Palmiro togliatti editrice universitaria ceruso



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Come giustamente osserva Bocca :
Del resto chi, in Italia, ha capito nel 1948-49 che qual sta per scattare, di rivoluzionario, nella economia mondiale. Chi ha previsto davvero il neo-capitalismo e il salto tecnologico che ne è lo strumento?

L 'opinione di Togliatti, del partito, non differisce sostanzialmente da quella della borghesia italiana: per entrambi la gara è puramente quantitativa, fra la ricchissima America che detiene il primato quantitativo delle produzioni e l'Unione Sovietica che la insegue, già circondata dal mito della crescita pianificata. I maggiori imprenditori italiani, interrogati nel 1946 da commissione della Costituente, hanno consigliato una economica del piede di casa, delle protezioni e delle piccole dimensioni.”86
Questo però non significa che Togliatti non avesse nell’interno del PCI difficoltà da affrontare, in modo particolare verso quella parte del partito e dell’Italia stessa che era insofferente e avrebbe voluto un ruolo attivo nel promuovere la rivoluzione. In realtà non si trattò mai di una vera e propria strategia alternativa alla linea di Togliatti quanto di uno stato d’animo , di una tendenza pratica . Il personaggio che maggiormente incarno un tale aspetto fu Secchia.

Pietro Secchia nato nel 1903 a Biella da famiglia operaia partecipò attivamente alle lotte del primo dopoguerra nelle file del movimento operaio, in contatto anche con il gruppo dell'Ordine nuovo e come aderente alla frazione comunista del partito socialista. Fu uno dei principali dirigenti del partito comunista, dal 1943 alla liberazione del nord fu   tra i principali protagonisti della partecipazione comunista alla lotta armata, soprattutto come commissario generale delle brigate Garibaldi.

Dopo la liberazione Secchia ricoprì cariche di primo piano nella vita del partito comunista e fu posto a capo dell'organizzazione del PCI a livello nazionale. Si segnalò anche per l'energia con la quale controllò la situazione dopo l'attentato a Togliatti del 1948 e si distinse nelle grandi mobilitazioni di massa contro il Patto Atlantico e in altre occasioni.

La concezione di Secchia del partito si richiamava, secondo la tradizione della III Internazionale, alla politica delle alleanze, nella quale avrebbe voluto portare tutto il peso della classe operaia e dell'intransigenza classista, con un maggiore e più intenso sviluppo delle lotte di massa in direzione delle istanze di “democrazia progressiva”. Aspetti della sua personalità come organizzatore di partito, ma anche come uomo politico, furono la sua concezione del l'internazionalismo e la consapevolezza del fatto che anche il partito italiano altro non era che l'unità di un unico esercito internazionale, una concezione tipica della III Internazionale, che trovò difficoltà a tradursi dopo il secondo dopoguerra, soprattutto dagli anni 50 nella fase della distensione succeduta alla guerra fredda, in cui la scelta di campo aveva di necessità imposto la disciplina di blocco a favore dell'Unione Sovietica e degli Stati socialisti dell'Europa orientale.

L’occasione che segnò il declino politico di Secchia fu il caso Seniga… Questi era una persona considerato di fiducia di Secchia.

Cosi lo descrive Bocca.:


Seniga si occupa dell'apparato clandestino, che fra i compiti ha quello di assicurare l'incolumità dei dirigenti in caso di emergenza. Gli hanno fatto prendere il brevetto da pilota, ha acquistato, intestandoli a compagni fidati, alloggi e villette in cui ha sistemato delle casseforti che contengono documenti e i fondi neri del partito: dollari in assegni e in banconote. Seniga è certamente un militante sincero, appassionato turbato. Il partito rivoluzionario in cui ha creduto è mutato,' egli ne attribuisce la colpa a Togliatti. Del resto è molto facile essendo massimalista, vedere il tradimento di Togliatti. Si conserva ancora come prova un manifesto affisso dai compagni senesi in cui si vedono Togliatti e Pio XII, l'uno accanto all'altro, il capo del Partito comunista e il Pontefice.”87
Giulio Seniga nel 1954 fuggì quindi in Svizzera con documenti segreti del partito: alla fine tornerà, tratterà con il partito dal quale poi uscirà per aderire a varie formazioni di sinistra.

