Piergiorgio sovernigo marco rebecca gli artigli del leone



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2. LE FAUCI DEL LEONE
2.1 LE ORIGINI DELLA CARCERE
La carcerazione consiste nella limitazione della libertà personale di un soggetto da parte dell’autorità statale, attuata mediante la reclusione in apposite strutture169. A seconda delle epoche e della latitudine geografica, assolve diverse funzioni: dallo scopo preventivo-repressivo del crimen, all’assicurazione di interessi privati (la tutela del credito, ad esempio).

Non è agevole individuare l’origine e le ragioni della fortuna di questo istituto, diffusosi nell’Età di Mezzo in tutta l’Europa cristiana.

Nella tradizione giuridica romana la carcerazione è scarsamente applicata ed è, in genere, funzionale ad esigenze cautelari piuttosto che repressive170; la punizione del crimen consiste nella maggior parte dei casi nell’irrogazione di pene corporali, alle quali di volta in volta si accompagna, come sanzione accessoria, la perdita da parte del reo della capacità giuridica o la perdita dello status di uomo libero con conseguente degradazione a schiavo171.

Anche se al diritto romano non è estranea l'idea di ricordare il criminale della comunità172 si preferisce sanzionare il colpevole con la morte o con pene corporali, incidendo, nella maggior parte dei casi, sul suo status soggettivo.

La reclusione è sanzione sostanzialmente estranea anche al costume delle popolazioni barbariche che, dal V secolo, flagellano la penisola italiana: si tratta, infatti, di genti nomadi, sprovviste delle strutture permanenti necessarie all’esecuzione delle pene detentive. L’organizzazione giuridica di questi popoli ruota intorno alla famiglia (intesa in senso ampio) e le regole di convivenza sociale si basano in prevalenza sulla legge tribale (e sui suoi istituti principali: la faida173 e la sfida ordalica174).

All’affermarsi della reclusione contribuisce, in misura determinante, la cultura cristiana e, in particolare, il suo ruolo nella progressiva abolizione della capitis deminutio da libero a schiavo. Per la società romana il reo è servus poenae, secondo un costrutto affatto favorevole allo spirito evangelico175. In particolare, la riduzione in schiavitù di un cristiano da parte di un altro cristiano contraddice e collide con il principio neotestamentario di eguaglianza sostanziale176.

In questa prospettiva, l'origine della carcere risale ai secoli IV – V, quale sanzione canonica per i religiosi che abbiano commesso violazioni disciplinari: è chiaro, infatti, che – costituzionalmente – l’ordinamento giuridico canonico non potrebbe comminare né la poena capitis,reformationes in pejus dello status giuridico. Considerata la natura tipicamente religiosa delle infrazioni commesse, la reazione deve conservare un carattere religioso-sacramentale e, nel contempo, fungere da esempio nei confronti degli altri chierici177. Si afferma così una sanzione in senso lato detentiva, da scontare in un monastero sino a maturazione del pentimento. L'esecuzione della pena, che si concreta nell’internamento in una segreta, conduce (o dovrebbe condurre) al completo ravvedimento interiore178. Carcere e clausura, pertanto, hanno (probabilmente) radici comuni179.

Nel Medioevo “il carcerario non è ancora concepito come sistema, ma è già presupposto come necessità”180; anche a Venezia, nell’VIII secolo, i colpevoli di piccoli reati contro la personalità dello Stato “tonsurati e rasi, venivano, all’uso bizantino, rinchiusi in un monastero”181. E’ da ritenere, infatti, che la pena della reclusione appartenga alla prassi penale dell’Impero Romano d’Oriente182 e che, muovendo da Bisanzio, se ne sia diffuso l’uso a Venezia; il primo documento che ne dà testimonianza, tuttavia, è la promissione del Doge Orio Mastropietro del Marzo 1181183, in cui si parla espressamente di segregazione del reo per alcuni lievi misfatti.

2.2 LA CARCERE A VENEZIA
In ogni caso l’ordinamento veneziano adotta la detenzione in carcere, quale strumento di repressione criminale, verso la metà del XIII secolo184. Dall’edizione curata dal Lombardo185 delle sentenze del Consiglio dei X pronunciate fra il 1342 e il 1368, emerge che, in più di un quarto dei casi, la pena irrogata è quella del carcere (congiuntamente, di solito, alla pena pecuniaria186). La durata della detenzione è di regola piuttosto breve, da un minimo di pochi giorni ad un massimo di quattro anni187 (fors’anche in ragione della durezza del regime carcerario)188.

