Paolo Facchinetti nasce nel 1953 a Nembro, dove oggi vive e lavora



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05.12.2017
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Paolo Facchinetti nasce nel 1953 a Nembro, dove oggi vive e lavora.

La sua formazione artistica ha inizio negli anni Settanta quando, all'Accademia Carrara di Bergamo, ebbe l'occasione di seguire i corsi di disegno e di nudo del prof. Mino Marra.

Anche il maestro Cesare Benaglia ebbe una forte importanza nella crescita di Paolo, infatti frequentò il suo studio e dal 1985 fino al 1989 il Gruppo Artistico Valbrembo 77.

La sua attività artistica ha inizio in quegli anni, infatti nel 1982 esegue la copertina e tutti i disegni di inizio capitoli del libro Nembro da Salvare edito dal Circolo Culturale E. Gramsci di Nembro. Nel 1990 e nel 1992, su richiesta della Arti Grafiche Ricordi e di Edizioni Del Cappello (Milano), esegue opere su carta poi serigrafate e numerate.


Fin dagli inizi la sua arte è caratterizzata da un forte dualismo. L'astrattismo e la ricerca cromatico-formale convivono con la ritrattistica e la capacità di cogliere l'essenza del soggetto. Sembrano due poli opposti che, però, nel suo lavoro possono convivere e, anzi, si completano.

La gestualità li accomuna e li lega. Il movimento fisico-gestuale dell'attimo in cui il colore si deposita sulla tela è riconoscibile sempre e spesso è parte fondamentale dell'opera. Persino nella sperimentazione artistica che, ultimamente, si è concretizzata nei cosiddetti “timbri”, la gestualità e la fisicità del gesto sono evidenti e indispensabili.


Tutto questo si concretizza nell'attività espositiva di Paolo Facchinetti iniziata con la sua prima personale nel 1972 alla Galleria San Nicola di Nembro, ad essa seguiranno numerose esposizioni sia personali che collettive. Tra le più importanti ricordiamo: Personale, Galleria Hatria, Bergamo (1988); Personale, Galleria Fumagalli, Bergamo (1990); Personale, Galleria San Paolo, Bologna (1991); Personale, Galleria Cà Gromasa, Albino (1998); Personale Galleria Florilegio, Leno (2006).

Tra le sue esposizioni più recenti ricordiamo le collettive: 11xl’11 (undici artisti per l’undici settembre), Galleria Alisea, Bologna (2002); Perchè Ricordare? (Nove Artisti Per la Giornata Mondiale della Memoria), Sala Camozzi, Bergamo (2004); Arte in Deep Endence, Galleria d'Arte 18, Bologna (2005); Prima Vera Donna, Garage By Fdv, Biella (2006); Colletiva, Galleria Marchina, Brescia (2006) e 13x17, mostra a cura di Philippe Daverio tenutasi in varie città italiane l’ultima al Politecnico di Milano nel 2006 e da cui è nato anche un catalogo con testi di Philippe Daverio e Jean Blanchaert edito da Rizzoli; stArtUP, Sala Renato Birolli, Verona (2010); Eterogneo, Complesso Ex. Masciadri, Arcene (2010) a cui è seguito un catalogo con testi di Anna Facchinetti; Seven, Villa Vannucchi, San Giorgio a Cremano, Napoli (progetto di Roberto Ronca composto da otto esposizioni a tema e iniziato nel 2010, ogni esposizione è completata da un catalogo comprendente le opere e gli artisti presenti); Human Rights, Fondazione Opera Campana Dei Caduti, Rovereto (2011).

Tra le mostre personali un progetto molto rilevante è stato Autobiografie, una serie di 40 ritratti che tra il 2006-2007, sono stati esposti in molte località tra cui la Biblioteca Comunale di Bienno, il Centro Culturale L'Orto degli Angeli di Biella e il Collegio Raffaello di Urbino che ha coronato la mostra con un catalogo edito da Libri Aparte con testi di Viola Giacometti e Sara Mazzocchi.

L'attività artistica di Paolo Facchinetti lo ha portato anche all'estero, in Belgio dove nel 1991 ha esposto nella collettiva LineArt; nella Repubblica Ceca dove nel 2008 ha partecipato a Selection of work from Biennale Del Disegno di Pilsen, Museum of west Bohemia in Pilsen, in cui è stato selezionato tra circa mille artisti per l'esposizione delle sue opere e per essere compreso nell'omonimo catalogo; Contemporary Artists, Phanton Galleries, San Jose, California (2010); Contemporary Expression, Atlantica Gallery, Vilamoura, Portogalo (2010); 150 Anni di Unità d'Italia, Istituto Italiano di Cultura, Copenaghen, Danimarca (2011) con annesso catalogo delle opere esposte; One way, Red Gate Gallery, Londra (2011).

