Parco del taburno-camposauro



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ASFODELO

Associazione di volontariato per l’educazione ambientale



PARCO DEL TABURNO-CAMPOSAURO

  1. Notizie geomorfologiche

  1. Notizie vegetazionali e faunistiche

  1. Il Parco Regionale

  1. Solopaca

  2. Itinerario

  3. Acquedotto Carolino; il Ponte della Valle

  4. Opera di Mimmo Paladino

  5. Carta topografica.

a cura di Giuseppina Moleta.


Via del Triumvirato15, 80126 NAPOLI-Soccavo.

Tel. 0815583064 - 0817145681 - 0817281686

E-mail: ass.asfodelo@gmail.com

homepage: http://it.geocities.com/associazioneasfodelo

NOTIZIE GEOMORFOLOGICHE
Il Parco Naturale del Taburno-Camposauro, nella regione Campania, provincia di Benevento, comprende un’area molto vasta, con svariati complessi montuosi e vallate in cui sono ubicati numerosi paesi. Le vette più elevate sono: il M. Taburno (m 1.394) e il M. Pentime (m 1170). Il Massiccio del Taburno-Camposauro, denominato “Dormiente del Sannio” perché nel profilo si individua una donna distesa, è delimitato a Nord dalla Valle Telesina che lo separa dal Matese, a Sud dalla Valle Caudina che lo separa dal Partenio, ad Est e Ovest dai fiumi Ienga e Isclero.

Le rocce sedimentarie, calcari, formano una successione stratigrafica imponente che, in alcuni punti, raggiunge lo spessore di un migliaio di metri; sono rocce sedimentate in mare poco profondo, tra 0 e 50 metri, ricche di resti di organismi animali e vegetali come molluschi o alghe a scheletro calcareo. Un po' dappertutto sul massiccio si rinvengono resti di affioramenti fossiliferi (rudistacee etc.) spesso visibili in sezione anche nei materiali estratti. A tal proposito conviene ricordare i pregiati marmi di Vitulano in passato molto ricercati per rivestimento per la diversa colorazione del cemento trasparente e rossastro, per i riempimenti alabastrini e per le infiltrazioni di ossidi di ferro e manganese, oggi non più estratti per la loro particolare fragilità. Tra i molluschi bivalvi sono ben visibili le Requienie che permettono di attribuire gli strati in cui si rinvengono al Cretacico inferiore, un periodo dell’era Mesozoica. In quest’era infatti si sarebbero depositate le rocce più antiche, a partire da circa 200 milioni di anni fa; verso la fine dell’era si sarebbero verificate alcune emersioni, attestate da fenomeni di erosione subaerea nelle rocce calcaree, alternate a immersioni. In tutta la prima parte dell’era successiva, nel Paleogene, il territorio emerse dalle acque, come testimonia la mancanza di depositi ascrivibili a questo periodo. Solo nel Miocene, trasgressione miocenica, il territorio venne nuovamente sommerso e ricominciò la sedimentazione: calcari a Litotamni (alghe calcaree). Sopra a questi si rinvengono rocce marnose e argillose depositatesi in mare profondo e materiale piroclastico proveniente dai Vulcani Flegrei, dal Roccamonfina e dal Vesuvio. Il Massiccio appare suddiviso in due unità da una fossa di sprofondamento (graben) che prende il nome di Piana di Prata. Tutto il territorio presenta evidenti fenomeni carsici, come grotte, doline, carren. Interessanti esempi di carsismo sono il Campo di Cepino, il Campo di Trellica ed il Campo alla base di Camposauro: sono tre conche chiuse dotate di inghiottitoi o pseudodoline.



NOTIZIE VEGETAZIONALI E FAUNISTICHE
I dati più recenti sulla vegetazione del Taburno - Camposauro risalgono al 1985 (Carta faunistica regionale) in cui sono citati pure lavori precedenti (1964).

