Personaggi: Rosario Chiàrchiaro. Rosinella



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La patente

L. Pirandello,

Versione teatrale

Personaggi:

Rosario Chiàrchiaro.
Rosinella, sua figlia.
Il Giudice istruttore D'Andrea.
Tre altri Giudici.
Marranca, usciere.

Stanza del Giudice istruttore D'Andrea. Grande scaffale che prende quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d'incartarnenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo e, accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto. Un seggiolone di cuojo per il Giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella parete di destra. A sinistra, un'ampia finestra, alta, con vetrata antica, scompartita. Davanti alla finestra, come un quadricello alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a, sinistra, un usciolino nascosto.
Il giudice D'Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola poco più grossa d'un pugno. Va davanti alla gabbia grande sul quadricello, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un cardellino.

D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh! finalmente... - Zitto adesso, al solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomini feroci.

Si leva il soprabito e lo appende insieme col cappello all'attaccapanni. Siede alla scrivania, prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa:

Benedett'uomo!



Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si presenta l'usciere Marranca.

Marranca: Comandi, signor cavaliere!

D'Andrea: Ecco, Marranca: andate al vicolo del Forno, qua vicino; a casa del Chiàrchiaro.




Marranca (con un balzo indietro, facendo le corna): Per amor di Dio, non lo nomini, signor cavaliere!


D'Andrea (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare così, davanti a me, la vostra bestialità, a danno d'un pover'uomo. E sia detto una volta per sempre.


Marranca: Mi scusi, signor cavaliere. L'ho detto anche per il suo bene!


D'Andrea: Ah, seguitate?

Marranca: Non parlo più. Che vuole che vada a fare in casa di... di questo... di questo galantuomo?




D'Andrea: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo introdurrete subito da me.

Marranca: Subito, va bene, signor cavaliere. Ha altri comandi?




D'Andrea: Nient'altro. Andate.

Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre Giudici colleghi, che entrano con le toghe e i tocchi in capo e scambiano i saluti col D'Andrea, poi vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.

Primo giudice: Che dice eh, questo signor cardellino?


Secondo giudice: Ma sai che sei davvero curioso con codesto cardellino che ti porti appresso?


Terzo giudice: Tutto il paese ti chiama: il Giudice Cardello.


Primo giudice: Dov'è, dov'è la gabbiolina con cui te lo porti?


Secondo giudice (prendendola dalla scrivania a cui s'è accostato): Eccola qua! Signori miei, guardate: cose da bambini! Un uomo serio...

D'Andrea: Ah, io, cose da bambini, per codesta gabbiola? E voi, allora, parati così?




Terzo giudice: Ohè, ohè, rispettiamo la toga!


D'Andrea: Ma andate là, non scherziamo! siamo in "camera caritatis". Ragazzo, giocavo coi miei compagni «al tribunale». Uno faceva da imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati... Ci avrete giocato anche voi. Vi assicuro, che eravamo più serii allora!


Primo giudice: Eh, altro!

Secondo giudice: Finiva sempre a legnate!




Terzo giudice (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte): Ecco qua: cicatrice d'una pietrata che mi tirò un avvocato difensore mentre fungevo da regio procuratore!

D'Andrea: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo. Nella toga era la grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini. Ora è al contrario: noi, grandi, e la toga, il giuoco di quand'eravamo bambini. Ci vuole un gran coraggio a prenderla sul serio! Ecco qua, signori miei,



prende dalla scrivania il fascicolo del processo Chiàrchiaro

io debbo istruire questo processo. Niente di più iniquo di questo processo. Iniquo, perché include la più spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilità di scampo. C'è una vittima qua, che non può prendersela con nessuno! Ha voluto, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e - sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, la iniquità di cui questo pover'uomo è vittima.



Primo giudice:

Ma che processo è?

D'Andrea: Quello intentato da Rosario Chiàrchiaro.

Subito, al nome i tre Giudici, come già Marranca, danno un balzo indietro, facendo scongiuri, atti di spavento, e gridando.

Tutti e tre:

Per la Madonna Santissima! - Tocca ferro! - Ti vuoi star zitto?

D'Andrea: Ecco, vedete? E dovreste proprio voi rendere giustizia a questo pover'uomo!


Primo giudice: Ma che giustizia! È un pazzo!


