Per tutti (sar e ass) Appunti Identità, corpi, “persone”



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03.06.2018
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Per tutti (SAR e ASS)
Appunti Identità, corpi, “persone” (per approfondimenti cfr. parte V del manuale Elementi di Antropologia culturale, capp. 1-2)
La nozione di identità è inscindibile da quella di alterità: l’idea di far parte di un Sé collettivo, di un Noi riconoscibile (etnico, nazionale, religioso, di casta, di tifoseria) si rappresenta attraverso comportamenti, norme e rappresentazioni che concorrono a tracciare confini, soglie, frontiere nei confronti degli altri. Al sentimento di appartenenza si contrappone quello di esclusione o di “espulsione”, che rigenera il trauma della nascita come distacco e perdita di una condizione fusionale improponibile. La “retorica dell’identità” come strategia di identificazione con un gruppo culturale si alimenta così di binomi concettuali, metafore, narrazioni mitiche fondate su opposizioni logiche stratificate (l’io e l’altro, l’autoctono e lo straniero, l’occidente e il “terzo mondo”, la madre e la patria...). Ma al tempo stesso, proprio nei luoghi di incubazione antropologica del pensiero occidentale, la Gloria del Sé si costruisce attraverso il progressivo movimento conoscitivo del mondo dell’altro; e spesso la conoscenza coincide con la “messa a norma”, l’assimilazione, l’assoggettamento, l’inclusione e in ultima istanza il controllo dell’estraneità che i mondi altri sottendono.

Uno dei primi strumenti di conoscenza, uno dei primi mediatori tra noi e il mondo è il corpo. Attraverso il corpo un essere umano sperimenta il mondo (sente, comunica, percepisce, esperisce, desidera) ed è il corpo che si mobilita come fonte di conoscenza, prima ancora che la conoscenza diventi azione riflessiva e intenzionale: si tratta di una conoscenza incorporata, che ci consente una comprensione immediata del mondo familiare, che ci dota di un habitus (Bourdieu, 2003), ovvero di un insieme di atteggiamenti psico-fisici attraverso i quali un corpo “sta al mondo”. L’habitus si costruisce sulla base di modelli comportamentali e rappresentazioni condivise all’interno di una singola cultura. Ed è il nostro habitus a determinare l’articolazione culturale di emozioni, sentimenti, espressioni (pianto, paura, gioia, amore, rabbia) incanalabili secondo modelli condivisi. Il corpo, in altri termini, è culturalmente orientato e “culturalmente disciplinato”, è un veicolo privilegiato orientato a trasmettere segni riconoscibili e decifrabili della propria presenza in un determinato contesto socio-culturale, a rappresentare la propria identità sociale e individuale. È il luogo esemplare della messa in scena del , che ci impone alcuni approfondimenti sul corpo come “categoria” fenomenologica della presenza.

Tutte le società si adoperano per plasmare, “fabbricare” i loro membri secondo un modello ideale di umanità, di cui il corpo restituisce l’immagine: tatuaggi, scarificazioni, perforazioni, pitture, deformazioni craniche, circoncisioni, infibulazioni, escissioni sono tutte pratiche di antropopoiesi.

Il corpo è anche veicolo di rappresentazione di un’identità sociale e individuale. È un luogo di messa in scena del Sé: pitture facciali, velo delle donne musulmane, bikini di quelle occidentali, orecchino, tatuaggi, piercing, capelli colorati, sono pratiche che veicolano significati, anche se non sempre ciò che significano è presente alla coscienza di chi vi si sottopone.

Attraverso il corpo si riflettono valori e disposizioni culturali differenti. La tradizione arabo-musulmana lo nasconde più di quella europea e cristiana dell’ultimo secolo; popoli del Sudamerica o dell’Africa sub-sahariana lo espongono a volte senza pudori.

Il corpo può essere anche strumento di resistenza e di risposta nei confronti di situazioni esterne; e gli individui incorporano il disagio sociale dando luogo a patologie psichiche. Sheper-Huges parla di un “sapere incorporato” del mondo politico e sociale che si esprime in forma patologica in determinate condizioni di stress.

Di seguito, sotto forma di “parole-chiave” alcuni possibili spunti di riflessione:
Noi siamo “prima” corpi e “poi” persone
- Noi siamo corpo

- Noi abbiamo un corpo

- Corpo come soggetto e oggetto

- Il corpo è il nostro trascorrere, la nostra storia


- Istanza egoica che fa del corpo l’esperienza primaria della presenza al mondo (il dasein come esserci col corpo)

- Schema corporeo, schema del sé in uno “spazio-vissuto”, come coscienza globale e dinamica del proprio esserci

- Spazialità corporea, e “abitabilità” del corpo come spazialità di situazione
- Il mio corpo non è un corpo

- Nella lingua tedesca esiste una distinzione eloquente tra Körpen (corpo anatomico) e Leib (corpo vissuto e mondanizzato)

- L’esistenza quotidiana come movimento dialettico tra due poli: avere un corpo ed essere un corpo

- Corpo come sorgente primaria del significato

- corpo-vissuto come corpo-mondano, come appartenenza al mondo, spazio dell’esserci

- La relazione tra l’uomo e il mondo non è casuale, bensì dialettica. Il corpo è processualità dialettica.