L’episodio si riflette molto negativamente su Secchia stesso anche se egli in verità non aveva nessuna responsabilità diretta. Poco dopo infatti egli lascio ogni carica di direzione effettiva. Tuttavia Secchia non ruppe con il partito comunista, restò nel suo ambito senza però svolgere più compiti direzionali: si dedicò agli studi e scritti sulla storia del PCI e della Resistenza e compi un gran numero di viaggi in tutto il mondo come rappresentante del PCI fino al 1973, anno della sua morte.

CAPITOLO NONO
LA DESTANALIZZAZIONE

Uno dei primi problemi che Togliatti dovette affrontare stando alla opposizione, non fu però legato alla politica interna, ma al tentativo molto insistente da parte di Stalin di riportare la sua opera a livello internazionale affidandogli il ruolo di dirigente del Cominform. Togliatti però resistette, sia pure con molta cautela e garbo, e alla fine la questione fu messa in disparte.

Il pretesto per l’operazione fu data dal fatto che nell’agosto del 1950 l’auto sulla quale viaggiava Togliatti ebbe un incidente. Corse voce, del tutto infondata, che si sarebbe trattato di un attentato: i giornali russi soprattutto sostennero la tesi che la vita di Togliate fosse in pericolo in Italia. Nel dicembre dello stesso anno Togliatti fu invitato in Russia e ricevuto con onori eccezionali e perfino Stalin in persona gli andò incontro per salutarlo. In seguito nei colloqui venne discussa la proposta pressante di Stalin a Togliatti di assumere la direzione del Cominform. Si disse che Togliatti era la persona più adatta se non l’unica a ricoprire un ruolo internazionale cosi importante, che la situazione internazionale era molto grave e anche che la vita stessa di Togliatti in Italia era in pericolo. Naturalmente Togliatti avrebbe dovuto abbandonare la direzione effettiva del partito comunista Italiano, ma non aveva alcuna intenzione di fare una cosa del genere: non rifiutò esplicitamente, ma prese tempo , addusse problemi e difficoltà e alla fine riuscì a far decadere definitivamente la proposta di Stalin e a restare alla guida effettiva del PCI.

Questo episodio è stato variamente interpretato: per alcuni effettivamente Stalin riteneva Togliatti il più idoneo a quella carica , per altri invece si trattava di una mossa per togliere a Togliatti la direzione del partito comunista italiano per affidarlo a persone meno autorevole e quindi per questo stesso più arrendevole alle direttive di Stalin. Si è anche parlato di una specie di congiura di alcuni dirigenti del PCI interessati a un maggiore peso del loro potere nel partito . In realtà pero nessun dirigente mise mai in discussione il ruolo guida di Togliatti: quel ruolo appariva del tutto opportuno e indiscutibile e tale rimase fino alla morte di Togliatti stesso nel 1964.

La maggiore crisi però che Togliatti dovette fronteggiare negli anni 50, fu senza dubbio quella connessa alla destalinizzazione e ai movimenti insurrezionali del 56. Tali avvenimenti ebbero un enorme impatto su tutto il movimento comunista internazionale e quindi anche sul Partito comunista italiano.

Nel 1956 Krusciov, allora segretario del PCUS,stilò il “famoso rapporto segreto” che fu quasi subito ampiamente divulgato in tutto il mondo. In esso veniva denunciato quello che era definito “il culto della personalità” di Stalin di cui venivano denunziati ed evidenziati gli errori e gli orrori. Poichè da oltre trenta anni Stalin era considerato in tutto l’universo comunista come il capo infallibile, un punto di riferimento assoluto e irrinunciabile, l’impatto fu enorme. Nel seguito degli stessi anni si ebbero movimenti insurrezionali contro i regimi comunisti nell’est europeo: in Polonia essi si composero con l’arrivo al potere di Gomulka, esponente comunista, ma messo in carcere nel periodo staliniano. In Ungheria invece le vicende furono più tragiche e si risolsero in una insurrezione sanguinosa domata soltanto con l’intervento delle forze corazzate sovietiche : non rientra nel nostro assunto esaminare questo importanti avvenimenti: diamo soltanto un cenno sull’azione di Togliatti in questa difficile occasione

