Per la prima traduziona spagnola di utopia e riforma nell’illuminismo di franco venturi



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Gian Paolo Romagnani

PER LA PRIMA TRADUZIONA SPAGNOLA DI UTOPIA E RIFORMA NELL’ILLUMINISMO DI FRANCO VENTURI

Intervento pronunciato all’Istituto italiano di Cultura di Buenos Aires il 26 agosto 2014, ora pubblicato in “PolHis”, n. 15, anno VIII (gennaio giugno 2015), pp. 32-338, Presentación de libros: Franco Venturi, Utopía y Reforma en la Ilustración. Buenos Aires: Siglo XXI, 2014 di Gian Paolo Romagnani



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Ringrazio il prof. Fernando Devoto, l’Instituto de Historia Emilio Ravignani, la dott.ssa Maria Mazza e l’Istituto Italiano di Cultura per avermi invitato a Buenos Aires a presentare l’edizione spagnola di Utopia e riforma nell’Illuminismo di Franco Venturi, pubblicata nel centenario della sua nascita.

Sono felice di farlo non solo perché si rende finalmente accessibile al pubblico di lingua spagnola un classico della storiografia del Novecento, ma anche perché mi consente di ricordare, a vent’anni dalla sua morte, una grande personalità intellettuale. Uno dei miei straordinari professori dell’Università di Torino.

Franco Venturi è stato sicuramente uno dei maggiori studiosi a livello mondiale dell’Illuminismo e del “Settecento riformatore”, notissimo in Italia, noto in Europa, meno noto negli Stati Uniti, ancor meno noto nel resto del continente americano, sebbene la sua opera – e questo piccolo libro in particolare - rappresenti una pietra miliare negli studi settecenteschi. La minor diffusione della lingua italiana ha sicuramente rappresentato un ostacolo alla circolazione dell’opera di Venturi - solo parzialmente tradotta in francese e in inglese – sebbene lo storico torinese sia stato un autentico cosmopolita, formatosi a Parigi, profondo conoscitore del mondo russo, invitato a tenere lezioni in Inghilterra e negli Stati Uniti, in contatto durante la sua vita con studiosi di tutto il mondo.

Da alcuni anni sembra del resto che gli studi di storia politica e intellettuale sul settecento siano entrati in crisi e le stesse ricerche sul riformismo – che dominavano il panorama accademico, non solo italiano, negli anni della mia formazione universitaria – paiono abbandonate o comunque poco frequentate.

Sebbene oggi la ricerca storica in ambito modernistico si stia orientando altrove (la storia del dissenso religioso, la storia culturale, la storia delle pratiche di lettura, la storia delle emozioni, le suggestioni della world history, ecc.) la lezione di Venturi resta sotto molti punti di vista un punto di riferimento imprescindibile.

Ecco perché mi sembra particolarmente interessante ripercorrere l’itinerario che ha portato, nel 1970, alla pubblicazione (in italiano e in inglese) di Utopia e riforma , frutto delle cinque Trevelyan Lectures tenute da Venturi a Cambridge all’inizio del 1969, lo stesso anno in cui sarebbe uscito il primo dei sette volumi di Settecento riformatore.

Per prima cosa vorrei contestualizzare il momento storico. Siamo nel pieno del cosiddetto “biennio rosso” degli anni sessanta: all’indomani dell’”anno degli studenti” (1968) e alla vigilia dell’ “autunno caldo” operaio (1969). L’Italia è in grande fermento. Molte università sono occupate dagli studenti. Le piazze sono percorse da cortei e manifestazioni indette non solo dai sindacati, ma dai molti gruppi dell’estrema sinistra rivoluzionaria che rivendicano cambiamenti strutturali nella società guardando a Cuba, al Vietnam, alla Cina di Mao. Le riforme promosse dai primi governi di centro-sinistra (Democrazia Cristiana e Partito Socialista, con i comunisti e l’estrema destra fascista all’opposizione) stentano a realizzarsi o appaiono troppo timide e limitate. Di li a poco, con la bomba terrorista esplosa alla Banca dell’Agricoltura di Milano nel dicembre 1970, sarebbe iniziata la cosiddetta “strategia della tensione” che avrebbe portato, in Italia, ad una netta svolta a destra e alla conseguente risposta estremista con la terribile stagione terroristica animata dalle “Brigate Rosse”, conclusasi tragicamente nel 1978 con il rapimento e l’assassinio del leader democristiano Aldo Moro.

