Piergiorgio sovernigo marco rebecca gli artigli del leone



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2.3 LA CARCERE PER DEBITI

A Venezia, come si è accennato, vige il divieto assoluto di “fare – per dirlo con le parole delle fonti – prigione in qualche luogo privato”. Proibizione – questa – traducentesi nella comminatoria di sanzione penale a carico di chi avesse detenuto una persona presso la propria abitazione od altra struttura privata. In particolare:



  1. l’esercizio del potere punitivo è - nello Stato marciano - fin dal XII secolo, prerogativa esclusiva delle pubbliche istituzioni. In particolare, spetta alla sola magistratura competente, incarnazione della “maestà temporale” del Doge, giudicare chi abbia commesso un reato sul territorio veneziano e decidere, di conseguenza, quale sia la pena da irrogarsi in concreto. Inoltre, solo alla magistratura compete provvedere all’esecuzione della pena.

Ciò vale anzitutto per la pena della prexon, l’irrogazione della quale sempre costituisce esercizio di una publica potestas 272.

In quest’ordine di idee si muovono anche le pratiche dei giuristi del XVII e XVIII secolo. Osserva, in particolare, il Priori che “quello, che per propria autorità, e non con quella del Principe, al qual solo spetta, e appartiene il tener carceri, si facesse lecito di far carcerare in qualche luogo suo privato quelli, ch’havessero commesso alcun delitto […], tenendoli in esse prigioni per forza […] incorrerebbe nel delitto di Lesa Maestà”273; dello stesso avviso è il Barbaro: “usarebbe forza pubblica […] chi detenesse alcuno in carcere privato”274; e, poco oltre: “delitti per i quali il reo è oggetto a pena capitale: […] chi in casa propria tenesse carcere privato”275. Unica voce fuori dal coro è quella del Valli che, dopo aver ricordato la posizione ufficiale della dottrina e della giurisprudenza (“[…] riducendosi questo reato alla arrogazione di un diritto, e di una facoltà spettante solo al Principe, o ai suoi Magistrati, si reputano i delinquenti rei di Lesa Maestà”), si dichiara favorevole a sanzionare la carcerazione privata con ipsa poena: la carcere, appunto276;

  1. se la scelta e l’irrogazione della pena costituiscono momenti squisitamente pubblici, natura – per converso - propriamente privata riveste lo ius corrigendi esercitato nel contesto familiare, che può tradursi in extremis nella segregazione - in casa o in monastero - della moglie, dei figli, dei domestici: “E’ permesso solamente al Marito di tener la moglie serrata in qualche luogo, al Padrone il servo, e al Padre il figliolo non per tenerli come prigioni, ma per castigo […]”277.

Tale prassi, avverte il Priori, trova un limite insostituibile: cioè che il tutto avvenga solo “[…] per poco tempo”278: superato il quale, si integra il reato di Lesa Maestà, contravvenendosi – in ultima analisi – al divieto di carcerazione privata;

  1. coerentemente, è vietata la reclusione del debitore insolvente, da parte del creditore, presso un qualche luogo privato (è ammessa, invece, presso le strutture pubbliche). La scienza criminale del XVII e XVIII secolo afferma, infatti, che il divieto di carcerazione privata vale sia “per alcun delitto”, sia “per altra causa”279 (con ciò estendendolo anche all’ipotesi di insolvenza)280;

  2. il divieto riguarda anche il caso di captura e ritentione ad inquirendum281. Infatti, sebbene – talora ed a determinati presupposti - il cittadino sia legittimato a provvedere all’arresto del reo o di chi abbia rotto il bando, l’arresto a cive non può protrarsi per più di venti ore282, termine entro cui il “catturato” deve essere assicurato alla giustizia ( “Se il carcerato è detenuto per giusta cagione, non può tenersi che per poche ore per consegnarlo poi in mano alla giustizia, altrimenti si incorrerebbe in delitto di lesa Maestà”283): ciò anche al fine di evitare vendetta privata.

