Petrarca nella tradizione lirica italiana



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PETRARCA NELLA TRADIZIONE LIRICA ITALIANA


Francesco Petrarca
F. Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304.

Studiò legge, ma la sua vera vocazione era la letteratura.

Nel 1327 vide per la prima volta Laura, di cui s’innamorò. Laura divenne per il poeta l’ispiratrice della sua poesia.

Dopo la morte del padre, Petrarca iniziò la carriera ecclesiastica grazie alla quale poteva dedicarsi ai viaggi e alla letteratura. Girando per biblioteche e monasteri scoprì antichi testi di classici latini e approfondì sempre più la sua conoscenza degli autori antichi.

Negli anni della maturità scrisse diverse opere in latino, ma la sua opera più importante e famosa è il Canzoniere.

Il Canzoniere
Il Canzoniere è una raccolta di 365 poesie in lingua volgare.

L’amore per Laura è il tema centrale dell’opera, tanto che essa è divisa in due parti:

le poesie composte in vita di Laura e quelle scritte dopo la morte di lei.

Petrarca parla delle virtù morali di Laura, della sua bellezza, e dei sentimenti che egli prova nei confronti di lei.

Le poesie raccolte nel Canzoniere sono per lo più sonetti e canzoni.

Il sonetto è composto da quattordici endecasillabi (versi di undici sillabe) divisi in due quartine e due terzine.

La canzone è un componimento più ampio, di alcune strofe composte da endecasillabi e settenari variamente rimati tra loro.


UNITA’ DIDATTICA SULLA LIRICA DI FRANCESCO PETRARCA.

I sonetti “Solo e pensoso i più deserti campi (XXXV)” e “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi (XC)” sono emblematici della lirica petrarchesca. Essi, infatti, si prestano bene ad evidenziare il debito di

Petrarca verso la produzione cortese e stilnovistica, ma al tempo stesso testimoniano il superamento di quella esperienza attraverso l’interiorizzazione di certi topoi stilnovistici da parte del Petrarca. Entrambi i sonetti, inoltre, permettono di analizzare le soluzioni stilistiche e metriche petrarchesche, tese a realizzare, in una forma poetica limpida, equilibrata, armoniosamente perfetta, che decanta e purifica i conflitti dell’animo.
OBIETTIVI:


  • Conoscenza delle soluzioni stilistiche e metriche petrarchesche ;

  • Conoscenza delle caratteristiche tematiche della lirica petrarchesca;

  • Individuazione degli elementi tradizionali;

  • Individuazione delle novità più rilevanti rispetto alla produzione lirica precedente;


PREREQUISITI:

  • Conoscenza dei caratteri fondamentali della tradizione cortese e stilnovista;

  • Conoscenza del contesto culturale di transizione in cui vive e opera Petrarca;

  • Competenza metrica fondamentale;

  • Competenza retorica fondamentale (per quanto riguarda i tropi e le figure sintattiche, retoriche, metriche.)



LEZIONE FRONTALE


Solo et pensoso i più deserti campi….”(XXXV)

CONTESTUALIZZAZIONE


Il sonetto (XXXV), scritto probabilmente al 1342, appartiene alla prima sezione del Canzoniere, che risale alla fase iniziale della scrittura poetica del Petrarca. Sebbene in questa siano più espliciti i legami con la tradizione poetica provenzale e stilnovistica, sono già riconoscibili alcuni importanti elementi di novità come quello del paesaggio - stato d’animo.

Al centro del sonetto vi è il motivo della solitudine. Non è la solitudine del “De’ vita solitaria”, propizia al raccoglimento intellettuale e all’elevazione spirituale, ma l’isolamento che deve salvare il poeta dalla vergogna di rivelare agli altri uomini il suo tormento interiore, che si legge chiaramente nel suo aspetto mesto e malinconico. Fuggendo gli uomini, egli stabilisce però un legame con la natura, che diviene partecipe e confidente delle sue pene, muta testimone, più adatta degli uomini ad accogliere i suoi lamenti, senza turbare il suo bisogno di isolamento. Ma nel fuggire gli uomini, il poeta non trova scampo dalle sue sofferenze: lo accompagna costantemente il pensiero ossessivo d’amore. La solitudine è in realtà colloquio assiduo con sé stesso: “sempre ragionando meco, ed io con lui”.