Il declino della pena della carcere inizia verso la metà del XVII secolo, anzitutto per la complessità ed i costi di gestione del sistema penitenziario. Inoltre, alla metà del XVI secolo, lo Stato marciano avverte la necessità di impiegare i condannati in lavori che oggi si chiamerebbero “socialmente utili”: il 20 Maggio 1542 il Senato stabilisce che i giudici “debbano permutar detta pena (cioè la detenzione, oltre che il bando e le sanzioni corporali) in pena di vogar il remo in galea alla cathena per il tempo”, con ciò tentando di sopperire alla cronica carenza di vogatori liberi189. La pena detentiva viene per legge sostituita dalla galera: il magistrato perde il potere di irrogare la pena della carcere, non solo ex arbitrio, ma anche nelle ipotesi di reato in cui la norma penale espressamente preveda la sanzione detentiva190.

Anche dopo il XVI secolo la prexon, però, rimane, oltre che il luogo in cui l’accusato viene rinchiuso in attesa della celebrazione del processo, la sanzione primaria per diverse fattispecie di reato (e per l’inadempimento delle obbligazioni civili191). Si tratta, in particolare, di reati minori (per cui si viene ancora “expediti per l’ordinario”192) oppure commessi da donne193 (per le quali non è ammessa la condanna al remo194). A queste ipotesi di carcerazione poi si devono aggiungere anche i casi di coloro che, essendo inadatti alla galera (anziani, malati, inabili, etc.), debbono essere condannati ad una pena di diversa specie, che è di solito la prexon.

Altra ipotesi di carcerazione è, infine, quella derivante dalla rottura del bando o dalla violazione della relegazione195. In entrambi i casi generalmente è prevista, a carico del condannato, la commutazione della pena in altra sanzione alternativa196 (di solito la detenzione presso le carceri ducali197). Non sembra, invece, che a Venezia si pratichi (come accade altrove198) l’incarcerazione dei testimoni sino alla conclusione del processo, onde garantirne l’incolumità.

La pena della reclusione è, secondo alcuni pratici del XVII – XVIII, da inquadrarsi correttamente tra le pene extraordinarie: “La pena di prigionia e di detenzione nelle carceri anticamente inventata per sola custodia de’ rei punibili con altro genere di castigo, è resa in oggi, o a tempo, o condizione di perpetuità, secondo la qualità dei misfatti, e ad arbitrio del Giudice”199.

La pena extraordinaria è la sanzione irrogata dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento (arbitrium): “alcuni delitti chiamasi straordinarj, per non essersi istituita alcuna determinata regola ad indagarli, e punirli”200, o, con le parole di un altro pratico dell’epoca, perché “non vedesi prefisso un certo castigo, ma dipende il medesimo dall’arbitrio del Giudice, e dalla persona del Reo”201. In questi casi la determinazione della pena irroganda deve comunque tenere conto della prassi forense e delle consuetudini. Altre volte è la stessa norma penale che pone dei limiti al potere discrezionale del giudice, spesso circoscrivendo la scelta della sanzione tra un limitato numero di opzioni.

L’applicazione della pena detentiva (in taluni casi comminata ex lege, in altri irrogata ex arbitrio) segue geometrie variabili, traducendosi in prassi tra loro differenti, in ragione sia dei diversi fori in cui la norma trova sussunzione giurisprudenziale, sia del momento storico considerato. Questa ineliminabile relatività osta ad una catalogazione precisa e puntuale dei reati puniti con la reclusione. Per tali e per altre ragioni202 la seguente classificazione non è esauriente, né l’unica possibile:


  1. nelle ipotesi di condanna al carcere rientrano alcune fattispecie minori dell’homicidio: quello à caso (punibile ex arbitrio qualora sia comunque ravvisabile una colpa lieve) e quello colposo (cioè “se si commette senza l’animo di ammazzare”)203;

  2. la bestemmia204 è punita differentemente a seconda della gravità, dell’oggetto e delle qualità soggettive del colpevole (oltre che in relazione al periodo storico). La pena della carcere è espressamente prevista solo nei casi in cui la bestemmia sia rivolta non verso “la Maestà Divina e la Beatissima Vergine”205, ma verso altre entità celesti minori, quali i Santi206. Nell’ipotesi in cui il delitto sia commesso (non da cittadini o sudditi ma) da “Forestieri di aliena Ditione”207 la pena irroganda (eventualmente detentiva) è determinata ex arbitrio dal giudice208.

