Parte II: IL senso religioso



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«Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:

Chi è costui che oscura il consiglio

con parole insipienti?

Cingiti i fianchi come un prode,

io t'interrogherò e tu mi istruirai.

Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra?

Dillo, se hai tanta intelligenza!

Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,

o chi ha teso su di essa la misura?

Dove sono fissate le sue basi

o chi ha posto la sua pietra angolare,

mentre gioivano in coro le stelle del mattino?

[...]

Il censore vorrà ancora contendere con l'Onnipotente?»68


Non esiste niente di più adeguato, di più aderente alla natura dell'uomo che l'essere posseduti per una originale dipendenza: infatti la natura dell'uomo è quella di essere creato.

In questo primo fattore individuato vi sono tre sfumature.

La prima sfumatura è della «alterità» o del «dato», come cosa genericamente intesa, la realtà.

Solo in un frangente successivo distinguo in questa realtà volti e cose.

Solo in un terzo momento io mi accorgo di me stesso. Le distinzioni vengono dopo, e l'ultima coglie l'io come cosa distinta dalle altre cose.

La traiettoria psicologica dell'uomo conferma questo, perché la percezione di sé come «distinto da» viene a un certo punto della evoluzione della propria coscienza. Si arriva a se stessi in quanto «dato», in quanto «fatto», come ultimo passo dentro la percezione della realtà come «cosa» e come «cose».

La prima originale intuizione è, quindi, lo stupore del dato e dell'io come parte di questo dato, esistente. Prima vieni colpito e poi ti accorgi di te che sei colpito. È da qui che s'origina il concetto della vita come dono, in mancanza del quale non possiamo usare delle cose senza inaridirle.

2.7.2. Il cosmo
L'uomo, una volta accortosi di questo «essere» reale, di questa inesorabile presenza con le sue diversità e il proprio io come sua parte, sì accorge anche che c'è dentro questa realtà un ordine, che questa realtà è cosmica (da cosmos greco, che vuol dire appunto ordine).

Kant confidò che il momento in cui gli veniva una obiezione a tutta la sua Critica della ragion pura, dove si negava che dalla realtà si potesse risalire a un'altra presenza, era quando usciva di casa e, arrovesciando il capo, guardava il cielo stellato.69


«Davvero stolti per natura tutti gli uomini

che vivevano nell'ignoranza di Dio,

e dai beni visibili non riconobbero colui che è,

non riconobbero l'artefice, pur considerandone le opere.


Ma o il fuoco o il vento o l'aria sottile

o la volta stellata o l'acqua impetuosa

o i luminari del cielo

considerarono come dèi, reggitori del mondo.

Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,

pensino quanto è superiore il loro Signore,

perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.

Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,

pensino da ciò a quanto è più potente colui che li ha formati.

Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature

per analogia si conosce l'autore.»70
Quindi lo stupore originale implica un senso di bellezza, l'attrattiva della bellezza armonica. Individueremo meglio dopo il valore della parola «analogia» citata nel brano biblico.

2.7.3. Realtà «provvidenziale»
Non solo l'uomo si accorge che questa inesorabile presenza è bella, attira, è consona a sé nel suo ordine: constata anche che essa si muove secondo un disegno che può essergli favorevole. Questa realtà fa il giorno e la notte, il mattino e la sera, l'autunno, l'inverno, l'estate, la primavera, stabilisce i cicli per cui l'uomo può ringiovanirsi, rinfrescarsi e sostenersi, riprodursi.

Il contenuto delle religioni più antiche coincide con questa esperienza di possibilità della realtà «provvidenziale». Il nesso col divino aveva come contenuto (attorno al quale si sviluppavano dottrina e riti) il fatto di questo mistero della fecondità della terra e della donna.

È quello che adombra, prima di tutto, Dio nella Bibbia, dopo il diluvio.