La situazione fu estremamente pericolosa per tutto il movimento comunista in quanto si era sempre identificato il comunismo con Stalin e l’unione sovietica come il paese in cui il socialismo si era concretamente incarnato. La posizione di Togliatti fu molto cauta: si accettava e non si poteva fare altrimenti, la destalinizzazione ma tuttavia sempre con molta prudenza. Tale atteggiamento di Togliatti gli fu rimproverato sempre sia da destra che da sinistra . Tuttavia va considerato che egli temette sempre, e a ragione, che la condanna dei metodi staliniani finisse con l’abbandono delle stesse mete e ideologia del comunismo internazionali: in realtà egli non contestò mai la condanna degli errori di Stalin, ma si sforzò di storicizzarli, di metterli nella cornice di una storia tragica e spietata che era stata quella dei tempo delle rivoluzione. Se il mito di Stalin e dell’Unione Sovietica doveva essere ridimensionato e anche abbattuto, tuttavia non si doveva per questo abbandonare quello slancio rivoluzionario , quell’anelito al comunismo inteso come società senza sfruttati e sfruttatori. Ma questo atteggiamento confinò pur sempre il partito comunista in quell’ambito di “zona grigia”: Ma uscire da esso poteva solo significare abbandonar la causa del comunismo : molti lo fecero in quegli anni
Come osserva il Flores :
Egli escluse che tutto il male potesse essere addossato , sulle spalle di Stalin e del «culto della personalità», una spiegazione tautologica e comunque insufficiente: ai fini interni, l'impostazione di Togliatti aveva anche lo scopo di ammortizzare il dissenso se non il rifiuto con cui la gran parte dei militanti aveva accolto l'attacco a Stalin. L'analisi andava invece portata sui meccanismi di funzionamento del sistema di governo sovietico: la frase-chiave dell'intervista affermava che nel periodo staliniano si era assistito al «So­vrapporsi di un potere personale alle istanze collettive di origine e natura democratiche» oltre che all’accumularsi di fenomeni di burocratizzazione, di violazione della legalità, di stagnazione e anche, parzialmente, di degenerazione, di differenti punti dell 'organismo sociale».

Nel campo comunista fu probabilmente - questa di To­gliatti- l'indicazione che più si avvicinò a una critica: i sovietici si risentirono in particolare per l'uso della parola degenerazione88
La linea politica di Togliatti alla fine ridusse il danno : è vero che un certo numero di aderenti lasciò il partito e fra questi soprattutto alto fu il numero degli intellettuali: tuttavia bisogna pur riconoscere che la base operaia e proletaria restò sostanzialmente con il partito stesso, che passò quindi quasi indenne la grave crisi della destalinizzazione e della fine del mito dell’Unione Sovietica: comunque il comunismo restò la meta ideale cui tendere anche se vista ormai con occhi critici e non più “dogmatici”

Come osserva Berti:


È solo dopo il 1956 che per quanto concerne la storia del PCI e la storia dell'Ic avviene in Italia il trapasso da una prospettiva di giudizio politico a una prospettiva di giudizio storico. . . L'insegnamento di Gramsci ha costituito, certo, un precedente per gli storici marxisti italiani che altrove è mancato.”89
Un fatto che non fu possibile evitare fu il passaggio graduale e problematico del partito socialista dall’alleanza al PCI alla partecipazione ai governi presieduti dalla DC.

Nel clima unitario della lotta antifascista era stato possibile una salda alleanza con le forze socialiste nella prospettive di una nuova Italia retta dalle forze di sinistra. Ma man mano che l’obbiettivo si allontanava e si consolidava una egemonia democristiana, anche l’unità a sinistra cominciava a scricchiolare.

