Pensieri filosofici e spirituali



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PENSIERI FILOSOFICI

E SPIRITUALI

 

 



 

 

 



 

 

 



 

 

 



 

di Claudio Mancino

 
INDEX

Introduzione – di Pasquale Massimo Picone pag. 2

Praefatio: pag. 3

Considerazioni sulla realtà pag. 4

Sui criteri di valutazione e sui giudizi. L’estetica pag. 5

Che cos’è la normalità pag. 7

Tutto è relativo: la fusione di ragione e torto pag. 9

Il tempo, riflessioni su di esso e sulla sua fugacità. La storia pag. 11

Tra il sogno e la memoria pag. 14

La perfetta convivenza di sentimento e ragione pag. 16

L’arte intesa come espressione profonda dell’uomo pag. 17

La dimensione fisico-spirituale dell’uomo in rapporto al dualismo cartesiano pag. 19

L’uomo dallo stato di natura allo stato civile pag. 21

Idee in campo di giusnaturalismo e politica pag. 23

La funzione del saggio nella società: il mito della caverna di Platone pag. 25

L’uomo, un animale sociale? pag. 27

Mia critica della ragion pura pag. 30

Una bussola per la scienza pag. 32

Sulla libertà pag. 33

Il decadimento morale della società odierna o l’umanità nuova pag. 35

Ottimismo e pessimismo pag. 38

Elogio della Filosofia pag. 40

Conclusione pag. 41

Epilogo pag. 43



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INTRODUZIONE
di Pasquale Massimo Picone

La presentazione di quest’opera del carissimo amico Claudio è fatta con vero piacere non solo per la stima che mi lega all’autore, ma anche per l’originalità con cui egli affronta argomentazioni già trattate da molti e con angolature differenti.

Il presente lavoro è sintesi efficace della formazione culturale e filosofica di un’esperienza maturata tra i banchi di scuola, ma sottolinea anche una vibrazione alla santità alla quale tutti siamo chiamati. Probabilmente nel saggio si denota un tono più acuto rispetto a quanto si addice alla prudenza dei santi, ma di certo per l’esuberanza dell’età che Claudio rappresenta in modo positivamente diverso… La spiritualità dell’autore presenta una ricchezza e pregnanza di contenuti che sottolinea con una propria tipicità le varie tematiche della fede cristiana, del pensiero, illuminandole di una particolare luce.

L’autore è davvero alla sequela di Cristo: nel gemito della preghiera, nella santa osservanza dei precetti della Chiesa sicuro nell’attesa dell’arrivo del Signore. La “normalità” di un cristiano è tenere sempre accesa la lampada, la vita di sobrietà, di penitenza di costante unione con il Padre, l’eccezionale umiltà nel ricordarsi che il principio della sapienza sta nel timore di Dio. Per questi motivi si ritiene che il lavoro meriti davvero un posto di riguardo nel pensiero dell’uomo e rappresenta un invito a ulteriori approfondimenti in una direzione sicura e certamente proficua di sempre più efficaci risultati nella vita della comunità ecclesiale e di ogni uomo.


Pasquale Massimo Picone.

PRAEFATIO

Innanzi tutto mi sembra doveroso spiegare il perché di quest’insolita copertina. La croce splendente sullo sfondo delle nuvole ha un significato prestabilito, che ben rispecchia il titolo dell’opera.

Fin dall’antichità il filosofo, colui che pensa, è visto dalla gente come un uomo saggio ma con la testa per aria. L’esempio più eloquente, soprattutto per antichità, è la commedia di Aristofane “Le Nuvole”, in cui Socrate veniva raffigurato nell’atto di pensare sollevato in alto, appunto per dimostrare il distacco di “colui che pensa” dalla superficialità materiale e simboleggiare la sua propensione verso l’astrattezza (anche se in quel caso era usato in senso dispregiativo per fare della critica anti-socratica). Poi con i secoli, la filosofia si è evoluta, anche avvicinandosi ai problemi dell’uomo, in alcuni casi sporcandosi di quel materialismo che per natura le è contrario (es. Marx, i meccanicisti etc) o “invadendo” i campi della scienza (es. Galilei, Freud etc), e unendosi alle religioni, è arrivata anche a superare la barriera dell’umano generando quella che è detta Metafisica, ma il concetto che i popoli hanno sempre avuto dei “pensatori” non è variato. Tutt’oggi risulta impossibile definire che scienza sia la filosofia, perché dandole una definizione la si limiterebbe, mentre invece essa è applicabile a ogni campo del conosciuto e all’ignoto; l’unico significato che si può concordarle è proprio quello letterale: “philo sophia”, dal greco “amore per il sapere”. Personalmente però non esiterei a definirla come “scientia omnia”.

