmente un effetto della pressione dell’opposizione guidata dai comunisti e quindi da Togliatti per lungo tempo.

Si formò poi in Italia una classe dirigente del PCI in grado di agire con prudenza e chiarezza portando avanti una tale linea politica.

Come nota Renzo Martinelli:


È attraverso gli sforzi per raggiungere e mantenere un equilibrio tra questi due versanti che si costituisce una tradizione di "capitani” e che questi raggiungono una precisa consapevolezza della propria storia e della propria funzione, facendo leva sull'analisi, via via chiara e realistica, delle condizioni oggettive. È per questa via che il gruppo dirigente comunista perviene infine a colmare la" sfasatura originaria" caratteristica del PCI, 10 squilibrio, cioè, tra ela­borazione teorica e azione politica concreta che si può ravvisare nelle sue vicende precedenti, per assolvere un ruolo decisivo nella storia d'Italia”.85
La Rivoluzione, quella” grande e generale” che avrebbe cancellato per sempre la divisione fra sfruttati e sfruttatori , che avrebbe portato pace benessere e libertà a tutti era il sogno di ogni comunista: ma pur tuttavia la razionalità di Togliatti mostrava che non era possibile, almeno per il momento, e quindi bisognava concentrarsi sulle conquiste sociali ed economiche effettivamente possibili. Poi la Storia avrebbe deciso ….

L’azione politica di Togliatti alla guida dell’opposizione quindi in realtà fù caratterizzata da una doppia esigenza: da una parte incalzare il poter centrale sulle esigenze dei lavoratori, di vigilare contro ogni tentativi di ritorno a regimi autoritari e antidemocratici; dall’altra parte anche frenare quegli elementi che avrebbero voluto una Rivoluzione subito e che avrebbero in questo modo compromesso gravemente gli interessi delle classi lavoratrici anche in prospettiva la possibilità stessa dell’avvento del comunismo.

In questo ambito critico non bisogna dimenticare, come spesso si fa, che la valutazione dell’operato politico non si può fare con il “senno di poi”:lo svolgimento della storia consta di tanti imponderabili fattori che nessuno può prevedere la strada che la storia stessa percorrerà, come spesso anche Marx stesso ammoniva.

In particolare va tenuto presente che nel 1948 nessuno prevedeva o poteva prevedere a destra né a sinistra,che di li a pochi anni il volto dell’Italia sarebbe cambiato profondamente, che un’ Italia povera e contadina stava per sparire per dar posto al cosi detto “miracolo italiano”: nuove sfide, nuovi problemi, nuove ingiustizie e disuguaglianze prendevano il posto delle antiche: ma chi poteva prevederlo nel 1948 ?



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