«per sconfiggere IL drago»



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25.03.2019
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«PER SCONFIGGERE IL DRAGO»

Martedì, 24 agosto 1982, ore

Inaugurazione della mostra con la presenza dell’autore Camilian Demetrescu, Romania.

MODERATORE: Sandro Chierici.

SANDRO CHIERICI

L’incontro di questo pomeriggio vede nostro graditissimo ospite al Meeting dell’amicizia fra i popoli Camilian Demetrescu. Stamattina parlando con alcuni giornalisti facevo loro notare che in questa terza giornata di questa terza edizione, il Meeting ha assunto la sua vera faccia, il suo vero volto, che non è tanto quello di un piatto preconfezionato, preparato da un gruppo di intellettuali o di organizzatori che viene offerto in pasto a un pubblico che lo consumi, quanto quello di un avvenimento che voi costruite, che il pubblico costruisce di giorno in giorno.

E la maggior riprova di questo, secondo me, sta non solo nella presenza continua di persone che si trovano ad ascoltare, ad applaudire i personaggi come Young, o come Ritz l’altro giorno, (questo certamente è un fenomeno che fa scalpore), ma nel pubblico che gira per i corridoi della Fiera, che entra nelle mostre, che partecipa alle mostre, che chiede di incontrare la testimonianza degli artisti; un pubblico attento, interessato come dimostra anche la nostra numerosa presenza in questa sala.

Quella che si presenta oggi — perchè cercherò di entrare il meno possibile in questo campo — è la testimonianza di un artista. Sono certo che Camilian Demetrescu ha già fatto amicizia con voi e con il Meeting, ed è una amicizia carica ancora di domanda. Due brevissimi note. Chi è Camilian Demetrescu? Camilian Demetrescu è nato nel 1924 in Romania, ha vissuto 5 anni a Bucarest, dove ha iniziato la sua attività artistica e la sua attività di critico d’arte. Da tredici anni è in Italia, dove la sua pittura si è svolta nel campo dell’astrattismo, fino al momento della sua conversione e da lì in avanti nelle forme che avete potuto ammirare e potrete ammirare nelle sue mostre.

Il punto direi centrale della sua vita — ed è quello di cui ci parlerà oggi e che ci illustrerà attraverso un filmato che potremo vedere insieme— è proprio questo della conversione.

Il filmato non è un film professionale, ed ha quindi tutti i grandissimi pregi e i piccoli difetti che hanno le opere di questo tipo.

Ora io lascio la parola a Camilian Densetrescu ringraziandolo ancora per la sua presenza qui. Dopo la visione sul filmato avremo spazio per domande all’autore. Grazie.

CAMILIAN DEMETRESCU

Ho vissuto 25 anni in una società organizzata su principi marxisti, ho impiegato 10 anni per liberarmi dalle scorie di un incubo, quello del realismo socialista imposto che ha contenuti profondamente falsi, di cui parleremo dopo.

Nel 1977 accade nella mia vita un avvenimento di cui testimonierà questo film stasera.

Dunque, dopo 10 anni di astrattismo sono passato a un tema religioso che è quello che avete visto nella mia mostra. Fra un po’ vedrete in questo filmato quello che ho fatto dopo la mia conversione.

Il film, come ha detto l’amico Chierici, è un documento fatto da Gilberto, un contadino che mi ha dato una mano nel restauro della chiesa, il quale ogni tanto si puliva le mani dalla calce e prendeva la cinepresa. Abbiamo incominciato le riprese al decimo giorno dell’inizio dei lavori. La chiesa, abbandonata da più di due secoli, era tutta coperta all’interno e all’esterno dalla retegazione, tanto che per entrare dentro abbiamo dovuto dar fuoco alla sterpaglia per liberare il terreno da vipere, scorpioni, ecc

Vediamo adesso questo filmato, dopodichè, se lo ritenete necessario, vi racconterò pochi particolari di come è avvenuto questo restauro fatto senza la partecipazione di nessun ente pubblico, senza nessun aiuto finanziario e materiale da parte di nessuno. L’abbiamo fatto noi tre io, mia moglie, nostro figlio che aveva sei anni e due contadini che sporadicamente venivano ad aiutarci (fra loro c’era Gilberto). Adesso vediamo il fumato. (Al termine del filmato).

Quello che non si vede in questo filmato è il porticato che è stato aggiunto un anno dopo (anticamente questa chiesa aveva una tettoia) e lo abbiamo rifatto soprattutto per proteggere il resto dell’affresco, che sta sotto l’arcipunta e per preparare la chiesa per un grande incontro che è avvenuto nel 1980.