Ma la filosofia da sola è arida. Si, l’uomo è un animale razionale (anzi, precisando è proprio l’animale razionale), ma la ragione senza una guida diviene cieca e fine a se stessa, fredda. Occorre qualcosa che la conduca per giuste vie. Io, cattolico praticante e un giorno spero sacerdote di Santa Romana Chiesa, aggiungo alla filosofia la fede e la spiritualità, perché la spiritualità con la filosofia si matura, e la filosofia si perfeziona nella spiritualità. E, da buon seguace della dottrina agostiniana, devo confessare che mi è venuto il seguente dubbio: “Ma la filosofia non sarà solo una speculazione del pensiero? Non è forse un’inutile vanità dell’uomo?” Ma ecco, unendo la filosofia alla spiritualità, la si pone al servizio di Dio. Ed è così che si conciliano pensiero e spirito, nuvole e croce. E la croce della fede deve appunto splendere per illuminare l’oceano nebbioso della ragione.

Non penso di appartenere a nessuna corrente filosofica, tranne che il mio pensiero generale si può dire ispirato a Sant’Agostino, posso però concordare di più o di meno con i singoli filosofi, e da loro ho preso più volte spunti per le mie riflessioni personali, confrontandoli con le mie idee o generandone di nuove in base a questi, criticandoli o apprezzandoli, o in alcuni casi “correggendoli”, cioè trovando e adattando punti di unione tra il loro pensiero e il mio. Non credo né pretendo di avere una grande cultura o idee perfette, so di non averne, ma credo in ciò che dico fino a che mi sia dimostrato il contrario, sono apertissimo al dialogo, ma tutte le mie idee sono poste all’interno della mia fede cattolica, se non fosse così le abortirei subito. La mia mentalità è strettamente quella dei conservatori, perché questi sono brutti tempi dal punto di vista etico e morale (ma di questo avrò occasione di parlare in seguito), e bisogna porre un limite o quantomeno un freno all’errato progresso di questa società, prima che si cada in qualcosa di irreparabile.

Infine, la cosa importante non è imparare la storia della filosofia, che è ciò che erroneamente si insegna a scuola, ma, come diceva il grande filosofo Immanuel Kant ai suoi allievi dell’Università di Königsberg, imparare a pensare, a usare la propria testa, e per come la penso io, imparare a dominare con la ragione la nostra realtà quotidiana e con le nostre idee gli eventi che ci scorrono davanti, ma a patto che la nostra mente sia guidata da Dio. Non è cosa da tutti forse, ma se non ci si prova non lo sapremo mai.

Non so se questo libro verrà mai pubblicato, ne dubito fortemente, ma nel caso lo sarà, spero che possa essere di aiuto e di incoraggiamento a qualcuno perché, sotto questo stimolo, incominci a ragionare e a filosofare da solo, alimentando con la preghiera la propria mente per fortificarla.

Claudio R. Mancino.



CONSIDERAZIONI SULLA REALTA’

Dovendo iniziare a scrivere un’opera a carattere filosofico-spirituale, preferisco partire dalla mia personale concezione delle realtà singolari e di quella in generale.

Molti filosofi, da Descartes a Leibniz, hanno pensato che tutto ciò che esiste non fosse altro che il meccanico movimento di particelle o sostanze, riducendo alla materialità anche il pensiero e l’anima. Niente di più sbagliato secondo me, queste sono forme assurde di materialismo.