LEZIONE INTERATTIVA





Lettura del testo

Spiega a parole tue

Analisi del testo

Aspetti formali

Solo et pensoso i più deserti campi

vo misurando a passi tardi et lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human la rena stampi./
Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avvampi:/
Sì ch’io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui./
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge

cercar non so, ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io con lui.






Solo e pensoso….(v. 1)

Tardi e lenti…(v. 2): sono coppie di aggettivi abbastanza frequenti in Petrarca
Ove (v.4): vale al tempo stesso come avverbio di luogo (dove) e come congiunzione condizionale (qualora).
Schermo (v.5): è una spia significativa che rimanda ai codici dell’amor cortese (l’amore che deve essere tenuto segreto, celato ai “malparlieri”) e soprattutto alla Vita nuova (le donne “dello schermo”): ma lo schermo non è costituito come in Dante da una terza persona, che sostituisca l’amata agli occhi della gente; qui non è l’onore della donna che deve essere salvato, bensì l’intimità del poeta.
i più deserti campi…(v. 1):

Il paesaggio, com’è consueto nel Petrarca, è privo di concretezza realistica, è evocato con notazioni estremamente generiche o con serie di nudi sostantivi (“monti e piagge e fiumi e selve”). La scena non si colloca in uno spazio preciso ma è come fuori dallo spazio e dal tempo, collocata in una dimensione che è puramente interiore.


com’io…”(v.8),

sì ch’io…”(v. 9),

et io…”(v. 14): centralità dell’io poetico.

LIVELLO SINTATTICO:

L’ampio giro dei periodi e la loro disposizione architettonica proporzionata creano fluidità e armonia. Le quartine sono divise simmetricamente in due coppie di versi (2+2,2+2). Nella prima quartina ognuno delle due coppie di versi è esattamente composta da una proposizione, e le due proposizioni sono coordinate fra loro dalla congiunzione “e”che apre il secondo membro “e gli occhi porto…”(v.3). La stessa struttura si ripete identica nella seconda quartina.

La simmetria ritorna anche nelle unità sintattiche minori.

Spicca la costruzione architettonica delle coppie di aggettivi, “solo e pensoso” all’inizio del verso “tardi e lenti”, in esatta simmetria, all’estremo opposto, al termine del distico. La simmetria tra i due sintagmi è rinsaldata dalla omogeneità fonica che caratterizza all’interno ciascuno delle due coppie. Nella prima coppia entrambi gli aggettivi: solo e pensoso, hanno gli accenti tonici che cadono sulla vocale “o”;

nella seconda coppia: “tardi e lenti” si ha l’identica successione.

La simmetria sintattica e fonica vale a rendere la corrispondenza tra meditazione raccolta e lentezza del procedere, situazione interiore e atteggiamento esteriore.

Altri elementi che contribuiscono a creare una disposizione architettonicamente proporzionata sono i parallelismi e le antitesi: “di fuor”, “dentro”, “ragionando con meco, ed io con lui”.

L’allargarsi dello sguardo del poeta ad abbracciare la natura testimone delle sue sofferenze dà origine al più ampio movimento del polisindeto «monti e piagge/fiumi e selve»; anche qui l’emjambement, spezzando la serie, separa i sostantivi in due gruppi di due: si ripropone la legge della simmetria binaria.

La simmetria binaria domina l’intero componimento. Essa, secondo E. Bigi, sembra riflettere la lacerazione interiore del Petrarca, ma le armoniche simmetrie, a loro volta, rendono il senso di quella ricomposizione che Petrarca riesce a trovare nella forma. E’ evidente nel componimento come una tormentata spiritualità, ancora legata al mondo cristiano medievale, si risolva in un ideale di armonia formale che ha chiare ascendenze classiche.



Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” (XC)

CONTESTUALIZZAZIONE


Il sonetto rievoca l’innamoramento del poeta per Laura ed è incentrato sul motivo dell’apparizione della donna in tutto il fulgore della sua bellezza. Petrarca sottolinea il carattere sovrannaturale, celeste di quella bellezza: “l’angelica forma”, “lo spirito celeste”, le parole che “sonavan altro” che la voce umana, secondo chiari modelli stilnovistici, ma al tempo stesso non è sottratta all’azione distruttrice del tempo. In questo sonetto la figura della donna è proiettata nel passato, ed è richiamata solo da un movimento della memoria. Laura, dunque, con grande novità, ci viene descritta come creatura terrena, sottoposta al peso della carne mortale e alle sue miserie e non creatura sovrannaturale di astratta e intangibile perfezione.