Si è visto che “fare prigione in qualche luogo privato” non rappresenta una figura autonoma di reato284, ma costituisce un’ipotesi specifica del crimine di lesa maestà285. Trattasi di un crimine pubblico286 di ampia portata, comprensivo di qualsiasi attività lesiva delle prerogative dello Stato, che si identificano con quelle spettanti al Principe (rectius: al Doge). Non sorprende, pertanto, che la punizione per il trasgressore sia horribilis: si tratta della pena capitale da eseguirsi a mezzo di squartamento, oltre alla confisca dei beni, cui eventualmente si accompagna la memoria infamante287.

A Venezia, la prassi dell’arresto e della reclusione dell’inadempiente è testimoniata fin dal XII secolo, ancorché si possa verosimilmente ritenere che fosse già in uso da lungo tempo.

Devesi – in primo luogo - sgombrare il campo da un errore, nel quale frequentemente incorrono taluni giuristi veneziani del Seicento e del Settecento: l’idea che la prassi di incarcerare i debitori risalga alla tradizione giuridica romana288. Vero è, invece, che - già in età repubblicana - l’inadempimento era sanzionato principalmente con la condanna al risarcimento (consistente in una somma di denaro)289 e non con la detenzione290.

Altrettanto inesatta sembra l’indicazione offerta dal Ferro, il quale individua nell’istituto romanistico del nexum l’antenato della carcerazione per debiti praticata a Venezia. Anzitutto, infatti, tale l’istituto scompare del tutto già in età classica; inoltre, il nexum per aes et libram (consistente in una sorta di mutuo di una certa quantità di cose fungibili, generalmente frumento), importa sì l’imprigionamento dell’obligatus (o di un soggetto sotto la sua potestà), ma non a titolo di coercizione o di sanzione (come avverrà a Venezia), bensì quale mera garanzia del pagamento291.

In sostanza, anche se la prassi giuridica veneziana rimane ancorata alla tradizione romanistica fino all’XI secolo, in particolar modo per quanto concerne il diritto civile, è da escludersi – tuttavia - che vi sia un legame fra la carcerazione dei debitori ed il diritto romano.

Le origini della carcerazione devono piuttosto individuarsi nelle conseguenze socio – politiche della caduta dell’Impero romano d’Occidente e nell’apporto della cultura germanica in Italia.

Il panorama giuridico italico, si articola - dopo il 476 d.C. - in una gamma di nuovi ordinamenti originari o derivati, il cui diritto nasce dall’incontro tra l’esperienza romana e quella germanica. Queste neonate entità politiche avvertono, più o meno coscientemente, la necessità di dare un rinnovato assetto ai rapporti privati, anzitutto alla disciplina dei contratti e delle obbligazioni: “finché un popolo è giovane – scrive lo Schupfer, indicando ad esempio proprio le popolazioni germaniche stanziatesi in Italia – con commerci ancora scarsi, anche il diritto delle obbligazioni è così imperfetto da non oltrepassare i rapporti obbligatori più semplici”292.

Il modesto spessore dell’esperienza giuridica germanica293, la necessità pratica di approntare efficaci strumenti per la coercizione del debitore moroso e l’inadeguatezza degli strumenti predisposti in età romana, resero necessari drastici rimedi giuridici contro l’insolvenza, tra i quali anche quello della carcerazione.

Nel diritto longobardo, ad esempio, la conclusione del contratto richiedeva il rituale del bacio o della bibaria294, segno della pace fra contraenti e formale promessa di non innestare una spirale di ritorsioni in caso di inadempimento295. Lo stesso antico istituto della wadiatio296, molto diffuso nel Medioevo, si sostanziava, per lo meno in origine, in una sorta di garanzia per l’adempimento dell’obbligazione, che dava al creditore un vero e proprio potere sul debitore (o sul fideiussore) in caso di inadempimento; secondo alcuni, la formalità che accompagnava tale negozio, cioè la consegna della festuca (un bastoncino) da parte del creditore al debitore, doveva forse essere immagine di una lancia, cioè il simbolo del potere coercitivo spettante al primo in caso di insoddisfazione297.