Io sono convinto che la realtà in se stessa sia divisa in due “piani”: materiale e spirituale (di cui io privilegio indubbiamente il secondo). Il piano materiale o fisico è ciò che vediamo e che è dotato di un’estensione fisica, dove avvengono i fenomeni materiali, e la trasformazione e il movimento dei corpi. Nel piano spirituale “stanno” i pensieri, i sentimenti, tutto ciò che appartiene all’animo umano e che è materialmente invisibile appunto “spirituale”, non materiale quindi non dotato di estensione.

Penso anche un’altra cosa: esiste una realtà particolare per ogni persona esistente (se non per ogni essere), perché ognuno ha un modo particolare di vivere e di vedere ciò che gli sta attorno, dissimile da quelli altrui. In questo caso come “realtà” intendo gli eventi che lo coinvolgono, il suo ambiente, i rapporti con l’esterno, il suo comportamento, la sua situazione in generale. E’ un po’ come nel romanzo pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”: ogni persona è un essere singolo e distinto (uno), ma è visto in modo sempre diverso da tutti coloro con cui ha contatti (centomila), e conseguentemente questi “centomila” aspetti di un unico uomo non sono nessuno, perché è come se l’uno si dividesse nei centomila, singoli frammenti di una completa identità. La stessa cosa vale per la realtà: non solo ogni uomo vive in modo particolare ciò di cui è circondata la sua vita, osservandola dal suo bagaglio di esperienze e dalla sua mentalità; ma ogni altra persona lo vedrà, e vedrà la sua realtà (lo “spicchio” di realtà che le viene mostrato, il resto è escluso perché ignoto e insospettato, e questa ignoranza può condizionare anche la parte restante) partendo non dal punto di vista dell’“osservato”, che è irraggiungibile da altri, ma dalla propria esperienza e dal proprio modo di pensare, cioè dal proprio “punto di osservazione”. Cioè, in poche parole, la realtà vissuta da ogni uomo è “una, nessuna, e centomila” sia per chi la vive, sia per gli altri che la osservano. Inizio a dire qui, e dovrò ripeterlo spesso, che tutto è relativo.

Come realtà in genere si può anche intendere una determinata situazione che accomuna sotto uno o diversi aspetti più persone o più popoli, o aree geografiche. E’ un esempio “le realtà del terzo mondo”. Non so se sia un uso improprio del termine, lo è come non lo è, forse il senso inteso così è un po’ vago.

Ma tutto ciò, realtà generale e particolari, in genere è considerato esclusivamente nel suo aspetto terreno. Gli atei rifuggono Dio perché nella loro concezione è possibile solo ciò che giudicano “razionale”, che vedono e che sentono, o comunque che reputano normale, non considerando che ci può essere qualcosa di più grande della loro testa, alla quale tanta grandezza sfugge, perché abituata solo a vedere le cose della sua stessa portata: infatti l’ateismo è più diffuso tra le persone più indifferenti o tra le più “razionalistiche”. Perciò condanno apertamente Hegel quando vuole far coincidere reale con razionale.

Per concludere, io considero come realtà anche tutto il mondo nella sua complessità e nelle sue singole particolarità in una visione unitaria. La parola “reale” indica semplicemente “ciò che è”, ma a quanto pare ci sono modi diversi di vederla, a seconda del significato con la quale la si vuole fare intendere, e non credo sia un errore. L’unico che potrebbe visualizzarla correttamente è Dio, nella sua onniscienza.



In questo compendio parlerò di qualunque cosa come relativa a me, alle mie idee, questa premessa mi è obbligatoria e la completerò nell’.

SUI CRITERI DI VALUTAZIONE E SUI GIUDIZI. L’ESTETICA.

Da sempre la gente ha avuto un brutto vizio: quello di giudicare il suo prossimo. Nel Vangelo di San Matteo è scritto:

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7,1-5).

Effettivamente l’uomo non ha le minime basi per poter giudicare, secondo me per tre motivi:

Il giudizio non compete all’uomo in quanto non perfetto, è una prerogativa di Dio (e questo è ciò che sta scritto nel brano sopra riportato, o almeno il senso è quello).