La fascia pedemontana è coltivata a Olivi (Olea europaea) e i terreni calcarei permeabili, misti a terreni argillosi, permettono abbondanti raccolti e un olio di ottima qualità noto fin da epoca romana. Su molti terreni è diffusa la viticoltura: da un antico vitigno, secondo alcuni autoctono, secondo altri introdotto dai Greci si ottiene un vino DOC, l’Aglianico del Taburno.

Dai 500 ai 700 m si rinviene la Roverella (Quercus pubescens) a cui, dopo i 700 m si mescolano altre latifoglie: l’Orniello (Fraxinus ornus), il Carpino orientale (Carpinus orientalis), alcune specie di Acero (Acer campester e Acer neapolitanum) e il Leccio (Quercus ilex).

Nella Piana di Prata restano i residui di una Cerreta (Quercus cerris) che doveva essere in passato ben più estesa.

Più in alto, a circa 900 m, inizia l’ambiente ideale per la Faggeta (Fagus silvatica) che, nella foresta demaniale del Taburno, è presente con esemplari dai tronchi diritti e maestosi e si insinua anche tra le conifere piantate ad inizio secolo scorso a scopo sperimentale; qui si trovano pure degli abeti bianchi, introdotti intorno al 1846 per volontà dei Borboni, ed attualmente in fase di regresso a vantaggio del faggio, per l'attacco sia dei coleotteri Bostrichidi, sia dei funghi del genere Fomes. Le Faggete del Camposauro, di proprietà comunale, mostrano le tracce di tagli intensi ed indiscriminati operati in buona parte nel corso dell'ultimo conflitto. In questa zona troviamo pure la maggiore presenza di Agrifoglio (Ilex aquifolium).

Sui versanti nord-orientali è diffuso il Castagno (Castanea sativa), con produzione di frutti di diversa qualità: selvagge, panarane, enzete.

Tra le piante erbacee si rinvengono specie mediterranee che, man mano che si sale oltre i 500 m, vengono sostituite da specie submontane e montane; pertanto, la Coronilla, la Ginestra dei Carbonai, il Biancospino, si associano a specie di sottobosco come l’Agrifoglio, il Pungitopo, l’Edera, il Ciclamino, il Ginepro. Abbondanti le erbe aromatiche come la Menta, l’Origano, il Timo.

La situazione attuale della fauna del massiccio Taburno-Camposauro è poco nota, se si esclude il censimento ornitologico degli anni 1983-87. Non risultano presenti specie rare e particolarmente minacciate, probabilmente perché già estinte a causa dell'elevata pressione antropica a cui è soggetto il massiccio. Sono tuttavia presenti una colonia di corvo imperiale, diverse specie di uccelli rapaci diurni e notturni, picchi, piccoli passeriformi e piccoli mammiferi. La mancanza di corsi d'acqua determina l'assenza di ecosistemi molto ricchi di specie; nonostante ciò il massiccio rappresenta la zona più ricca di specie della provincia di Benevento, grazie alla varietà di ambienti che si incontrano (dai campi coltivati alle rupi, dal bosco di faggio al ceduo, alle siepi ed alle macchie di roverella).


IL PARCO REGIONALE
Per le sue dimensioni non estese (circa 15.000 ha) e l'elevata pressione antropica (17 comuni) e, purtroppo, gli attacchi più o meno illegittimi, la natura del massiccio si presenta piuttosto degradata. Pur essendo questo comprensorio soggetto dapprima al vincolo paesaggistico e, successivamente, al Piano Paesistico, l'edilizia non è stata affatto bloccata; prima dell'istituzione del Parco Naturale, le zone chiuse alla caccia erano soltanto due (un'Oasi di protezione faunistica e una Zona di ripopolamento e cattura); solo una parte dei boschi, non vasta, è protetta dal taglio, essendo di proprietà regionale (ex ASFD): la foresta del Taburno. Altri problemi da non sottovalutare sono rappresentati dall'apertura di cave abusive, spesso di modeste dimensioni ma disseminate in tutto il massiccio, dall'abbandono di rifiuti in discariche non idonee, dai frequenti incendi estivi, dal turismo motorizzato disordinato e invadente diretto soprattutto nelle piane carsiche e nei boschi della parte alta. A ciò si aggiungono sconsiderati interventi delle Amministrazioni locali, prima tra tutte la Comunità Montana Taburno, che ha costruito recentemente orribili quanto inutili strade montane e insediamenti ricettivi. La zona sommitale del Camposauro, infine, ospita sulla vetta una selva di ripetitori radiotelevisivi. Altri ripetitori sono presenti sulla cresta del Taburno presso Piano Melaino e nella zona di S. Michele in Camposcuro (Camposauro).
SOLOPACA
Solopaca, centro agricolo e industriale rinomato per i vini tipici, è situato a 180 m s.l.m., sul pendio del M. Palombella e di Punta della Croce che, innalzandosi a sud, le tolgono il sole per alcune ore nella stagione invernale; da ciò deriverebbe il nome.