MOSTRE RECENTI

2011 - Seven - Superbia - Villa Vannucchi - San Giorgio a Cremano (NA)

2011 - L’arte concettuale e la comunicazione visiva - PassepARTout Unconventional Gallery - Pero (MI)

2011 - Orizzonti in attesa – Castello di Carlo V - Lecce

2011 - Human Rights? 2011 - Fondazione Opera Campana dei Caduti - Rovereto (TN)

2011 - One Way - S. Sebastião Gallery - Portalegre, Portogallo

2011 - StARTup 2011 - Coltiviamo Creatività - Castello di Acaya - Vernole (LE)

2011 - personale - Auto Biografie - Spazi Espositivi Agorà - Nembro (BG)

2011 - Seven - Accidia - Villa Vannucchi - San Giorgio a Cremano (NA)

2011 - Contemporary Expressions – Vieira Portuense Gallery - Porto - Portogallo

2011 - 150 anni di Unità d’Italia - Istituto Italiano di Cultura di Copenhagen - Danimarca

2011 - Fratelli d’Italia - LineaDarte - Napoli

2011 - 150 anni di Unità d’Italia - Biblioteca Centro Cultura Nembro - Nembro (BG)

2011 - Seven - Invidia - Villa Vannucchi - San Giorgio a Cremano (NA)

2011 - Animali - Artisti in Convento - Convento della Ripa - Desenzano di Albino - Albino (BG)

2011 - personale - Ancestrali - Calisto Cafè - Vailate (CR)

2011 - One Way - Red Gate Gallery - Londra

2011 - personale - Red Black & White - Enoteca Zanini Osteria - Bergamo

2010 - Seven - Gola - Villa Vannucchi - San Giorgio a Cremano (NA)

2010 - Eterogeneo - Complesso Masciadri - Arcene (BG)

2010 - 16th International Exhibition of Visual Arts - Vendas Novas - Portogallo

2010 - Contemporary Expressions - Ver Arte Gallery - Aveiro - Portogallo

2010 - personale - Bianco Nero Rosso - Le Dodici Lune - Scanzorosciate (BG)

2010 - Venti per Venti IV° edizione mostra internazionale del piccolo formato - LineaDarte - Napoli

2010 - Contemporary Expressions - Atlântica Gallery - Vilamoura - Portogallo

2010 - stARTup 2010 - Sala Renato Birolli - Verona

2010 - Contemporary Artists - Phantom Galleries - San Jose - California

2010 - Differenze - Artisti in Convento - Convento della Ripa - Desenzano di Albino - Albino (BG)

2009 - Quelli del Gruppo Valbrembo - Biblioteca Centro Cultura Nembro - Nembro (BG)

2009 - Idee per una collezione - Galleria L’Ariete - Ponte S. Pietro (BG)

2009 - Odisse - Fabbrica - Chiuduno (BG)

2009 - Viaggio nella materia e segno - Galleria 911 - La Spezia

2008 - Cristalli di Rocca - Galleria Civica Palazzo Borgatta - Rocca Grimalda (AL)

2008 - personale - Ritratti a inchiostro - Monastero del Lavello - Calolziocorte (LC)

2008 - Selection of works from Biennale del Disegno di Pilsen Museum of West Bohemia in Pilsen

Repubblica Ceca

2008 - I Verbi del Corpo - Villa Cernigliano - Sordevolo - Biella

2007 - Geografie del Corpo - Galleria Sekanina Arte Contemporanea - Ferrara

2007 - personale - Auto Biografie - Biblioteca Centro Cultura Nembro - Nembro (BG)

2006 - personale - Auto Biografie - Collegio Raffaello - Urbino (PU)

2006 - personale - Auto Biografie - Biblioteca Comunale di Bienno - Bienno (BS)

2006 - …who’s it? …what’s it? - Galleria Petrarte - Pietrasanta (LU)

2006 - personale - Dettagli Unicità - Galleria Florilegio - Leno (BS)

2006 – Deserto - Centro Culturale Egiziano – Roma

2006 – Contemporanea -
Galleria Marchina Artecontemporanea - Brescia

2006 - La donna come crocievia di culture - Centro Culturale Egiziano - Roma



ANCESTRALI

Ancora una volta l'arte di Paolo Facchinetti non delude le aspettative di crescita.

Si, perché se qualcuno conosce il lavoro di questo artista si renderà subito conto del grande passo in avanti compiuto con queste opere.

Segnicamente e graficamente, forse, il gesto innovatore sembrerà impercettibile e delicato. Ma sicuramente, dopo un più attento sguardo, quelle ombre che compaiono sulla superficie dell'opera illumineranno tutto il suo percorso.

Il segno distintivo sta tutto in queste lievi cromie sfumate, che si proiettano quasi casualmente sulla superficie dell'opera.
Ma facciamo un passo indietro.