Gli uomini non sono onniscienti, quindi questi giudizi non hanno validità.

L’uomo non ha i criteri assoluti per giudicare. Perché manca una scala assoluta di criteri che permetta agli uomini di dare dei giudizi pieni e concreti; tutto ciò a cui si può riferire l’uomo è relativo, l’unico punto di vista assoluto è quello di Dio. Come si fa, per esempio, a dire che una persona è “cretina” (uso questo banalissimo termine nell’esempio perché al giorno d’oggi è il giudizio più in voga), che criterio abbiamo per dirlo? Secondo quale scala lo misuriamo? Può essere che “nel suo piccolo” quella persona usi il cervello molto più di un’altra definita “intelligente”. E se provassimo a chiederci cosa ne pensa Dio di quella persona? L’umanità fa del giudizio comune la regola generale, sicuramente a torto, e il giudizio è dettato da quella che si definisce “normalità”, di cui tratterò in un prossimo argomento.

Il giudizio è relativo da uomo a uomo proprio a causa di quella diversità che genera il molteplice, ma se invece che secondo gli uomini, pensassimo secondo Dio, il giudizio sarebbe unanime e potrebbe dirsi assoluto.

Un problema connesso a questo, sul quale ci ha fatto riflettere Kant nella sua “Critica del giudizio”, è l’estetica. Nata nel XVIII secolo con Alexander Gottlieb Baumgarten, questa scienza è molto discussa, e pare influenzi molto la vita della società. Ma esattamente cos’è che può definirsi bello? Secondo la mia “idea fissa” del “tutto è relativo” (non vedo l’ora di affrontarne direttamente l’argomento, così sarò più chiaro), non esiste una bellezza assoluta, sia perché ognuno ha un’idea diversa di bellezza, sia per la grande varietà di gusti personali, come si suol dire, “tutti i gusti sono giusti” e “non piace ciò che è bello ma è bello ciò che piace”.

La definizione razionalista che ne da Kant, e che mi pare anche azzeccata, espone che il bello è una percezione soggettiva di armonia delle parti che compongono la qualsiasi cosa, è ciò che piace disinteressatamente, necessariamente, e universalmente, senza concetto, e che suscita in noi sentimento. Una concezione analoga la si può trovare in Sant’Agostino (cfr. Confessiones, IV 13.20).

Ma per me solo Dio è universalmente bello (come può il Creatore di tante meraviglie non essere più bello di ciò che ha creato?), e tutto il suo operato può univocamente definirsi meraviglioso.

Ogni uomo dice che una data cosa è bella o meno in base al sentimento che l’oggetto genera in lui, però si può dire che l’idea di bellezza è strettamente legata ai sensi, perché solo tramite quelli si può cogliere la sensazione che genera il sentimento di cui sopra. Nella “Critica del giudizio” Kant ci pone davanti il rapporto tra “giudizio estetico”, cioè legato esclusivamente alla bellezza dell’oggetto e al sentimento che provoca in noi, e “giudizio teleologico” (di cui spero di parlare in seguito) che inquadra l’oggetto in un ordine delle cose come prestabilito ad un fine. Ma io sono convinto che questi due giudizi sono indipendenti tra loro: certamente riguardano lo stesso oggetto, ma lo espongono alla luce della mente sotto due aspetti completamente diversi ma entrambi accettabili in quanto non competono l’uno con l’altro.

Oramai la società impone molte idee estetiche in base allo stile del momento alla gente, che crede belli tutti i più recenti ritrovati, è la cosiddetta moda (che io odio cordialmente perché la ritengo la cosa più insensata del mondo). Questa secondo me non è vera estetica, è semplicemente vacua mondanità. In sostanza estetismo. Parlerò in seguito di questo, quando affronterò il tema del decadimento dei costumi e della morale. Ma, come dice anche il giornalista e scrittore Indro Montanelli, la gente è disposta a rinunciare a tutto tranne che ai propri errori.

Io posso dire solo questo: le cose che reputo “belle” sono quelle che generano in me sentimenti di dolcezza e ammirazione, portando la mia mente a riflettere sulla grandezza di Dio.

