Pastorale Sociale e del Lavoro Regione Piemonte e Valle d’Aosta



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Pastorale Sociale e del Lavoro

Regione Piemonte e Valle d’Aosta
Diocesi di Acqui, Alba, Alessandria, Aosta, Asti, Biella, Casale, Cuneo,

Fossano, Ivrea, Mondovì, Novara, Pinerolo, Saluzzo, Susa, Torino e Vercelli


Foglio di collegamento



4/10

ANNO XVII



Documenti




Seminario


“PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CITTADINI:

RIFLESSIONI SULLA RIFORMA “BRUNETTA””




Venerdì 19 febbraio 2010

Centro Incontri della Regione Piemonte -Torino

Torino, aprile 2010 - Stampato in proprio


INDICE

Pag.
Programma




Introduzione
Don Daniele Bortolussi 5


Relazioni
Dr. Emanuele Mirabile 7
Prof. Carlo Emanuele Gallo 13
Prof. Sertorio Guido 18
Dr.ssa Liliana Annovazzi 23

Interventi
Dr. Michele Gentile 26
Dr. Francescantonio Guidotti 28

Documento di 29 pagine

Testi non rivisti dai relatori

Introduzione
Don Daniele Bortolussi
La Pastorale del Lavoro nasce nel 1973 con l'istituzione dell'Ufficio presso la Conferenza Episcopale italiana per attuare la missione della Chiesa nei seguenti quattro ambiti: lavoro, politica, giustizia e pace, salvaguardia del creato. In ciascuno di questi ambiti la Chiesa le attribuisce tre compiti:


  • l'evangelizzazione degli uomini impegnati nel lavoro, nell'economia e in politica, in collaborazione con Associazioni e Movimenti;

  • lo studio dei problemi sociali emergenti

  • il contributo alla riflessione delle comunità ecclesiali

Come metodo l’Ufficio adotta, insieme ad altre attività, la formazione di “gruppi di ambiente”, “luoghi” di incontro e di confronto costituiti da lavoratori cristiani che operano nei diversi ambiti lavorativi. I lavoratori vi operano una riflessione comune sulle tematiche di attualità favorendo la responsabilità e la partecipazione di ciascuno alla missione evangelizzatrice della Chiesa alla luce del Vangelo, della Dottrina sociale della Chiesa e anche dei valori propri dell’umanesimo laico. Tra i gruppi di ambiente è attivo da quasi 10 anni un gruppo formato da dipendenti della Regione Piemonte, della Provincia di Torino, del Comune di Torino ed altri enti ed istituzioni pubbliche. Gli incontri del gruppo avvengono con cadenza mensile e quest’anno il tema di approfondimento ha impegnato il gruppo nella riflessione sulla riforma “Brunetta”.
Anche se è difficile per il cristiano tenere insieme le cose ultime, che riguardano Dio e la vita della Chiesa, e quelle penultime, che impegnano le persone nella vita di tutti i giorni, non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta “spirituale” con i suoi valori e le sue esigenze; e dall’altra la vita cosiddetta “secolare” ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura.

La connessione fra vita spirituale e secolare è fondamentale per il cristiano, pubblico dipendente, in quanto il suo comportamento sul posto di lavoro ha rilevanza sul benessere complessivo dei cittadini e sulla salvaguardia della dignità della persona.

Il lavoro del pubblico dipendente, infatti, non è un mezzo neutro finalizzato solo ad ottenere la giusta remunerazione. E’ dovere del pubblico funzionario assumere decisioni operativamente valide a tutelare i diritti delle persone, soprattutto quelle meno tutelate dalla legge, dalla conoscenza dei propri diritti, dalle competenze possedute.

Un’amministrazione pubblica efficiente è in grado di rispondere al bisogno di benessere dei cittadini, esercitando una funzione etica di servizio. Ciò richiede la consapevolezza da parte del pubblico dipendente di lavorare per i cittadini, e non per il politico di turno, e che il benessere delle persone non può essere monetizzato, dipende da un insieme di beni collettivi, richiede strategie a lungo periodo.

Questa visione è contraddetta dall’individualismo che sottrae dalla responsabilità del bene comune, dal modello del mercato che spinge ad assumere solo obiettivi a breve termine, dalla precarizzazione del lavoro che porta alla svalutazione della formazione, della competenza, della responsabilità e, infine, dall’impunità che rendono i servizi pubblici non più come garanzia di uguale godimento.
Questo momento seminariale è stata un’occasione di riflessione importante e che speriamo porti frutto attraverso iniziative future di sensibilizzazione, ma anche con la diffusione di questo foglio di collegamento come testimonianza di una riflessione ecclesiale aperta alle diverse sensibilità sull’argomento.