Dopo il 1953 quando per la seconda volta si affermò la vittoria, sia pure di misura, della DC e ancora dopo i fatti del 56, sui quali i giudizi del PSI e del PCI divergevano sostanzialmente, il movimento cosi detto autonomista del PSI divenne sempre più forte.

Come osserva Bocca :


La corrente autonomista del Partito socialista italiano, ostile all'alleanza con i comunisti e favorevole all'unificazione con i socialdemocratici, è una costante storica del partito: in minoranza negli anni della guerra fredda, quando bisognava far fronte co­mune, a sinistra, contro la restaurazione borghese e messa in disparte, ripropone la sua politica appena si delinea una dialettica interna allo schieramento cattolico.

È nel luglio 1953 che Nenni incomincia a parlare di una «alternativa socialista», cioè «una formula politica che per la sua natura non è di partito, non è di classe, è di popolo.” 90

Togliatti in verità comprese per tempo che lo slittamento del PSI era una questione di tempo e che non era possibile fermarlo. Egli insistette nell’opera comune, si richiamò a quella esigenza della unità dei lavoratori, ma non riuscirà comunque a impedire l’alleanza del PSI con le forze moderate. Tenterà sempre di convincere i socialisti che questo era un modo delle forze borghesi per spezzare l’unità della sinistra. Tutto alla fine fu vano: nel 1961 si formarono le prime giunte di centro sinistra in grandi città come Milano e finalmente nel febbraio del 1962 si formò quindi un primo governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani: i socialisti entrarono pienamente nel 1963 con il governo presieduto da Moro

In realtà il mondo è cambiato da quello nel quale aveva sempre vissuto Togliatti: lo sviluppo impetuoso dell’industrializzazione ha modificato profondamente la situazione del proletariato e dei rapporti sociali in generale; e un mondo che psicologicamente e culturalmente è molto diverso da quello in cui Togliatti aveva vissuto la sua eccezionale esperienza in Russia e in nell’Italia del primo dopoguerra. Il suo realismo in verità lo portava a vedere i cambiamenti e il nuovo, come gli riconobbero anche coloro che adottarono poi anche linee diverse ma si trattava pur sempre di un altro mondo in cui Togliatti stesso era un sopravvisusto

Commenta infatti Pintor:


Togliatti non è più negli anni Sessanta il grande tattico del Comintern, non ha saputo prevedere ne il neocapitalismo ne il centrosinistra. Però, messo di fronte ai fat­ti nuovi, resta, nell'ambito del partito e del movimento operaio colui che dimostra la maggior capacità di recupero”.91
Un giudizio simile lo dà anche Rossana Rossanda,
Era invec­chiato, a volte stanco, forse amareggiato per una situazione che rimescolava tutte le carte del suo disegno. Però fu il primo a ca­pire che bisognava cambiare rotta, che era necessario ridimen­sionare il meridionalismo di Alicata e ascoltare le voci dei nordi­sti, voglio dire di coloro che erano più addentro ai problemi del­la società industriale”92
Arriviamo cosi alla vigilia di Yalta:il memoriale rappresenta infatti l’ultimo adeguamento di Togliatti alla situazione nuova che andava delineandosi e che egli con il suo indiscusso realismo riusciva a prevedere meglio di tanti altri.

Ma intanto c‘erano stati le violente manifestazioni e i disordini di Genova che esaminiamo nel prossimo capitolo

CAPITOLO DECIMO

LE MANIFESTAZIONI DEL 1960


Gli avvenimenti che nel luglio del 1960 portarono alla caduta del governo Tambroni costituiscono un momento in cui si possono misurare i frutti della azione del PC guidata da Togliatti e insieme anche i suoi limiti e, a nostro parere , anche la fine del mondo di cui Togliatti era stato protagonista per tanta parte.