Ma sostanzialmente, l’estetica deve o no avere un peso nella società? Effettivamente ce l’ha, ma io le nego il suo ruolo, perché appunto ne ha più del dovuto. Andare alla ricerca dei beni più lussuosi e appariscenti è una cosa che da sempre mi disgusta troppo, e certamente non guardo di buon occhio chi spende una fortuna nel vestirsi. L’importante non è l’abito, è quello che si ha nel cuore e nel cervello. Io svalorizzo totalmente la corporeità e mi beffo dell’estetica, sono indifferente se qualcosa mi piace o meno, sono un anti-esteta. Ma so ammirare ugualmente un paesaggio, che mi fa riflettere sull’infinità di Dio, come un’opera d’arte, nella quale rintraccio essenzialmente i sentimenti dell’artista al di la delle forme, delle parole, o dei suoni.

Mi vien da piangere al pensiero che con i soldi per un completo sopravvivrebbero diverse persone dei paesi più poveri. E, di solito, quando una persona si vanta con me di aver speso pezzi di centomila lire per degli abiti di marca, le tolgo il saluto per un bel po’.



CHE COS’E’ LA NORMALITA’

Adesso mi soffermerò a descrivere ciò che penso di quello che la società abitualmente definisce come “normalità”. Non nascondo che l’idea di scrivere questo libro mi è venuta mentre, in un autobus, riflettevo sull’argomento, che è partito nella mia mente da alcune considerazioni su un particolare personale che non esiterò a citare, per quanto appunto strettamente personale. Premettendo che in famiglia il mio amore per la cultura e la mia austera integrità morale non sono proprio apprezzati, è da una vita che mi sento continuamente ripetere (specialmente in questo periodo estivo e a quasi diciott’anni d’età) che questo o quello non è normale: “Non è normale che un ragazzo della tua età non vada al mare”; “Non è normale che un ragazzo passi tutto questo tempo a leggere al di fuori della scuola”; “Non è normale che un ragazzo come te non esca con gli amici ma parli di cultura con gli adulti e gli anziani” etc. In sostanza per i miei genitori tutto ciò di buono, di saggio, e di giusto che faccio non è “normale” perché, a loro dire, non ne ho l’età (e il bello e che se ne preoccupano anche).

Tutto questo ha fatto sorgere nella mia mente, come un fulmine a ciel sereno, il seguente quesito: “Ma che cos’è la normalità? Si può trovare una definizione corretta e universale per questo termine?” Da qui è nata tutta la riflessione, che trascriverò più fedelmente possibile (al momento non potevo appuntarla per iscritto).

La gente reputa “normale” tutto ciò che è abituata a vedere o che si verifica più frequentemente. Infatti lo stesso termine proviene visibilmente da “norma”, regola. Da qui si può dedurre a prim’occhiata il significato più immediato. E cosa, più di ciò con cui la propria mente è sempre venuti a contatto, può essere identificato a tal senso? A questa conclusione si può giungere anche dal lato opposto. E’ facile notare come la parola “strano”, che è proprio l’opposto di “normale”, derivi dal latino “extraneus, -a, -um”, da cui deriva anche “estraneo”, cioè mai visto o conosciuto prima. “Non normale”, più semplicemente, vuol dire soltanto “non segue la norma”, e in questo caso la norma indica le regole di cui si ha avuto esperienza conoscitiva e di apprendimento.

Quindi, basandosi su questo ragionamento, commentare che qualcosa “non è normale” o “è strana”, non vuol dire che è assurda e che a livello universale non dovrebbe essere, ma che prima non si ha mai avuto esperienza con essa, in poche parole, che è qualcosa di insolito per chi esprime questo giudizio, e il termine stesso “insolito” si può decifrare come “non-solito”, il che conferma quanto già detto. Ciò almeno a livello grammaticale. Le nuove generazioni sono arrivate a dare al vocabolo “strano” o “non normale” un significato dispregiativo, o peggio, offensivo. Ma in realtà di offensivo dovrebbe avere ben poco.

Verificata l’etimologia del termine, non rimane che accordarne l’universalità.