Già nell’Alto Medioevo, dunque, si rinvengono forme di coazione particolarmente dure nei confronti del debitore inadempiente, che spaziano dalla condanna al bando alla capitis deminutio. In primo luogo “nel diritto germanico – scrive il Besta – […] la contravvenzione alla obbligazione fu considerata come un reato e colpita con una pena […]”298; all’inadempimento, in particolare, si riconduce il bannum. Il debitore insolvente, su istanza del suo creditore, poteva essere bandito. Per altro verso, ancorché non ascrivessero natura schiettamente criminale all’insolvenza, i Longobardi “ammettevano che il debitore potesse essere consegnato come servo nelle mani del creditore”299.

Nel Sacro Romano Impero la riduzione in schiavitù del debitore (in favore del creditore o dello Stato) incontra minore fortuna. Diminuiscono le fattispecie in cui è ammessa o si consentono solo asservimenti temporanei (con i quali l’obbligato, lavorando per il suo creditore, estingueva il debito): “Liutprando [...] ammise l’asservimento perpetuo solo nei casi in cui non si potesse pagare un debito ex delicto […]. Nei debiti ex contractu non si poté avere più se non un asservimento temporaneo in cui l’opera dell’uomo servisse all’estinzione del debito”300; anche “i Carolingi sotto la influenza della Chiesa furono […] ostili agli asservimenti irriscattabili dei liberi”301.

Peraltro la prassi del bando incontra difficoltà, per così dire, operative: se da un lato, infatti, consente di purgare la società da un elemento inaffidabile e nocivo, dall’altro vanifica le legittime aspettative del creditore, che vede allontanarsi la speranza di conseguire la prestazione dovutagli.

Inizia, così, a diffondersi il confinamento dei debitori in determinati luoghi, prassi che darà luogo alla nascita delle prime strutture carcerarie. Le popolazioni germaniche dell’Italia settentrionale dell’VIII – IX secolo, ad esempio, usano confinare il debitore in una locanda fino ad avvenuto pagamento: “Il debitore era obbligato a stare, magari con altre persone di sua famiglia, nell’osteria a proprie spese o a spese del creditore sino a che non avesse pagato. Questo istituto fu considerato come una datio in obastagium: ma da esso non nasceva un vero asservimento della persona. La costrizione era indiretta attraverso la impossibilità di non attendere alle proprie faccende, attraverso il peggioramento economico delle condizioni di chi era obbligato a quel volontario esilio”302.

Anche a Venezia, in epoca di poco successiva, si afferma un uso303 non molto diverso da quello germanico304: la condanna del debitore a rimanere nel cortile del Palazzo Ducale sino a quando il creditore non sia stato soddisfatto: “Una forma attenuata di quell’istituto (il confino in osteria n.d.a.) sembra lo stare in curia, a cui il debitore inadempiente poteva essere condannato in Venezia”305.

E’ verosimile che la condanna allo stare in curia di Palatio sia l’antecedente storico della carcerazione del debitore. Come nel resto d’Europa, anche a Venezia, l’antico obbligo di restare in qualche luogo determinato fino all’integrale pagamento del dovuto verrà soppiantato dalla prassi dell’arresto e reclusione: “ L’arresto (del debitore n.d.a.) acquistò “regolare fisionomia quando […] luogo normale di custodia diventò il carcere.”306.

La ragione del superamento dello stare in osteria e dello stare in curia di Palatio è da individuarsi, verosimilmente, nella scarsa efficacia di questa misura: infatti il debitore, frequentemente sottratto ad ogni controllo (se non eventualmente a quello del creditore), si dava spesso alla fuga.

La detenzione dell’insolvente rimane in vigore fino alla caduta della Serenissima. Per essere legittima – peraltro – esige la sussistenza di taluni presupposti:


  1. debito valido e non prescritto. Può trattarsi del mancato adempimento di una obbligazione verso un privato (da cui la denominazione di “debitore civile” o “per cause civili”) od anche di insolvenza verso lo Stato (sorta ex contracto o ex delicto). Più precisamente, il rapporto obbligatorio può sorgere da “Vaglietto, obbligazioni, sentenza […] o anche tacitamente, come quando si contrae una obbligazione in forza di una legge, d’un contratto, d’un delitto, d’un quasi delitto”307; in conclusione, “alcun serà obbligato ad alcun per Carta, ò per altro modo”308;

