Piergiorgio sovernigo marco rebecca gli artigli del leone



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IL RUGGITO DEL LEONE

La disciplina criminale veneziana, cioè l’insieme di provvedimenti, norme e statuizioni di carattere e contenuto penalistico, è venuta formandosi in modo disorganico e – per così dire – alluvionale. Le ragioni di tale fenomeno sono da rintracciarsi in aspetti comuni a tutti gli ordinamenti giuridici dell’epoca17: mancanza del principio di separazione fra funzione legislativa e giudiziaria, pluralità di magistrature spesso in concorrenza fra loro, molteplicità e deficienza di una compiuta gerarchia tra le fonti18, nonchè assenza di una disciplina generale della materia penale. Se a ciò si aggiunge il pragmatismo del legislatore veneziano, che procede solo quando se ne presenti la necessità e per singole fattispecie criminali, nonché l’ampio periodo di vita della Serenissima19, ben si può intendere la difficoltà di identificare regole sempre puntuali sui modi e sui tempi della repressione criminale a Venezia.




    1. IL DIRITTO PENALE A VENEZIA

1.1I : LE ORIGINI E LO SVILUPPO DEL DIRITTO PENALE VENEZIANO

La scarsità di fonti anteriori al XII secolo impedisce di dare compiutamente conto della genesi del diritto criminale veneziano20; si discute – in ogni caso – se vada principalmente ricondotto alla matrice romana ovvero a quella germanica21. Sembra più fondata la seconda tesi. Le ragioni della “ibridazione” del diritto penale romano con elementi nuovi, per lo più germanici, sono sostanzialmente due: il mutare delle esigenze concrete di vita in seguito agli sconvolgimenti politici e sociali del V secolo d.C. ed il particolare bagaglio culturale dei primi “veneziani”.

E’ opportuno – a questo punto – soffermarsi sulle originarie comunità lagunari dalle quali nascerà lentamente la Repubblica Serenissima. Gli abitanti della X regione dell’Impero, i cui confini andavano dall’Adda all’Arsa e dal Po’ alle Alpi, non vedevano nulla di promettente nelle isole melmose e nei “lidi sottili”22 che costituivano solo una barriera naturale dal mare Adriatico. Le lagune erano abitate solo da rari pescatori e da pochi salinari; qui e là sorgeva qualche abitazione di pietra, dove gli agiati abitanti dell’entroterra trascorrevano le ferie23.

Nel V secolo i confini dell’Impero romano, messi a dura prova da quasi tre secoli di continue pressioni migratorie dei popoli barbarici, nonché da una profonda crisi economica e demografica, non riescono più a contenere la piena di genti venute dall’Est. Nel 402 d.C. il Veneto subisce le scorrerie dei Goti di Alarico; sconfitti alle porte di Verona dall’armata guidata da Ezio, al servizio dell’imperatore Teodosio, si presentano nuovamente nel 410 d.C. (dopo che un’orda di Svevi, Alani e Vandali guidati da Radagaisso ha devastato l’Italia). Alarico - questa volta - incontra una debole resistenza ed i Goti riescono a raggiungere Roma24. Al passaggio delle orde barbariche gli abitanti della X Regione si rifugiano entro le mura delle principali città o si spingono in laguna, in attesa di poter tornare alle proprie case.

Nella primavera del 452 d.C. giungono gli Unni25: sconfitti l’anno prima ai Campi Catalaunici dal generale Ezio, con l’aiuto determinante degli stessi Goti che avevano devastato Roma, scendono del tutto inattesi dalla Pannonia. All’epoca, Aquileia - situata alla pendice nord orientale della X Regione - era la terza città dell’impero per numero di abitanti. Le legioni romane in marcia per la Germania (la Belgica, la Pannonia, l’Illiria, la Tracia e la Grecia) si radunavano abitualmente tra le sue formidabili mura, che mai erano state violate dal nemico nei suoi 632 anni di storia.

Il 452 è l’anno della capitolazione. La leggenda descrive Attila che, dopo tre mesi di inutile assedio, impartisce gli ordini per levare il campo; d’un tratto, gli auspici tratti da uno stormo di cicogne, levatosi improvvisamente in volo, lo convincono a desistere26. La notte seguente Aquileia viene espugnata. La notizia dell’impensabile disastro si diffonde come un incendio in tutte le terre venete e la popolazione terrorizzata abbandona in massa le città per fuggire nelle paludi orientali. Indubbiamente il trauma psicologico è durissimo: Aquileia non è mai stata violata dalla sua fondazione nel lontano 180 a.C. e rappresenta agli occhi dei romani dell’epoca il mito del baluardo inespugnabile, una sorta di garanzia di sopravvivenza in anni in cui il limes27 viene in ogni dove. La fuga dalle città è stata sicuramente massiccia e tragica ed ogni comunità ha cercato riparo laddove era più prossima la laguna e, quindi, la salvezza. Così i sopravvissuti all’eccidio di Aquileia trovano rifugio a Grado (in cui forse esisteva già un primitivo agglomerato) e i profughi di Opitergium e Tarvisium ad Eodolo (l’attuale Jesolo che all’epoca era un’isola); gli abitanti di Concordia Iulia (attuale Concordia Sagittaria) fondano Concordia Nuova (su un isolotto successivamente sprofondato), i Paduani cercano scampo chi a Rialto chi a Malamocco; i cittadini di Altino riparano a Torcello, laddove sorgono alcune domus; gli abitanti di Adria, importante scalo mercantile, si rifugiano sull’isola di Pellestrina, assieme agli abitanti del Polesine.

Gli Unni, dopo aver raso al suolo e depredato buona parte delle città venete (con l’eccezione di Tarvisium risparmiata miracolosamente per intercessione del vescovo28) se ne andranno l’anno successivo per poi disperdersi nelle steppe da cui erano venuti. I profughi, ormai provati da mezzo secolo di incursioni via via più violente, decideranno di restare. Alcuni torneranno alle rovine delle loro case, ma la maggior parte sceglierà come nuova patria i lidi sottili delle lagune29.

Se la nascita delle prime comunità venete nella laguna, dalle quali discenderà Venezia, si può ascrivere alle incursioni barbariche del V secolo d.C., rimane da chiarire chi fossero in realtà questi fuggitivi.

La tentazione sarebbe quella di riconoscere negli sfortunati profughi che abbandonavano le loro case nella terra ferma tout court dei cittadini romani. Occorre ricordare – tuttavia - la vocazione “internazionale” della X Regione. Ad Aquileia, come ricordato, si radunavano le armate imperiali dirette in mezza Europa, formate sempre più da popolazioni non romane, rectius barbare; una attrattiva notevole ad arruolarsi sotto le insegne dell’aquila imperiale era la prospettiva di conseguire alla fine del servizio la cittadinanza romana e la concessione di terre coltivabili spesso in prossimità degli stessi oppida in cui si prestava servizio. Ne sono testimonianza le origini toponomastiche di alcuni centri del Veneto: il comune di Alano del Piave sembra trarre il proprio nome dagli Alani, fiera popolazione di stirpe germanica; Sarmede dai Sarmati, popolazione iranica tra la quale i romani arruoleranno intere squadre di cavalleria; Godega di Sant’Urbano e Castel di Godego dai Goti, nemici prima e fedeli alleati poi30.