Relazioni

LA FUNZIONE DEL LAVORO PUBBLICO ALLA LUCE DELLE RECENTI RIFORME
Dr. Emanuele Mirabile

Segretario – Direttore Generale Città di Orbassano ( TO )

Il seminario di oggi sul tema “ Pubblica Amministrazione e cittadini: riflessioni sulla riforma Brunetta “ nasce da un approfondimento di tale tematica da parte del Gruppo del Pubblico Impiego della Pastorale del Lavoro della Diocesi di Torino di cui mi onoro di far parte, alla luce anche dei contenuti delle encicliche sociali con particolare riferimento alla “ Caritas in Veritate “ che propone alla riflessione di noi tutti alcuni problemi e nel contempo da delle indicazioni per ricercare la dignità nel lavoro.

L’obiettivo è di sensibilizzare gli attori del sistema su tematiche rivolte a migliorare e innovare la Pubblica Amministrazione vista come luogo specifico di attuazione del bene comune.

La funzione pubblica è depositaria della fiducia del pubblico. I cittadini contano sull’impegno dei funzionari ad operare per l’interesse generale, dimostrando imparzialità e amministrando quotidianamente le risorse pubbliche in modo appropriato. Un’equa e affidabile pubblica amministrazione ispira fiducia al pubblico e crea un clima favorevole alle imprese, contribuendo quindi al buon funzionamento dei mercati e alla crescita economica.

L'etica nella pubblica amministrazione è necessaria al rafforzamento della fiducia del pubblico; essa rappresenta la chiave di volta del buon governo.

La fiducia tra amministrazione pubblica e cittadini è un elemento essenziale per una governance efficace.

Mantenere la fiducia è sempre un “work in progress” dato che i rapporti tra pubblica amministrazione e cittadini sono complessi ed in continua evoluzione. Il cittadino si relaziona alla pubblica amministrazione come contribuente, come elettore, come utente di servizi pubblici, come imprenditore e, talvolta, come dipendente. I rapporti tra i due sono in continua evoluzione. La fiducia e le aspettative dei cittadini verso l’amministrazione variano a seconda del livello di governo.

I cittadini si aspettano innanzitutto un’amministrazione pubblica legittimata, onesta e responsabile, che rispetta i principi democratici quali la giustizia e la trasparenza, che garantisce la sicurezza nazionale e serve l’interesse pubblico rispettando le leggi. Leadership e visione di lungo periodo sono invece le aspettative che i cittadini nutrono nei confronti dei politici. Come contribuenti essi esigono efficacia, efficienza e qualità. Si aspettano etica ed integrità dei dipendenti pubblici. In qualità di imprenditori si attendono una regolazione di qualità e minore burocrazia. Come dipendenti pubblici richiedono comportamenti responsabili da parte dell’amministrazione - datore di lavoro.

Oggi i cittadini domandano partecipazione alla definizione delle politiche pubbliche, maggiore libertà di scelta dei servizi, migliori performance della pubblica amministrazione. Pertanto, i criteri per valutare la fiducia dei cittadini sono in continua evoluzione, dipendenti dal contesto politico, dallo stato di avanzamento economico, dalle culture e dai valori nazionali.

Ottenere e mantenere la fiducia dei cittadini nella pubblica amministrazione coinvolge una serie di elementi verso i quali deve essere indirizzata l’attenzione dei leader politici e dei decisori pubblici. Questi elementi riguardano sia il livello politico, che quello amministrativo, ed includono le modalità di comunicazione con i cittadini, le loro aspettative e la capacità dell’amministrazione pubblica di conseguire risultati.

Non soddisfare queste condizioni porta, non solo ad una perdita di fiducia nella pubblica amministrazione nel breve periodo, ma anche, nel più lungo termine, ad una perdita di fiducia nello stesso sistema democratico.

È sfuggita all’analisi della maggior parte degli osservatori la stretta interrelazione tra il concetto di identità nazionale e quello di Stato/pubblica amministrazione, percepiti dai più come nozioni distinte.

Va infatti considerato che non v’è forte identità e coesione nazionale senza una forte amministrazione pubblica (sia essa centralizzata o meno).