  2. inadempimento totale o parziale del debitore entro il termine finale;

  3. ammontare dell’obbligazione inadempiuta (variabile in funzione dell’epoca309 e della natura dell’obbligazione310). L’inadempimento di obbligazioni di importo inferiore non è sanzionato con il carcere;

  4. status del debitore. “Vi sono alcuni debitori, i quali per privilegio non sono tenuti se non in quanto possono […]: tali sono gli avvocati, i clienti, i compromissarii, gli ascendenti, i discendenti, chi avesse fatto la cessione dei beni, o di quelli che per disgrazia fosse stato spogliato, i chierici, i coloni parziarii, i comari, o compari, i dottori, i medici, […] i padroni, i donatori, gli emancipati […], i fratelli, le sorelle, il marito, la moglie, i generi, i suoceri, i soldati”311. Questi soggetti tuttavia “perdono […] il loro privilegio […] per povertà dolosa o colposa, per negazione del debito, ed in tutti i casi nei quali non si ammette la cessione dei beni”312;

  5. formale e duplice intimazione di pagamento da parte del creditore: il “debitore […] può essere condannato alle carceri” solo “se prima però gli saranno stati fatti due comandamenti”313;

  6. richiesta di arresto rivolta dal creditore al Giudice, con contestuale dimostrazione della fondatezza della pretesa: “i debitori a richiesta dei creditori possono essere condannati (n.d.a.: alla reclusione)”314;

  7. insussistenza degli estremi del delitto di bancarotta. Non deve trattarsi, in particolare, di dissesto economico organizzato in frode ai creditori tale da configurare il delitto privato315 di bancarotta (difficoltà economica cagionata “non per mala disgratia dell’incerto negozio”316), per il quale sono previste pene assai più severe che la reclusione317.

Discorso a parte merita la posizione del fideiussore del debitore insolvente. Il creditore può rivolgersi per il pagamento del dovuto indifferentemente al debitore principale ed al suo fideiussore. Non solo, ma può chiedere la carcerazione di entrambi fino a quando non otterrà piena soddisfazione318.

Sorte non dissimile tocca ai “Tutori de Pupilli e Mentecapti” che rispondono in proprio, anche con il rischio del carcere, per tutti i debiti assunti a nome del pupillo successivamente all’assunzione dell’incarico319.

Gli eredi non rischiano il carcere, invece, nel caso in cui l’inadempiente muoia in corso di detenzione320.


Ove ne sussistano tutti i presupposti, il giudice, a richiesta del creditore, ordina la carcerazione del debitore321. Le modalità di arresto sono probabilmente le medesime di quelle previste per i criminali322, con l’eccezione che “i debitori per debito civile non possono essere catturati in casa, dovendo essere la casa a ciascunduno sicurissimo rifugio”323.

Era possibile sfuggire all’arresto mediante la cessio bonorum, istituto che già nel diritto romano consentiva al debitore, senza colpa ad inopiam deductus, di evitare l’esecuzione personale”324. In particolare, il debitore che prontamente avesse offerto tutti i propri beni a parziale soddisfazione dei creditori (e questi avessero aderito), avrebbe evitato non solo la carcerazione, ma anche (ove si fosse trattato di un mercante o di un negoziante325) la gravosa procedura di fallimento326. Al debitore è riconosciuto poi, dal XV secolo, anche la possibilità di concordare con la massa dei creditori un indugio al massimo di due anni: l’adempimento entro il termine “prorogato” avrebbe scongiurato sia il carcere sia l’eventuale fallimento327.

Una volta subito l’arresto, le leggi della Repubblica stabiliscono che il “debitore sentenziato a star in corte deve esser carcerato, e non possa uscir dalla carcere se non passati mesi due”328. Il debitore catturato, quindi, a prescindere dal successivo adempimento, è comunque destinato a restare in prexon329 per due mesi, ai quali si aggiunge un periodo di “semilibertà”: “e passati lì mesi due, deve restare nell’Isola di S. Marco per altri due mesi, e se romperà i confini deve stare per altri mesi due nelle carceri” 330.