Ma altre popolazioni non romane compongono il mosaico della società veneta: già nel I secolo a.C. 60.000 (o forse anche 140.000) Cimbri ed Amboni (popolazioni anch’esse germaniche) si installano nel vicentino e nel veronese ed in alcune vallate vicine (dove si parla ancora un dialetto di origine germanica)31. La strada dei Cimbri sarà seguita da molte altre popolazioni: si pensi, solo per fare qualche esempio, ai Galli Presseni (che fonderanno due diverse città dallo stesso nome P/Brixia, l’attuale Brescia e l’attuale Brixen, cioè Bressanone), agli Alemanni (denominati dai romani Svevi) che piomberanno nel Veneto tra il 256 ed il 258 d.C., ovvero ai già citati Sarmati, che in 30.000 vi si istalleranno con il consenso di Costantino. Ancora, nel 451 d.C. molti Burgundi, in fuga dalla Rezia (attuale Svizzera) devastata dal passaggio degli Unni, cercano asilo nelle fasce pedemontane del Veneto e della Lombardia. Massicce, poi, sono le donazioni di terre nel Polesine sino a Mantova ai veterani dell’esercito imperiale, spesso formato da Traci e Mauritani. Comunità greche e illiriche si installano nei punti di maggior traffico commerciale, da Adria ad Opitergium, da Altino ad Aquileia sino a Pola.

La popolazione autoctona, oltretutto, non è romana se non in minima parte. La X Regione è entrata a far parte della Repubblica prima, e dell’Impero poi, spontaneamente (tanto da indurre Virgilio a concedere come leggendari natali dei rispettivi popoli niente di meno che due famosi amici, separati da una tempesta nel viaggio di fuga da Troia: Enea, padre dei Latini, Antenore, padre dei Veneti). I Veneti, pertanto, sebbene romanizzati nei gusti e nella lingua, sono e rimangono Celti o, come dicevano i Romani, Galli, per la precisione Galli Cisalpini.

Il patrimonio culturale che “migra” con le popolazioni in fuga nelle lagune presenta - sebbene intriso di romanità - moltissimi elementi gallo-germanici. Se le componenti galliche vanno ad influenzare in particolare il modo di vivere32, il patrimonio germanico si riverbera soprattutto sull’organizzazione politica e giuridica, anche in considerazione degli influssi provenienti da un nuovo popolo barbarico che raggiungerà le terre venete agli inizi del VII secolo: i Longobardi33. Ciò non toglie che - nella organizzazione politica e sociale – sopravvivano numerosi elementi romani, irrobustiti anche dagli stretti legami politici e commerciali con Bisanzio34.

Due sono i profili salienti dell’influsso germanico nell’ordinamento giuridico penale veneziano: le modalità di produzione normativa e gli organi preposti alla funzione normopoietica.

Quanto al primo aspetto, si pensi all’origine pattizia dell’antico diritto penale veneziano35 in forza del quale la norma scaturisce da una sorta di contratto concluso dal Doge con alcuni cittadini rappresentanti la collettività sottoscritto alla presenza di un notaio (generalmente un chierico); la cittadinanza, costituita in Arengo, infine, giurava di rispettare la norma. Si tratta di una prassi non priva di addentellati nella mentalità germanica, secondo cui il diritto – lungi dall’essere “imposto” dall’alto - era oggetto di approvazione da parte dell’intera comunità con ovazioni di consenso.

Anche nelle prime norme penali veneziane delle quali si hanno notizie certe (cioè dal IX secolo in poi) sembrano risuonare echi germanici. La struttura della norma è incentrata su una “promessa, corroborata da una stipulazione penale”36: more germanico, non è prevista alcuna sanzione, ma solo la promessa di punire chi non si atterrà ai pacta37. Altre analogie riguardano l’antica organizzazione politica e giudiziaria veneziana (i cui organi sono l’Arengo, il Consiglio dei Savi ed il Doge) per nulla dissimile a quella celta e germanica.

La cellula base della società germanica è costituita dalla famiglia (Sippen) al cui vertice c’era il Fadar (paragonabile al pater familias del mondo romano); i fadar in età abile alle armi si costituivano in assemblea per risolvere le più importanti vertenze politiche, amministrative e giudiziarie; tale organo era detto Arimanno (da herr mann, cioè uomo di guerra o di onore38); analogamente, nella prima Venezia l’organo centrale della vita politica, giudiziaria ed amministrativa è l’Arengo39 (fondato ufficialmente nel 69740). Al di là della somiglianza fonetica41, le due assemblee presentano molti caratteri comuni: gli organi sono collegiali, sono composti dai fadar o i pater familias, decidono sulle più importanti questioni politiche e giudiziarie, approvano le leggi da sottoporre all’acclamazione della comunità, eleggono il capo della comunità, etc.42. Ancor più interessante è notare che l’antecedente storico dell’Arengo, il Concesso Tribuno (di cui abbiamo assai scarse notizie), si riuniva presso una pianta di tiglio43, pianta cara sia ai druidi celtici che ai sacerdoti germanici; si deve altresì sottolineare che l’Arimanno solitamente conveniva, a sua volta, in luoghi sacri per le popolazioni germaniche: le foreste di tigli dove dimoravano gli spiriti dei padri44.

A favore della comune matrice genetica militano anche altri profili. La società germanica non conosce la figura del sovrano: in caso di necessità, viene designato - per acclamazione ed in Arimanno – una sorta di comandante ad acta, i cui poteri cessano con l’assolvimento dell’incombente45. Analogamente, a Venezia il doge viene eletto per acclamazione dall’Arengo e presentato per conferma al popolo per colà essere acclamato o rifiutato (e la prassi della conferma popolare durerà pressoché immutata per tutta la vita dello Stato marciano). Si deve notare poi che lo stesso titolo di “doge” evoca la carica romana di dux, tipica dell’età repubblicana, conferita pro tempore ad un cittadino illustre per far fronte ad una situazione di emergenza.

In conclusione, è da ritenere che il diritto veneziano sia il risultato dell’incontro tra la tradizione gallo-romana e quella germanica; con la costante mediazione della prassi (o usus, per usare le parole delle fonti46), si forma lentamente e progressivamente un diritto criminale “volgare” del tutto peculiare, diretto a garantire le regole minime della convivenza sociale.