Infatti, siccome nel Medio Evo, attorno al ventidue maggio per la festa dei patroni del paese i Santi Filippo e Giacomo e per la festa dell’invenzione della croce, si radunavano i contadini dei paesi del viterbese che sono intorno a Gallese e facevano una grande festa per due o tre giorni, abbiamo pensato di far rivivere questa festa e l’abbiamo fatta con i nostri mezzi, pensando al Medio Evo: la grande scampagnata sul prato della chiesa, la messa all’aperto, i giochi contadini tradizionali. Nel castello locale si è organizzato un convegno sull’arte sacra a cui hanno partecipato studiosi italiani e francesi: abbiamo creato un piccolo museo etnografico con oggetti contadini dimenticati nella zona, un piccolo e purtroppo provvisorio museo storico di Gallese, perchè a Gallese sono stratificate moltissime culture, incominciando da quella etrusca o forse ancora prima, dato che si dice che Gallese sia stata fondata da Calispus, figlio di Agamennone.

Inoltre il coro della Filarmonica di Roma, coro femminile diretto da Don Tonino, ha fatto un concerto di musiche medioevali nella chiesa di San Damiano.

Infine in piazza si è fatto uno spettacolo teatrale che consisteva nel leggere documenti della vita medioevale di Gallese con una certa sceneggiatura e con certe sigle sonore molto suggestive. Il paese ha vissuto questa festa con grandissimo interesse, dimostrando che c’è bisogno di ricordare queste cose nell’anima del popolo e di noi tutti.

Se volete sapere come abbiamo fatto questo restauro vi prego di farmi domande, se pensate che il film abbia già esaurito questo problema parleremo di altre cose.

Confesso che sono commosso perchè non avrei mai pensato di fare un film durante il restauro; l’ha voluto fare Gilberto e ha fatto bene, perchè così è rimasta questa testimonianza.

Sono commosso inoltre perchè non pensavo mai di portarlo in pubblico, era un nostro ricordo di famiglia; però approfitto, dato che questo film lo avete visto in molti per dirvi di fare tutti un pensiero sulla possibilità di intervenire per restaurare un piccolo santuario, una piccola chiesa; sono tante quelle abbandonate, sono tante quelle dimenticate e profanate. Non posso non ricordare le parole di Monsignor Francia alla prima messa, dopo due secoli, quando ha detto: Essere cristiano significa essere fondatore di chiesa, ma non soltanto fondatore, muratore di chiesa.

Vi prego di riflettere: io ho visto nella Burgolof francese gruppi di giovani che d’estate andavano e si fermavano presso un cantiere già iniziato dalla sovrintendenza, dando loro una mano.

Quando non lo si può fare per conto proprio si può dare una mano a coloro che lavora no già, mettere le mani su un santuario e salvarlo fa parte della vostra ricerca fondamentale.

Per me questo restauro ha costituito il fonte battesimale della mia conversione, ha un significato più che culturale (per me infatti ha avuto un significato di profondo cambiamento esistenziale).

DOMANDA:


Perchè tu che venivi dalla realtà socialista, dopo 10 anni in cui hai vagato anche artisticamente, nell’astratto, hai scelto di restaurare una chiesa? Cos’è che ti ha chiamato in quel luogo?

CAMILIAN DEMETRESCU:

Dunque, ho già raccontato all’amico Chierici: il richiamo della campagna che era fortissimo; dovevo venire nell’occidente fortemente industrializzato per poter avere il privilegio di vivere in campagna; sembra un paradosso.

Nel mio paese agricolo non potevo minimamente sognare di andare a vivere in campagna, perchè non si può, la repressione è continua, è assolutamente anticulturale.

Dopo 4 anni a Roma mi sono ritirato nel Viterbese, e il destino ha voluto che anche sotto la casa in cui vivo, vi fosse una piccola chiesa romanica della stessa età.

Noi abitiamo in una delle antiche vie di pellegrinaggio verso Roma che passava per i monti Cimini, scendeva per Gallese, si congiungeva con la Flaminia e proseguiva per Roma.

Su questo percorso, ci sono molte chiesette, anche la nostra casa sta su una traccia più larga.

Dopo due anni che eravamo già a Gallese, in questa nostra casa, che anticamente era un mulino di cui la leggenda dice che nulla andava in porto, perchè avevano demolito l’antica chiesa, abbiamo scoperto questo rudere.

La proprietaria (perchè non è nostra, è una proprietà privata) di questa chiesa la voleva buttare giù per conquistare quei pochi metri quadrati di terra che ci sono, contadini del posto non potevano capire esattamente quello che stavamo facendo; pensavano volessimo fare una villa, un ristorante, addirittura una discoteca come si usa oggi.

