Parte III comunicazione e conoscenza (capp. 1, 3) Per gli approfondimenti: U. Fabietti, Elementi di antropologia culturale



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Parte III Comunicazione e conoscenza (capp. 1, 3)

Per gli approfondimenti: U. Fabietti, Elementi di antropologia culturale (2015), pp. 97-137

Oralità e scrittura

Al giorno d'oggi non esiste società che ignori l'esistenza della scrittura, ma ne esistono molte nelle quali la comunicazione ordinaria si svolge in forma orale e la scrittura non è ancora entrata a far parte del sistema di trasmissione del sapere. Apprendimento, memoria, selezione dei modelli operativi, in questo caso si muovono su un sistema di trasmissione orale, che a prescindere dal grado di complessità politica, economica o amministrativa di una data cultura regolamenta le forme del sapere e la memoria collettiva.

Fin quando la scrittura non fece la sua comparsa (nel III millennio a.C. in area mesopotamica) – e per tutti i secoli successivi, in tutte quelle culture in cui non ha avuto diffusione – il sapere si è trasmesso in regime di "oralità primaria". Ma va sottolineato che l'analfabetismo non ha mai pregiudicato la possibilità di dare vita a forme organizzate (e raffinatissime) di trasmissione del sapere.

Oggi possiamo parlare di culture a "oralità diffusa" per contesti nei quali prevale lo stile comunicativo orale e di culture "a oralità ristretta" per contesti (come quello occidentale) nei quali le forme del pensiero e suoi modelli di trasmissione confidano e vengono guidati in modo dominante dalla scrittura.

La comunicazione orale e la dimensione orale della comunicazione determinano sistemi di pensiero del tutto diversi da quelli di chi ha interiorizzato la scrittura, che esercita sul pensiero forme imprevedibili di "imperialismo" comunicativo.

Ma anche in contesti occidentali, a ben vedere, l'imperialismo della scrittura va ridimensionato storicamente: basti pensare che ancora in epoca classica, nel Mediterraneo antico, la scrittura era appannaggio di pochi "maestri di verità", i poeti depositari del sapere sacro, ovvero i “narratori di miti”, portavoce ispirati di una tradizione che si depositava – come in ogni cultura orale – in un sapere condiviso e trasmissibile e la cui ortodossia dipendeva per l’appunto dal riconoscimento collettivo.

Prima ancora di essere affidati alla scrittura, i poemi epici a noi pervenuti (vere e proprie enciclopedie tribali della comunità) venivano tramandati per via orale; e nonostante la cristallizzazione dei motivi narrativi, una volta che presero forma scritta i racconti mitici contemplavano diverse varianti, a seconda del contesto politico e geografico nel quale si ricontestualizzavano e in base alla censura collettiva che le comunità a "oralità primaria" operavano su di essi.

Con un salto plurisecolare, ma con analoga procedura riflessiva, possiamo pensare all'Italia post-unitaria, nella quale il tasso di analfabetismo era elevatissimo (oltre l'80% della popolazione censita, con punte massime del 90% in alcune regioni del sud); mentre ancora nel 2008, un'indagine compiuta su campioni rappresentativi ha rivelato che soltanto il 20% della popolazione italiana possiede tutti gli strumenti di lettura, scrittura e calcolo necessari a orientarsi in una società come quella contemporanea. Possiamo parlare in questo caso di un analfabetismo funzionale.

Su scala mondiale, i dati più recenti dell'UNESCO ci dicono che la popolazione mondiale considerata analfabeta è rappresentata da circa 771 milioni di persone, (oltre il 10%) ,di cui 2/3 donne.

Sul piano antropologico è importante osservare che in assenza di scrittura le parole non hanno esistenza visiva: sono eventi, che "accadono" in un tempo preciso e con esso scompaiono. Per questo esigono una qualità di ascolto che le saldi nella memoria collettiva. Parliamo in questo caso di culture "verbomotorie", che adottano forme precise di comunicazione: modelli ritmici, respirazione, gesti, movimenti del corpo, norme non dette alle quali i parlanti si conformano. Laddove il corpo parlante come quello ascoltante diventano axis mundi dell'atto e del modello conoscitivo.

Altra importante differenza, la presenza presso le culture a oralità diffusa di elaborate specifiche procedure "mnemotecniche", ovvero di tecniche altamente elaborate della memoria, che consento l'affidabilità nella trasmissione del sapere. Si va quindi dai moduli mnemonici ripetitivi (temi, proverbi, scenari, allegorie, ripetizioni, antitesi) a procedure "omeostatiche" di selezione (tutto ciò che non coinvolge il presente può essere selezionato ed eliminato): l'uso omeostatico delle genealogie, ad esempio, in molte culture a oralità diffusa si sottomette non tanto alla salvaguardia della memoria passata, quanto alla validazione (politica, sociale, religiosa) di alleanze e parentele nel presente.

Dato cruciale delle culture a oralità diffusa, la dimensione dell'esperienza: il pensiero fondato sulla comunicazione orale ha un carattere "concreto" che si piega ad altre procedure di astrazione, rispetto a quelle formalizzate nelle culture a "oralità ristretta". Ne consegue che l'attività psico-cognitiva in contesti a oralità diffusa procede secondo altri schemi e si affida a processi combinati di natura psichica e sociale. (leggere esempi sul manuale pp. 106-107).






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