L’elenco dei reati “tipizzati” prima del XII secolo, di cui si ha notizia, è assai ridotto: comprende furto, omicidio, pirateria, traffico di schiavi cristiani, taluni reati contro la personalità dello Stato e poco altro. Le primigenie norme penali confluiscono, nel corso del XII secolo, nelle due promissiones maleficiorum, quella di Orio Mastropiero (1181) e quella di Jacopo Tiepolo (1232): in esse “per la prima volta l’antico e consuetudinario diritto criminale del dogado veniva unificato”47.

Le promissiones si caratterizzano per una relativa povertà di fattispecie incriminatrici: ciò induce a ritenere che con esse si sia voluto operare soltanto un riordino della disciplina vigente e non una nuova sistemazione complessiva. In esse, oltre ai reati più frequenti (omicidio, rapina, furto, lesioni personali, contraffazione di merci, falsa e reticente testimonianza, meleficia et herbaria48), ve ne sono altri meno comuni (violazione del divieto di costruire o possedere torri militari, vendita non autorizzata della propria nave, falsificazione di moneta, pirateria da parte di cittadini veneziani verso altri veneziani o alleati): se ne desume che le norme penali nascano principalmente per ragioni contingenti, quali una controversia od un caso pratico difficilmente risolvibile ex arbitrio49 dal giudice50.

Tale prassi caratterizza anche nei periodi successivi l’intera produzione normativa con risultati, sul piano sistematico, tutt’altro che soddisfacenti. Infatti, dal XIII secolo in poi, vi è una vera e propria esplosione legislativa in materia penale (come pure negli altri settori del diritto), conseguente ad una mutata realtà socioeconomica e, quindi, a nuove esigenze.

Nel tempo si ha una successione di correzioni, parti, decreti, terminazioni, proclami e così via51, che solo nel XVII secolo è riordinata nei lavori di giuristi e pratici, nonché in pubblicazioni, più o meno ufficiali, tra le quali il Novissimum statutorum ac Ventorum legum volumen del 1729 (“che nulla apporta di nuovo se non la concentrazione in un testo di un materiale immane” e nel quale “si scorge bene il fluire del torrente che dalle sorgenti in poi nulla abbandona a secco, avviandosi ad una caotica alluvione finale”)52 o la raccolta di Angelo Sabini denominata Leggi criminali del serenissimo Dominio veneto del 1751.
1.1 II: MAGISTRATI E PROCESSO

L’ordinamento giudiziario veneziano, come si è anzi detto, non conosce il principio della separazione dei poteri (nella nota trilogia illuministica di legislativo, esecutivo e giudiziario), ma distingue le competenze delle varie magistrature solo ratione materiae.

I magistrati veneziani non sono solo depositari del potere giudiziario ma assommano, per certe materie, anche competenze politiche e amministrative, non molto diversamente dagli antichi magistri romani.

Analogamente, il criterio di riparto tra giurisdizione civile e penale risultava molto sbiadita, con poche eccezioni. Deve aggiungersi che la Serenissima, per far fronte alle mutevoli esigenze, istituisce nuove magistrature con una certa frequenza e con la medesima frequenza ne modifica le competenze (i cui confini risultano spesso sfumati). Si osservi inoltre che il Maggior Consiglio, per antonomasia investito della funzione legislativa, si limita a creare nuovi organi giudiziari definendone solo sommariamente attribuzioni e regole operative: con la conseguenza che ogni singolo ufficio finisce col darsi regole procedurali proprie, che spesso mutano col mutare del titolare dell’ufficio (fenomeno non del tutto scomparso presso i moderni apparati giudiziari).

L’Arengo svolge, in origine, un triplice ruolo: è fonte di produzione del diritto (penale ed anche civile) e nomina i magistrati (in origine detti Tribuni); svolge anche funzioni giudiziarie: tratta e decide le cause più importanti e funge da giudice di appello avverso le sentenze pronunziate dalle magistrature minori (Tribuni e Comites53).

Alla fine del XI secolo il processo penale inizia a canonizzarsi. Nel 1094, sotto il Dogato di Vitale Foriero, viene fondata la prima magistratura giudiziaria permanente denominata, dal luogo in cui teneva udienza, Giudici del Palazzo (o della Corte), formata da tre magistrati con specifica funzione giudiziaria, individuata ratione materiae54. Alla creazione di giudici “professionali”, costituiti in un organo strutturalmente differente dall’assemblea popolare dell’Arengo, si accompagnano formulazioni normative più precise, non solo negli elementi della fattispecie, ma anche nei limiti edittali della sanzione55.

Si vanno a modificare anche gli equilibri istituzionali. La Curia Veneticia si sostituisce all’Arengo (che continua a mantenere la potestà di nomina dei magistrati e, forse, la funzione di giudice di seconde cure), assumendo funzione giudiziaria generale in materia civile e penale, estesa a tutti i casi che non siano riservati alla cognizione delle magistrature minori (ad esempio i Signori della Notte) o periferiche (i Gastaldi, per le isole più lontane).

Il rito56, verosimilmente unico sia per le cause civili che per quelle penali, è oggetto di continui adattamenti, dettati dalle necessità concrete. Quando ai giudici perviene la notitia criminis, per denunzia privata o perché informati dagli sbirri o dagli zeffi, prende avvio l’istruzione della causa: si svolgono le indagini sentendo le persone informate sui fatti e si convoca, anche a mezzo di stride, l’indagato (salvo ovviamente che non sia già rinserrato in qualche casone o nelle prigioni del palazzo).

Davanti alla Curia, l’imputato si difende da solo o con l’ausilio di un patrocinatore (spesso un semplice familiare che ha qualche dimestichezza con il mondo della giustizia); la Corte è formata dal Doge, da almeno due Giudici del Palazzo e da altri membri (cittadini illustri, i boni homines) o da alcuni ecclesiastici, sino ad un massimo di sei. L’accusa è probabilmente sostenuta dalla persona offesa o dai suoi familiari, salvo i casi di maggiore rilievo ovvero, ove sono in gioco gli interessi dello Stato o la pace sociale, in cui all’offeso si sostituisce un Giudice del Palazzo.

Non è certo che avverso le sentenze penali possa essere interposto appello all’Arengo. Si potrebbe propendere in senso affermativo in considerazione dello spirito che ammanta in origine la comunità lagunare, secondo cui è la collettività (rappresentata senza dubbio proprio dall’Arengo) a stipulare le norme penali e che – di conseguenza - a questa, e solo a questa, spetta l’ultima parola sulla loro applicazione. A favore della tesi contraria milita la composizione collegiale della Curia: ne fanno parte il Doge, massima espressione democratica dell’Arengo (che, tra l’altro, ha ottenuto il beneplacito della comunità mediante collaudatio populi, cioè mediante acclamazione) ed anche alcuni giudici “popolari”, i quali rappresentano l’ideale estensione della civitas. Si può ben dubitare che possa essere impugnata la decisione resa da un giudice di così elevato lignaggio; in capo al Doge e all’Arengo, comunque, rimane il potere di concedere grazie o condoni57.