Alla base c'è il tempo e le tracce di colore - non colore che esso lascia. Imbrigliati sulla superficie bidimensionale i gesti di Paolo Facchinetti tracciano campiture più o meno omogenee alla quali si sovrappongono frangenti. Attimi, pulviscoli, presenze di tempo messo a fuoco e cristallizzato in un contorno ben definito che risalta sul fondo gestuale e il più delle volte monocromatico.

Fotografie istantanee, in cui il calcolo e l’equilibrio permettono l’esistenza di queste opere che, se a prima vista possono sembrare disordinate e casuali, hanno una distribuzione degli spazi e delle pesantezze cromatiche davvero da manuale.

E già qui l'attività del Facchinetti poteva ritenersi arrivata dato che a livello puramente stilistico ed estetico aveva raggiunto la resa visiva di Gerhard Richter, uno dei suoi punti di riferimento della storia dell’arte astratto – gestuale. Ma il suo percorso ha voluto fare un passo in più per liberarsi di tutte le possibili analogie e ispirazioni riconducibili al passato.

Ora nell'opera si vede, si deve vedere, anche quello che non c'è. Anche quello che non è direttamente rappresentato perché sta letteralmente ad un livello superiore.
Ecco allora le ombre.

Come presenza – assenza il loro esserci segna l’esistenza di un qualcosa che però non è direttamente visibile a chi guarda. È qualcosa di reale? Sono presenze spiritiche? Sono solo segni senza vita? Questo non ci è dato saperlo, possiamo però immaginare che l'opera sia deposta su un piano e parallelamente ad esso scorrano trame, quasi dei tessuti, delle pellicole… come una carovana di presenze.

Non si sa cosa siano e non si sa se siano poi veramente qualcosa.

Fatto sta che queste ombre ci sono e come presenze ancestrali completano ciò che l'occhio vede rappresentato nell'opera. Questi lievi, ma precisi, interventi forniscono una lettura più profonda e curiosa a ciò che ci ritroviamo davanti.

Come tutto ciò che vediamo, e che Paolo Facchinetti realizza, c'entra ben poco la casualità. Le ombre non sono presenti senza uno schema preciso e senza una logica quasi geometrica che solo apparentemente risulta paradossale alla loro inconsistenza.

Parlano un codice e capire questo linguaggio geometrico - estetico è l'unico modo per entrare in armonia con l'opera e poterla comprendere ulteriormente.

Se la gestualità dell'artista è visibile nello sfondo delle opere e trova la sua libertà in queste campiture, nella realizzazione delle ombre questa stessa gestualità è trattenuta.

Tutta l'energia della nuova scoperta stilistica è incanalata per rendere al meglio queste forme apparentemente così naturali ed evanescenti, ma che sono invece frutto di una grande tecnica e sapiente manualità.


Per concludere, Paolo Facchinetti ha dimostrato ancora una volta di non sapersi fermare di fronte ad un risultato raggiunto. Di voler comunque approfondire la sua ricerca verso altre mete.

Non so se questa sarà la fine degli astratti in bianco e nero. Non lo sa nemmeno l'artista stesso.

Certo è che se il suo cammino proseguirà, questo è uno splendido traguardo da cui partire.
Scritto di Anna Facchinetti

Milano 2011

TIMBRI
I segni sono i rappresentanti di un bipolarismo artistico che si può ben dire avere le sue radici in quelle inquadrature veloci e a tratti improvvisamente fermate di Gerhard Richter, artista tanto caro a Paolo Facchinetti in quanto uno dei pilastri portanti della sua crescita e del suo gusto personale.

Lo scontro tra fazioni diverse sembra essere una costante nella vita artistica del nostro protagonista. Il suo viaggio nel fare arte pittorico che ormai dura da 30 anni ha conosciuto diverse “fasi”, svariate sperimentazioni ed anche contraddittori percorsi verso quella che è oggi la sua arte.

In quel bipolarismo artistico sopra citato risiedono gli studi tecnici e le empatie umane che il Nostro ha vissuto durante la sua vita artistica e non. Quando la vista di un’opera di Francis Bacon suscitava domande e sviscerava sensazioni e quando la contemplazione della perfezione richteriana sembrava non lasciare altra via d’uscita per il fare arte.

Paolo Facchinetti decide di non privarsi di nessuna di queste visioni innovative, le assolutizza in una poetica nuova, personale ed innovativa. Gioca con l’insofferenza umana di Bacon e l’illusione ottica di Richter, i due grandi pilastri del Novecento che lo hanno segnato profondamente.

L’esplosione, la disgregazione, lo sfaldamento della figura e dell’essere umano; della sua fragilità; del suo essere e non essere parte del cosmo. L’uomo visto non come un qualcosa di unitario, ma come se fosse l’insieme di tante piccole incertezze e dubbi e angosce.