Ed è quello che adombra nel suo discorso a Listra, in Asia Minore, san Paolo, quando, avendo egli compiuto un miracolo, tutta la gente, compresi i sacerdoti del tempio di Zeus, erano andati là, da lui e da Barnaba, prendendo lui per Ermete (il dio più piccolo) e Barnaba (più alto e forte) per Zeus; vi erano andati con turiboli e incensi, perché li credevano appunto dèi arrivati in città.


«Cittadini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori.»71
Queste sono le tracce del discorso originale di ogni religione antica: il senso del divino come provvidenza.

2.7.4. L'io dipendente
A questo punto, quando è risvegliato nel suo essere dalla presenza, dalla attrattiva e dallo stupore, ed è reso grato, lieto, perché questa presenza può essere benefica e provvidenziale, l'uomo prende coscienza di sé come io e riprende lo stupore originale con una profondità che stabilisce la portata, la statura della sua identità.

In questo momento io, se sono attento, cioè se sono maturo, non posso negare che l'evidenza più grande e profonda che percepisco è che io non mi faccio da me, non sto facendomi da me. Non mi do l'essere, non mi do la realtà che sono, sono «dato». È l'attimo adulto della scoperta di me stesso come dipendente da qualcosa d'altro.

Quanto più io scendo dentro me stesso, se scendo fino in fondo, donde scaturisco? Non da me: da altro. È la percezione di me come un fiotto che nasce da una sorgente. C'è qualcosa d'altro che è più di me, e da cui vengo fatto. Se un fiotto di sorgente potesse pensare, percepirebbe al fondo del suo fresco fiorire una origine che non sa che cos'è, è altro da sé.

Si tratta della intuizione, che in ogni tempo della storia lo spirito umano più acuto ha avuto, di questa misteriosa presenza da cui la consistenza del suo istante, del suo io, è resa possibile. Io sono «tu-che-mi-fai». Soltanto che questo «tu» è assolutamente senza faccia; uso questa parola «tu» perché è la meno inadeguata nella mia esperienza d'uomo per indicare quella incognita presenza che è, senza paragone, più della mia esperienza d'uomo. Quale altra parola dovrei usare altrimenti?

Quando io pongo il mio occhio su di me e avverto che io non sto facendomi da me, allora io, io, con la vibrazione cosciente e piena di affezione che urge in questa parola, alla Cosa che mi fa, alla sorgente da cui sto provenendo in questo istante non posso che rivolgermi usando la parola «tu». «Tu che mi fai» è perciò quello che la tradizione religiosa chiama Dio, è ciò che è più di me, è ciò che è più me di me stesso, è ciò per cui io sono.

Per questo la Bibbia dice di Dio «tam pater nemo»,72 nessuno è così padre, perché il padre che noi conosciamo nell'esperienza è chi dà l'abbrevio, l'inizio a una vita che, dalla prima frazione di istante in cui è posta in essere, si distacca, va per suo conto. Mentre Dio, Padre in ogni istante, mi sta concependo ora. Nessuno è così padre, generatore.

La coscienza di sé fino in fondo percepisce al fondo di sé un Altro. Questa è la preghiera: la coscienza di sé fino in fondo che si imbatte in un Altro. Così la preghiera è l'unico gesto umano in cui la statura dell'uomo è totalmente realizzata.

L'io, l'uomo, è quel livello della natura in cui essa si accorge di non farsi da sé. Così che il cosmo intero è come la grande periferia del mio corpo senza soluzione di continuità. Si può anche dire: l'uomo è quel livello della natura in cui la natura diventa esperienza della propria contingenza. L'uomo si sperimenta contingente: sussistente per un'altra cosa, perché non si fa da sé. Sto in piedi perché mi appoggio a un altro. Sono perché sono fatto. Come la mia voce, eco di una vibrazione mia, se freno la vibrazione, la voce non c'è più. Come la polla sorgiva che deriva tutta dalla sorgente. Come il fiore che dipende in tutto dall'impeto della radice.