In seguito alla crescita demografica e del carico di lavoro della Curia, si provvede con più interventi alla riforma del sistema giudiziario: inizia il fenomeno - tipicamente veneziano – della proliferazione, spesso irrazionale, delle magistrature58. Nel 1179 si costituisce il Consiglio dei Quaranta, la c.d. Quarantia, con competenze promiscue sia in materia civile che penale. Nel 1250, sotto il Dogato di Marino Morosini, la Curia viene spogliata di qualsiasi competenza civile, per trasformarsi in un giudice esclusivamente penale con la denominazione di Curia del Proprio, al quale si affiancano, con competenza intorno ai reati minori, i Siori de Note ed i Zinque alla Pace, nonchè altre magistrature minori.

I reati di maggiore importanza rientrano nella competenza del Consiglio dei Quaranta e della Curia del Proprio. Il riparto di competenza tra Quarantia e Curia è funzione della dicotomia crimini pubblici-privati (oggi del tutto inconfigurabile, attesa la natura indefettibilmente pubblicistica dell’illecito penale). Secondo la classificazione delle pratiche del ‘700 i crimini pubblici - di competenza della Curia - sono quelli contro la maestà divina, contro la maestà umana, contro la vita dei cittadini e contro l’ordine pubblico, inteso in senso così ampio da comprendere i reati contro la fede pubblica, i reati fiscali, l’evasione, la sodomia, il contagio, il lusso, il gioco d’azzardo, il peculato; per esclusione, tutti gli altri sono reati privati59 , di cui prende cognizione la Quarantia.

Gli autori di reati minori – se colti in flagranza – vengono giudicati dai Signori della Notte60, altrimenti dai Cinque alla Pace. Sempre che non si tratti di fattispecie minori, sanzionate esclusivamente con la pena pecuniaria, che sono attribuite all’orda di magistrature minori: i giustizieri, i censori, i giudici sora al Piovego, del Cattaver, gli ufficiali delle Rason vecie et nove, i consoli ed i sovraconsoli dei Mercati, i provveditori del Comun, i provveditori dell’Armar, i provveditori al Sale, agli Olii, alle Biade, ai Dazi, alla Legna e ai Boschi, all’Arsenal, alle Arti, agli Ospedali, ai Conventi, sovrabanchi, i governatori all’Entrate, etc.61.

In questo periodo nasce una sorta di rito “ordinario”, detto dei Quarantia, che informerà i principi della disciplina del processo penale sino al XVIII secolo. Tale rito è individuato dai pratici dell’epoca in contrapposizione al rito “speciale” di stampo squisitamente inquisitorio del Consiglio dei Dieci.

L’acquisizione della notitia criminis può avvenire in vario modo per denunzia, per delazione anonima (ma solo entro certi limiti, come si dirà in seguito) o perché acquisita o scoperta da altri organi pubblici. Le indagini venivano svolte dagli Avogadori del Comun62 (o dai Siori de Notte, se il fatto era stato da loro scoperto); durante le indagini, il sospettato può essere ristretto in carcere, ma solo a condizione che siano emersi seri elementi di colpevolezza a suo carico ed il reato sia grave; sono applicabili, comunque, anche altre misure cautelari meno invasive, come il divieto di abbandonare la propria casa, un certo Sestrier o Venezia63. Sempre durante le indagini si ricorre talora alla tortura, ma entro limiti ben definiti, al fine di ottenere la confessione del reo.

Talora anche i testimoni vengono “ospitati” in carcere in attesa del giudizio, ma solo qualora vi fosse un concreto pericolo per la loro incolumità64.

Il processo deve essere expedito entro due mesi, ma nella realtà spesso i tempi erano assai più lunghi, come si dirà. La trattazione della causa, iscritta regolarmente al ruolo (pender), comincia con una breve relazione da parte del giudice istruttore, nominato tra i membri del collegio, che - dopo un excursus in punto di fatto - formalizza l’imputazione. L’udienza è, di regola, pubblica. L’accusa è sostenuta da un membro degli Avogatori del Comun e l’imputato ha diritto alla difesa di un avvocato (anche, eventualmente, a spese dell’erario).

Il dibattimento consiste nella disamina delle prove: possono essere sentiti testimoni e può essere compiuta qualsiasi operazione utile al raggiungimento della verità. Accusa e difesa concludono con le renghe (che avevano limiti temporali predeterminati, onde evitare prove oratorie estenuanti).

Al termine del dibattimento i giudici votano per baote (ogni giudice deposita in una apposita urna una palla di colore diverso a seconda della decisione65); in caso di condanna, il collegio si ritira in una sala appartata per decidere in punto pena: se il reato è espressamente previsto (il che non è affatto ovvio, non esistendo ancora il principio di legalità), il giudice irroga una pena la cui specie e quantità è fissata (nel minimo e nel massimo) dalla legge o, in difetto, è rimessa al suo arbitrium. Il fatto non espressamente incriminato, invece, è punito con pena extraordinaria, ex arbitrio iudicis: l’arbitrium traduce una ragionevole discrezionalità, l’apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, senza avere alcuna connotazione negativa66.

La sentenza emessa - seppur sprovvista di motivazione - è comunque sempre appellabile, con richiesta da presentarsi agli Avogadori che inoltravano l’impugnazione alla magistratura competente o, in alcuni casi, riservavano a sé la decisione67.

Tale rito, con numerosi varianti, subirà una infinita serie di ritocchi (la presenza del pubblico alle udienze verrà prima limitata ai soli parenti, poi vietata per ragioni di ordine pubblico e poi ancora riammessa; verranno modificati una infinità di volte i numeri dei giudici necessari per formare il collegio, etc.), ma rimarrà nella sostanza immutato sino alla caduta della Repubblica.

Nel 1310 viene istituito, quale organo temporaneo, il Consiglio dei X, che presto si tramuterà in organo costituzionale della Repubblica sino alla sua caduta. Nato quale organo politico, estenderà presto le sue competenze in ambito giudiziario ad una serie infinita di procedimenti penali, che siano connaturati da un qualche interesse pubblico.

Il procedimento “speciale” adottato dal Consiglio dei X (e poi dal XVI secolo anche dagli Esecutori contro la Bestemmia) è privo di particolari formalità, in quanto le ragioni di Stato prevalgono sulle esigenze di giustizia, e, per analoghe considerazioni, le garanzie per l’imputato sono ridotte al minimo.

Il rito è di stampo schiettamente inquisitorio68. La notitia criminis può essere acquisita in qualsiasi modo: spesso proviene dagli zelanti informatori al soldo del Consiglio o anche da denunzie anonime (il cui utilizzo è comunque regolamentato). Nella prima fase delle indagini due o tre (a seconda dell’importanza del caso) inquisitori hanno potere di archiviare de plano o di procedere. Se decidono di procedere, viene istituita un’apposita commissione di inchiesta formata da un membro del Collegio dei X, da un consigliere dogale, un avogadore e da un inquisitore (persona diversa da quella impegnata nella prima fase delle indagini).