D'Andrea: Un disgraziato!

Secondo giudice: Sarà magari un disgraziato! ma scusa, è pure un pazzo! Ha sporto querela per diffamazione, contro il figlio del sindaco, nientemeno, e anche -


D'Andrea: - contro l'assessore Fazio –

Terzo giudice: - per diffamazione? -




Primo giudice: - già, capisci? perché dice, li sorprese nell'atto che facevano gli scongiuri al suo passaggio.


Secondo giudice: Ma che diffamazione se in tutto il paese, da almeno due anni, è diffusissima la sua fama di jettatore?

D'Andrea: E innumerevoli testimonii possono venire in tribunale a giurare che in tante e tante occasioni ha dato segno di conoscere questa sua fama, ribellandosi con proteste violente!

Primo giudice: Ah, vedi? Lo dici tu stesso!

Secondo giudice: Come condannare, in coscienza, il figliuolo del sindaco e l'assessore Fazio quali diffamatori per aver fatto, vedendolo passare, il gesto che da tempo sogliono fare apertamente tutti?




D'Andrea: E primi fra tutti vojaltri?


Tutti e tre: Ma certo! - È terribile, sai? - Dio ne liberi e scampi!


D'Andrea: E poi vi fate meraviglia, amici miei, che io mi porti qua il cardellino... Eppure, me lo porto - voi lo sapete - perché sono rimasto solo da un anno. Era di mia madre quel cardellino; e per me è il ricordo vivo di lei: non me ne so staccare. Gli parlo, imitando, così, col fischio, il suo verso, e lui mi risponde. Io non so che gli dico; ma lui, se mi risponde, è segno che coglie qualche senso nei suoni che gli faccio. Tale e quale come noi, amici miei, quando crediamo che la natura ci parli con la poesia dei suoi fiori, o con le stelle del cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi esistiamo.


Primo giudice: Séguita, séguita, mio caro, con codesta filosofia, e vedrai come finirai contento!

Si sente picchiare alla comune, e, poco dopo, Marranca sporge il capo.

Marranca: Permesso?

D'Andrea. Avanti, Marranca.




Marranca: Lui in casa non c'era, signor cavaliere. Ho lasciato detto a una delle figliuole che, appena arriva, lo mandino qua. È venuta intanto con me la minore delle figliuole: Rosinella. Se Vossignoria vuol riceverla..,


D'Andrea: Ma no: io voglio parlare con lui!

Marranca: Dice che vuol rivolgerle non so che preghiera, signor cavaliere. È tutta impaurita.




Primo giudice. Noi ce n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!

Scambio di saluti: e i tre Giudici vanno via.

D'Andrea: Fate passare.

Marranca: Subito, signor cavaliere.



Via, anche lui. Rosinella, sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una certa decenza, sporge il capo dalla comune, mostrando appena il volto dallo scialle nero di lana.

Rosinella: Permesso?


D'Andrea. Avanti, avanti.

Rosinella: Serva di Vossignoria. Ah, Gesù mio, signor giudice, Vossignoria ha fatto chiamare mio padre? Che cosa è stato, signor giudice? Perché? Non abbiamo più sangue nelle vene, dallo spavento!

D'Andrea: Calmatevi! Di che vi spaventate?


Rosinella: È che noi, Eccellenza, non abbiamo avuto mai da fare con la giustizia!


D'Andrea: Vi fa tanto terrore, la giustizia?


Rosinella: Sissignore. Le dico, non abbiamo più sangue nelle vene! La mala gente, Eccellenza, ha da fare con la giustizia. Noi siamo quattro poveri disgraziati. E se anche la giustizia ora si mette contro di noi...

D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha detto? State tranquilla. La giustizia non si mette contro di voi.




Rosinella: E perché allora Vossignoria ha fatto chiamare mio padre?


D'Andrea: Perché vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.


Rosinella: Mio padre? Che dice!


D'Andrea: Non vi spaventate. Vedete che sorrido... Ma come? Non sapete che vostro padre s'è querelato contro il figlio del sindaco e l'assessore Fazio?

Rosinella: Mio padre? Nossignore! Non ne sappiamo nulla! Mio padre s'è querelato?

D'Andrea: Ecco qua gli atti!