Allo stesso modo gli atti di violenza privata (“Bastonate, Piatonate, Schiaffi, Pugni o simil sorte di scandali”) contro gli ecclesiastici, compiuti all’interno “delle cinque Scole, ò in alcuno monastiero di questa Città” sono sanzionati in via extraordinaria209.

Anche la stampa e la vendita di libri vietati, in quanto offensivi del sentimento religioso, sono puniti con la pena del carcere da sei a dodici mesi, oltre alla multa210;



  1. nell’anno 1600 il Consiglio dei X, “essendo stati commessi da qualche tempo in qua molti Homicidi, e Assasinamenti in varie parti del Nostro Stato per lo più Huomini Sicarii, sanguinolenti, Forestieri, che li consucono per servir particolari per Bravi […]”, decide di “proveder in quanto sia possibile ad un tanto disordine”211. Il 18 Agosto212 adotta un drastico rimedio (reiterato, pressoché inalterato, il 9 Dicembre 1604213), con il quale stabilisce che “non possa alcuno servirsi (come bravi n.d.a.) […] d’Huomini Forestieri, ma solamente de Sudditi Nostri” e contestualmente ordina che tutti coloro che si trovino in tale condizione abbandonino entro tre giorni il territorio della Repubblica, a pena di gravi sanzioni: i bravi stranieri che non obbediscono prontamente rischiano la condanna a dieci anni di galera (e in caso di inettitudine al remo, al bando perpetuo o alla prigione a vita), mentre coloro che continuino ad avvalersi di tali tagliagole subiscono una sanzione scelta dal giudice, in via extraordinaria, fra tre opzioni: il carcere, il bando a tempo o vita e la galera;

  2. altro reato, non certo frequente, punito con la reclusione è il falso parto: chi simuli un parto o dichiari una nascita mai avvenuta incorre nella condanna al carcere per due anni o, a discrezione del magistrato, al bando per un periodo doppio214;

  3. è punito con la prexon anche chi commette il reato di scommessa, divieto più volte reiterato in ragione delle gravi conseguenze sociali dovute al dilagare del gioco d’azzardo215. In particolare, se il colpevole è un nobile la pena è solo pecuniaria ed ammonta a cinquecento ducati (sostituita da un lustro di bando, qualora il condannato non sia solvibile); il fatto commesso, invece, da un semplice cittadino è sanzionato con dieci anni di prigione od, in alternativa, con sei anni di galera; infine, se si tratta di un suddito o di un forestiero, la pena (extraordinaria, in quest’ipotesi) è determinata secondo il prudente apprezzamento del giudice216;

  4. con la reclusione è punito anche l’uso e la detenzione illecita di armi, problema particolarmente avvertito dalla Repubblica. Si distingue la detenzione illegittima (senza licentia) dall’uso illegittimo delle armi (in specie, ma non solo, scioppi, pistole, bombarde, cioè gli archibugi217). Si tratta di reati ai quali consegue la pena detentiva, anche se – ove il reo abbia ad altri cagionato morte o lesioni – di regola la reclusione viene sostituita dalla pena capitale. Per coloro che abbiano nudato le loro armi “in Palatio Nostro, vel curia Palatii, vel in Platea Nostra Sancti Marci, sive in Insula Rivoalti” è prevista la pena di sei mesi di detenzione nelle Prexon Forti (più una multa di cinquecento libbre), che può raddoppiare se nella circostanza qualcuno venga ucciso o riporti serie ferite218.