Le udienze si svolgono a porte chiuse. L’accusato non ha diritto ad un difensore, né a copia degli atti (regolarmente verbalizzati dallo scrivano preposto); non gli è dato sapere chi sia il suo accusatore, né di conoscere le dichiarazioni rese da eventuali testimoni a carico, di cui ignora normalmente l’esistenza; l’uso della tortura, dati gli interessi in gioco, è frequente. La possibilità di chiamare testimoni a discarico era lasciata al prudente apprezzamento del collegio. In casi di particolare gravità, peraltro, nell’interesse dello Stato, il Consiglio può ridurre ulteriormente le garanzie per l’imputato.

In caso di condanna (con le solite baote) si deve procedere alla rilettura integrale degli atti del procedimento e la decisione sulla pena da irrogarsi deve essere confermata da quattro votazioni consecutive.

La sentenza - priva di motivazione e segreta - è di regola inappellabile, ma il collegio può comunque decidere – a maggioranza qualificata – di ammettere una revisione (realdizione).

Una considerazione a parte merita la tortura, mezzo di ricerca della prova cui Serenissima ricorre più di rado rispetto ad altri Stati cristiani69. Le ragioni di un utilizzo tanto “parsimonioso”70 devono individuarsi in una serie di principi dell’ordinamento giuridico veneziano:



  1. la tortura71, quale strumento ad inquirendum, può essere utilizzata solo come extrema ratio per provocare la confessione “spontanea” del reo; in tal senso un pratico del XVII secolo, il Priori, spiega che il magistrato “prima che venghi à questo atto della tortura deve haver molte cose in consideratione”72. In tal senso il Maggior Consiglio stabilisce in più occasioni sanzioni pesantissime a carico dei magistrati che con troppa leggerezza si avvalgono di tale strumento;

  2. la tortura può essere utilizzata solo laddove sussistano presupposti obiettivi previsti dalla legge: deve trattarsi di reato punibile con pena corporale, deve essere grave il quadro indiziario sulla sussistenza del fatto e non deve esserne dubbia l’ascrivibilità all’imputato73;

  3. non possono essere torturati gli infraquattordicenni, le donne incinte o le puerpere per i quaranta giorni successivi al parto, gli ultrasessantenni, i dottori, gli avvocati, i cavalieri e le persone seriamente malate; è interessante notare che tra i soggetti esclusi non compaiono i N.H. (Nobil Homo), cioè i patrizi: il concetto di eguaglianza di fronte alla legge è noto ai giuristi veneziani ben prima dell’illuminismo;

  4. l’esito della tortura, qualunque esso sia, deve essere considerato - per così dire - in modo favorevole al reo. Infatti, se l’imputato resiste alla tortura, deve essere considerato innocente (anche eventualmente con la formula dubitativa rebus sic stantibus); se, invece, confessa tra i tormenti, non può venir condannato solo sulla base di tali dichiarazioni e non perde il diritto alla prova contraria;

  5. la tortura è strutturata in tre distinti gradi: la minaccia, la sistemazione del presunto reo sullo strumento di tortura ed infine la tortura vera e propria74.

Non tutti gli imputati sono passibili di tutti i gradi di tormento: la tortura vera e propria è riservata solo ai soggetti a carico dei quali sussistano gravi indizi di colpevolezza (ad esempio due testimoni considerati attendibili e concordi, l’essersi sottratto volontariamente alla giustizia, etc.)75;

  1. nella Serenissima gli strumenti di tortura ammessi sono pochissimi rispetto alla fantasiosa galleria degli orrori tipica di altri ordinamenti. Sono leciti solo la squassada (i cui strumenti sono ancora visibili nelle prigioni del Palazzo Ducale di Venezia) e, talora, l’uso dei carboni ardenti. Il primo consiste nell’appendere per i polsi l’imputato ad una corda, sollevarlo da terra e poi rilasciarlo “a strappi”, cagionandogli la lussazione delle spalle76. I carboni ardenti, invece, vengono sistemati in prossimità dei piedi del presunto reo e progressivamente avvicinati; per la precisione, si interpone una tavola di legno temprato, rimuovendola di tanto in tanto per dare il tormento. Si tratta di una pratica verosimilmente caduta in disuso per i pericoli derivanti dall’uso del fuoco in ambienti completamente rivestiti di legno, come, appunto, quelli della Camera del Tormento di Palazzo Ducale77.

Regole precise disciplinano l’esecuzione della tortura, di cui sono incaricati i guardiani delle carceri. La tortura viene interrotta qualora uno dei due medici (obbligatoriamente) presenti ritenga sussistente un pericolo di vita o se il torturato si dichiara disponibile a “parlare”. In questo secondo caso, l’imputato viene condotto in carcere e lasciato lì per alcuni giorni (di solito una decina) per riprendersi; dopodichè, viene ripresentato al magistrato al quale può confermare o meno le dichiarazioni rese. In caso di ritrattazione (o in caso di esito negativo del tormento) il giudice può ordinare - fino ad un massimo di tre volte in tutto - che la tortura venga reiterata.

In generale, si può osservare come lo Stato marciano abbia usato sempre una straordinaria indulgenza – raffrontata, ovviamente, con i canoni dell’epoca – verso il reo, tanto da richiamare espressamente la “misericordia e la carità” tra i suoi canoni di giudizio: la Promissione di Enrico Dandolo del 1192 “salvaguardava l’esercizio della giustizia bona fide, sine fraude”78.

Il limitato uso del tormento forse è dovuto anche allo scarso peso della spietata inquisizione romana, che non troverà spazi operativi a Venezia, connotata da una mentalità schiettamente laica e tollerante79. Nei momenti più torvi dell’estremismo religioso cristiano, infatti Venezia continuerà ad ospitare nei suoi fondachi musulmani di ogni dove e lascerà libero commercio agli ebrei che - seppur osteggiati dal popolino – godevano di condizioni di vita migliori rispetto agli altri Stati cristiani.


    1. LE PENE

Come già è stato osservato, la disciplina criminale veneziana ha una genesi ed una storia che non consentono di ricondurla appropriatamente nell’ambito di alcuna classificazione80.