LEZIONE INTERATTIVA




Lettura del sonetto

Spiega a parole tue

Analisi del testo

Aspetti formali

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

che’n mille dolci nodi gli avolgea,

e’l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi;/
e’l viso di pietosi color’ farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i’che l’ésca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di subito arsi?/
Non era l’andar suo cosa mortale,

ma d’angelica forma, et le parole

sonavan altro che pur voce humana:

uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch’i’ vidi; et se non fosse or tale,

piagha per allentar d’arco non sana.




Erano i capei d’oro a l’aura sparsi … e’l vago lume altra misura ardea di qui begli occhi”(vv. 1 – 4):

I tratti fisici della bellezza di Laura richiamano convenzioni cortesi e stilnovistiche(benché non manchino riferimenti classici: Virgilio, Eneide, I,V. 319: “dederatque cormam diffondere ventis” Venere, aveva abbandonato la chioma ai venti che la sciogliessero).


Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma, e le parole sonavan altro, che pur voce umana. Uno spirito celeste, un vivo sole…”(vv. 9 – 12):

E’ un motivo di chiara ascendenza stilnovistica: lo sottolinea l’insistenza sul carattere sovrannaturale, celeste di quella bellezza, e l’uso di formule tipiche. Il sonetto può essere accostato a testi celeberrimi dello Stilnovismo, di Gunizzelli, di Cavalcanti o di Dante. Ma si può misurare al tempo stesso tutta la distanza che separa la poesia amorosa petrarchesca da quella stilnovistica. Infatti l’apparizione di Laura non avviene in un eterno presente fuori del tempo; è invece collocata nel trascorrere del tempo. Laura, richiamata attraverso il ricordo del poeta, è proiettata nel passato, ed essendo immersa nel fluire della temporalità ne patisce tutta la forza distruttrice: “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi… e’l vago lume di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi… e ‘l viso di pietosi color’ farsi…”.

Il fluire del tempo che porta con sé il decadimento di quella bellezza un tempo angelica, celeste, è un motivo di grande originalità, ed è tipicamente petrarchesco, torna spesso nel Canzoniere: cf. “Se la mia vita da l’aspro tormento” sonetto XII; e nel Secretum, dove Petrarca insiste spesso sul fatto che il bel corpo di Laura, oggetto dei suoi desideri, è ormai esausto dai mali e dai frequenti parti.

E’ il grande tema della fuga del tempo e della labilità di tutte le cose, caro a Petrarca, che viene a coinvolgere il motivo della bellezza femminile, sacro alla poesia d’amor cortese.



L’aura: la presenza di Laura è occultata nel sonetto attraverso l’uso convenzionale del senhal “l’aura”: che crea un bisticcio giocato sui termini omofoni “l’aura” e “Laura”. Tale procedimento ricorre frequentemente nel Canzoniere.
Si nota nel sonetto una alterazione del normale ordine sintattico.

Tutta la struttura compositiva del sonetto poggia sulla contrapposizione tra passato e presente:



or: avverbio di tempo ripetuto ai versi 4 e 13 è affiancato ai verbi al presente “ch’or ne son sì scarsi”, “non so”, “non sana” che descrivono il decadimento fisico presente di Laura, in contrapposizione con numerosi verbi al passato che ricordano le qualità un tempo possedute dalla donna.


Muovendo da un’analisi dettagliata dei sonetti Solo et pensoso i più deserti campi (XXXV) e Erano i capelli d’oro a l’aura sparsi(XC), si perviene ad una catalogazione delle novità più importanti che la poesia petrarchesca segna rispetto alla produzione lirica precedente (Tradizione cortese e stilnovistica). Spesso si tratta di caratteri che sono stati ripresi nella tradizione lirica successiva. Entrambi i sonetti che seguono evidenziano da un lato il debito di Petrarca verso la produzione cortese e stilnovistica, dall’altra testimoniano il superamento di quella esperienza.