In questo contesto l’ex partigiano Venturi, che nei primi mesi del 1968 si trova negli Stati Uniti, vive il suo rientro in Italia nel pieno della contestazione con estremo disagio. Il dialogo con i giovani – che fino a quel momento si era intrecciato in modo fecondo fra studio e confronto civile – sembra essersi interrotto. Il suo costante richiamo ai valori della Resistenza antifascista gli viene rinfacciato come mero artificio retorico atto a confermare il proprio potere accademico. Di conseguenza egli accusa gli studenti di estremismo infantile e di atteggiamenti fascisti, temendo soprattutto la reazione della destra e confidando nella ripresa del riformismo dei governi di centrosinistra. Il 30 gennaio 1970 scrive infatti all’amico Leo Valiani: “Speriamo soltanto che il governo di centro sinistra si faccia. Altrimenti polizia, magistratura ecc. finiranno coll’appoggiare la risposta reazionaria. La stupidità dei ragazzi del Movimento studentesco è incredibile […]. Si mettono contro tutti quelli che vogliono fare qualche cosa e che hanno bisogno dell’università. Restano isolati e si consolano spaccando vetri”.

All’estremismo studentesco, alle rivendicazioni inconcludenti e al rivoluzionarismo astratto Venturi tenta, lucidamente ma invano, di contrapporre lo spirito di concretezza tipico del riformismo settecentesco. Senza negare la radicalità dei principi ispiratori, ma tenendo ben presente l’esigenza di realizzare effettivamente le riforme. Utopia e riforma, appunto. Nella sua visione – che richiama implicitamente non solo lo spirito dei Lumi, ma l’ispirazione dei programmi politici dei gruppi di “Giustizia e Libertà” e poi del Partito d’Azione degli anni 1943-1947 – la spinta utopistica è dunque necessaria, ma per tradursi in capacità di realizzare le riforme. Analogamente le riforme avrebbero potuto avere successo solo se animate da una carica utopistica e da una radicalità tale da prefigurare una diversa visione della società e non solo piccole correzioni di percorso. Agli studenti egli rimprovera quindi l’utopismo astratto e inconcludente e agli uomini di governo l’incapacità di realizzare un riformismo di più ampio respiro.

In questa prospettiva Utopia e riforma può dunque essere letto non solo come un testo storiografico, ma anche come un testo politico. Un messaggio nella bottiglia consegnato al futuro e affidato a chi – in quegli anni difficili – fosse stato in grado di coglierne le implicazioni sottintese.

L’itinerario storiografico che sta dietro a questo testo è noto, ma vale la pena di richiamarlo.

Finita la guerra e scioltosi il Partito d’Azione, nel quale Venturi aveva militato durante la resistenza alla dittatura, e conclusasi la breve esperienza giornalistica di “Italia Libera”, fra il 1947 e il 1950 Venturi si era trasferito a Mosca come addetto culturale all’ambasciata d’Italia ed aveva avviato i suoi studi sulla Russia ottocentesca; nel 1951 aveva vinto il suo primo concorso universitario ed era andato ad insegnare storia all’Università di Cagliari, in Sardegna, da dove si sarebbe spostato nel 1955 per approdare all’Università di Genova ed infine a Torino dal 1958. Nel 1953, all’inizio della sua carriera accademica, aveva esordito al congresso di storia del Risorgimento di Firenze con una relazione su La circolazione delle idee nel XVIII secolo che rappresenta il progetto e l’abbozzo di ciò che sarebbe stato il suo percorso di studi che l’avrebbe visto dedicarsi fra il 1958 e il 1965 alla pubblicazione dei principali testi dell’illuminismo italiano nella collana gli Illuministi italiani dell’editore Ricciardi. Nel 1965 avrebbe pubblicato presso Einaudi l’edizione critica dell’opera di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, passaggio chiave del suo itinerario di studioso - come mostra il capitolo su Il diritto di punire compreso in Utopia e riforma - e finalmente nel 1969 avrebbe pubblicato il primo dei sette volumi del suo capolavoro storiografico Settecento riformatore.

Paragonabile per certi aspetti a Ludovico Antonio Muratori, che prima aveva pubblicato la raccolta di fonti dei Rerum Italicarum Scriptores e solo dopo si era cimentato con la Storia d’Italia, Venturi affronta prima le fonti, singolarmente, per poi giungere alla sintesi monumentale della sua opera sul Settecento europeo.

Utopia e riforma si colloca giusto al centro di questo percorso e ne rappresenta, in un certo modo, il manifesto programmatico. Con una doppia valenza, come si è detto: storiografica e politica.

Quattro sono a mio avviso le novità storiografiche contenute nel libro, recepite inizialmente come idee controcorrente, ma destinate ad affermarsi nel dibattito degli anni successivi.