La reclusione perdura fino a quando non si provvede all’adempimento integrale dell’obbligazioni insolute e dei relativi interessi331: “non si possono liberare i debitori dalla prigione, se prima non avranno soddisfatto per l’intero il loro debito”332; si stabilisce cioè “quod persona (quella del debitore n.d.a.) […] debeat in Carcere detineri, quosque petenti fuerit integre satisfactum”333.

I detenuti per debiti scontano la pena separatamente dai serrati per ragioni criminali, al fine di evitare pericolose commistioni334. Anche le condizioni di detenzione sono differenti: i primi godono di celle più salubri e miti e, in generale, di una maggiore libertà di movimento. Solo per i detenuti per insolvenza, inoltre, l’esecuzione della pena viene sospesa in occasione delle festività religiose, onde consentirne la partecipazione alle cerimonie liturgiche: “Debitori per debiti civili non possono esser retenti nelle feste di Natale e Pasqua”335.

Sebbene le spese siano, di regola, a carico della persona condannata, comunque il creditore che ha provocato l’arresto è tenuto a provvedere al mantenimento in carcere del debitore indigente336: “I debitori carcerati, quando non abbiano con che alimentarsi, né potevano vivere di elemosine, devono essere alimentati, dai creditori ad istanza dei quali sono ritenuti, altrimenti devono essere rilasciati”337. Eccezione – questa – assai significativa: da un lato, infatti, costituisce un deterrente alle richieste di carcerazione dei più poveri e, dall’altro, solleva l’erario dalle relative spese, senza contribuire al sovraffollamento carcerario.

Ingiustificate richieste di carcerazione sono – per altro verso – fonte di responsabilità civile del creditore: “i debitori fatti carcerare ingiustamente devono essere rilasciati in libertà senza spesa alcuna, anzi possono domandare […] il risarcimento delle spese, danni ed interesse”338. In tal modo si scoraggiavano non solo le domande “imprudenti”, ma si stabiliva una vera e propria sanzione patrimoniale nei confronti del creditore che avesse provocato la infondata reclusione del debitore339.

I limiti imposti alla carcerazione per debiti sono indice della cautela (se non – addirittura – dello sfavore) con la quale l’ordinamento veneziano guardava a tale istituto. Pur non abolendo questo potente mezzo di coercizione per l’adempimento delle obbligazioni, lo Stato marciano di fatto ne disincentiva l’uso, forse perché ritenuto talora eccessivo. Non è un caso che i beneficiari delle generali “liberationi”, disposte dalla Serenissima in occasione di particolari fausti eventi, siano per lo più i debitori (in particolare gli obbligati verso privati). Come meglio si vedrà in seguito, le ragioni assunte a favore di questa sorta di “indulti” sono per lo più legate all’impossibilità da parte dei poveri debitori di far fronte alle pretese dei creditori: incapacità di pagare, non solo il capitale, ma talora neppure gli interessi.

La facoltà del creditore di chiedere l’incarcerazione del debitore insolvente, qualora ne ricorrano i presupposti, deriva non dalla inserzione nel contratto di una apposita clausola “penale”, bensì dalla legge340.

Trattasi d’una previsione che tutela – in uno – interessi pubblici e privati.

Risponde, anzitutto, all’esigenza di escludere transitoriamente l’insolvente dal contesto economico e sociale in cui è radicato, affinché non rechi nocumento all’intera collettività.

La necessità di far fronte alle obbligazioni in scadenza potrebbe spingere il debitore, ad esempio, a ricorrere a nuovi prestiti (magari a condizioni estremamente sfavorevoli o persino usurarie) che, nel lungo periodo, aggraverebbero ulteriormente la sua situazione economica, con indiretto pregiudizio per l’economia cittadina. L’istituto tutela anche il debitore: consente di evitare che il moroso svenda il proprio patrimonio ad affaristi senza scrupoli, riducendo in miseria sé e la propria famiglia. L’ultima cosa che lo Stato marciano desiderava certamente era veder ingrossate le fila di accattoni, vagabondi e questuanti, ridotti alla fame dall’alterna fortuna degli “incerti negozi”.