Perciò ci guardavano da lontano e si avvicinavano soltanto così per capire meglio; comunque non siamo stati disturbati ma nemmeno aiutati. Ci sono stati di quelli che ci hanno permesso di smantellare vecchi casolari per ricavare tegole.

Mi ricordo un pomeriggio torbido di luglio che siamo andati in quattro, con un nostro amico musicista, con un altro suo amico di Roma ad un casolare cadente che stava su un pendio; abbiamo conquistato 365 tegole romane (quelle che hanno una tegola piatta e un corpo) e siamo tornati trionfanti con questo trofeo.

Beh, per arrivare a 2.000 tegole certamente abbiamo ripetuto questa esperienza in vari modi, altre le abbiamo comperate, e il tetto avanzava man mano che riuscivamo a trovare qualche tegola; nonostante questi impedimenti in tre mesi la chiesa fu eretta. E siamo riusciti il 25 di settembre a farla ritornare al sole.

All’inizio mia moglie è andata a cercare degli esperti per vedere se c’era una ditta che poteva fare i lavori e ci hanno chiesto circa 100 milioni che non avevamo. Allora certamente l’abbiamo fatta praticamente senza soldi; abbiamo comprato un po’ di calce, un po’ di cemento, un po’ di cose che servono così; uno ci ha dato in prestito una piccola vettoriera; qualche giovane veniva per alzare una trave e così siamo riusciti a farla.

Ci sono amici che ci dicono: « Ma rivolgetevi al Ministero dell’Interno, così potete riavere indietro qualche soldo», ma abbiamo pensato che sarebbe annullare tutto quello che abbiamo fatto se adesso chiedessimo; non ha nessun senso, soprattutto perchè non abbiamo speso gran che; erano certo le ultime nostre riserve, ma il premio è stato così grande e buono.

E dunque, in questa chiesa ho portato con timidezza le mie sculture che erano astratte; ed entravano i contadini, ed entrava il maresciallo dei carabinieri, entravano i vicini che stavano lì nella zona e dicevano: — Che cosa rappresenta? Il mio imbarazzo cominciava ad essere molto forte e tutto questo insieme ha contribuito alla metamorfosi, che in un anno mi ha spinto a lasciare quelle forme molto pure, molto disimpegnate, astratte a cui mi ero dedicato per 10 anni e che mi hanno fatto conoscere nell’ambiente artistico italiano, ma che ora fanno parte di una mia preistoria. Dunque così sono arrivato a fare una ricerca e se mi permettete devo aggiungere che su piano teorico questa scelta è stata molto sofferta, perchè per 25 anni ero stato costretto a fare realismo, un realismo riempito in modo artificiale di contenuti che non sentivo, che erano falsi nel realismo socialista.

Adesso per la prima volta tornavo al figurativo in modo volontario, ma le difficoltà formali erano immense, sentivo il bisogno di andare in Spagna; non è stato un viaggio turistico, sono andato in Spagna perchè dentro di me c’era questo dilemma: «Si può fare arte sacra astratta?» E quasi era l’ultima giustificazione che cercavo; volevo vedere l’arte araba, l’arte islamica, che è arte sacra a carattere astratto.

La decorazione islamica non è gioco ornamentale, è simbolo del cosmo, è simbolo del creato, così come in certi capitelli romanici che si alternano coi capitelli figurativi, la decorazione floreale, la stilizzazione non è un intervallo semplicemente decorativo, allude e ricorda nel percorso iniziatico della chiesa romanica «Attenti: non dimenticate il creato».

Il caos che è stato sostituito dal cosmo, il disordine dell’ordine: rimasi sconvolto prima di tutto per la grande raffinatezza dell’arte islamica, sconvolto dal fatto che la decorazione non è mai abbandonata a un turismo di tipo occidentale ed europeo, bensì serve da quadro trascendentale alla scritta, al testo del Corano che inneggia ad Allah.

Sono stato veramente sconvolto da questa grandissima lezione che mi ha dato l’arte islamica; però da buon europeo, da buon occidentale che non accetta facilmente la supremazia di un’altra civiltà sulla sua, sono tornato di corsa nella Borgogna; quasi per riempire così le mie batterie delle emozioni del romanico; e abbiamo visto più di 100 chiese romaniche nel triangolo, dove mi sono riconciliato con l’idea che devo abbandonare l’arte astratta, devo guardare ai simboli, all’iconografia creata dai maestri, dai maestri del ‘200 perchè il cristianesimo è incarnazione.

Vorrei partecipare, in un futuro Meeting, ad un incontro, un dibattito, anche su questo tema. si può fare arte astratta cristiana? Quali sono i limiti?