  1. Il decisivo apporto inglese alla cultura dei lumi. Venturi ritiene che sia un errore ricondurre e ridurre l’illuminismo alla sola matrice francese, ribadendone invece con forza le origini britanniche, quantomeno nell’ispirazione: sia per quanto riguarda il pensiero dei repubblicani inglesi del tardo Seicento e dei freethinkers, sia per quanto riguarda l’ispirazione originaria delle più note opere di Voltaire, di Montesquieu, di Diderot e della stessa impresa dell’Encyclopedie, nata come traduzione francese della Chambers Cyclopaedia. Di qui l’impossibilità, per Venturi, di ridurre l’illuminismo alle sole Lumières francesi e la necessità di allargare lo sguardo agli illuminismi e ai riformismi continentali non francofoni (quello italiano, innanzitutto, ma anche quello spagnolo, quello austriaco, quello tedesco, quello polacco e russo).

  2. In secondo luogo Venturi ritiene che non sia possibile comprendere l’illuminismo senza cogliere il nesso strettissimo che esiste tra utopia e riforma (ossia fra passione e ragione) nel pensiero dei Lumi. I due termini sono inscindibili ed il caso più emblematico è quello dell’opera di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, chiaramente ispirata da Rousseau e portatrice di una forte carica utopistica, sebbene sia stata letta essenzialmente in chiave riformatrice.

  3. Di conseguenza Venturi insiste sul rapporto non meccanico tra illuminismo e riforme, mostrando come vi sia stato un grande illuminismo in assenza riforme (come nel caso francese) e importanti riforme in assenza di un autentico illuminismo (come nei casi austriaco, russo, o piemontese). Di qui la necessità di tener conto – oltre che del pensiero dei philosophes – anche e soprattutto della tradizione amministrativa e di gestione degli affari che ha come soggetti ministri, funzionari, giuristi, economisti, spesso oscuri e poco brillanti e tutti presi dall’amministrazione e dalla risoluzione di concreti problemi e assai meno attenti ai temi filosofici e teorici, ma non per questo meno importanti per comprendere le dinamiche dell’azione politica settecentesca.

  4. Il quarto elemento nuovo proposto da Venturi è la netta separazione fra la stagione delle riforme e quella della rivoluzione. Per lui la Rivoluzione francese non è lo sbocco necessario dell’illuminismo: l’esito rivoluzionario non è che una delle possibilità date, ma non una necessità storica in base alla quale giudicare l’intero sviluppo del XVIII secolo.

Particolarmente interessanti, per inquadrare il libro di Venturi nel dibattito storiografico di quegli anni, sono il primo e l’ultimo capitolo, ossia la Introducciòn e il quinto capitolo sulla Cronologia y geografia de la Illiustraciòn. Nel capitolo introduttivo Venturi, infatti, si confronta polemicamente prima con la storiografia filosofica, poi con la storia sociale francese e infine con il marxismo.

Dopo aver preso le distanze da una storiografia filosofica troppo tesa a ricercare le origini delle idee piuttosto che la loro concreta funzione della storia: “Evidentemente, no debemos rastrear las ideas hasta sus origenes, sino analizar su functionamiento en la historia del siglo XVIII”, Venturi affronta di petto i limiti di una storiografia di matrice strutturalista che “comienza por la sociedad, no por las ideas; por los grupos, no por los individuos; por las mendalidades difundidas, no por los elementos del pensamiento”, che “emplea las técnicas de la sociologia y la historia economica”. Il suo bersaglio polemico era in quel caso Daniel Roche e la sua thèse sulle accademie di provincia, la cui elaborata metodologia statistica applicata ai fenomeni culturali appariva a Venturi analoga a quella di chi “esta empleando un ciclotròn para abrir una nuez”. Ulteriore bersaglio polemico era anche un certo marxismo che “no intenta comprender el contenido, los origines y el desarollo de la Ilustraciòn de maniera tal que contribuya a explicar al marxismo”, ma “intenta la operaciòn contraria: explicar la Ilustraciòn a la luz de los escritos y las opiniones de Marx, Engels y su escuela”. “Esta aseveraciòn – scrive infatti Venturi rendendo esplicita la sua polemica antimarxista - se funda en la creencia de que los pensadores de la Ilustraciòn representan una etapa en la evoluciòn de la ideologìa burguesa. Estoy convencido de que esta definiciòn es uno de los principales obstàculos para una comprensiòn màs fecunda del siglo XVIII”. Oggi questa affermazione potrebbe essere condivisa da molti, ma nell’Italia del dopo-68 pesava come un macigno.