Possiamo considerare i fatti di Genova, le violenti dimostrazioni che seguirono in tutta Italia con morti e feriti una riedizione della situazione venutasi a creare alla notizia dell’attentato a Togliatti del 1947 . Pure in questo caso vi fu una sollevazione spontanea, non preordinata che sorprese le stesse forze di sinistra. Infatti le dimostrazioni non si ebbero all’insediamento del governo Tambroni sostenuto con i voti determinanti del MSI considerati gli eredi dei gli ex fascisti e repubblichini contro cui si era combattuta la sanguinosa guerra partigiana e di liberazione ma, imprevedibilmente, al momento in cui il MSI chiese e ottenne di poter tenere il suo congresso a Genova, fatto che possiamo considerare pure banale, ma che fu sentito come una provocazione.

La prudente politica di Togliatti e del gruppo dirigente del PCI aveva però creato le basi perchè una manifestazione del genere avesse successo: la sinistra infatti aveva avuto piena legittimazione democratica e parlamentare. Non fu possibile quindi a Tambroni sostenere a lungo che ritrattava di una sovversione armata rivoluzionaria contraria alla democrazia. orchestrata da Mosca e dal bolscevismo internazionale Il risultato fu che non solo cadde il governo Tambroni, un risultato che possiamo considerare contingente, di non largo respiro perchè in effetti si trattava di un governo di emergenza, temporaneo, nato dalla difficoltà di gestazione del centro sinistra: l’importante fu che non fu più possibile associare all’aria del potere gli elementi residuali del fascismo. Tutti i governi che seguirono esclusero infatti programmaticamente sempre le forze di estrema destra e la discriminante verso il MSI divenne una costante della politica italiana, almeno fino a che poi il MSI divenne “Destra Nazionale” con la svolta di Fiuggi ma si tratta di altra storia. Vero è che in seguito gli elementi della destra fascista entrarono ancora in gioco e anche pesantemente attraverso intrighi, manovre oscure, progettati e mai eseguiti colpi di Stato e alla fine con la strategia della tensione. Ma fu certamente effetto della svolta legalitaria di Togliatti degli anni Quaranta se essi comunque rimasero pur sempre ai margini della vita politica, confinati nella illegalità senza poter mai apertamente entrare nella dialettica politica parlamentare e nella formazione dei governi.

Certamente possiamo parlare anche di un limite: la società comunista non si realizzò e il dominio dei partiti borghesi non fu rovesciato. In fondo era questo che i manifestanti alla fine volevano e desideravano. Da parte quindi di ambienti di sinistra non facenti organicamente parte del PCI ( quelli che in seguito vennero definiti “extraparlamentari”) si rimproverò alla guida di Togliatti di avere impedito una vera rivolta generale moderando attraverso i quadri sindacali e di partito la protesta, curando attentamente che essa non superasse certi limiti, prorompendo in aperta rivoluzione. Possiamo dire che questo è vero ma non possiamo negare che una rivoluzione nel 1960 non avrebbe a avuto alcuna possibilità, nemmeno remota, di successo . Non l’avrebbe avuto come abbiamo visto nel 47 ai tempi dell’attentato a Pallante, e nel 1960 sarebbe stata una vera follia credere in una tale possibilità. Il mondo era diviso in blocchi, ormai in modo stabile e l’Italia, volente o nolente faceva parte del blocco occidentale egemonizzato dagli USA. Assolutamente impensabile che l ‘Unione Sovietica, guidata allora da Krusciov potesse intervenire in Italia con il pericolo di scatenare una guerra nucleare..A parte che una rivoluzione generale non aveva sufficienti forza interna per avere successo , comunque certamente gli USA non l’avrebbero permesso. Se i fatti del 60 fossero degenerati in aperta rivoluzione avremmo avuto un governo di “colonnelli” come in Grecia e le forze antidemocratiche di destra avrebbero praticamente preso il potere, Bisogna quindi ascrivere alla accorta politica di Togliatti se invece i post- fascisti furono esclusi dall’aerea almeno legale del potere e in Italia si conservarono spazi di azione delle forze comuniste niente affatto trascurabili

Vero è che il limite della società borghese non fu superato: ma la impossibilità non era dovuta certo nella politica del PCI di Togliatti ma una situazione internazionale non modificabile in tempi brevi. Certo si trattava di un limite sostanziale: ma cercare di superare quel limite significava perdere tutto e consegnare l’Italia alla forze della reazione più retriva. Togliatti aveva già bene in mente l’errore fatto al momento dell’avvento del fascismo della divisione delle forze democratiche con la sottovalutazione della possibilità del fascismo di prender il potere . Ma se una illusione , anzi una prospettiva di affermazione del comunismo era pensabile negli anni 20 certamente essa era del tutto fuori della realtà nell’Italia degli anni 60.