Ero appena all’inizio del tormento, quando tornando in Italia per la via Carsia a San t’Antimo, a Sud di Siena, ho scoperto un gioiello del romanico italiano che mi ha stupito e quasi ha eclissato la forte emozione della Borgogna.

Vada chi può a Sant’Antimo nel Senese per vedere l’architettura, un’architettura tale che veramente quando entri dentro la chiesa dici qui è il centro dell’universo, il centro del cosmo, perchè tutte le chiese romaniche sono fatte con questo concetto, che la chiesa è il microcosmo che riassume il grande cosmo, il grande creato, e che dunque ogni chiesa è il centro dell’universo. In questo Sant’Antimo ha avuto fortemente il sentimento che mi trovavo nel centro dell’universo. E lì, in quel posto, c’era la mano di un crocefisso in legno bizantino del XIII secolo: la prima mano sta all’origine della mia mostra sulle mani, che ho fatta nel l’ottobre scorso alla calcografia nazionale di Roma e una parte è trasferita qui.

La mano è il più importante modulo di comunicazione tra gli esseri umani; della sua funzione nella comunicazione e delle sue possibilità espressive simboliche, possiamo parlare direttamente nelle mostra.

Vi pregherei di farmi altre domande, perchè è molto importante provocarmi; infatti io mi sono costruito quasi come un guscio, in cui tutto viene giustificato; invece vorrei avere vostra opinione. E impossibile pensare che dei giovani come voi non abbiano pensato a volte come può essere l’arte sacra.

DOMANDA:

È una domanda un po’ tecnica. Lei è scultore; volevo chiederle: ma allora questi quasi 70 anni di arte astratta a che cosa sono serviti? Come possiamo sfruttarli per aiutarci all’espressione di un cristianesimo, attraverso delle forme?

CAMILIAM DEMETRESCU:

A me sembra molto pertinente la domanda, quasi aspettavo una simile domanda. Bisogna partire da questa premessa. esiste la grande tradizione ed esiste la piccola tradizione; quando noi siamo accusati di essere sorpassati si fa riferimento sempre alla piccola recente tradizione, quella del ‘700 dell’800 e dell’inizio del 900, che è praticamente il periodo di massima decadenza e massimo svuotamento spirituale della cultura europea. L’arte astratta, in quanto ha rifiutato soprattutto questa tradizione recente, questa piccola tradizione, ci ha aiutato a proiettare il nostro interesse verso la grande tradizione, quella che diciamo ha avuto il suo apice in Europa nel X secolo, nell’arte islamica, nell’arte copta andando indietro, cioè quella che chiamiamo grande tradizione, quella delle grandi culture incentrate sui sacro. Dunque, l’arte astratta, l’arte moderna ha fatto un’opera di risanamento nel senso che ha eliminato dalla cultura occidentale questo dominio di una tradizione che aveva seppellito quasi tutto, simboli, sentimento del sacro, e che era diventato strumento di potere, il potere terreno.

Dunque io personalmente ho sentito i benefici dell’esperienza astratta, perchè adesso ho la libertà di eliminare dalla mia memoria tanti cichet anche rinascimentali mentre lavoro; mi ha dato il coraggio di portare con semplicità questi esempi, considerati barbari, dell’arte romanica, protoromanica, dell’arte paleocristiana e delle altre civiltà (per esempio l’arte cicladica), dell’arte greca arcaica, di tutto quello che non segna l’evoluzione di una decadenza come sono stati l’ellenismo, il rinascimento e tutte le altre epoche di «grande fioritura».

DOMANDA:


Prima, nel filmato lei citava una frase: l’origine dell’estetico è nel sacro. Chiedevo di approfondire questa frase in rapporto anche alle sue esperienze.

CAMILIAN DEMETRESCU:

Anche questa è una domanda molto pertinente. Io, nel mio piccolo, sono convinto che quello che noi chiamiamo oggi estetico è l’ultimo residuo di una componente fondamentale dell’arte che all’inizio era il sacro.

Il processo di laicizzazione dell’arte ha portato ad un mutamento anche di concetti; il sacro è stato sostituito dall’uomo rinascimentale, dall’uomo autonomo, dall’uomo che si è staccato dal sacro, ma che ha una nostalgia, un desiderio profondo di quella componente elementare.

Oggi ci troviamo nel terzo periodo, siamo consapevoli che questo residuo del sacro chiamato estetico, ricorda ancora nelle anime la sua origine, cioè il sacro, si è organizzato un complotto contro questa ultima traccia del sacro che era rimasta nell’estetico.

Si può parlare dunque di una offensiva contro il bello, c’è una calofobia fortissima, che è diventata quasi regola; dunque si è accusati anche di calofilia, di coltivare il bello come se il bello fosse un qualche cosa di superfluo e di decadente, di superato; esaurito.