Esemplare è il caso della Francia, in cui la nozione di Stato e quella di Repubblica, intesa come spazio democratico sono sostanzialmente coincidenti, tant’è vero che il secondo termine assorbe e sostituisce frequentemente il primo.

Sia pur con le differenze del caso, anche Gran Bretagna e Germania beneficiano di un quadro di istituzioni amministrative forti e stimate, articolate su un piano di poteri diffusi e bilanciati nel caso inglese e su un sistema federale regionale nel caso tedesco.

È infatti anche nel rapporto quotidiano con lo Stato, e in particolare nell’interazione con gli uffici della PA, che il cittadino si forma un’idea più o meno positiva della nazione a cui appartiene.

Nel caso italiano lo Stato continua ad essere percepito come un ente esterno, da un lato fonte di tasse ingiuste e doveri, dall’altro inefficiente erogatore di servizi e prebende. La generale perdita del cosiddetto «senso dello Stato» nella seconda metà del secolo scorso ha portato ad un’ulteriore divaricazione dell’amministrazione rispetto al comune sentire. Il risultato attuale è che in Italia non è raro sentire sia la gente della strada, sia alcune alte personalità politiche scagliarsi contro lo Stato, perennemente considerato inadeguato rispetto alle aspettative dei cittadini.

Questa percezione non è affatto generalizzata in Europa e negli altri paesi occidentali.

Nella maggior parte dei nostri principali partner l’amministrazione gode infatti, complessivamente, di una discreta considerazione.

Nel caso della Francia, ad esempio l’amministrazione gode di una buona fama e il cittadino, sentendosi da questa sufficientemente tutelato, riesce ad identificarsi con essa e a proiettare sentimenti positivi anche sulla stessa République.

Considerazioni tutto sommato analoghe possono essere svolte anche per il Regno Unito, dove l’amministrazione di Sua Maestà contribuisce al prestigio della corona e concorre positivamente all’autostima britannica.

I fattori che sono all’origine della fragilità dello Stato-amministrazione italiano sono

numerosi e ben noti.

In primo luogo, un’unificazione amministrativa ritardata rispetto a quella degli altri principali paesi europei e, di fatto, anche rispetto alla stessa unità d’Italia. La mancanza di una vera élite amministrativa, fenomeno che a partire dall’età giolittiana ha contribuito alla progressiva trasformazione della PA in luogo di compensazione dei conflitti sociali anziché «testa» del paese. Infine, un’organizzazione amministrativa centralizzata ispirata al modello francese ma, anche nella fase iniziale dell’unità nazionale, sostanzialmente molto più debole.

Va inoltre considerata la debolezza della dirigenza amministrativa di fronte al parlamento e ai politici in senso lato, che presenta eccezioni solo in alcuni settori.

È qui che il confronto con la Francia appare più stringente: l’ENA e le altre Grandes Ecoles, infatti, forniscono la quasi totalità della classe dirigente francese, alimentando tanto i vertici del mondo amministrativo quanto quelli della sfera politica ed economico-finanziaria.

La scissione tra l’alta dirigenza della PA italiana e la classe politica di recente ha fatto emergere un fenomeno collaterale: i responsabili politici ultimi di ogni livello amministrativo, siano essi ministri, presidenti di giunta regionale o sindaci, invece di difenderne e valorizzarne l’azione, si presentano a volte come ostaggio o addirittura come avversario della pubblica amministrazione, con cui sarebbero in lotta per meglio garantire i diritti dei cittadini.


Di fatto la nostra PA si trova sempre più spesso ad operare tra l’incudine della pubblica opinione e il martello del potere politico.
A rendere più fragile l’azione amministrativa ha inoltre contribuito, negli ultimi quindici anni, l’accentuarsi della frammentazione del potere amministrativo centrale, in senso sia verticale che orizzontale. Questo è, in parte, un processo comune a molti altri paesi dell’Europa occidentale.

Nel caso italiano, dopo il varo delle regioni nel 1970, con l’elezione diretta dei governatori e la riscrittura del Titolo V della costituzione si è avviato una riforma in senso semi-federale dagli esiti molto controversi e i cui costi non sono affatto indifferenti.

La nostra amministrazione si confronta però anche con un serio problema ordinamentale, dovendo applicare un corpus giuridico enorme e contraddittorio, con una contabilità pubblica la cui struttura di fondo risale agli anni Venti, e utilizzando per tutto questo un approccio giuridico e formale, più che gestionale e sostanziale.

