Per me, la forza della fotografia sta nella sua capacità di evocare ciò che è l'umano



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03.04.2019
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PALAZZO MAGNANI - DIREZIONE E UFFICI

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SANDRO PARMIGGIANI


Curatore delle attività espositive di Palazzo Magnani
Stanno finalmente davanti a noi le opere di Manolo Valdés. I dipinti sono lacerti di tele, cucite sommariamente, con lembi che ancora si muovono e fili che pendono, sulle quali si è andato a depositare un colore spesso, una materia turgida, che nel suo cammino verso una certa forma ha lasciato dietro di sé ceneri, grumi, brandelli della sua carne. Le sculture sono l'assemblaggio di pezzi e frammenti di legno, di marmo, di alabastro, e anche quando hanno assunto la consistenza inscalfibile del bronzo, le superfici continuano a recare la memoria dei buchi nelle connessioni, delle imperfezioni e delle ferite che la materia originariamente subì mentre veniva lavorata e messa assieme. Le incisioni, fatte di segni profondi e sicuri, oppure tratteggiati, scavati con mano nervosa, e di collage - un'immagine pittorica famosa utilizzata come strumento di immediato sviamento visivo -, mostrano quanto una tecnica antica possa ancora essere campo di innovazioni e di scoperte. Tutta l'opera di Valdés è animata da questa sorta di opposizione latente tra due tensioni che alla fine l'artista integra e ricompone, pur lasciando sempre la traccia di un processo necessariamente incompiuto, o che forse mai potrà assumere la "perfezione" di un tempo ormai perduto: un "venire alla luce" in un qualche modo faticoso e doloroso, che utilizza frammenti, materiali di scarto, e che dà unità a ciò che all'origine sarebbe sembrato inconciliabile o estraneo. Qui sta la forza di comunicazione e di fascino dell'opera di Valdés, qui sta la sua modernità.

Le immagini su cui opera l'artista sono tratte dall'arte, dalla cultura popolare o da ciò che ogni giorno i nostri sensi incontrano: ecco che la regina Marianna e l'Infanta Margherita abbandonano i dipinti di Velázquez e rivivono davanti a noi, nelle loro fattezze ma con una semplificazione, e un'astrazione, del tutto consone al nostro tempo; ecco che Topolino diventa l'icona di un dipinto o di una scultura - non il Topolino levigato che abbiamo conosciuto nei fumetti, ma impastato di scorie e di materia -; ecco che una foglia o un libro si trasfigurano in un incubo, in un abisso nero; ecco che una libreria fatta di umili assi e pezzi di legno ci fa scoprire la severa bellezza delle forme e il senso profondo di ciò che accompagna silente la nostra vita.



L'opera di Manolo fonde, in sé, la memoria del passato e il segno del presente; come non pensare, come non avere la consapevole fiducia che, anche nel futuro, l'arte continuerà - come sempre ha saputo fare - a essere lo strumento di un tramando, di un processo di contaminazione, di ibridazione e di innesto senza fine di sguardi, di idee, di sentimenti, traghettati da un tempo all'altro, da una persona all'altra?
Reggio Emilia, 2 aprile 2005





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