Rosinella: Dio mio! Dio mio! Non gli dia retta, signor giudice! È come impazzito mio padre: da più d'un mese! Non lavora più da un anno, capisce? perché l'hanno cacciato via, l'hanno gettato in mezzo a una strada; fustigato da tutti, sfuggito da tutto il paese come un appestato! Ah, s'è querelato? Contro il figlio del sindaco s'è querelato? È pazzo! È pazzo! Questa guerra infame che gli fanno tutti, con questa fama che gli hanno fatto, l'ha levato di cervello! Per carità, signor giudice: gliela faccia ritirare codesta querela! gliela faccia ritirare!




D'Andrea: Ma sì, carina! Voglio proprio questo. E l'ho fatto chiamare per questo. Spero che ci riuscirò. Ma voi sapete: è molto più facile fare il male che il bene.


Rosinella: Come, Eccellenza! Per Vossignoria?

D'Andrea: Anche per me. Perché il male, carina, si può fare a tutti e da tutti; il bene, solo a coloro che ne hanno bisogno.




Rosinella: E lei crede che mio padre non ne abbia bisogno?

D'Andrea: Lo credo, lo credo. Ma è che questo bisogno d'aver fatto il bene, figliuola, rende spesso così nemici gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. Capite?




Rosinella: Nossignore, non capisco. Ma faccia di tutto Vossignoria! Per nojaltri non c'è più bene, non c'è più pace, in questo paese.

D'Andrea: E non potreste andar via da questo paese?

Rosinella: Dove? Ah, Vossignoria non lo sa com'è! Ce la portiamo
appresso, la fama, dovunque andiamo. Non si leva più neppure col coltello. Ah, se vedesse mio padre, come s'è ridotto! S'è fatto crescere la barba. Una barbaccia, che pare un gufo... e s'è tagliato e cucito da sé un certo abito. Eccellenza, che quando se lo metterà, farà spaventare la gente, fuggire i cani finanche!

D'Andrea. E perché?

Rosinella: Se lo sa lui perché! È come impazzito, le dico! Gliela faccia, gliela faccia ritirare la querela, per carità!

Si sente di nuovo picchiare alla comune.

D'Andrea: Chi è? Avanti.

Marranca (tutto tremante): Eccolo, signor cavaliere! Che... che debbo fare?

Rosinella: Mio padre?

Balza in piedi.

Dio! Dio! Non mi faccia trovare qua, Eccellenza, per carità!




D'Andrea: Perché? Che cos'è? Vi mangia, se vi trova qua?

Rosinella: Nossignore. Ma non vuole che usciamo di casa. Dove mi nascondo?

D'Andrea. Ecco. Non temete.

Apre l'usciolino nascosto nella parete di destra.

Andate via di qua; poi girate per il corridojo e troverete l'uscita.




Rosinella: Sissignore, grazie. Mi raccomando a Vossignoria! Serva sua.

Via ranca ranca per l'usciolino a destra. D'Andrea lo richiude.

D'Andrea: Introducetelo.

Marranca (tenendo aperto quanto più può la comune per tenersi discosto): Avanti, avanti... introducetevi...




E come Chiàrchiaro entra, va via di furia. Rosario Chiàrchiaro s'è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S'è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s'è insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli dànno l'aspetto d'un barbagianni. Ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col manico di corno. Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra la canna a ogni passo, e si para davanti al giudice.

D'Andrea (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le carte del processo): Ma fatemi il piacere! Che storie son queste! Vergognatevi!


Chiàrchiaro (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti gialli e dice sottovoce): Lei dunque non ci crede?

D'Andrea: V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via, caro Chiàrchiaro! - Sedete, sedete qua! Gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla spalla.

Chiàrchiaro (subito, tirandosi indietro e tremendo): Non mi s'accosti! Se ne guardi bene! Vuol perdere la vista degli occhi?


D'Andrea (lo guarda freddamente, poi dice): Seguitate... Quando sarete comodo... - Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c'è una sedia: sedete.


Chiàrchiaro (prende la seggiola. Siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare con le mani su le gambe la canna d'India come un matterello e tentenna a lungo il capo. Alla fine mastica): Per il mio bene... Per il mio bene, lei dice... Ha il coraggio di dire per il mio bene! E lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo che non crede alla jettatura?