Dunque, quando io ho detto che all’origine dell’estetico c’è il sacro, parlavo proprio di questa filiazione, di questo evento; mi sembra che anche Lanza del Vasto fosse convinto del fatto che le prime espressioni artistiche erano una manifestazione del sacro, una ierofania at traverso mezzi visivi; sarebbe troppo lungo entrare in una analisi, ma l’affermazione era formata in base a questa convinzione.

DOMANDA:


Lei ha lavorato per diversi anni in un paese socialista. Come è possibile esercitare il lavoro di pittore, cioè il lavoro che esprime la persona, in una società in cui l’ideologia tende a reprimere ogni identità che è diversa da se stessa? E come è sorta questa sua vocazione personale?

CAMILIAN DEMETRESCU:

Questa domanda mi costringe a fare una confessione; nel 1944 io militavo nelle file del partito comunista romeno.

Avevo 19 anni; durante la guerra ero vissuto in una famiglia che militava in clandestinità nel partito comunista; io ero stato educato in quello spirito.

All’arrivo delle truppe sovietiche, quasi come lavoro di laurea io feci un grande tema con questo soggetto, cioè l’accoglienza delle truppe sovietiche entusiasta da parte della popolazione romena. Ero convinto, facevo una propaganda capillare all’istituto di belle arti, ero stato eletto presidente dell’unione degli studenti progressisti della Romania, ho partecipato in questa qualità a congressi internazionali; finchè una notte il mio maestro ideologico fu arrestato e condannato per eresia.

In quel breve periodo che seguì questa scossa, io ho capito che la Romania non era liberata dalle truppe sovietiche, ma occupata. E la stessa ragione per cui durante la guerra io lavoravo in clandestinità coi miei parenti, nelle file dei comunisti per combattere l’invasore. Per la stessa ragione, quando io mi sono messo nella situazione di rumeno occupato dai carri armati sovietici, sono rientrato nella resistenza contro il regime sovietico che era venuto da noi per occuparci.

Questo mi è costato quasi vent’anni di emarginazione.

Vi devo raccontare come l’artista vive in Romania.

Mentre i miei colleghi occidentali potevano fare gradevolmente il flirt con l’ultimissimo nato in America o a Parigi, noi dovevamo sopravvivere dipingendo i grandi pannelli che de corano le grandi piazze rosse dei paesi dell’Est, in occasione delle grandi parate.

Io ho lavorato per quasi 12 anni in una squadra che doveva fare il ritratto di Stalin, ed io ero stato collocato a fare il lobo sinistro dell’orecchio di Stalin.

Il ritratto di Stalin complessivamente era composto da 36 pannelli (2 in. x 2 ciascuno) che venivano lavorati in hangar; era disegnato con mezzi meccanici, un grande proiettore al l’inizio, poi distribuito a 36 artisti, sempre gli stessi, ognuno specializzato in una parte anatomica del compagno Stalin. C’era anche una gerarchia, nel ripartire questi pezzi.

Il capo aveva il privilegio dell’occhio del compagno Stalin e dunque il caposquadra (il compagno nostro Giorgescu) aveva lui il compito di dipingere l’occhio di Stalin; magari a qualcun altro toccava soltanto lo sfondo; o chi faceva il ritratto di Marx capitava di fare i macchioni della barba (quasi un quadro astratto tutto 2m x 2).

Per assicurare l’unità cromatica di questi grandi ritratti, composti da 36 pannelli, c’era una squadra tecnica, che mescolava i colori e c’erano dei grandi fusti di 300 kg. e su questi fusti c’erano delle grosse scritte; per esempio: rosa — Marx; rosa — Engels; rosa — Lenin e rosa — Stalin, e l’artista andava con la scodella e diceva: un kg. di rosa — Stalin e così venivano fuori dei grandi ritratti omogenei, come colori perfetti, come disegno, anonimi, non come le cattedrali medioevali; anonimi come il lavoro moderno sulla catena di montaggio ripetitivo, in cui non c’è anima, assolutamente anima. Dunque questo nello Stalinismo.

Più tardi, nel nuovo corso, è stato concesso a pochi il privilegio di fare arte decadente, perchè c’era bisogno all’estero, di presentare un volto liberale del regime. Dunque abbiamo anche noi i nostri astratti, i nostri decadenti.