Allora non dico: «Io sono» consapevolmente, secondo la totalità della mia statura d'uomo, se non identificandolo con «Io sono fatto». È da quanto detto prima che dipende l'equilibrio ultimo della vita. Siccome la verità naturale dell'uomo, come si è visto, è la sua creaturalità, l'uomo è un essere che c'è perché è continuamente posseduto. Allora egli respira interamente, si sente a posto e lieto, quando riconosce di essere posseduto.

La coscienza vera di sé è ben rappresentata dal bambino tra le braccia del padre e della madre, sì che può entrare in qualsiasi situazione dell'esistenza con una tranquillità profonda, con una possibilità di letizia. Non c'è sistema curativo che possa pretendere questo, se non mutilando l'uomo. Spesso, cioè, per togliere la censura di certe ferite, si censura l'uomo nella sua umanità.

Tutti i movimenti, perciò, degli uomini, in quanto tendono alla pace e alla gioia, sono per la ricerca del Dio, di Ciò in cui è la consistenza esauriente della loro vita.

2.7.5. La legge nel cuore
Ma, a questo punto, c'è un ultimo vivido significato all'interno stesso di questo «io» sorpreso come «fatto da», come «appoggiato a», come «contingente a».

Si tratta ora del fatto che nell'io freme dentro come una voce che mi dice «bene», che mi dice «male». Questa coscienza dell'io reca con sé la percezione del bene e del male.

È quello che la Bibbia e san Paolo definivano «la legge scritta nei nostri cuori».73 La sorgente del nostro essere ci mette dentro la vibrazione del bene e l'indicazione, il rimorso del male. C'è una voce dentro di noi. Verrebbe voglia di recitare:
«C'è una voce nella mia vita,

che avverto nel punto che muore;

voce stanca, voce smarrita,

col tremito del batticuore:


voce d'una accorsa anelante,

che al povero petto s'afferra,

per dir tante cose e poi tante,

ma piena ha la bocca di terra».74


La «voce» di Pascoli, che è la voce della madre, realmente è una descrizione di come noi trattiamo questa Voce dell'io: la soffochiamo con la terra della nostra distrazione e delle nostre preoccupazioni.

L'esperienza dell'io reca con sé la coscienza del bene e del male, la coscienza di qualche cosa cui non si può rifiutare l'omaggio della propria approvazione o l'accusa. Comunque venga applicata questa categoria del bene perché è bene, e del male perché è male, è inestirpabile. Perché risponde a una destinazione ultima, risponde al nesso con il destino. È qualcosa che mi si impone, mi obbliga a giudicarlo e a riconoscerlo come bene o male. E il binario con cui Ciò che ci crea convoglia a sé tutta la nostra esistenza. Il binario di un bene, di un giusto cui è legato il senso stesso della vita, della esistenza propria, del reale; che è bene e giusto perché è così, che non è alla mercé di niente, è infinito nel suo valore. Che una madre voglia bene al bambino, è bene perché è bene; che uno con sacrificio di sé aiuti un estraneo è bene perché è bene.

Diceva san Paolo nella Lettera ai Romani:
«Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono».75
Anche un «pagano», il grande poeta Sofocle, nell'Antigone parlava dei «sacri limiti delle leggi non scritte e non mutabili».76

Conclusione
La formula dell'itinerario al significato ultimo della realtà qual è? Vivere il reale.

L'esperienza di quella implicazione nascosta, di quella presenza arcana, misteriosa dentro l'occhio che si spalanca sulle cose, dentro l'attrattiva che le cose risvegliano, dentro la bellezza, dentro lo stupore pieno di gratitudine, di conforto, di speranza, perché queste cose si muovono in modo tale da servirmi, da essermi utili; e queste cose hanno dentro anche me, me, in cui quel recondito,quel nascosto diventa vicino, perché è qui che mi sta facendo, e mi parla del bene e del male - questa esperienza come potrà essere vivida, questa complessa e pur semplice esperienza, questa esperienza ricchissima di cui è costituito il cuore dell'uomo, che è il cuore dell'uomo e perciò il cuore della natura, il cuore del cosmo? Come potrà essa diventare potente? Nell'impatto con il reale. L'unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale. La formula dell'itinerario al significato della realtà è quella di vivere il reale senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla. Non sarebbe infatti umano, cioè ragionevole, considerare l'esperienza limitatamente alla sua superficie, alla cresta della sua onda, senza scendere nel profondo del suo moto.