Ma la debolezza della PA ha avuto anche un’altra importante conseguenza: la sua tendenza ad amministrare sempre meno: ogni «sano» processo amministrativo, infatti, si basa in certa misura su decisioni. Negli ultimi decenni si è invece assistito ad un declino della stessa cultura della decisione, ad una crescente abdicazione della discrezionalità, a fronte della crescita del contenzioso, sottoforma di ricorsi al TAR e, di recente, anche al giudice civile e del para-contenzioso. Un fenomeno stimolato da un sistema molto ampio di garanzie che, a differenza di quello anglosassone, non dissuade in alcun modo le liti temerarie.

Non tutti i vincoli, peraltro, sono di natura esterna. In molti casi emergono anche dei deficit «culturali» interni all’amministrazione. Oltre all’italica scarsa attitudine al «lavoro di squadra», va considerata la storica mancanza di una scuola di formazione centrale per l’alta dirigenza (limite solo parzialmente sanato con l’istituzione della Scuola superiore di pubblica amministrazione).

Sono inoltre ancora assai diffuse le culture che implicano refrattarietà alla formazione e all’innovazione e del lavoro in emergenza, per cui si lavora sovente con scadenze non programmate ma fissate all’ultimo minuto, operando in una situazione di crisi perenne.

In questo quadro, non mancano certo aspetti positivi.

Negli ultimi dieci anni è infatti continuato il procedimento di integrazione amministrativa europea e sono state varate alcune buone riforme, quali quella sul procedimento amministrativo e sulla trasparenza degli atti, quella sulla protezione dei dati personali e anche la legge Bassanini sulla semplificazione amministrativa, che è stata copiata dalla Francia. Sul lato degli strumenti si è avuto invece un ricorso sempre più ampio all’informatizzazione intesa in senso ampio. Per quanto riguarda il personale si è iniziato a spendere di più in formazione e sono stati promossi tentativi, invero timidi, di differenziazione salariale in funzione delle attività e dei risultati.

Sempre sul lato della gestione delle risorse umane si è cercato di diffondere una cultura della customer satisfaction rispetto ai cittadini/utenti e sono stati introdotti nuovi istituti, quali gli strumenti di misurazione dei risultati.

Sono peraltro emerse significative differenze fra un’amministrazione e l’altra, e il processo di modernizzazione appare in ogni caso ancora incompleto e non organico. Non è mancato chi ha sottolineato come nell’ultimo decennio si siano avute molte piccole riforme, ma nessuna grande riforma riuscita.

E’ mancata tuttavia un’evoluzione culturale capace di superare in concreto i vecchi meccanismi che nella gestione del personale premiano l’anzianità di servizio e i benefici economici a pioggia a prescindere dell’effettivo merito dei singoli. Al di là dei vincoli ordinamentali, c’è insomma anche una difficoltà a fare (auto)riforme organizzative, legata ai sopradescritti vincoli culturali e anche alle pressioni a cui continua a essere sottoposta la dirigenza, che è stata emancipata dal potere politico solo sulla carta.

Negli ultimi anni è stato pertanto possibile indirizzare sforzi notevoli sulla riforma costituzionale e del sistema politico, puntando sul rafforzamento dell’esecutivo e sul bipolarismo da un lato, e sull’organizzazione in senso federale dello Stato dall’altro. In questo quadro è stata invece dedicata un’attenzione molto minore alla necessità di ridisegnare, a parità di costi umani e finanziari, una PA centrale armonicamente integrata con quella regionale e comunitaria e con competenze chiare e non conflittuali, con il rischio di rendere sempre più divergenti la riforma costituzionale e quella amministrativa.

Eppure l’ammodernamento e la riforma della pubblica amministrazione costituiscono un’autentica priorità per la nostra nazione, per la sua efficienza interna e per la sua proiezione esterna. Al di là di ogni retorica, infatti, senza una valida e stimata amministrazione non potrà mai esistere un sistema-paese di successo.

Il settore pubblico nel suo complesso, infatti, conta circa tre milioni e mezzo di addetti, costituendo la maggiore e più numerosa organizzazione attiva sui territori.

Eppure, la crisi che investe la macchina pubblica sembra irreversibile, a dispetto delle ondate di riforma che l’hanno investita a più riprese, non ultima la cosiddetta privatizzazione del pubblico impiego e l’introduzione di criteri aziendalistici di gestione e conduzione della cosa pubblica, spesso indeboliti, se non vanificati, dall’incredibile capacità delle amministrazioni di fagocitare e riadattare qualsiasi presunto attacco al sistema.