La Parrocchiale, con facciata decorata a stucchi, ha un campanile del ‘600; nelle chiese di S. Mauro e di S. Martino si trovano due tele di Lucantonio D’Onofrio, pittore locale.



ITINERARIO
Il percorso si svolge su un “sentiero attrezzato”, aperto di recente, tutto al di sopra dei 1.000 m., con piccoli dislivelli, di durata variabile a seconda delle esigenze e delle scelte. Parte del percorso è nella faggeta, parte su prato con splendidi panorami sulla valle telesina, fino alle vette del Matese. Meta finale il Campo, pianoro di origine carsica sotto il Camposauro, con l’ex Casermetta della Forestale, trasformata in ristorante.
ACQUEDOTTO CAROLINO – PONTE DELLA VALLE
Inserito dall’Unesco nel 1997 tra i beni da tutelare nella Lista del Patrimonio Mondiale, questa grandiose opera di ingegneria idraulica fu realizzata da Luigi Vanvitelli, durante il regno di Carlo di Borbone. Il sovrano, salito al trono di Napoli nel 1734, s’impegnò in un’intensa opera di rinnovamento in tutti i campi, giuridico, economico, artistico, culturale, promuovendo una serie di opere pubbliche, di interventi sulla viabilità e per la bonifica del territorio, e la costruzione di residenze reali, tra cui quella di Caserta, progettata lontano dal mare per motivi si sicurezza.

L’architetto, nell’elaborazione del progetto, previde le “reali delizie”, un parco con fontane, un lago artificiale e una cascata, che comportò la costruzione di un nuovo acquedotto, la cui acqua avrebbe rifornito anche le zone circostanti e la città di Napoli. Alle falde del M. Taburno furono individuate alcune sorgenti, Fizzo, Noce, Volla, Sanbuco, adatte per portata e per posizione, 254 m s.l.m., in quanto, essendo l’acquedotto a pelo libero, bisognava calcolare la necessaria pressione. La realizzazione dell’opera, un condotto interrato, largo m1,20 e alto m1,30, comportò il superamento di numerosi ostacoli, dalla natura geologica dei terreni attraversati, alcuni durissimi da traforare, altri friabili e, pertanto, franosi, altri paludosi, alla topografia del territorio che presentava monti e vallate per il cui superamento si rese necessaria la costruzione di ponti, tra cui il Ponte della Valle.

I lavori, iniziati nel 1753, furono completati solo nel 1770, per i numerosi problemi emersi e per alcuni incidenti mortali. La spesa per il solo acquedotto, riportata nella Storia delle finanze del regno di Napoli, fu di 705.826 ducati, su un totale di 6.133.508 ducati, spesi per la realizzazione della Reggia e del parco con la peschiera, la vaccheria e la scuderia.

Il Regolamento per la custodia delle acque della città di Napoli proibiva di piantare alberi ai lati dei condotti, di costruire entro una distanza di quattro palmi, di usare l’acqua per l’agricoltura e per abbeverare gli animali, tutelando l’acquedotto e i terreni sovrastanti. Nonostante la situazione attuale d’incuria e di degrado, il percorso, di complessivi 38 km, è ancora percorribile per lunghi tratti ed è segnalato da torrini numerati, costruzioni a pianta quadrata con tetto piramidale, che servivano da sfiatatoi e per le ispezioni del condotto.