Il positivismo che domina la mentalità dell'uomo moderno esclude la sollecitazione alla ricerca del significato che ci viene dal rapporto originario con le cose. Questo ci invita alla ricerca di una consistenza, cioè appunto di un significato; ci fa presentire questa presenza di consistenza che le cose non sono, tanto è vero che io (ed è qui che si definisce la questione), io stesso non lo sono; io, il livello in cui le stelle e la terra prendono coscienza della propria inconsistenza. Il positivismo esclude l'invito a scoprire il significato che ci vien rivolto proprio dall'impatto originario e immediato con le cose. Vorrebbe imporre all'uomo di fermarsi a ciò che appare. E questo è soffocante.

Quanto più uno vive il livello di coscienza, che abbiamo descritto, nel suo rapporto con le cose, tanto più vive intensamente il suo impatto con la realtà e tanto più incomincia a conoscere qualcosa del mistero.

Ripetiamo: quello che blocca la dimensione religiosa autentica, il fatto religioso autentico è una mancanza di serietà con il reale, di cui il preconcetto è l'esempio più acuto. È segno degli spiriti grandi e degli uomini vivi l'ansia della ricerca attraverso l'impegno con la realtà della loro esistenza.

Ecco allora la conclusione: il mondo, questa realtà in cui ci impattiamo, è come se nell'impatto sprigionasse una parola, un invito, facesse sentire un significato. Il mondo è come una parola, un logos che rinvia, richiama ad altro, oltre sé, più su. In greco «su» si dice anà. Questo è il valore della analogia: la struttura di impatto dell'uomo con la realtà desta nell'uomo una voce che lo at tira a un significato che è più in là, più in su, anà.

Analogia. Questa parola sintetizza la struttura dinamica dell'impatto che l'uomo ha con la realtà.

2.8. L’ESPERIENZA DEL SEGNO

Rendiamoci ora conto della modalità dimostrativa inerente alla fenomenologia di cui abbiamo appena parlato. Questo modo attraverso cui la realtà mi colpisce dimostra l'esistenza di qualche cosa d'altro. Ma come?


2.8.1. Provocazione
Innanzitutto è chiaro che lo stupore, di cui abbiamo detto, costituisce una esperienza di provocazione.

Aprendo lo sguardo alla realtà, ho davanti qualcosa che realizza una provocazione di apertura. Il modo con cui il reale si presenta a me è sollecitazione a qualche cosa d'altro. Lo sguardo alla realtà non ottiene in me un risultato come su una pellicola fotografica; non mi «impressiona» della sua immagine e basta. Mi impressiona e mi muove. Il reale mi sollecita, dicevo, a ricercare qualche cosa d'altro, oltre quello che immediatamente mi appare. La realtà afferra la nostra coscienza in maniera tale che questa pre-sente e percepisce qualche cosa d'altro. Di fronte al mare, alla terra e al cielo e a tutte le cose che si muovono in esso, io non sto impassibile, sono animato, mosso, commosso da quel che vedo, e questa messa in moto è per una ricerca di qualcosa d'altro.

Questa reazione posso esprimerla con una domanda: che cosa è questo (che ho davanti)? Perché questo? Dentro tali domande c'è come una incognita strana: il mondo, il reale mi provocano ad altro, altrimenti uno non si domanderebbe perché, non si chiederebbe come. Non sono una pura registrazione di quello in cui s'imbatte lo sguardo della mia coscienza; sono tutto perturbato da questo rapporto con il reale, e sospinto oltre l'immediatezza.