E così fiorì segretamente in certi studi ufficiali, atelier ufficiali, anche un’arte destinata all’esportazione; però dentro il Paese si doveva esporre l’arte sana. L’amica che mi ha fatto la domanda può adesso rendersi conto delle condizioni in cui un artista giovane può ricominciare a sognare una ricerca personale, in questo secolo talmente fervido e fertile di ricerche, come diceva (non so se è compagno) Giuseppe Panza, l’anno scorso in un dibattito, qui nel Meeting, quando diceva che è errato dire che oggi la cultura figurativa sia in crisi Mai — dice lui — nella storia della cultura figurativa europea, c’è stato un fiorire così fertile, come in questi ultimi 70 anni.

DOMANDA:


Volevo chiedere in primo luogo che ci spiegasse la differenza fra l’astratto e il simbolico e quali sono i vari tipi di astratto di cui ha parlato; in secondo luogo l’importanza dell’arte figurativa del crocefisso.

CAMILIAN DEMETRESCU:

Il simbolo può essere anche astratto, per esempio il quadrato, il triangolo, il cerchio, il pentagono, l’esagono, sono tutti simboli astratti che però vanno sempre associati negli affreschi nell’iconografia cristiana ad elementi figurativi.

Certo si possono usare anche separatamente, ma penso che il fondo della sua domanda sia sostanzialmente che differenza c’è fra l’astrazione e l’arte simbolica, il segno simbolico.

L’astrazione è una pura invenzione mentale che è fine a se stessa; è un elemento chiuso in se stesso, in quanto basta a se stesso. La più efficace definizione del simbolo, che ho mai letto mi sembra quella del mastro del XIII secolo. Lui ha detto: Dio è una parola, il regno di Dio è una parola, in quanto non può essere descritta come una forma, come una figura: è una parola.

Oltre questa parola non esiste che il simbolo che può sostituire l’idea di Dio, della divinità.

Vedete l’importanza che Mastro Eckart dava al simbolo. Il simbolo è il mediatore tra noi e Dio invisibile; dunque non può essere una pura invenzione, certamente può essere codificato, perchè di Dio si può parlare in tanti modi, sono tanti gli aspetti che prende la presenza di Dio.

Però ha un forte contenuto anche il segno astratto, usato come simbolo, mentre — ripeto — l’astrazione fa parte del grande progetto dell’uomo moderno, dell’uomo autonomo, che si è sganciato dalla natura e che ha detto: noi andiamo contro la natura, noi interveniamo sulla natura, noi costruiamo un mondo con la nostra intelligenza. Dunque l’astrattismo in questo senso è l’arte ufficiale dell’uomo autonomo; mentre il simbolo è l’arte dell’uomo di fede, che usa i simboli per parlare con Dio, che sono intermediari tra lui e Dio.

DOMANDA:

Volevo sapere se è controproducente recuperare, per l’eventuale arte sacra moderna, tutta la scienza che c’è dentro le opere rinascimentali, come la geometria, la matematica, l’anatomia, la botanica ecc

CAMILIAN DEMETRESCU

Chi guarda le icone, o certi affreschi bizantini, o romanici dell’XI, XII secolo, può rimanere colpito dal fatto che la prospettiva, per esempio, è rovesciata, che l’anatomia è trascurata, o ci si passa sopra, e si pensa normalmente che si tratti di una ignoranza (almeno così si insegna nell’Accademia di Belle Arti oggi) e che il Rinascimento sia stata la grande scuola, in cui tutte queste mancanze sono state eliminate attraverso un atteggiamento scientifico nell’arte.

Io posso dire subito, che tutto questo è falso; l’artista bizantino, l’artista medioevale non rovesciava la prospettiva perchè ignorava la prospettiva geometrico matematica; invertiva la prospettiva perchè lui immaginava la sua scena in un mondo retto da una logica diversa da quella del nostro mondo.

Si può parlare addirittura di una prospettiva trascendentale, che non corrisponde alla prospettiva scientifica razionale del mondo visivo, in cui noi siamo abituati a guardare.

Perciò è molto difficile paragonare due epoche in cui il criterio estetico è completamente opposto.

Il Rinascimento studia i fenomeni fisici, naturali che ci circondano, traspirando l’aspetto trascendentale del visibile, mentre il Medio-Evo si occupa dell’invisibile.

Dunque è un po’ difficile paragonare queste due epoche in termini di rigore scientifico.

DOMANDA:


Non è possibile invece che nel Rinascimento si cerchi di partire dall’uomo, per arrivare a Dio? Cosa che invece non succedeva nel Medio-Evo, dove si partiva da Dio per andare verso l’uomo? Cosa più difficile, quasi inaccessibile, perchè si presume che quest’arte Medieovale fosse vista dagli angeli, più che dall’uomo.

Mentre nel Rinascimento secondo me si parte dall’uomo, quindi dall’uomo malfatto, da una scienza che è dell’uomo, ma che tende ad arrivare a questo Dio così distante.