Si riaffaccia, ciclicamente, il richiamo all’etica pubblica, oggi sulla scorta delle ben note campagne da parte dei mezzi di comunicazione della carta stampata e della pubblicistica specializzata che, sia detto con chiarezza, tante, troppe conferme trovano nella realtà dei fatti. Si richiede un cambiamento culturale prima che normativo, profondo e non di facciata.

Insomma, crediamo occorra affrontare seriamente, e non come tema alla moda o riservato a comunità di studiosi ed operatori, la questione della responsabilità sociale delle pubbliche amministrazioni, e tendere alla migliore esplicitazione delle finalità, delle politiche e delle strategie; alla trasparenza dell’azione e dei risultati; alla misurazione dei risultati stessi, in una dimensione non solo contabile e di contenimento della spesa, ma di qualità dei servizi.

Desidero, a questo punto, introdurre delle considerazioni sul decreto legislativo n. 150/2009 che tratta della riforma della pubblica amministrazione firmata dal Ministro Brunetta.

Vorrebbe essere l’inizio di un percorso complesso e impegnativo che riguarda gli attori del settore coinvolti in una sfida importante: riaffermare la fiducia dei cittadini nell’operato delle pubbliche amministrazioni e dare valore alla figura del funzionario pubblico.

Tutto ciò attraverso l’affermazione di una reale cultura dell’efficienza, del merito e dell’integrità, responsabilizzando il lavoratore pubblico, dirigente e non, sul proprio ruolo e sull’importanza della funzione che è chiamato a svolgere, facendo emergere, gli eventuali demeriti rilevati: sia mediante una maggiore partecipazione del cittadino nella gestione dei servizi pubblici e il controllo da parte dello stesso sull’utilizzo delle risorse pubbliche, attraverso la massima trasparenza delle informazioni che riguarda l’organizzazione, i costi di servizio, i trattamenti economici erogati.

Occorre evidenziare che molte delle misure descritte non sono delle novità. Infatti di efficacia, efficienza ed economicità dell’operato della pubblica amministrazione, nonché di trasparenza e partecipazione dei cittadini, se ne discute da circa un ventennio.

La responsabilità della mancata attuazione è da attribuire alle parti ed a come hanno interpretato il loro ruolo. Il vertice politico, la classe dirigenziale, i lavoratori pubblici, le organizzazioni sindacali avrebbero dovuto, ciascuno per la propria parte, contribuire a rendere efficienti la amministrazioni pubbliche ed i relativi servizi considerando quale interlocutore principale del loro agire la cittadinanza.

Ciascuno invece si è relazionato con gli interessi dell’altra parte, dimenticando l’interesse pubblico che sta alla base della funzione amministrativa. Insomma un contesto imperniato sull’autoreferenzialità e ignorando le aspettative della collettività.
La novità insita nella riforma Brunetta è data non tanto dalle sue finalità, che non sono diverse da quelle già contemplate dalle normative anteriormente vigenti, quanto dal fatto di aver definito un apparato di misure, articolate e disciplinato, che è rivolto a costringere gli attori del sistema ( i pubblici dipendenti ) ad interpretare correttamente il proprio ruolo, eliminando eventuali ostruzionismi, prevedendo sanzioni che possono incidere sul trattamento retributivo dei dipendenti pubblici.

Un altro aspetto di questa riforma è, probabilmente, la definizione dei confini tra ciò che è rimesso alla contrattazione, in quanto attiene ai diritti e ai doveri connessi con il rapporto di lavoro, e ciò che attiene alla funzione o all’organizzazione.

In ragione di ciò la dirigenza deve vigilare sulla qualità e quantità della prestazione lavorativa del proprio personale, in quanto la responsabilità dirigenziale si connota non solo in funzione degli obietti assegnati e da conseguire, ma anche in relazione ad una corretta gestione ed organizzazione delle risorse umane assegnate.

Al di là dei contenuti della riforma Brunetta occorre rammentare che il lavoro pubblico, anche se privatizzato, ha una identità propria che va riconosciuta, sottolineata e valorizzata dai soggetti che operano nel sistema: vertice politico, dirigenti, dipendenti, organizzazioni sindacali.

Una identità che deriva dalla finalità pubblica e che rende più che mai doveroso il contrasto alla scarsa produttività e all’assenteismo, a tutela degli interessi dei cittadini ad avere servizi adeguati alle loro esigenze, ma anche alle risorse pubbliche che vengono utilizzate.