2.8.2. Il segno
Una cosa che si vede e si tocca e che nel vederla e toccarla mi muove verso altro, come si chiama? Segno. Il segno quindi è una esperienza reale che mi rimanda ad altro. Il segno è una realtà il cui senso è un'altra realtà, una realtà sperimentabile che acquista il suo, significato conducendo a un'altra realtà. Ed è questo il metodo con cui la natura ci richiama ad altro da sé: il metodo del segno.

Esso è anche il modo normale dei rapporti tra noi uomini, perché le maniere con cui cerco di dirti la mia verità e il mio amore sono dei segni. Se un marziano in visita alla terra vedesse una madre dare un bacio a suo figlio, chiederebbe: «Come mai questo gesto?», trovandosi sollecitato dalla realtà di quel gesto a quello che esso potrebbe voler dire. La realtà lo provocherebbe ad altro. È il fenomeno del segno.


2.8.3. Negazione irrazionale
Di fronte a questo fenomeno non sarebbe razionale, cioè non sarebbe secondo la natura dell'uomo, negare l'esistenza di quel qualcosa d'altro. Di fronte a una indicazione stradale, a un bivio, pretendere di arrestare il senso della cosa all'esistenza del palo e della freccia sul cartello, negando l'esistenza di altro cui essi si riferiscano, non sarebbe razionale. Lo sguardo a quel fenomeno non sarebbe adeguato alla energia con cui l'uomo si pone e si impatta con quel palo e quella freccia. Non sarebbe umanamente adeguato partecipare a quel fenomeno esaurendone l'esperienza al suo aspetto immediato.

Se io entrando in camera tua vedessi un bicchiere con un bel mazzetto delle prime viole e dicessi: «Bello, chi te l'ha dato?» e tu non mi rispondessi, e io insistessi: «Chi ti ha messo lì quel mazzetto?» e allora tu mi dicessi: «È lì perché è lì», fino a quando tu persistessi in questa posizione io sarei insoddisfatto, finché tu: «Me l'ha dato mia mamma», «Ah», direi allora io, acquietato. Non sarebbe infatti uno sguardo umano al fenomeno della presenza di quel mazzetto di viole, se non accedendo all'invito che in quel fenomeno è contenuto. E l'invito consiste in una provocazione a chiedere: «Come mai?». La presenza del vasetto di fiori è infatti segno di altro.

Vi propongo ancora un paragone. Supponiamo che tu e io stiamo andando in montagna, camminiamo un po' trafelati, perché c'è un sole pesante. A un certo punto si sente un grido: «Aiuto!». Prima reazione: ci si arresta. Dopo qualche secondo: «Aiuto!», e io scatto nella direzione dalla quale sembra provenire la voce, e tu stai lì imperterrito e mi dici: «Che fai?». «Ma hanno gridato: "aiuto!".» «Ma no, che cosa vai a fare?» «Stanno chiedendo aiuto.» «Ma no: tu hai sentito una vibrazione d'aria, che ha echeggiato: a-i-u-t-o; tu hai sentito cinque suoni, non puoi dedurre che ci sia uno che grida: "aiuto!".» Questo non sarebbe un modo umano di percepire quel fenomeno. Non sarebbe razionale esaurire l'esperienza di quel grido soltanto nel suo aspetto percettivamente immediato.

Analogamente non sarebbe umano affrontare la realtà del mondo, arrestando la capacità umana di addentrarsi alla ricerca d'altro, così come in quanto uomini si è sollecitati dalla presenza delle cose. Sarebbe questo, come già detto, l'atteggiamento positivista: il blocco totale dell'umano.

Quelle esigenze ultime di cui abbiamo parlato non sono niente altro che il determinarsi del tentativo inesausto di cercare risposta alle domande: perché? come? Non ci si arresta mai.
2.8.4. Carattere esigenziale della vita
Voglio allargare questo ultimo accenno. La documentazione sperimentale del fatto che la natura dell'impatto dell'uomo col reale svolge questo presentimento o ricerca d'altro è data dal carattere esigenziale della vita, dal carattere esigenziale dell'esperienza esistenziale.