Il Ponte della Valle è un ponte a tre ordini di arcate, lungo m. 529, alto m. 95, costruito per superare la valle di Maddaloni, tra i monti Longano e Garzano. Per superare la valle, con un acquedotto a pelo libero per cui non valeva il principio dei vasi comunicanti, non esisteva alternativa alla deviazione del percorso per un lungo tratto. Ma il Vanvitelli, grande esperto di idraulica e conoscitore degli acquedotti romani, rifacendosi a opere come il Pont du Gard in Provenza e il Pont Maintenon, concepì questa grandiosa costruzione con 3 ordini di arcate a tutto sesto, il cui numero aumenta progressivamente: 19, 27, 43. Un passaggio permette di percorrere tutti gli ordini, mentre sulla parte superiore corre una strada pavimentata in pietra, con parapetti, larga circa 3m e percorribile in carrozza. L’acquedotto passa nella parte superiore della struttura.
OPERA di MIMMO PALADINO

(un articolo del Prof. Luigi Fucci)


Continua a suscitare interesse l’opera del Maestro Mimmo Paladino che ha ideato e curato la realizzazione artistica della parete di massima pendenza del serbatoio in galleria in località Monte Pizzuto di Solopaca. Lo ha capito molto bene la dirigenza dell’Alto Calore, e in particolare il suo presidente Michele Jannicelli e l’ing.Oreste Montano, che ha consentito anche domenica scorsa, di pomeriggio, a numerose persone di visitare la parte interna della galleria dove su una grande parete maiolicata sono artisticamente rappresentati aspetti del paesaggio montano e quello agricolo di Solopaca e della Valle Telesina con vigneti e l’arco Traiano di Benevento. Infatti un dipendente dell’Alto Calore ha aperto il cancello e il massiccio portone e, con l’accensione di alcuni interruttori in un pannello interno, ha messo in moto la magica scenografia fatta di acqua corrente, di acqua vaporizzata, di suoni, di luci artificiali e naturali. Certo il momento per andare in scena deve essere adatto e cioè quando il sole comincia a declinare nella valle e risulta alla stessa quota della parete di massima pendenza. Allora comincia il luccichio di milioni di particelle azzurre e incolori riflettenti e di alcuni evidenti blocchi di vetro compatto e sfaccettati in modo irregolare di cui è fatta la parete nelle quale si specchia incuriosito il sole. Ma il sole non si accontenta solo di questo e si insinua nell’acqua vaporizzata che fuoriesce dalla base della sagoma rappresentante il rabdomante con i suoi ramoscelli di legno e attiva con i suoi raggi, attraversandole, le minutissime particelle di acqua che per il fenomeno della rifrazione producono un arcobaleno che si sposta lungo la parete azzurra conseguenza dello spostamento dell’acqua in vapore procurato da un vento leggero. ”La montagna parla”- ha detto una signora quando ha sentito la musica registrata ed ideata dal maestro Lupone Michelangelo. Un altro ha osservato che la parete trasudava acqua quasi a dimostrare l’abbondanza della buona acqua presente nelle viscere calcaree profonde del complesso del Camposauro che l’Alto Calore ha avuto il merito di individuare, catturare e mettere a disposizione degli abitanti delle province di Avellino e di Benevento. ”E’ un’opera bellissima, degna della bravura e della genialità del maestro Paladino”, ha affermato la pittrice napoletana Rosaria Matarese in escursione sui sentieri del Parco Taburno- Camposauro con gli amici del Club Alpino Italiano della sezione di Napoli. Alcuni visitatori non sono ripartiti subito, ma seduti sulla panchina di una terrazzina posta in prossimità di numerosi cannelli da cui esce gorgogliando la limpidissima acqua, con il volto rivolto al sole, hanno ammirato la fertile valle telesina e il suo mare verde di vigneti attraversato dalle acque del fiume Calore e hanno atteso il tramonto. Solo allora è scomparsa la magia.

Luigi Fucci






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