CAMILIAN DEMETRESCU

Io ti rispondo semplicemente così: per l’uomo medioevale Dio era dentro di sè, per l’uomo rinascimentale Dio era fuori di sè. Secondo Sant’Agostino o Ghilde Gharde Binghen, due dei grandi pensatori Medioevali, Dio è la cosa più intima che l’uomo ha dentro di sè; Dio abita dentro di noi, non nella chiesa, non nella montagna, non nei cieli, non sopra la stella polare: Dio abita in noi

E questa prospettiva trascendentale, rovesciata rispetto a quella esterna ci aiuta a scoprire questo Dio che sta dentro l’uomo; la dignità dell’uomo medioevale consiste proprio nel fatto che Dio è collocato nel cuore dell’uomo, in mezzo all’uomo, dentro di lui, perchè l’uomo è un microcosmo che riassume il macrocosmo, e dunque nel centro del micro, che riassume il macro, abita Dio. L’uomo rinascimentale ha cacciato via Dio dalla sua anima, lo ha proiettato sul firmamento, e ha cominciato un dialogo esteriore con Dio, quasi per dimostrare che lui può essere uguale a Dio.

Quello che si può vedere, scusate, nel ‘Giudizio Universale’ di Michelangelo; quando vedo nella Sistina il Giudizio Universale di Michelangelo, mi viene la rappresentazione di questo Dio collega dell’uomo, coocreatore del mondo, che tutto sommato stanno lì, perchè insieme hanno fatto tutto quello che esiste; anzi, su questa strada l’uomo a un certo momento si è stufato di questo collega che è Dio e lo ha spinto un po’ più in là, finchè ha deciso, con Nietzsche ed altri molto ingegnosi pensatori dell’800, di organizzare dei bei funerali di Dio e di seppellirlo.

Noi ci troviamo oggi in un mondo privo di un Dio, nel senso medioevale; però attenzione: Dio non è stato mai traslocato dal suo posto, perchè sta dentro di noi.

Chi ha dimenticato questo certamente è orfano; chi non lo ha dimenticato, sa che Dio è dentro di lui e deve lavorare su se stesso, conoscere se stesso per arrivare a Dio.

Questa è la grande lezione cristiana

Forse non sono stato abbastanza esauriente, forse sono stato un po’ provocato, le chiedo scusa, però la provocazione certe volte è quella leva che può fare quello che non può fare una grande gru.

Io vorrei soltanto aggiungere una piccolissima cosa, che mi ha fatto venire in mente la prima parte della domanda che ha fatto l’amico, che riguarda due mostre che sono allestite in fiera, che mi sembrano particolarmente indicative per mostrare come anche nell’arte medioevale esiste alla radice una conoscenza matematica, geometrica sviluppatissima. E mi riferisco da un lato alla mostra fotografica sul proto romanico croato dove esiste questo concetto di una geometria, tra l’altro una geometria non astratta, ma molto ancorata ai fenomeni astronomici e temporali, al trascorrere del tempo e delle stagioni E in secondo luogo alla mostra laboratorio sull’icona, dove anche qui la rigida forma geometrica che è alla radice dell’icona viene spiegata molto bene anche attraverso i vari processi di creazione dell’icona.

DOMANDA:


Vorrei chiedere che rapporto c’era fra lei e i suoi compagni che facevano i cartelloni in Romania; e nello stesso tempo se questo lo ha aiutato o meno nella sua ricerca.

CAMILIAN DEMETRESCU

Mi viene un po’ difficile ricordarmi, so soltanto che quando penso al mio passato vissuto negli anni ‘50 nello stalinismo, quel mondo si sovrappone alle pagine scritte fitte fitte dalla mano di Kafka.

Il mondo di Kafka era collocato nell’impero asburgico; questo impero staliniano era perfezionato rispetto a quello di Kafka. Immaginate che tipo di dialogo si può stabilire tra quattro persone, dove ognuna ha il sospetto che gli altri tre siano informatori della polizia politica.

Allora si scivolava nell’astratto, così è nato un umorismo estremamente sottile, estrema mente raffinato, così ermetico che quasi sfuggiva a chi non conosceva il codice; e ci si divertiva così, si scivolava nell’astrattismo in un mondo assolutamente fittizio, però ci si sveglia va subito perchè si doveva far la fila per avere le due fettine di salame, perchè si doveva anche mangiare dopo queste fatiche; dunque la vita veniva compensata dalla concretezza del salame e del panino che si doveva conquistare, per quel giorno.