Nel capitolo conclusivo Venturi si confronta invece, positivamente, con due grandi studiosi di discipline diverse dalla sua: implicitamente con lo storico della letteratura italiano (ma docente a Londra) Carlo Dionisotti, suo coetaneo ed amico fraterno, autore di una celebre Geografia e storia della letteratura italiana (1967), esplicitamente con lo storico economico francese Ernest Labrousse, studioso dei prezzi, del quale Venturi adotta lo schema di periodizzazione in cinque fasi per descrivere lo sviluppo dell’Illuminismo. Può apparire strano che uno storico delle idee suggerisse di confrontare la storia politica e intellettuale del Settecento con lo schema storico-economico proposto da Labrousse nel 1932, ma la polemica era sia con la storiografia marxista che con la storia sociale francese, alla ricerca di nuovi modelli interpretativi, ma incapaci di trovare i propri riferimenti in un grande storico della tradizione novecentesca.

La reazione di Venturi, dura, ma efficace - come avrebbe riconosciuto, anni dopo, lo stesso Daniel Roche - contro l’adozione dei metodi statistici nella storia della cultura e contro la riduzione delle influenze culturali a cifre in percentuale, era condivisa negli stessi anni da due grandi storici italiani – Giorgio Spini e Furio Diaz - entrambi membri della direzione della “Rivista Storica Italiana” diretta da Venturi e tenacemente impegnati nella difesa della storia politica.

Non esplicitato, ma evidente. è anche il dialogo a distanza con uno studioso polacco, naturalizzato ginevrino, come Bronislaw Baczko, grande studioso del pensiero utopistico settecentesco, il cui libro rivelazione Lumières de l’utopie – costellato di riferimenti a Venturi - uscirà nel 1978. A distanza di anni, in un testo del 2004, proprio Baczko avrebbe rievocato magistralmente lo spirito più autentico dell’opera dello storico torinese scrivendo: “Venturi scopre due figure storiche che gli serviranno da filo conduttore: l’utopista e il riformatore. Altrettante tipizzazioni ideali: in realtà, gli utopisti sono un poco riformatori e i riformatori non rifuggono dall’utopia”-

Vorrei concludere con una testimonianza personale, essendo stato uno degli ultimi allievi di Franco Venturi all’università di Torino tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta. Venturi, dopo il 68, ma soprattutto nei suoi ultimi anni di insegnamento, ostentava un po’ provocatoriamente, in polemica con il clima politico-culturale che lo circondava, la sua matrice crociana, il suo forte anticomunismo, la sua antipatia per i movimenti studenteschi, la sua diffidenza per la storia sociale francese, al punto da rifiutare l’istituzione di una cattedra di “storia sociale” (da assegnare a Giovanni Levi) con la motivazione che “la storia sociale non esiste, la storia è senza additivi”.

In quegli anni nel Dipartimento di storia il dibattito era vivacissimo ed aveva come protagonisti da un lato il settantenne Franco Venturi e dall’altro il quarantenne Giovanni Levi (che di Venturi era stato allievo) e le loro rispettive scuole. Macrostorici contro microstorici, storici delle idee contro storici sociali. Al di là delle notevoli differenze di carattere ideologico si verificava una curiosa convergenza fra una parte dei cattolici progressisti e gli esponenti dell’ estrema sinistra marxista, più interessati alla dimensione “sociale” che a quella politica e statuale, al “micro” piuttosto che al “macro”, alle “resistenze” piuttosto che alla continuità, al confronto con l’antropologia geertziana, alle suggestioni della storia orale, allo studio del medioevo e della prima età moderna secondo le indicazioni delle «Annales»: lunga durata, storia della civiltà materiale, storia delle mentalità, piuttosto che storia delle idee. Una diversa e parallela convergenza si verificava fra ricercatori vicini ai partiti tradizionali della sinistra socialista e comunista e studiosi legati all’area laica e liberale, ben più attenti alla dimensione politica e statuale, alle dinamiche gruppi dirigenti e delle élites ed alla storia intellettuale e al confronto, più che con l’antropologia, con la sociologia, con la storia delle dottrine politiche, con il diritto e la scienza dell’amministrazione. La storia della piena età moderna, della Riforma e della Controriforma, del “Settecento riformatore” e del Risorgimento diventavano terreno privilegiato di indagine per chi voleva comprendere le ragioni del fallimento del riformismo dei governi italiani di centrosinistra o per chi perseguiva un’idea di riforma a partire dall’interno delle istituzioni (scuola, università, amministrazione pubblica).

Oggi quelle contrapposizioni sono ampiamente superate e da tempo ciascuno dei due schieramenti ha saputo riconoscere il valore degli spunti metodologici presenti nelle ricerche degli ex antagonisti. Utopia e riforma è ormai unanimemente considerato un classico. Non credo quindi che si possa archiviare troppo facilmente il cosiddetto “modello venturiano”. Il fatto che siamo qui a parlarne – a 44 anni di distanza dalla sua pubblicazione e a 20 anni dalla morte del suo autore - ne è la dimostrazione.







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