Giustamente V. Angelini sostenne che “ […] il segno di Facchinetti traduce in forma non tanto il soggetto o una figura particolari bensì la dimensione della sua esperienza e conoscenza, il suo sentire interiore […] “.

La ricerca come continuo memento dell’essere un artista che non si può accontentare dell’immagine statica che ha davanti a sé. Ed è un percorso che si caratterizza per una forte particolarità che distingue il suo cammino rendendolo personalissimo.

Bacon deforma, Facchinetti sfalda. Più romantico di Richter e meno drammatico di Francis.

Ma la sua arte non è nemmeno solo questo. I colori, le forme, gli angoli prospettici, i gesti resi immobili dall’acrilico che si asciuga; l’arte vista semplicemente come un gioco ottico, come un complimento estetico nei confronti della vita. La pittura diventa illusione e per rappresentare un personaggio, la realtà o un amico si rende fondamentale.

L’illusione e la realtà, altre due componenti del bipolarismo di Facchinetti. Ma nel suo universo queste due facce della medesima medaglia non sono in lotta fra loro, una non esclude l’altra, anzi. Convivono, si fanno forza e si giustificano vicendevolmente.

Così il ritratto di un personaggio immortale per la musica jazz può nascere subito dopo aver concluso un’opera astratta nelle tonalità del blu e del nero; oppure entrambi i soggetti possono rendersi complementari e dividere la scenda di un quadro.
Come nel passato anche in questa nuova fase sembra che l’evanescenza abbia un ruolo fondamentale. Il binomio da sempre esistente nell’arte del Facchinetti non viene negato nemmeno in questo nuovo step della sua crescita artistica: presenza, ma soprattutto assenza. Le figure nascono non tanto dai timbri, ma dalla loro mancanza. Gli spazi liberi sono fondamentali per la figura stessa.

Un’arte del togliere. Michelangelo sosteneva che la vera scultura fosse quella "per via di togliere". Senza fare paragoni forse insensati o cronologicamente impossibili, prescindendo dal fatto che qui si tratta in modo univoco di pittura, non mi sembra un caso che Il Grande Artista italiano sia uno dei punti di riferimento per il Nostro che spesso definisce le sue opere non con l’aggiunta di dettagli, ma cancellando. In questo senso il suo intervento in negativo può essere visto come una rielaborazione in chiave contemporanea e personale del principio michelangiolesco.

Lascia spazio agli sfondi, alle campiture mono-cromatiche; da’ voce ai “vuoti” delle forme e delle figure. Figure in negativo, definite dal non-esserci piuttosto che da quello che c’è.


Nella serie dei Timbri l’immagine ha una riconoscibilità impressionistica.

Osservati da vicino si assiste ad un’esplosione di forme nel bianco, nel nero e nel mono-colore; allontanandosi la figura acquista una sua identità, una definizione. L’immagine non c’è. La figura è creata dall’occhio dell’osservatore, che guardando ne compensa la mancanza, proprio come succedeva per le opere francesi della seconda metà dell’Ottocento.

Con i Timbri si ha la deflagrazione completa dell’immagine, da un epicentro, come un tumulto, l’esplosione si espande verso colui che guarda. Si avvicina e lo abbraccia coinvolgendolo.

Tuttavia il Nostro non rinnega i grandi pilastri dell’arte che hanno avuto un ruolo fondamentale per l’umanità artistica e per lui stesso. Prima si è accennato a Richter e anche alla disgregazione dell’immagine; come se la superficie crollasse ed il tumulto sfaldasse la figura e la scomponesse in centinaia di frammenti (i timbri). Tutte queste componenti hanno comunque un nucleo originario che sta nel cuore dell’immagine e dell’opera stessa.

Ma non era forse quel Vincent Willem van Gogh tanto innovativo quanto introspettivo, che componeva le sue figure con centinaia di pennellate che tuttavia avevano un centro da cui nascevano, che le generava?

Con Paolo la pennellata si è evoluta ed è cresciuta sperimentando nuovi mezzi e strumenti del fare arte, approdando al timbro di varia forma e misura.

Ma l’eredità e l’insegnamento dell’ormai “classico” pittore olandese si riscontra in quell’epicentro figurativo che da’ origine a tutta l’opera.

Un ulteriore sviluppo nella fase sperimentale dei timbri si ha quando dal fondo nero il bianco si fa strada prendendo il sopravvento. Si assiste ad un cambiamento repentino. Il bianco prevale sullo sfondo. Il vuoto acquista più importanza e sono il nero ed il colore, ora, a creare l’immagine. Come se si assistesse ad una trasposizione quasi in negativo dello sguardo del pittore.


Insomma, i timbri sono tutto questo; sono una sorta di sintesi di quello che è stato il percorso, la ricerca e la crescita di Facchinetti in ambito artistico.

Anna Facchinetti / ottobre 2010


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