Il varo di questa riforma sconta una inimicizia, diffusa nel senso comune dei cittadini nei confronti di quel complesso di uffici pubblici che sono preposti ad interessi e diritti collettivi.

Mai come oggi la guerra alla burocrazia unisce esponenti politici ed elettori di tutti gli schieramenti.

Tutti quelli che amano il lavoro nella pubblica amministrazione e che si attestano, prudenti, tra coloro che sanno la giustezza delle cose imperfette, non accettano un massacro culturale e professionale e vorrebbero contribuire con alcune riflessioni a far bene ciò che si deve: ridare dignità al lavoro pubblico e certezza di impegno e di risultati ai cittadini.


Vorrei commentare le recenti esternazioni del ministro Renato Brunetta. A suo dire, la pubblica amministrazione deve essere trasparente come una società quotata che risponde ai suoi azionisti, e i suoi azionisti sono i 60 milioni di cittadini italiani. Più specificamente, ha annunciato un pacchetto di misure con l’obiettivo di definire migliori regole, strumenti più forti, incentivi e meccanismi di premialità e punizione , usando un po’ la politica della carota e del bastone, come accade nel privato dove la produttività è più alta, perché il mercato premia e punisce senza pietà. In tal modo spera di recuperare il 40% della produttività, in una organizzazione come quella pubblica dove il mercato non c ’è.
Viene, tuttavia, da chiedersi se tali misure siano sufficienti o se non ci sia da andare oltre interventi dal forte sapore “mercantilistico” , cioè attenti in modo particolare alla “ qualità economica” dell’amministrazione pubblica: pur se posti nella prospettiva della “ soddisfazione del cliente” (nella fattispecie del cliente-cittadino ). Non sarà da fare attenzione anche e soprattutto alla qualità umana e civile del pubblico amministrare che ha il suo riferimento diretto non al mercato ma alla promozione del bene comune? che non ha a che fare con clienti, ma con cittadini che anche attraverso il sistema della pubblica amministrazione possono avere non solo la soddisfazione dei loro bisogni, ma anche la possibilità di esercitare i loro diritti/doveri di cittadini attivi e responsabili? e che neppure ha a che fare con azionisti, ma con cittadini che hanno da partecipare alla costruzione del paese, sentendo come propri gli interessi della Repubblica e agendo perché nel gioco democratico, locale nazionale e internazionale, diventi possibile uno sviluppo sostenibile e solidale, una vita umanamente degna per tutti e per ciascuno, per i singoli, per i gruppi, per le comunità, per i popoli, per l’umanità intera attuale e futura?

Non si dovrà operare perché l’ innovazione non sia solo strutturale e tecnologica, ma che questa stessa venga sostenuta da una cultura democratica e umanamente degna dell’ innovare, del riformare, del mutare?

Su questa linea mi sembra che si può raggiungere il livello ottimale di come curare migliorare e innovare la pubblica amministrazione vista come luogo specifico e modalità attuativa del bene comune :

Come è noto, l’ idea di bene comune è evidenziata soprattutto in campo cattolico (rispetto al bene generale di stampo laicista). Il bene comune è pensato (e voluto) non solo in termini di risorse oggettive o di beni materiali, ma anche in termini di risorse umane e di valori spirituali. Porzione rilevante del bene comune di un paese sono i suoi cittadini; un popolo educato, attivo, responsabile; una società civile capace di iniziative, sinergie e imprese individuali, di gruppo e comunitarie; una classe politica intelligente e generosamente interessata alla vita e alla promozione della “ polis” ; una cultura di qualità e una ricerca scientifico-tecnologica valida e solida; e soprattutto i valori, l’onestà, l’eticità, la bontà e la religiosità di un popolo e dei suoi cittadini.

Ma questi tratti del bene comune quanto sono presenti e voluti effettivamente?

Come si compone, oggi, nella vicenda del mondo globalizzato e del mercato mondializzato, il bene comune nazionale con quello mondiale e universale?e all’ interno stesso del paese-Italia come si compone il bene nazionale e quello locale?il bene dei politici o dei partiti con quello della gente?

Rispetto a questi interrogativi, cosa si può dunque indicare come pista educativa migliorativa della persone, per renderle capaci di vivere in maniera umanamente degna la loro esistenza se non dare il proprio contributo al bene della comunità, anche e proprio attraverso un buon espletamento della loro funzione e ruolo sociale nell’amministrazione pubblica.



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