Ancora, la reclusione dei debitori insolventi permette di rendere nota alla cittadinanza l’identità degli insolventi, di fatto creando una lista degli inaffidabili (con i quali – evidentemente – concludere negotia sarebbe stato temerario).

A trarre vantaggio dalla prassi di carcerare il debitore insolvente è – soprattutto - il creditore. La facoltà di chiedere, in presenza dei descritti presupposti, la segregazione di colui che non avesse puntualmente adempiuto, costituisce un potente mezzo di coercizione per ottenere il pagamento del dovuto. La cattura scongiura il pericolo di fuga o l’eventualità di alienazioni patrimoniali in frode al creditore.

Sotto un diverso profilo, l’incarcerazione del debitore assume anche un rilievo propriamente penalistico: il debitore, infatti, una volta catturato, sconta un certo periodo di segregazione, a prescindere dal successivo adempimento. Ciò malgrado l’inadempimento in quanto tale non costituisca un’ autonoma fattispecie di reato: le pratiche criminali del XVII – XVIII secolo non fanno cenno alla prassi della carcerazione dei debitori, tranne nei casi in cui l’inadempimento si sia accompagnato alla commissione di specifici reati (violazione del divieto di carcere privata, fuga di carcerati per debiti etc.)341. Non è infondato ritenere che l’istituto assolva pure una funzione deflattiva nei confronti dei procedimenti civili. Si è osservato, infatti, che il creditore deve intimare formalmente la richiesta di pagamento al debitore per due volte. In questo modo gli si offre la possibilità di contestare immediatamente la pretesa. In mancanza di contestazioni, l’ordinamento dà facoltà al creditore di chiedere alla magistratura l’arresto dell’inadempiente; il giudice, ritenuta la sussistenza dei requisiti stabiliti dalla legge, emette l’ordine di cattura. Il debitore può formulare opposizione anche dopo che il provvedimento coercitivo sia stato eseguito. Tale “opposizione”342 del debitore è volta probabilmente a radicare il giudizio di merito (precluso allorché con l’opposizione il debitore intenda eccepire solo l’eventuale irregolarità formale dell’ordine di carcerazione343). Il giudizio di merito – tuttavia - non è conveniente ove i motivi posti a fondamento dell’opposizione siano di modesto rilievo. Scarsa convenienza riveste certo un’opposizione meramente dilatoria (proprio perché l’opponente è già rinserrato in prexon); poco conveniente, ancora, sarebbe un’opposizione temeraria, giacché l’eventuale soccombenza processuale determinerebbe l’addebito delle gravose spese di giustizia, rendendo l’inadempiente debitore anche verso lo Stato.

Trascorso un certo periodo di tempo dalla avvenuta incarcerazione (probabilmente due mesi344), si forma forse una sorta di preclusione pro iudicato, che rende inattaccabile la pretesa del creditore ed impedisce un successivo ricorso alla magistratura.

Il semplice inadempimento va distinto dal reato di “bancarotta fraudolenta”. Il primo è sanzionato con l’arresto del debitore, che assolve funzioni di mezzo di coercizione al pagamento, di pubblicità ed anche di pena; il secondo, considerato un vero e proprio crimine, comporta la condanna a pene assai più dure.

Tale distinzione è comune agli altri ordinamenti giuridici italiani ed alla maggior parte di quelli europei. Nell’Europa della seconda metà del Settecento fiorisce, intorno a questo tema, un acceso dibattito dottrinario345. Venezia, invece, non ne viene – se non marginalmente – toccata: arroccata in un irreparabile immobilismo giuridico, il suo atteggiamento nei confronti del problema rimane inalterato fino alla caduta della Repubblica.

Nessuna traccia degli (altrove) imperanti echi illuministici si rinviene nelle pratiche veneziane del XVIII secolo: l’istituto della carcerazione dei debitori insolventi resiste senza riforme di rilievo senza - in particolare - alcun distinguo in ordine al grado di colpevolezza (e senza un radicale ripensamento dell’istituto in quanto tale).