Per tale ragione, invece di formulare inadeguate generalizzazioni, affideremo la trattazione delle fattispecie penali e delle relative sanzioni alla brillante prosa di un nobile pratico del XVIII secolo, Antonio Barbaro:

“Altre (n.d.a.: le pene) dunque si dicono corporali, altre non corporali. Le corporali poi si suddividono in altre due specie, cioè capitali, e non capitali. Sotto la rubrica delle capitali nei tempi correnti si annovera oltre la perdita della vita anco quella della libertà, quando sia perpetua, cioè bando, e relegazion perpetua, prigione in vita, ed anco in Galera per dieci anni giusta la pratica; la legge però la dichiara di dodeci. Le pene corporali, ma non capitali, sono amputazioni dei membri, frusta, bando, prigione, relegazione a tempo, e Galera per meno di dieci anni. Sonovi poi le pene non corporali, e tra questa la principale è la pecuniaria”81.

“Corporali” sono le pene, per usare le parole di un altro pratico dell’ epoca, Bartolomeo Melchiori, che hanno per “oggetto propriamente il corpo animato dell’uomo reo”82: a loro volta si distinguono in capitali e non capitali. La pena capitale è la condanna a morte83, che viene eseguita con svariate modalità come l’impiccagione, il soffocamento da parte del boia, la descopata (cioè con un colpo di mazza sul capo del reo), l’affogamento e così via84. Alla pena in questione Antonio Barbaro equipara poi, con notevole arguzia, tutte le sanzioni che determinano la perdita perpetua della libertà (e che quindi in definitiva cessano con la morte del condannato85): si tratta dell’ergastolo (prigione in vita), del bando86 e della relegazione perpetua87, alle quali va aggiunta la condanna alla galera per 12 anni88. Puniti con pena capitale, nell’accezione ora spiegata, sono parecchi reati:

“Delitti per i quali il reo è soggetto a pena capitale:

- Omicidio con pensamento89

- Rapto di Donna onesta […]

- Stupro con violenza di donna onesta […]

- Adulterio. Sodomia. Monetario. Incediarij.

- Chi ascendesse in altrui casa di notte per commettere alcun gravo delitto, non già per causa di amore, o per altri lievi misfatti

- Custode delle Carceri, che violentasse donna carcerata. Detto, che subornato, lasciasse fuggire un prigione reo di grave delitto […]

- Chi levasse dalle mani della Giustizia un condannato a morte90

- Falso, per la cui falsa deposizione fosse alcuno condannato a morte91 […]

- Giudice, che per isdegno, o altra passione condannasse alcuno a morte

- Autori di libelli famosi ed infami contro persone oneste92 […]

- Chi in casa propria tenesse carcere privato”93.

A questi bisogna poi aggiungere tutti i reati di empietà religiosa94 (esclusa, solo in parte, la bestemmia95), quali il furto in chiesa o in altro luogo pio, il sacrilegio etc., i reati di violenza pubblica96, i reati commerciali (come alcune ipotesi di truffa aggravata, perché compiuta ai danni dello Stato) ed altre fattispecie minori (uso di armi con schioppo contro altri97, pirateria, corsa, furto di legname98, porto d’armi abusivo da parte di persone mascherate99 etc.).

Le pene corporali, non capitali, consistono in vere e proprie sanzioni fisiche da eseguirsi sul corpo del reo,100 quali le amputazioni101 (mani, occhi, braccia, lingua, orecchi), la fustigazione, la bollatura102 od in limitazioni temporanee della libertà, quali la “prigione, relegazione a tempo, e Galera per meno di dieci anni”103.

Il quadro delle pene è completato da quelle non corporali, che rivestono un’importanza secondaria nella disciplina penale veneziana104, “fra cui la principale è quella pecuniaria”, che, come dice il Pasqualigo, “non infliggono immediatamente il corpo, ma la saccoccia”105; così si esprime il Melchiori: “Meno principalmente poi divengono materia delle pene li beni del delinquente, sopra quali suole non di rado estendersi la giustizia o con condanne pecuniarie o con generali confiscazioni”106. Ma fra le pene non corporali devono essere annoverati anche gli specchi107, quali “l’ignominia del laccio […] la demolizione della casa del reo e le lapidi memorabili che pubblichino l’indegnità della colpa”108, nonché altre sanzioni minori quali ad esempio la berlina, la destituzione da un ufficio pubblico109 ed il divieto d’assunzione di nuovi incarichi amministrativi, politici o giudiziari110. Le sanzioni non corporali, essendo considerate per lo più quali pene secondarie, vengono irrogate non autonomamente, ma in aggiunta ad altre, in particolare a quelle corporali, come nel caso della condanna al carcere alla quale si accompagna, il più delle volte, una multa.

Una pena scarsamente utilizzata in Venezia, ma di gran moda nel resto di Europa, è la berlina, detta anche gogna; nel territorio della Repubblica sarà utilizzata solo (e di rado) come sanzione accessoria, per punire i rei di bestemmia e di oscenità, mentre a Padova sarà utilizzata (associata alla mitra infamante) per gli stregoni ed i falsari. Di raro uso è anche una terribile variante della gogna, la cheba111: una gabbia di legno o di ferro in cui il condannato veniva rinserrato per alcuni giorni appesa con una catena ad una estremità del campanile di S. Marco o in un altro luogo elevato. Tale pena era riservata a coloro che avevano commesso reati di sacrilegio o di sodomia e, più in generale, per i reati comuni commessi in luoghi sacri. L’ultima cheba di cui si ha notizia risale al 1542, usata per punire un bestemmiatore di santi, tale Agostino di S. Fosca112.

Da quanto esposto possono trarsi alcune osservazioni: in primo luogo va notato che il diritto penale veneziano, in linea di massima, è privo di principi o regole generali applicabili alle singole norme particolari113. Ciò determina un moltiplicarsi di leggi e provvedimenti spesso relativi al medesimo reato114: a titolo di esempio, il furto, trattato per lo più congiuntamente con la rapina, ha più di venti circostanze aggravanti, tra le quali i precedenti, il valore del bene sottratto e le modalità di perpetuazione (come la preda in caso di naufragio o il furto in caso di incendio), che comportano l’irrogazione di sanzioni assai diverse; l’omicidio, a sua volta, prevede una quindicina di fattispecie: à caso (cioè fortuito), colposo (suddistinto in omicidio con “lata culpa” e preterintenzionale), doloso, pensato ex profitto (ovvero premeditato), proditorio (cioè aggravato dal fatto che si è tradita una persona che riponeva fiducia nei confronti del suo carnefice), assassinio (cioè in occasione di altro reato quale furto o rapina) per mandato, con ajuto, col consiglio, con scienza, attentato (come nel caso di imboscata), per veleno (fattispecie divenuta autonoma rispetto all’herbaria) e patricidio115.

Ugualmente la Serenissima, nell’attuazione della repressione criminale, utilizza ampiamente lo strumento della graduazione delle pene116: così, sempre per esemplificare, il furto è punito in modo assai variegato a seconda delle singole ipotesi: si passa dalla bollatura alla fustigazione, all’amputazione di varie parti del corpo, al bando, al carcere, alla galera sino a giungere alla pena di morte per impiccagione o per annegamento117; così ancora, per ogni singola ipotesi di homicidio è prevista una pena apposita che va dalla condanna capitale fino alla previsione di una sanzione extraordinaria (cioè ex arbitrio del giudice) prevista per i casi di homicidio à caso118.