-Essere presente al mondo: realizzare nel proprio peculiare ritmo esistenziale l’estasi (ek-stasis) della temporalità.

- Corpo come inter-mediazione e inter-mediarietà dell’incontro con l’altro

- L’intermediarietà contempla anche la possibilità di occultamento, il mascheramento: maschera come persona.

- Persona come individuo-in-relazione, come soggetto che entra in relazione con il mondo sociale cui appartiene

- Intermediarietà e categoria esistenziale del noi

- Noità come spazio dell’incontro


- Appartenenza: corpo esperito come mio: la nozione di appartenenza mi garantisce l’abitualità corporea (il corpo rimane per me invariato, il corpo che sono non muta, ad onta del corpo che ho...)

- Corpo come risorsa: il gesto, l’esito di uno sforzo, il contatto, il desiderio

- Corpo come ostacolo: lo sforzo, la somatizzazione dell’ansia, l’anoressia

- Corpo come diaframma fra me e il mondo, ovvero corpo gravante

- L’altro mi rivela il mio corpo, facendomelo “sentire” nelle profondità inesplorate della carne

- Sessualità: il corpo-che-sono e il corpo-che-ho tendono a fondersi in una inscindibile unità

- Incontro sessuale come momento di mutua comunicazione, in cui si sente in sé la presenza dell’altro (erotismo dello sguardo antropologico...)
Sesso, genere, emozioni
Il primo confine identitario di tutte le società umane è quello tra maschile e femminile. Né è casuale che il lessico mitico si serva di questa differenza per spiegare l’origine del cosmo, classifichi attraverso questa bipartizione l’ordine e i confini tra la sfera dell’umano e del sovraumano, tra corpo e ambiente, tra nascita e morte.
La differenza dei tratti sessuali e la diversa funzione riproduttiva del corpo femminile e di quello maschile ha dato del resto origine in tutte le culture ai più articolati sistemi di pensiero e, in ultima istanza, al pensiero della differenza. Per come è vero che l’opposizione maschile-femminile contrappone di fatto l’identico (nel suo statuto umano) al differente (nella sua identità sessuale), inaugurando tutti i possibili sistemi di opposizione tra rappresentazioni e valori astratti (alto/basso, superiore/inferiore) e concreti (freddo/caldo, bianco/nero), che legittimano la speculazione scientifica delle categorie oppositive.

Il mito dell’Androgino del Simposio platonico ci appare, in questa prospettiva, la più raffinata versione narrabile della dialettica ineludibile di una simile opposizione. Ciascuno di noi, nella propria natura maschile o femminile, è una frazione dell’essere umano completo e originario, l’androgino che Zeus, dio padre del pantheon olimpico, divise per contenerne la potenza e l’arroganza. E per ciascuno di noi esiste un essere complementare, che instancabilmente non rinunciamo a cercare nel mondo; quanti derivano dall’originario ermafrodito inclinano la propria ricerca verso l’altro sesso; quanti provengono da maschi o femmine originari, orientano invece il proprio desiderio verso persone dello stesso sesso. Il mito dell’androgino ci dà al tempo stesso un pretesto riflessivo audace ma praticabile, per riflettere sulla distinzione, necessaria in sede antropologica, tra sesso e genere. Laddove l’identità sessuale si specifica per il tratto “anatomico” di un individuo, quella di “genere” appare inevitabilmente costruita in seno alle singole culture (al modo stesso in cui ogni lingua declina una parola secondo genere maschile o femminile). Prova ne sia che esistono contesti culturali (per tutti gli Inuit dell’artico) nei quali l’identità sessuale di un individuo conosce una flessibilità di “genere” che prescinde dal suo sesso anatomico e che può contemplare (su base rituale o mistica, religiosa, o anagrafica) la sospensione temporanea o permanente del principio di corrispondenza tra sesso e genere.

Ciò non esclude che le due dimensioni identitarie nella pratica sociale tendano a fondersi in rappresentazioni e comportamenti coerenti. E per ciò stesso a sottomettersi a precise regole sociali, a sistemi normativi volti a mantenere stabili gli equilibri tra sfera produttiva e riproduttiva.

In questa prospettiva va ripensata la retorica di una natura femminile iscritta in un luogo deputato alla riproduzione; e meritano una riflessione non generica le misure con le quali in ogni cultura il protagonismo riproduttivo di una donna viene rigidamente regolamentato, attraverso le più diverse strategie di controllo.








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