Mentre l’uso di archibugi è punito, a prescindere dal ferimento o dalla uccisione di qualcuno, con la pena della impicagion par la gola219, la detenzione, il commercio non autorizzato ed il trasporto di tali armi è sanzionato “senza eccezion alcuna”220 con la pena della detenzione o della galera (a tempo od a vita)221. Rischiano la prexon (od il remo sui legni di San Marco) anche i maestri e gli artefici di armi che non denunzino le loro opere (un anno di carcere e 600 ducati di multa), i locandieri che omettano di segnalare celermente i loro ospiti armati di archibugi (tre anni di galera o, se inabili, cinque anni di reclusione e, a discrezione del giudice, la confisca dei beni) e gli Officiali che non sequestrino le armi da fuoco scoperte nelle loro ispezioni (cinque anni di remo ovvero ben dieci anni di soggiorno coatto nelle segrete di Palazzo ed una forte multa)222.

Con la pena extraordinaria (eventualmente – quindi – con il carcere) è invece punito il possesso di determinate armi a doppia lama ed a punta, cioè, per usare le parole delle fonti, “i coltelli genovesi di ogni sorta”223;



  1. il duello ed i cartelli infamanti sono puniti entrambi con il bando a tempo od un anno di prigione, più una cospicua multa224;

  2. la fuga dalli carceri (cui si aggiungono il tentativo ed il favoreggiamento) è punita con la reclusione, cui si aggiungono altre sanzioni accessorie225. Soggetto attivo del reato non è solo chi è già condannato alla carcere, ma anche chi è in carcere ante iudicium od in attesa dell’esecuzione di una pena diversa;

  3. sono punite con la carcere a tempo anche alcune ipotesi di contrabbando226, specie se commesso nei territori della terraferma227.

Infine, di regola il debitore insolvente rimane in prexon fino all’integrale soddisfacimento della pretesa creditoria228.

Trascorrono i secoli; muta la sensibilità sociale; nascono idee nuove.

Sebbene a Venezia non sia mai fiorito un autentico dibattito sulla funzione della carcere (come nelle Province unite delle Fiandre, in Inghilterra, in Francia nella Confederazione Americana) nondimeno la Repubblica avverte la necessità di riformare l’impianto repressivo ed, anzitutto, l’istituto della reclusione.

Le proposte innovatrici provengono dagli ambasciatori veneziani accreditati presso le corti di tutta Europa: il modello che più di altri interessa è quello introdotto nelle Province unite delle Fiandre in occasione del grand refermement (cioè il progetto di risanamento globale della società fiamminga), le c.d. rasp – huis229. In particolare, il modello fiammingo unisce alla reclusione tradizionale l’obbligo del lavoro: la lavorazione, esclusivamente a mano, del legno. Le rasp – huis si basano in toto sull’autofinanziamento, senza gravare sulle casse dell’erario pubblico: principio senz’altro rivoluzionario per la Serenissima, in cui le magistrature deputate alla gestione delle carceri lamentano la cronica carenza di fondi230.

Peraltro le notizie d’oltralpe, recate dagli ambasciatori veneziani Antonio Donà (1618) ed Alvise Contarini (1626)231, non incidono l’esperienza quotidiana, nè avviano alcun dibattito sulla funzione della pena. Mentre in Inghilterra si diffondono le Workhouses o Houses of correction232 ed, oltreoceano, nei primi anni del ‘700, si afferma il modello di Auburn233, Venezia rimane ancorata ai suoi topoi, incapace di rinnovare un sistema che palesa tutti i suoi limiti: “A Venezia, nel concreto, gli episodi di ristrutturazione […] non erano andati nella direzione del cambiamento, bensì della riconferma e del potenziamento delle forme già per lunga tradizione esistenti”234.

Le nuove idee, comunque, cominciano a circolare in parte della classe dirigente veneziana235: ad esempio, il 28 Gennaio 1675 ed il 25 Maggio 1676, i Capi della Quarantia propongono vanamente al Senato di inviare ai lavori forzati i carcerati (salvo i nobili, poiché sarebbe risultato troppo grave il “palesamento dell’ignominia”236); nel 1669 si stabilisce che gli inabili al remo, anziché in carcere, vengano mandati a servire nell’armata237 ed, infine, il 31 Maggio 1771 il Consiglio dei X concede ai detenuti di sua competenza la possibilità di svolgere piccoli lavori artigianali238.

Si tratta, tuttavia, di interventi episodici, non inseriti in un organico programma riformatore. Solo il 15 dicembre 1787 il Senato commissiona ai tre Aggiunti Soprintendenti al Sommario delle Leggi (Francesco Angaran, Giacomo Boldù e Gasparo Gerardini) un progetto di riforma di tutte le sanzioni penali ed, in particolare, della pena della carcere, auspicando espressamente l’introduzione dei lavori forzati239.