La disciplina penale veneziana, però, non verrà mai riunita in un corpo organico, e ciò, quando l’illuminismo segnerà l’avvento di tempi nuovi, sarà fatale per un impianto antiquato e definitivamente superato.





    1. “MALUM PASSIONIS PROPTER MALUM ACTIONIS”

In generale la funzione della pena, ovvero lo scopo intrinseco cui tende la pena stessa, ha finalità radicalmente diverse a seconda del periodo storico, della cultura e del luogo119. Tale funzione è comunque riducibile, in via di estrema sintesi, al raggiungimento di tre obiettivi principali “a seconda che la pena si rivolga al passato o al futuro”120: al passato pertiene la funzione repressiva121, che consiste nella punizione del reo con relativa soddisfazione dell’offeso ed affermazione dell’autorità statale; al futuro si indirizzano invece sia la funzione preventiva, cioè quella tesa ad evitare la commissione di nuovi crimini, sia quella rieducativa ovvero quella orientata al recupero sociale del condannato122.

Repressione e prevenzione del reato, peraltro, sono facce della stessa medaglia, cioè due elementi inscindibili, da considerarsi tutt’al più come complementari, poiché la minaccia della pena (funzione preventiva) si svilisce completamente se ad essa non si accompagna la punizione del criminale (funzione repressiva): “Lo Stato, infatti, dal momento che ha minacciato una sanzione a coloro che si comportano in un certo modo, non può non applicarla ai trasgressori […]”, poiché “è una conseguenza necessaria”. “Chi rispetterebbe” dall’altra parte “i precetti della legge, se la pena non fosse poi inflitta a colui che la viola?”123.

Si tratta, tuttavia, di enunciati concettuali affatto moderni, del tutto estranei all’esperienza del legislatore veneziano, per il quale la componente essenziale della pena è prettamente punitiva, nonché in via solo mediata ed eventuale preventiva.

Nel Medioevo si ha una frammentazione del potere politico e, di conseguenza, un moltiplicarsi di ordinamenti giuridici primari e derivati, che si differenziano profondamente in particolare nelle modalità della repressione criminale. La chiave di lettura del diritto penale dell’epoca124 è costituita non solo dallo scontro – incontro di tradizioni giuridiche diverse (quella romana e quelle barbariche), ma - più in generale - dalla nuova mentalità di cui è portatore il Medioevo. La coscienza del singolo di appartenere ad un ordine universale, che si traduce in ultima istanza in quello cristiano, porta ad un nuovo modo di avvertire la collettività e la legge125: se la realtà è permeata dalla presenza di Dio, la norma, in particolare quella penale, è ammantata da un profondo senso etico-cristiano.

La regola fondamentale della convivenza civile diviene a tutti gli effetti il precetto evangelico “quisquis iubetur alii facere quod sibi vult fieri et prohibetur alii inferre quod sibi noluit fieri”: pertanto la commissio criminis integra una violazione (non solo del precetto legale ma) dell’ etica e, in ispecie, dell’ordine etico-sociale126.

La mancanza del principio di separazione dei poteri determina, in capo all’autorità sovrana, la titolarità delle funzioni legislativa, esecutiva e giudiziaria, riassunte nel concetto di iurisdictio127: “Iurisdictio è […] il potere di colui […] che ha una posizione di autonomia rispetto agli altri investiti e di superiorità verso i sudditi; e non è questo o quel potere […] bensì una sintesi di poteri che non si ha timore di vedere condensata in un solo soggetto. Con questa avvertenza fondamentale: che in quella sintesi di poteri la funzione emergente e tipizzante è quella di giudicare: si è principi perché si è giudici, giudici supremi128.

La pena medievale assume connotati quasi danteschi, apparendo un “contrappasso” della condotta vietata129: “quanto alla determinazione della pena (n.d.a.: corporale), si deve notare che generalmente vale il principio di punire il reo in quelle membra, che furono a lui strumento di reato”130.

La funzione della sanzione penale medievale è, pertanto, anzitutto punitivo-repressiva e, sotto questo profilo, l’ordinamento veneziano non fa eccezione. La disciplina criminale veneziana prevede, in alcuni casi, la condanna ad ipsa poena131: ad esempio, gli incendiari vengono arsi vivi, ai falsari viene amputata la lingua con la quale hanno testimoniato il falso, così anche ai bestemmiatori (“essendoci data la lingua per laudar Dio”132), i pirati ed i corsari vengono annegati nelle acque del mare dove poco prima facevano preda e bottino, gli assassini vengono uccisi - per lo più - con le stesse modalità del loro efferato gesto e così via.

Spesso le disposizioni penali contengono l’invocazione a Dio, ad affermare l’indissolubile legame tra l’autorità statale e la volontà divina133; ancora, in età “prestatutaria” non è infrequente l’irrogazione della pena del divieto di sepoltura, di chiara ispirazione canonica134.

Nell’ordinamento della Repubblica, la sanzione penale persegue – oltre alla consustanziale e precipua funzione retributiva – anche (e secondariamente) il fine della prevenzione generale dei delitti. E’ stato esattamente osservato che “dell’abuso della pena di morte, fatto nei tempi passati tutti sanno. Le ragioni sono due principalmente. L’una deve vedersi nel concetto astratto ed assoluto che si ebbe dello Stato e del principe che lo personificava. Gli individui non hanno importanza che come membri dello Stato […]. In secondo luogo, la ragione per il frequente uso della pena capitale è nello scopo che […] si voleva conseguire, incutere cioè timore per fare stare tutti lontano dai reati. A ciò la pena di morte si prestava meglio che qualsiasi altra. E con questo intento, si punirono di morte moltissimi reati […]”135 .

La general-prevenzione si realizza, anzitutto, con la previsione e l’inflizione di punizioni esemplari136. Le pene sono eseguite in pubblico ed il cadavere del reo rimane esposto alla piazza per diverso tempo, affinché tutti possano “trarne lezione”137. Si è scritto, in proposito: “Proviene […] dal medesimo fine (della pena n.d.a.) la ragione dell’esempio, il quale imprimendo negli altri Concittadini quell’utile timore, che fa loro fuggire le pene delle scelleratezze, li contiene perciò insieme nei loro doveri, e nella custodia delle Leggi”; e ancora: “Né le pene deggiono essere ordinate solamente al fatto, ma accomodate altresì alla impressione, ed al sentimento de’ Delinquenti”138.

Le stesse disposizioni normative fanno espressa menzione del principio “pena di uno, paura di molti”139: la promissione del doge Jacopo Tiepolo del 1232 contiene, nel suo prologo, una sorta di previsione generale sullo scopo della pena: le sanzioni devono essere erogate “ut earum metu humana refranetur audacia, tutaque fit inter improbos innocentia e in ipsis improbis refranetur nocendi facultas supplicio formidato, per quas etiam eius suum unicuique tribuitur”140.