Solo et pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi et lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l’arena stampi


Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti;

perché negli atti d’allegrezza spenti

al fuor si legge com’io dentro avampi:


sì ch’io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge

cercan non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui.
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,

e ‘l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;


e ‘l viso di pietosi color farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i’ che l’esca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di subito arsi?


Non era l’andar suo cosa mortale,

ma d’angelica forma; et le parole

sonavan altro, che pur voce humana.
Uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch’i’ vidi: et se non fosse or tale,

piagha per allentar d’arco non sana.


Elementi tradizionali che Petrarca matura dalla tradizione cortese e stilnovistica

Elementi di novità rispetto alla poesia precedente


  • Centralità della tematica amorosa

  • Nell’esperienza cortese e stilnovistica l’amore è prevalentemente un concetto filosofico, è quasi irrilevante il soggetto che vive l’esperienza amorosa, l’elemento centrale è il definire i modi in cui opera “amore”.

In Petrarca non siamo di fronte ad una esperienza filosofica bensì ad una avventura personale. Nei testi petrarcheschi si ritrova l’importanza dell’io poetico che si colloca accanto alla centralità della donna. Nella “Vita Nova” l’amore ha valore assoluto, è la via maestra che conduce alla salvezza. In Petrarca, invece, il poeta stesso mette in dubbio il senso di questa avventura amorosa: egli può conoscere, al tempo stesso, l’esaltazione per un’esperienza piena di valore e lo sconforto per la vanità di ciò che sta vivendo. Quello di Petrarca è un io scisso, dilaniato elemento di grande modernità confluito nella poesia successiva. “Solo et pensoso”: atteggiamento riflessivo, atteggiamento di dubbio.

Nella tradizione doveva essere nascosto l’oggetto d’amore, in Petrarca c’è l’esigenza di nascondere il sentimento d’amore; vuol dire che l’amore non valorizza la persona ma la sminuisce. Da un lato c’è (soprattutto nel secondo sonetto) l’amore come esperienza esaltante a cui non si vorrebbe rinunciare



Dall’altro prevale il sentimento della vergogna. L’oscillazione di sentimenti ha un valore al tempo stesso sincronico e diacronico. L’esaltazione della bellezza di Laura si è appannata con il tempo; alla fine del canzoniere il poeta vede la donna in modo diverso quasi vergognandosi del proprio amore.

  • Superiorità della donna

  • In Petrarca Laura è soggetta ad una mobilità nel tempo, invece Beatrice è immobile nel suo splendore, sottratta allo scorrere del tempo. Il tempo usato da Dante è il presente della contemplazione, non c’è il ricordo. Invece in Petrarca c’è un confronto tra i tempi del passato e quelli del presente; la visione di Laura non solo non è la stessa ma si involve. Il tema della fuga del tempo è fondamentale nella lirica moderna a partire dal Barocco e ha in Petrarca il suo iniziatore. Per Dante e gli stilnovisti, la donna-angelo è creatura metafisica venuta in terra per guidare l’uomo ad un fine superiore. In Petrarca, invece, la figura angelicata è un’iperbole che paragona la bellezza della donna a quella degli angeli ma non ne fa una creatura superiore appartenente ad un’altra dimensione. Gli angeli sono asessuati, atemporali, Laura è sottratta a questa condizione.

  • Particolari fisici, situazioni canoniche

  • In Petrarca il paesaggio è interiorizzato (anche questa è una caratteristica della lirica moderna). “Amor venga ragionando con meco” in realtà “l’amore che ragiona con meco” non è un dialogo ma un soliloquio, è il poeta che ragiona tra sé e sé.

  • Convenzioni, codice amoroso cortese

  • In Petrarca l’amore è vissuto come un’esperienza intima totalizzante e deve essere tenuto nascosto perché è una necessità intima del poeta, gli sguardi degli estranei potrebbero immiserirlo, involgarire un bene così prezioso. C’è in Petrarca una necessità psicologica profonda che non è il bisogno di aderire ad un codice di comportamento. L’uso del senhal è senz’altro l’ossequio ad un codice, ma si arricchisce di un valore importante; attribuisce alla donna una forza vitale, un’energia naturale. “l’aura”, questa brezza proietta al tempo stesso vitalità ma anche serenità in una dimensione idilliaca.



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