Per l’uomo occidentale sono strani i costumi degli orientali e degli africani, e la cosa e reciproca. Per un beduino l’aurora boreale è un fenomeno molto insolito, mentre per un eschimese è una cosa normalissima, ma un deserto sarebbe per quest’ultimo qualcosa di impensabile. Da qui si capisce facilmente come per le genti sono normali e abituali i costumi e le caratteristiche del proprio popolo e della propria terra, mentre sono strane e insolite le altre. A questo è spontaneo farsi venire un dubbio: “Ma se le cose stanno così, allora che diritto ha un popolo di giudicare le abitudini e la moralità di un altro? Come possiamo dire, per esempio, che i Polinesiani erano un popolo crudele per i sacrifici umani e gli atti di cannibalismo che commettevano?” Effettivamente non si può giudicare la morale di altre genti partendo dal proprio punto di vista, cioè dalle proprie abitudini e dal proprio concetto di moralità. Mentre noi, sempre continuando nell’esempio, aborriamo la loro antropofagia, loro certo criticheranno il nostro egoismo sociale; e, mentre secondo le loro abitudini spolparsi il nemico vinto in battaglia è lecito e atto d’onore, guarderanno con ribrezzo tutte le truffe legali e i giochi d’interesse della politica vigenti in Italia.

Ciò da un concetto piuttosto ampio di “normalità”, dimostrando che essa è relativa alla società, i luoghi, le esperienze, le concezioni, di colui che osserva.

Estendendo al livello sociale quest’argomento, ci si accorge che “normale” è definita l’opinione, o il modo di vivere, di vestire, finanche i gusti della maggior parte delle persone. Gli altri possono persino venire esclusi. Tornando come esempio al mio caso personale, io per essere considerato “normale” dovrei odiare la cultura, non andare in Chiesa, frequentare giovani o altre cattive compagnie, parlare scurrilmente, andare in discoteca, ascoltare musica moderna, andare a letto con tutte le ragazze che incontro, vestirmi alla moda, fuggire la compagnia degli anziani e delle persone mature e intelligenti, essere un immorale insomma (niente paura, piuttosto mi faccio eremita). Non faccio nulla di tutto questo? Allora sono anormale… almeno così la pensa la società. Questo è un altro esempio della relatività della normalità: io la penso al contrario: posso essere considerato una strana bestia dai modernisti e progressisti ma contemporaneamente un vecchio sacerdote penserebbe di me che sono una persona perbene, sana, e normalissima.

Eh, come va il mondo…



TUTTO E’ RELATIVO: LA FUSIONE DI RAGIONE E TORTO

“Tutto è relativo”: non mi stancherò mai di ripetere questa frase, perché secondo me è un elemento basilare del pensiero umano. Saltare questa considerazione prima di riflettere sulla qualunque cosa è segno di egocentrismo filosofico.

Come Albert Einstein con la sua teoria ha scoperto che tempo e spazio sono relativi a seconda da dove li si guarda, così io dico che tutti gli aspetti della vita umana seguono questa regola, fondendo in modo impensabile torto e ragione. Io posso essere bello o brutto, a seconda di chi mi guarda: tutti e due hanno ragione, perché esprimono un concetto secondo le proprie idee. E questo è uno stupido esempio sulla relatività dell’estetica. Un uomo può essere visto buono o cattivo, dipende se chi lo considera ha ricevuto da lui favori o svantaggi, come dicevo in proposito dei giudizi, la valutazione umana manca di una perfetta obiettività. Immancabilmente, quando una persona agisce, ha ragione per se e torto per altri: chi è nel giusto? In genere diciamo che ha ragione colui che ottiene il consenso del maggior numero di persone; è il criterio migliore che abbiamo, ma molto imperfetto. Per esempio, io sono contro i rapporti prematrimoniali, mentre la maggior parte degli uomini ne è d’accordo (ovviamente per convenienza), e una volta che ho affrontato l’argomento tra scouts sono stato quasi linciato. Ho torto? Per i giovani si, ma per Dio e per la Chiesa assolutamente no.