D'Andrea (sedendo anche lui): Volete che vi dica che ci credo? Vi dirò che ci credo! Va bene?

Chiàrchiaro (recisamente, col tono di chi non ammette scherzi): Nossignore! Lei ci ha da credere sul serio, sul se-ri-o! Non solo, ma deve dimostrarlo istruendo il processo.

D'Andrea. Ah, vedete: questo sarà un po' difficile.


Chiàrchiaro (alzandosi e facendo per avviarsi): E allora me ne vado.


D'Andrea: Eh, via! Sedete! V'ho detto di non fare storie!


Chiàrchiaro: Io, storie? Non mi cimenti; o ne farà una tale esperienza... - Si tocchi, si tocchi!

D'Andrea: Ma io non mi tocco niente.

Chiàrchiaro: Si tocchi, le dico! Sono terribile, sa?

D'Andrea (severo): Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate. Sedete e vediamo d'intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.




Chiàrchiaro: Signor giudice, io sono con le spalle al muro dentro un vicolo cieco. Di che porto, di che via mi parla?

D'Andrea: Di questa per cui vi vedo incamminato e di quella là della querela che avete sporto. Già l'una e l'altra, scusate, sono tra loro così.



Infronta gl'indici delle due mani per significare che le due vie sembrano in contrasto.

Chiàrchiaro: Nossignore. Pare a lei, signor giudice.

D'Andrea: Come no? Là nel processo, accusate come diffamatori due, perché vi credono jettatore; e ora qua vi presentate a me, parato così, in vesti di jettatore, e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.




Chiàrchiaro: Sissignore. Perfettamente.


D'Andrea: E non pare anche a voi che ci sia contraddizione?


Chiàrchiaro: Mi pare, signor giudice, un'altra cosa. Che lei non capisce niente!

D'Andrea: Dite, dite, caro Chiàrchiaro! Forse è una sacrosanta verità, questa che mi dite. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.

Chiàrchiaro: La servo subito. Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche toccare con mano che lei è un mio nemico.


D'Andrea: Io?

Chiàrchiaro: Lei, lei, sissignore. Mi dica un po': sa o non sa che il figlio del sindaco ha chiesto il patrocinio dell'avvocato Lorecchio?

D'Andrea: Lo so.

Chiàrchiaro: E lo sa che io - io, Rosario Chiàrchiaro - io stesso sono andato dall'avvocato Lorecchio a dargli sottomano tutte le prove del fatto: cioè, che non solo io mi ero accorto da più di un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna e altri scongiuri più o meno puliti; ma anche le prove, signor giudice, prove documentate, testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti i fatti spaventosi, su cui è edificata incrollabilmente, in-crol-la-bilmente, la mia fama di jettatore?




D'Andrea: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato avversario?


Chiàrchiaro: A Lorecchio. Sissignore.


D'Andrea (più imbalordito che mai): Eh... Vi confesso che capisco anche meno di prima.


Chiàrchiaro: Meno? Lei non capisce niente!


D'Andrea: Scusate... Siete andato a portare codeste prove contro di voi stesso all'avvocato avversario; perché? Per rendere più sicura l'assoluzione di quei due? E perché allora vi siete querelato?


Chiàrchiaro: Ma in questa domanda appunto è la prova, signor giudice, che lei non capisce niente! Io mi sono querelato perché voglio il riconoscimento ufficiale della mia potenza. Non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che è ormai l'unico mio capitale, signor giudice!

D'Andrea (facendo per abbracciarlo, commosso): Ah, povero Chiàrchiaro, povero Chiàrchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero Chiàrchiaro! E che te ne fai?




Chiàrchiaro: Che me ne faccio? Come, che me ne faccio? Lei, caro signore, per esercitare codesta professione di giudice - anche così male come la esercita - mi dica un po', non ha dovuto prendere la laurea?


D'Andrea: Eh sì, la laurea...

Chiàrchiaro: E dunque! Voglio anch'io la mia patente. La patente di jettatore. Con tanto di bollo. Bollo legale. Jettatore patentato dal regio tribunale.




D'Andrea: E poi? Che te ne farai?