Intendo dire che la stoffa stessa della vita è una trama di esigenze, trama che potrebbe essere ricondotta a due categorie fondamentali, ma l'una e l'altra con corollario talmente privilegiato che si potrebbero anche collocare nell'elenco come categorie originali a sé.

a) La prima categoria è l'esigenza della verità: cioè, semplicemente l'esigenza del significato delle cose, dell'esistenza. Se aveste davanti agli occhi un meccanismo che non avete mai visto, analizzatelo finché volete, fin nel dettaglio infinitesimale di tutti i suoi più piccoli componenti; alla fine voi non potete dire di conoscere questa macchina, se anche dopo tutta la disamina non foste pervenuti a capire a che serve. Perché la verità della macchina è il suo significato, vale a dire appunto la risposta a quella domanda: «Qual è la sua funzione?». Questa domanda ricerca il nesso tra tutti quegli ingranaggi che la compongono e la totalità del meccanismo, cioè il suo scopo, la parte che la macchina ha nella totalità del reale.

In questo senso quanto più l'uomo dettaglia seriamente la composizione delle cose, tanto più si esaspera nella domanda di quale ne sia il significato.

L'esigenza della verità implica sempre allora l'individuazione della verità ultima, perché non si può veramente definire una verità parziale se non in rapporto con l'ultimo. Non si può conoscere alcuna cosa se non in un veloce, implicito finché si vuole, rapporto tra essa e la totalità. Senza intravvedere la prospettiva ultima, le cose divengono mostruose.

L'esigenza della verità implica, sostiene e trapassa anche la diuturna curiosità con cui l'uomo scende più dettagliatamente nella struttura del reale. Nulla placa, nulla. «Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?», diceva sant'Agostino, «Che cosa più potentemente l'uomo desidera del vero?».77 Il vero: il significato reale di ogni cosa sta nel suo percepito nesso con la totalità, con il fondo, con l'ultimo. È questo lo struggimento supremo di quel livello della natura in cui la natura diventa «io». Una volta Socrate, mentre teneva scuola nell'Agorà di Atene, al culmine della sua dialettica, tutte le facce dei suoi discepoli essendo tese a lui drammaticamente, di colpo arresta il suo ragionare, sospende il suo discorso, e dice: «Amici, non è forse vero che quando parliamo della verità dimentichiamo anche le donne?».78

L'umanità di una società, la sua civiltà, è determinata dall'aiuto che l'educazione di essa dà a mantenere spalancata questa apertura insaziabile, attraverso tutti i comodi e gli interessi che prematuramente la vorrebbero chiudere.

Possiamo immaginare tra cento, mille anni, tra un miliardo di secoli, che l'uomo riesca a dire: «Sappiamo tutto»? Sarebbe finito, non avrebbe altro che da suicidarsi. Sarebbe finito come uomo: è impossibile perfino concepirlo. Quanto più l'uomo si addentra nel reale il cui impatto l'ha sollecitato e provocato irrimediabilmente, tanto più si accorge che tutto ciò di cui viene a conoscenza è, come già abbiamo citato da Francesco Severi, «in funzione di un assoluto che si oppone come barriera elastica [...] al suo superamento con i mezzi conoscitivi» .79


b) La seconda categoria, appartenente alla prima come natura, è l'esigenza di giustizia.

Molti anni fa sui giornali ci fu un grave dibattito per un uomo che, condannato a morte e giustiziato, fu riconosciuto in seguito innocente. Quel poveretto continuava a gridare in carcere che non era stato lui! Leggendo di questa tragedia mi immedesimavo con quell'individuo che se ne va al patibolo innocente. Chi gli renderà giustizia? Forse noi, riconoscendolo senza colpa? Non è una risposta a lui, è una risposta a noi stessi, è una pacificazione di noi stessi. Stiamo rendendo giustizia alla sua memoria, vale a dire, stiamo rendendo giustizia alla nostra curiosità storica, non a lui. Chi la renderà a lui? Se non la si rende a lui, giustizia non c'è: la risposta è realizzazione di una esigenza di giustizia che è lui.




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