Il documento finale, presentato al Senato il 24 Settembre 1789, redatto dall’esperto compilatore “dottor” Vincenzo Ricci e sottoscritto dai tre Aggiunti, è sorprendentemente moderno ed innovativo. Citando, appunto, il Ricci240, si è in dottrina osservato che “col condannare al carcere […] non si può conseguire alcuno dei fini ai quali è diretta la sanzione penale: non il fine di frenare i delitti (<>) ; non il fine di risarcire la società […]; non il fine di emendare i rei, i quali semmai, nella prigione […] si perfezionano nella malizia criminale”241.

La pena ideale, secondo il Ricci, sarebbe la condanna ai lavori pubblici242, “temperamento di ragione ed umanità”, perché avrebbe garantito allo sforzato la possibilità di stare all’aria aperta, di guadagnarsi qualche soldo e di tenersi in forma con l’attività fisica; perché sarebbe stata sotto gli occhi di tutti e, quindi, buon esempio per la popolazione; perché sarebbe risultata economicamente vantaggiosa243.

Il progetto dei tre Aggiunti non dispiace al Senato, ma “siccome l’opera […] di natura sua complicata e difficile, non potrà essere condotta al suo termine con quella prontezza che esigerebbero il bisogno e le circostanze”244, si preferisce, considerata anche la cautela espressa dagli “Avogadori del Comun”245, rimandare la decisione.

Non sempre la carcere funge da pena. In un duplice ordine di casi, l’accusato finisce in prexon prima della celebrazione del giudizio: perché è stato arrestato in flagranza ovvero perché sussistono esigenze cautelari (vi è – ad esempio - pericolo di fuga).

Nei casi di carcerazione “preventiva”, si può distinguere (mutuando moderni criteri di partizione) tra l’ipotesi dell’arresto in flagranza di reato (captura) ed i provvedimenti di ritentione ad inquirendum, di carattere cautelare.

L’arresto della persona colta in flagranza di reato viene designato dalle fonti con il termine captura246. In particolare, il reo viene ristretto nella carcere per il tempo necessario alla celebrazione del processo, onde evitarne la fuga e scongiurare ulteriori turbative sociali247.

Legittimati a procedere all’arresto sono i Ministri ovvero l’autorità di “polizia” (sbirri o zaffi248): in alcuni casi previsti dalla legge anche il cittadino od il suddito249.

Il criminale che tenti di sottrarsi all’arresto – ad esempio dandosi alla fuga o reagendo violentemente (come peraltro chi non rispetti il bando, violando i confini interdetti od i carcerati evasi) – espone se stesso all’uso legittimo della forza da parte del capturatore: “Et quelli, che con insidie, e appostatamente, andassero alla casa, ò alla strada, e commettessero homicidio, sforzo, rapto, incendio, ò violenza nella robba, ò nella persona, in quell’istante e in flagante non solo possono esser presi dalli Ministri […], ma anco facendo resistenza possono essere impunemente offesi, e morti”250. La resistenza della persona da arrestare, pertanto, può essere vinta ferendola od addirittura uccidendola.

Per incentivare il lavoro dei Ministri e la collaborazione dei privati, il governo veneziano spesso promette premi in denaro: in caso di gravi crimini, “li captori […] conseguiscono la terza parte dei beni de’ retenti”251. L’arresto può essere eseguito con la forza a precise condizioni: secondo il Priori, l’uccisione del reo che, colto in flagranza, non abbia opposto resistenza, integra il reato di lesa Maestà e l’assassinio della persona innocente costituisce omicidio ex profitto (la più grave ipotesi di omicidio)252.

I Ministri possono, peraltro, inseguire i fuggitivi “etiam in altri Paesi alieni”, con tutti gli ovvi rischi connessi all’operare fuori dai territori della Repubblica.

Il potere di arresto, sia del privato che della forza pubblica, subisce alcuni limiti in ragione della natura del reato: “Posson ben ritener, e carcerar senza licenza, ò mandato253, quelli che ritrovassero infragranti in ogni caso” e “Specialmente Monentarij, Incendiarij, Raptori di donne, Stipendiarij che fuggissero con la paga del Principe […] tagliatori di legna e vigne, ladri, Homini in arme, Homicidij e feritori”254.