Unica voce dissonante è quella di un foglio, una rivista lontana dal potere di Palazzo: il Giornale di commerzio346. Nelle Considerazioni sopra la carcerazioni per debiti civili, pubblicato nel 1760, si avverte vivace lo spirito del dibattito che si sta svolgendo tra i giuristi di mezza Europa347. Si auspica, sull’esempio di quello che avviene altrove, che i mercanti, se insolventi “in buona fede” o “per colpa” (e non solo per colpa lieve), possano essere posti nella condizione di lavorare, così da far fronte alle legittime pretese dei creditori (magari sotto controllo giudiziario o degli stessi creditori); si chiede che si distinguano le insolvenze dei privati da quelle dei “mercanti” e che solo a quest’ultimi sia riservato il carcere348; si invoca una maggiore attenzione nei confronti dei negozianti falliti “per mala sorte”, ai quali lo Stato “premurosamente” dovrebbe offrire il proprio sostegno349.

Del tutto isolate culturalmente, queste voci suonano troppo innovative per non incutere sospetto, troppo originali per essere accettate. Fuori dai confini dell’ormai fragile Repubblica (malgrado le istanze riformiste di giuristi di primissimo piano, quali Cesare Beccaria350, Cosimo Amedei, Francesco Maria Gianni, Gaetano Filangieri, Giuseppe Gorani351), alle pur feconde riflessioni dottrinarie di rado si accompagnano significative riforme normative: a parte qualche limitata anticipazione352, “l’arresto personale per debiti in materia civile e commerciale” verrà abolito, in Italia353, solo il 6 dicembre 1877354.

La scarcerazione del debitore può avvenire per svariate cause: adempimento successivo, altra vicenda estintiva del credito od intervento dello Stato. Sino a quando l’obbligazione non risulta comunque adempiuta od estinta, il debitore – di regola - non può essere rimesso in libertà355. Inoltre, “i debitori del pubblico non possono esser ammessi agli onori ed all’amministrazione delle pubbliche cariche, fino a tanto che non abbiano pagato il loro debito”356.

Con la scarcerazione il debitore riacquista pienamente la libertà personale; non è prevista per i debitori inadempienti alcuna forma di indegnità o di capitis deminutio.

Le cause di estinzione dell’obbligazione sono molteplici: “i debiti si estinguono in molta maneria”: anzitutto “col pagamento”, ma anche “colla compensazione”, con la datio in solutum, con la novazione e con la “assoluzione in giudizio”357, cioè con il riconoscimento giudiziale della infondatezza della pretesa del creditore.

Anche il creditore ha interesse alla liberazione dell’insolvente: “questi ultimi (n.d.a.: i condannati per debiti) potevano vedersi assegnata, a modo di retenzione, la <>, cioè il gran cortile del Palazzo Ducale e dintorni […], con carico di arrangiarsi a reperire, magari affittando le stanzette a piano terra degli scudieri del Doge, un riparo per il giorno e per la notte”358. Di conseguenza, il debitore che non versi in stato di indigenza già al momento della condanna, si impoverisce durante la detenzione, essendo privato di ogni fonte di reddito e costretto a pagarsi vitto ed alloggio. Il perdurare della detenzione – pertanto – crea i presupposti di fatto (l’obiettiva incapacità del debitore di mantenersi) da cui sorge l’obbligo giuridico del creditore di pagare di tasca propria le relative spese; di qui l’interesse del creditore alla remissione del debito.

Alla solutio può provvedere anche un terzo estraneo al rapporto obbligatorio.

Adempiendo all’obbligazione altrui il terzo può, a seconda dei casi ed entro certi limiti, surrogarsi al creditore originario. A tale riguardo, il 20 Aprile 1533359 il Maggior Consiglio ribadisce, visto il preoccupante clima che si è creato intorno al “commercio” di contenziosi legali, “che alcun (sia chi esser si voglia) non possi per pretio assumer in sì, né comprare Lite, e cose litigiose” 360.

Tale proibizione potrebbe riguardare indirettamente anche le obbligazioni insolute dei debitori in carcere: infatti, l’ordine di reclusione non può essere “irreversibile”; il debitore ha diritto di dedurre in giudizio le sue ragioni, suscettibili, se riconosciute fondate, di determinarne l’immediata liberazione (cui si aggiunge l’obbligo di risarcimento da parte del creditore che ne ha provocato l’arresto)361.