Certamente in 25 anni questo stato d’animo prolungato, ha creato una tale disidratazione, diciamo, psicologica, che una volta arrivati in occidente si beve tutto; puoi capitare al museo delle cere o al museo dell’espressionismo, e bevi tutto, perchè è acqua ed è potabile, e tu ti devi nutrire con qualche cosa; noi tutti esuli dopo tanti anni ci consideriamo ancora malati, uno squilibrio di tanti anni ha lasciato tracce profonde.

E quando voi pensate ai polacchi, quando pensate ai cecoslovacchi, ai russi stessi, dovete pensare prima di tutto e pregare per loro come per i malati, non come popoli oppressi, ma come per malati, perchè il mondo di Kafka ha generato una malattia moderna, che è diventata endemica, ed è la malattia dell’EST Europeo.

DOMANDA:


Mi è piaciuta molto la sua esperienza circa il restauro dell’antica chiesa romanica, e da quello che ho capito è stata anche l’occasione per la sua personale conversione; ora questo mi faceva pensare a una frase che l’anno scorso era appesa nei locali del Meeting e che dice: «Arte segno del vero, nostalgia dell’eterno», se non ricordo male.

L’arte medieovale e l’arte romanica sono cariche di questi grossi significati, che oggi non sono trasmessi dagli storici che studiano questi contenuti.

Allora mi chiedo se è possibile compiere un lavoro di valorizzazione, che permetta alle persone di incontrare l’arte, un disegno della nostra tradizione; e attraverso l’incontro con l’arte incontrare questi contenuti.

L’incontro con questi contenuti può essere l’occasione anche di una conversione, come lo è stato per lei?

CAMILIAN DEMETRESCU:

Sì, la sua domanda è assolutamente legittima; purtroppo la nostra società, pur perfezionata com’è, è una società che funziona secondo certi meccanismi, ed oggi la possibilità di diffusione della cultura figurativa si limita ai manuali scolastici, ai manuali universitari, ai corsi, alle pubblicazioni dell’editoria d’arte, che come sapete hanno un unico denominatore comune. C’è adesso un grande impegno della Jaca Book, che, dopo altri tentativi più timidi operati in Italia negli ultimi anni, ha preso, come si dice, il toro per le corna e sta introducendo nel sistema d’informazione artistica in Italia una ottica nuova, proprio in questo senso.

La collana che proprio l’amico Chierici sta curando nella Jaca è inestimabile proprio per l’avvicinamento e tutto ciò del pubblico italiano che per troppi anni è stato dirottato in altre direzioni Questo è di buono augurio e dobbiamo essere molto contenti, molto fieri, e applaudire l’iniziativa della Jaca Book che mette nelle librerie d’Italia libri di questo genere.

Questi libri non sono cari rispetto agli altri oggetti di oggi, e non dovete dimenticare, che oltre ad andare in chiesa, oltre a leggere il testo di base della Bibbia, dovete avvicinarvi a questa cultura sacra che vi aiuta a capire proprio la vostra ricerca cristiana.

Andate con questi libri in mano a vedere i monumenti in Italia che per fortuna, sono accessibili, non come è in Francia o in altri paesi; c’è una diffusione straordinaria sull’intero territorio italiano di romanico d’arte sacra; dunque voi avete il privilegio nella vostra provincia, dovunque in Italia, di poter conoscere da vicino il mondo del romanico, i suoi simboli figurativi, e attraverso loro conoscere il mondo mentale, il mondo culturale, spirituale dell’epoca.

SANDRO CHIERICI

Io mi sento un po’ chiamato in causa per ringraziare Camilian per questo lungo, e forse non del tutto meritato elogio che ha fatto alla nostra collana; mi sembra tra l’altro molto interessante che in questo nostro incontro siamo arrivati a stabilire come un ponte fra un MedioEvo che appare così lontano, e che invece si svela sempre più capace di una attualità e di parlare ancora oggi, come ha sempre fatto per secoli, al cuore dell’uomo, e l’espressione artistica dell’uomo di oggi, attraverso la quale l’uomo di oggi cerca di esprimere il proprio desiderio di rapporto con la bellezza e con il sacro, diciamo il rapporto con il sacro attraverso la bellezza, come ama sottolineare von Balthaser intendendo l’esperienza del bello come il primo gradino per arrivare alla teologia, cioè alla esperienza di Dio.

Io sono dispiaciuto di dover chiudere questo incontro per problemi di tempo e di proseguimento del Meeting, che si avvia ad altri incontri da qui a pochi minuti; non credo che ci sia molto da aggiungere allo spessore della testimonianza che abbiamo ascoltato oggi; e credo che siano proprio queste testimonianze che fanno la carne vera di queste nostre giornate; invito tutti voi nei prossimi giorni a visitare la mostra di Camilian, perchè sicuramente questo è un momento che merita di essere continuato davanti alle opere che Camilian espone.



Grazie ancora.

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