Adesso faccio un altro esempio, che ci tocca direttamente come gravità e come vicinanza cronologica. A Genova, durante il vertice del G8, ci sono stati violentissimi e assurdi scontri tra giovani vandali e forze dell’ordine, e nel bel mezzo del putiferio un certo Carlo Giuliani stava lanciando un estintore contro un carabiniere preso d’assalto nel suo camioncino. Il carabiniere, già ferito, ha sparato uccidendo il ragazzo, e di qui è scoppiata un’inchiesta che dura ancora dopo più di due settimane. La domanda che si pongono tutti è questa: ha fatto bene il militare a uccidere per difendersi? Molti gli tributano il torto, perché era stato ordinato alle forze dell’ordine di non usare armi da fuoco, ma molti altri gli danno ragione, perché se non sparava sarebbe stato certamente ucciso lui. Ma effettivamente la discussione non si può stabilire, perché sono vere entrambe le cose.

Tornando alla filosofia, tutte le menti hanno sia torto sia ragione, perché tutto dipende dalle idee di chi a loro si rivolge. Io certamente non condividerò il pensiero meccanicistico di Descartes, ma Leibniz gli dava gran credito. Analizzando per esempio il pensiero aristotelico di San Tommaso d’Aquino, da una parte è assurdo mescolare al Cristianesimo le idee di un filosofo pagano e pre-cristiano, ma dall’altro canto, Aristotele è la più grande auctoritas del passato, e non si potrebbe dar torto al Santo se in quel periodo di crisi spirituale ha tentato quest’unione per cercare di rinnovare le idee cristiane e di attirare un maggior numero di persone.

Facendo un esempio un po’ diverso, molti uomini, Lorenzo il Magnifico e Quinto Orazio Flacco in testa, invitano a passare la vita divertendosi, perché la giovinezza è fuggevole: “Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza” dice il primo (Canzona di Bacco 11-12); “Dum loquimor, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minima credula postero” dice il secondo (“Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già fuggito: cogli l’attimo fuggente, confidando il meno possibile nel futuro” Carmina I, 11, 7-8). La Chiesa invece invita a vivere sobriamente per acquistare i beni eterni. Entrambi hanno ragione, anche se io ho scelto radicalmente la seconda possibilità e la consiglio a tutti, perché è molto meglio una vita di penitenza con un’eternità di beatitudine che una settantina d’anni dissoluti seguiti da un’eternità di dannazione. Avrò occasione in seguito di parlare della fugacità del tempo, per adesso si tratta solo di un esempio per capire come anche la questione della scelta di vita è relativa ed opinabile e soprattutto per dare un’idea chiara di ciò che intendo. Anche in questo caso, dicevo, non si può discernere chi abbia ragione e chi torto, eppure sono due teorie completamente opposte. La soluzione più ovvia è questa: ognuno ha torto per l’altro.

Così, come nella relatività ristretta di Einstein un dato oggetto appare fermo oppure in moto, e il tempo scorre più lentamente o più velocemente, a seconda della posizione di colui che guarda, ogni atto e ogni pensiero umano può apparire vero o falso, giusto o sbagliato, buono o non buono, dipendendo dalla forma mentis di chi è chiamato in causa a considerarlo, per cui effettivamente tutti possiamo avere torto o ragione. Attenzione, non sto mica dicendo che Adolf Hitler fece bene a sterminare gli ebrei, o Slobodan Milosevic a far perseguitare gli albanesi in Kosovo, sto dicendo che per i loro seguaci essi avevano ragione, mentre per il mondo intero sono da osteggiare: tutto è secondo le idee di chi osserva. In sostanza, la ragione e il torto sono le due facce opposte di una sola medaglia. Tutto dipende dalle idee dell’osservatore, e per questo dico che tutto è relativo. Solo Dio è assoluto e immutabile (se no chissà dove finiremmo).



Il tempo, riflessioni su di esso e sulla sua fugacita’. la storia.
La dimensione fisico-spirituale dell’uomo in rapporto al dualismo cartesiano
L’uomo, un animale sociale?
Il decadimento morale della societa’ odierna o l’umanita’ nuova



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