I crediti che consentono la carcerazione dell’inadempiente sono verosimilmente “litigiosi” e coperti – di conseguenza - dal divieto di “comprar”. In particolare, qualora un terzo provveda al pagamento dell’obbligazione del debitore incarcerato, non potrebbe - in linea di principio - subentrare nelle ragioni del creditore.

Non tutti i debiti – tuttavia – che comportano la reclusione dell’insolvente sono necessariamente “cose litigiose”362: basti pensare al carcerato che abbia rinunciato a far valere le proprie ragioni o del quale non siano state accolte la doglianze ovvero che abbia eseguito volontaria ricognizione del debito e così via. In tutte queste ipotesi il terzo adempiente può lecitamente provvedere all’acquisto del credito e surrogarsi - in tutto o in parte - al creditore originario; in tal caso, è trasmessa al terzo la facoltà di ordinare o meno la liberazione del debitore o di concedere proroghe363.

In linea di principio – comunque - il terzo può (sempre ed a prescindere dalla “litigiosità” del credito) provvedere al pagamento in luogo del debitore, per pura liberalità, onde ottenerne la scarcerazione. In tal caso, l’adempimento può avvenire per atto inter vivos (donazione, promessa di pagamento364, elemosina365, piezaria366, etc.) o mortis causa (testamento); il debitore riacquista la libertà, senza assumere alcun obbligo giuridico nei confronti del suo “benefattore”.

All’opera dei privati cittadini si affianca anche l’attività di liberazione dei debitori esercitata dalle Confraternite (in particolare Fraterna del SS.mo Crocifisso di S. Bartolomeo dei poveri prigioni e la Scuola di S. Lunardo). Attraverso la raccolta ed una oculata gestione di elemosine e lasciti testamentari a favore dei poveri prigioni, queste pie istituzioni ottengono nel corso dell’anno numerosi rilasci di debitori, sia privati che pubblici. Accade – di frequente – che trattino direttamente con i creditori (e con lo Stato), con risultati apprezzabili367.

Il debitore può essere incarcerato anche per insolvenza verso lo Stato. E’ il caso, per esemplificare, di soggetti condannati alla pena pecuniaria, di debito derivante da pagamento di taglia (o di premio per la captura)368, di addebito di spese processuali, di mancato pagamento delle spese di mantenimento in carcere o in galera et cetera369.

In queste ipotesi lo Stato marciano si comporta come un qualsiasi creditore privato: la condizione del recluso, tuttavia, è decisamente più gravosa rispetto a chi subisce il carcere per debiti verso privati, per le peggiori condizioni del luogo di detenzione che, nella maggioranza dei casi, è quello destinato ai criminali comuni anziché la “corte di Palatio” o le carceri minori.

Le liberazioni generali disposte per i debitori, sia civili che pubblici, perseguono – tra gli altri – l’obiettivo di evitare che questi miseri insolventi siano un inutile peso per le casse della Serenissima. Per regola generale, qualora il detenuto (per debiti verso lo Stato) non sia in grado di far fronte al proprio mantenimento in carcere, a tali spese provvede lo Stato: è ovvio, quindi, che la Repubblica stessa abbia interesse alla liberazione dell’insolvente.

In ultima analisi, la carcerazione dei debitori pubblici, in ipotesi di adempimento impossibile od improbabile, assolve una funzione esclusivamente punitiva e dura per un limitato periodo di tempo.

La posizione dei debitori pubblici, infine, subisce un drastico deterioramento nel corso del XVII secolo, allorché si introduce la possibilità di condannare gli insolventi verso lo Stato alla galera per un periodo proporzionale alla somma inadempiuta370. Peggioramento evidente non solo in ragione dell’intrinseco rigore di tale sanzione, ma anche considerando che “vari meccanismi, come l’addossare certe spese di vestiario e di condotta ai condannati, che spesso non potevano pagarle, garantivano permanenze anche molto più lunghe”371.




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