L’arrestato, legato (con i ferri ai polsi e talora ai piedi) ed incappucciato (coperto con un mantello, detto ferraiolo)255 viene condotto alla più vicina carcere256, in attesa di essere trasferito presso le carceri di Palazzo ducale. Subito il segretario della prexon provvede all’iscrizione negli appositi registri, formalità con la quale il reo assume la qualifica di presentato257.

Istituto assai diverso dalla captura è la ritentione ad inquirendum, che consiste nell’ordine del giudice di provvedere alla carcerazione preventiva della persona sospettata di un grave reato. Le esigenze cautelari che giustificano la ritentione non sono espressamente previste dal legislatore258. Si tratta – verosimilmente - di necessità pratiche, ravvisate discrezionalmente dal giudice: “Avuta che habbia il Giudice qualunque informazione di modo, ch’egli possa con buona coscienza commetter la retenzione”, può ordinarla “a suo arbitrio”259.

La decisione del giudice, tuttavia, deve tener conto dei criteri seguiti nella prassi giurisprudenziale260: “ma prima che venga a quest’atto bisogna, che sia certo, che il delitto sia stato commesso, e che sia tale, che il reo per esso meriti pena corporale, e che le informazioni siano parimenti tali […], e aver in considerazione la persona, che si deve ritenere perché se fosse Prete, Dottor, Nobile, Donna, li quali nei casi lievi non devono esser ritenuti, ma a loro data la casa, o altro luogo per pregione” 261 .

Schematicamente, la ritentione ad inquirendum presuppone:


  1. la sussistenza di un quadro probatorio tendenzialmente sfavorevole alla persona sospettata262. Realisticamente, tuttavia, espressioni come “bisogna, che sia certo, che il delitto sia stato commesso, e che sia tale”263 devono essere interpretate con notevole elasticità (essendo difficilmente compatibili con alcuni istituti della procedura criminale veneziana, come la denuncia segreta264);

  2. che si tratti di reati gravi per i quali sia prevista la pena corporale: “Ne’ i delitti, cha hanno annessa la pena affittiva del Corpo, si deve procedere sempre colla Carcerazione dell’Incolpato […]. Quando poi sia dubbio il genere della pena, e quando si abbia motivo di presumere, che l’Incolpato si possa sottrarre alle determinazioni della Giustizia: allora è prudente, ed opportuno l’assicurarsi della persona”265. “Il decreto di Retentione non sì da in ogni sorte di processi, ma solamente nelli quali il Reo […] meriterebbe pena corporale, e affittiva”266.

La ratio è evidente: da un lato, in ipotesi di reato punito con la pena pecuniaria, l’eventuale fuga non pregiudicherebbe l’esecuzione della pena; dall’altro il presunto autore di reati puniti con la sola multa non presenta – di regola - pericolosità sociale tale da giustificare l’adozione di una misura custodiale;

  1. che l’accusato non sia un chierico, un aristocratico, un “Dottor” od una donna, al cui decoro meglio si addice la misura degli arresti domiciliari267.

L’arresto può essere eseguito anche in casa, con l’eccezione dei debitori insolventi: “I debitori per debito civile non possono essere catturati in casa, dovendo essere la casa a ciascunduno sicurissimo rifugio”268.

La decisione del giudice, quanto meno in teoria, deve fondarsi sull’attendibilità di chi riferisce la notizia di reato; in specie, commette il reato di prevaricatione269 il calunniatore che abbia fatto ritenere qualcuno ingiustamente. L’accusa temeraria, inoltre, obbliga al pagamento delle spese processuali ed al risarcimento dei danni270.

Sul piano pratico, la posizione del soggetto in stato di captura è analoga a quella del detenuto ad inquirendum tanto che le fonti si riferiscono ad entrambi con il nome di ri(e)tenti. I ritenti, tuttavia, godono di un trattamento carcerario differenziato rispetto agli altri reclusi: come i condannati per debiti, infatti, sono di regola sistemati in celle più miti ed arieggiate.

Un accenno merita, infine, la durata della carcerazione ante iudicium, talora protratta per anni (e conclusasi con la morte – ante sententiam - dell’imputato)271.




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