Chiàrchiaro: Che me ne farò? Ma dunque è proprio deficiente lei? Me lo metterò come titolo nei biglietti da visita! Ah, le par poco? La patente! Sarà la mia professione! Io sono stato assassinato, signor giudice! Sono un povero padre di famiglia. Lavoravo onestamente. Mi hanno cacciato via e buttato in mezzo a una strada, perché jettatore! In mezzo a una strada, con la moglie paralitica, da tre anni in un fondo di letto! e con due ragazze, che se lei le vede, signor giudice, le strappano il cuore dalla pena che le fanno: belline tutte e due; ma nessuno vorrà più saperne, perché figlie mie, capisce? E lo sa di che campiamo adesso tutt'e quattro? Del pane che si leva di bocca il mio figliuolo, che ha pure la sua famiglia, tre bambini! E le pare che possa fare ancora a lungo, povero figlio mio, questo sacrificio per me? Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione di jettatore!




D'Andrea: Ma che ci guadagnerete?

Chiàrchiaro: Che ci guadagnerò? Ora glielo spiego. Intanto, mi vede: mi sono combinato con questo vestito. Faccio spavento! Questa barba... questi occhiali... Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! Lei dice, come? Me lo domanda - ripeto - perché è mio nemico!




D'Andrea: Io? Ma vi pare?

Chiàrchiaro: Sissignore, lei! Perché s'ostina a non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, ci credono! Questa è la mia fortuna! Ci sono tante case da giuoco nel nostro paese! Basterà che io mi presenti. Non ci sarà bisogno di dir niente. Il tenutario della casa, i giocatori, mi pagheranno sottomano, per non avermi accanto e per farmene andar via! Mi metterò a ronzare come un moscone attorno a tutte le fabbriche; andrò a impostarmi ora davanti a una bottega, ora davanti a un'altra. Là c'è un giojelliere? - Davanti alla vetrina di quel giojelliere: mi pianto lì,



eseguisce

mi metto a squadrare la gente così,



eseguisce

e chi vuole che entri più a comprare in quella bottega una gioja, o a guardare a quella vetrina? Verrà fuori il padrone, e mi metterà in mano tre, cinque lire per farmi scostare e impostare da sentinella davanti alla bottega del suo rivale. Capisce? Sarà una specie di tassa che io d'ora in poi mi metterò a esigere!




D'Andrea: La tassa dell'ignoranza!


Chiàrchiaro: Dell'ignoranza? Ma no, caro lei! La tassa della salute! Perché ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo, signor giudice, d'avere qua, in questi occhi, la potenza di far crollare dalle fondamenta un'intera città! - Si tocchi! Si tocchi, perdio! Non vede? Lei è rimasto come una statua di sale!

D'Andrea, compreso di profonda pietà, è rimasto veramente come un balordo a mirarlo.

Si alzi, via! E si metta a istruire questo processo che farà epoca, in modo che i due imputati siano assolti per inesistenza di reato; questo vorrà dire per me il riconoscimento ufficiale della mia professione di jettatore!

D'Andrea (alzandosi): La patente?

Chiàrchiaro (impostandosi grottescamente e battendo la canna): La patente, sissignore!



Non ha finito di dire così, che la vetrata della finestra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il quadricello e la gabbia, e li fa cadere con fracasso.

D'Andrea (con un grido, accorrendo): Ah, Dio! Il cardellino! Il cardellino! Ah, Dio! È morto... è morto... L'unico ricordo di mia madre... Morto... morto...

Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre Giudici e Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di Chiàrchiaro.

Tutti: Che è stato? Che è stato?


D'Andrea: Il vento... la vetrata... il cardellino...


Chiàrchiaro (con un grido di trionfo): Ma che vento! Che vetrata! Sono stato io! Non voleva crederci e gliene ho dato la prova! Io! Io! E come è morto quel cardellino,

subito, gli atti di terrore degli astanti, che si scostano da lui:

così, a uno a uno, morirete tutti!




Tutti (protestando, imprecando, supplicando in coro): Per l'anima vostra! Ti caschi la lingua! Dio, ajutaci! Sono un padre di famiglia!

Chiàrchiaro (imperioso, protendendo una mano): E allora qua, subito - pagate la tassa! - Tutti!




I tre giudici (facendo atto di cavar danari dalla tasca): Sì, subito! Ecco qua! Purché ve n'andiate! Per carità di Dio!