Ci sembra anche che gli avvenimenti degli anni 60 costituiscono pure lo spartiacque storico fra due epoche storiche: terminava con esso veramente il periodo delle guerra mondiale, del fascismo e un nuovo mondo si apriva la via. Vero è che le manifestazioni erano manifestazioni antifasciste: ma i giovani nulla sapevano del fascismo vero e proprio: diciamo che la nozione di fascismo andò allargandosi a tutto un modo di pensare, di fare politica che trascendeva i limiti del fascismo inteso come definito movimento storico .

Con il 60 entra in crisi , a nostro parere, anche il partito organico, organizzato gerarchicamente , disciplinato in tutte le sue manifestazioni: era uno strumento pensato e organizzato per la rivoluzione comunista mondiale, in tempi relativamente brevi, con una guida internazionale sicura e autoritaria. Era il partito che Togliatti aveva costruito. Ma la rivoluzione era impossibile nei termini classici degli anni Trenta e Quaranta perchè il mondo era cambiato: anche il modello del partito-chiesa, del partito onnipresente, disciplinato e ordinato come un esercito non ha più giustificazione ed entra in crisi. Il mondo di Togliatti quindi comincia a sgretolarsi : il 60 era figlio dell’antifascismo della Resistenza ma portava al 68. In verità da accorto e attento uomo politico Togliatti non sottovalutò le novità, cercò di adeguare l’azione politica .Tuttavia è proprio la concezione del partito di Togliatti che cominciava a scricchiolare nel suo complesso. Nuovi orizzonti , nuove situazioni venivano ad affermarsi.
Vediamo allora come i concetti ora sommariamente espressi possono essere verificati dai fatti del 1960
Bisogna innanzi prendere le in considerazione un quadro politico della situazione i quegli anni.

L ’Italia viveva il suo primo miracolo economico ma proprio questo fatto poneva nuovi problemi e nuove sfide alle quali e la società aspettava impaziente nuove risposte dalla classe politica. Nelle elezioni di maggio del 1958 , non c’erano stati grandi mutamenti: la Dc e il Psi ebbero un piccolo incremento intonro al 2% e il PCI ancora d meno. Da parte della destra fascista e monarchica invece ci fu una certa flessione , ma non drammatica: iul Msi dal 5,8 %al 4,8 %, il Pdium dal 6,9% al 4,9 %. I risultati elettorali non portavano a grandi cambiamenti politici, ma il problema era che erano entrati in crisi gli equilibri del centrismo e un altro governo non centrista non era prevedibile: Fanfani puntava a una nuova formula aperta a sinistra aggregando i socialisti di Nenni al governo, staccandoli dai comunisti. Era quello che in sintesi era stato previsto dopo il congresso del Psi di Venezia, nel 1957

Ma se la politica del centrismo è ormai esaurita, le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra trovano grandi difficoltà, malgrado la svolta politica auspicata e preparata dalla DC : Aldo Moro, nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze
Fanfani trovò grosse resistenze sia da parte delle gerarchie ecclesiastiche che da ambienti della confindustria: nel partito stesso erano presenti forti resistenze e perplessità diffuse: Fanfani dovette lasciare per il momento la presidenza dei ministri e la direzione della D.C. che fu assunta da Aldo Moro. Il progetto politico però dell’apertura a sinistra non fu pero affatto abbandonata, ma solo rimandato, a un momento più favorevole. Si creo allora un vuoto politico, nel quale prese quota la candidatura alla guida del governo di Fernando Tambroni, esponente comunque della sinistra democristiana. Il presidente della repubblica , Giovanni Gronchi ,(che era stato eletto con l’appoggio anche della sinistra ) gli conferì quindi l'incarico di formare il nuovo governo



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