La funzione di prevenzione generale è testimoniata da diversi provvedimenti appositi141 e dallo stesso Antonio Barbaro, secondo cui “le sentenze di morte, o di amputazione de membri si fanno eseguire in luogo pubblico, ad oggetto servano di esempio agli altri di dover astenersi da simili delitti. […] Sonovi però alcuni casi, in cui giova eseguire in segreto o per grazia speciale ai parenti per non arrecargli tanto disonore, che uno della loro casa sia fatto morir infame in pubblico, o per fine politico”142. Salvo eccezioni dettate da ragioni di ordine pubblico o di rispetto verso la famiglia del condannato (rigorosamente nobile ed in grazia al governo)143, la pena è eseguita pubblicamente, con chiaro scopo dissuasivo144.

La funzione preventiva generale non si esaurisce tuttavia nella semplice intimidazione della collettività tramite l’esempio del castigo del reo. Da un lato, infatti, si tende a “responsabilizzare” il gruppo sociale (la famiglia per lo più) sul quale si riverberano il disonore della condanna di un proprio membro (esposizione in pubblica piazza, berlina, lapide infamante), nonché conseguenze di natura patrimoniale (sanzione pecuniaria, confisca, demolizione della casa). Dall’altro, venuta meno già nel corso del Medioevo qualsiasi forma di responsabilità collettiva145, si cerca a più riprese (e con successo) di rendere partecipe l’intera civitas alla prevenzione (ed anche alla repressione) dei reati con diversi strumenti, quali la promessa della taglia146 per colui che abbia provveduto alla cattura od alla denuncia del reo o di altri benefici147 per chi abbia arrestato, in determinate ipotesi, un criminale in flagranza148, l’incentivazione della denuncia segreta149, la depenalizzazione dell’uccisione di taluni pericolosi criminali da parte del quivis de populo150. L’arresto dei malfattori “non era più dovere del suddito, ma un merito da premiare”151; “non c’è settore della vita pubblica che sfugga all’attenzione dei raccordanti152: banditi, ladri, bestemmiatori, ruffiani, sodomiti, seduttori di operai, occultamento di cadavere, detenzione o esportazione illegale di armi, fughe di galeotti, evasioni di carcerati, […] bande di borsaioli e rapinatori, evasione di dazi, intacchi, […] testamenti estorti, dissipazione di denaro pubblico, detenzione di manoscritti o libri ereticali, abusi in atto di ufficio, malversazioni grandi e piccole […]”153

Vengono emanati anche provvedimenti speciali, per la verità non molto numerosi, che invitano alla collaborazione gli stessi rei od i condannati, promettendo in cambio benefici o cospicue riduzioni di pena154.

Al controllo della criminalità contribuisce anche un’impressionante rete di collaboratori stipendiati dal governo155: “I tribunali, in particolare quello del Consiglio dei X e degli Inquisitori, hanno una rete vastissima di informatori, spie e confidenti, distribuiti su tutto il territorio del dogato e inseriti in tutti gli strati e classi della popolazione”156; difatti “i confidenti […] coprono tutta la gamma degli interessi spionistici, dalla grande politica estera ai più minuti eventi della <> e del <> nella vita quotidiana della Repubblica”157.

Per altro verso, l’ordinamento penale veneziano conosce anche la prevenzione speciale, in cui l’irrogazione della sanzione vuole evitare che il reo recidivi: di regola, infatti, la pena pone il condannato nella condizione di non poter più nuocere alla collettività158.

In conclusione, è appropriato ravvisare, nell’apparato di sanzioni criminali della Serenissima, un mixtum compositum di retribuzione e prevenzione (generale e speciale). Va comunque sottolineato che il rigore della repressione penale veneziana, se raffrontato con le modalità dell’esecuzione penale di prassi in altri ordinamenti, è decisamente più mite ed “umano”159.

1.4 LA GIUSTIZIA PENALE


“Nihil novi sub sol”: allora, come ora, la giustizia non si distingue per celerità160. La Repubblica, però, nei secoli, si cura di rendere più solleciti i tempi del giudizio. Il 4 Novembre 1287 il Maggior Consiglio ordina che ogni mese si provveda a “inquirere et circare omnes et singulas personas que sunt et erunt detente in carceribus seu cameris palatii, et causas seu occasiones pro quibus erunt detente”161, confermando la disciplina preesistente162.

Sempre il Maggior Consiglio stabilisce, il 7 Marzo 1297, che i Signori di Notte si riuniscano ogni venerdì per trattare unicamente gli affari dei carcerati e, il 28 Dicembre 1300, che i Cinque Anziani alla pace definiscano i loro processi entro quindici giorni dall’arresto163. Sulla stessa linea si pone anche il Consiglio dei X il quale, il 16 Maggio 1358, delibera che i suoi stessi capi si rechino nelle carceri per accertare se vi siano giudizi non ancora “expediti”164. Ancora, il 25 Novembre 1428 il Maggior Consiglio obbliga anche i capi della Quarantia a recarsi almeno una volta al mese a raccogliere le lamentele dei carcerati, dandone relazione ed eventualmente proponendo rimedi165.

Tutti questi provvedimenti, che spesso prevedono forti multe per i magistrati inoperosi, non devono aver sortito effetti soddisfacenti: nel 1443, infatti, viene introdotta la figura dell’advocatus pauperum, cui compete – tra l’altro – raccogliere le lamentele dei carcerati in attesa di giudizio e sollecitare la rapida celebrazione del processo.

Il 6 Dicembre 1534, il Consiglio dei X, riconosciuta la gravità della situazione, istituisce in gran fretta una commissione speciale, formata da dieci nobili appartenenti al Senato, con il compito di recarsi nelle prigioni, stilare una lista di carcerati in attesa di giudizio e “spedirne” i relativi processi166. Il 21 Gennaio 1534, “per far che quelli che sono colpevoli et in peccato siano debitamente puniti, et all’incontro quelli che non havessero errato fussino restituiti alla pristina libertà”, il Maggior Consiglio ribadisce l’obbligo per tutte le magistrature di provvedere alla “spedizione” dei processi, minacciando pene gravissime ai giudici inoperosi ed ai segretari che omettano di registrare “tutte le retentioni e remissioni dei rei”167.

Provvedimenti analoghi si susseguono anche negli anni successivi168: questa continua reiterazione è indice – con tutta probabilità – di una prassi applicativa assai carente. Si tratta di difficoltà endemiche, strutturalmente implicite in un sistema carcerario affidato ad una pluralità di magistrature e la gestione del quale, fino alla caduta della Repubblica, mai troverà una razionale reductio ad unitatem.




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