Chiàrchiaro (esultante, rivolgendosi al giudice D'Andrea, sempre con la mano protesa): Ha visto? E non ho ancora la patente! Istruisca il processo! Sono ricco! Sono ricco!

TELA
La patente

L. Pirandello

Versione in prosa
Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d’occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D’Andrea soleva ripetere: «Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!

Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant’anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D’Andrea.

E pareva ch’egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e sconforto tutta la magra, misera personcina.

Così sbilenco, con una spalla più alta dell’altra, andava per via di traverso, come i cani. Nessuno però, moralmente, sapeva rigar più diritto di lui. Lo dicevano tutti.

Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D’Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è più triste, cioè di notte.

Il giudice D’Andrea non poteva dormire.

Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella stabiliva il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l’anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.

Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute. L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione. Costipazione d’anima, s’intende. E al giudice D’Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch’egli dovesse recarsi al suo ufficio d’Istruzione ad amministrare – per quel tanto che a lui toccava – la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.

Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell’ufficio d’Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.

Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio. Non solo d’amministrare la giustizia gli toccava; ma d’amministrarla così, su due piedi.

Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d’aiutarsi meditando la notte. Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell’odiosa sua qualità di giudice istruttore.

Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D’Andrea. E per quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli era in preda a un’irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.

Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano. Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D’Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare il bozzolo.

Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell’angolo del tavolino dove giaceva l’incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall’esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.

Fra veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tenta_a disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo. C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e sissignori – la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover’uomo era vittima.

A Passeggio, di parlarne coi colleghi, ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio. Qualcuno, più francamente, prorompeva:

– Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?

Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D’Andrea. Se n’era fatta proprio una fissazione, di quel processo. Gira gira, ricascava per forza a parlarne. Per avere un qualche lume dai colleghi – diceva – per discutere così in astratto il caso.

Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d’un iettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell’atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.

Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di iettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?

E il D’Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l’esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l’occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo maiale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.

 

Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.



Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.

Se n’accorse bene quella volta il giudice D’Andrea, appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr’egli era intento a scrivere. Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all’aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:

– Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!

Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da iettatore, ch’era una meraviglia a vedere. S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.

Allo scatto del giudice non si scompose. Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:

– Lei dunque non ci crede?

– Ma fatemi il piacere! – ripeté il giudice D’Andrea. – Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.

E gli s’accostò e fece per posargli una mano su la spalla. Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:

– Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com’è vero Dio, diventa cieco!

Il D’Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:

– Quando sarete comodo... Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c’è una sedia, sedete.

Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d’India a mo’ d’un matterello, si mise a tentennare il capo.

– Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla iettatura?

Il D’Andrea sedette anche lui e disse:

– Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene così?

– Nossignore, – negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi. – Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!

– Questo sarà un po’ difficile, – sorrise mestamente il D’Andrea. – Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro. Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.

– Via? porto? Che porto e che via? – domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.

– Né questa d’adesso, – rispose il D’Andrea, – né quella là del processo. Già l’una l’altra scusate, son tra loro così.

F il giudice D’Andrea infrontò gl’indici delle mani per significai che le due vie gli parevano opposte.

Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito.

– Non è vero niente, signor giudice! – disse, agitando quel dito.

– Come no? – esclamò il D’Andrea. – Là accusate come diffamatori due giovani

perché vi credono iettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di iettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra iettatura.

– Sissignore.

– E non vi pare che ci sia contraddizione?

Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.

– Mi pare piuttosto, signor giudice, – poi disse, – che lei non capisca niente.

Il D’Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.

– Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.

– Sissignore. Eccomi qua, – disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola. – Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell’avvocato Manin Baracca?

– Sì. Questo lo so.

– Ebbene, all’avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d’un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? La mia fama di iettatore!

– Voi? Dal Baracca?

– Sissignore, io.

Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:

– Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l’assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?

Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D’Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:

– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!

E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d’India e rimase un pezzo impostato in quell’atteggiamento grottescamente imperioso.

Il giudice D’Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté:  Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?

– Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro. – Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po’, non ha dovuto prender la laurea?

– La laurea, sì.

– Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di iettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.

– E poi?

– E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del iettatore! Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo! Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!

– Io?

– Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!



Il giudice D’Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l’angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce. Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.

Questi lo lasciò fare.

– Gli vuol bene davvero? – gli domandò. E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero.

– La patente?



Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d’India sul pavimento e, portandosi l’altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:

– La patente.


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