Piergiorgio sovernigo marco rebecca gli artigli del leone



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2.4 LA STORIA DELLA CARCERE

La carenza di fonti sull’argomento fino al XII secolo non ci permette di avere un quadro preciso sulla dislocazione delle prime carceri veneziane.

Gli abitanti della romana X Regione, fuggendo dalle frequenti e devastanti invasioni barbariche, realizzano, all’interno della laguna veneziana, un complesso di villaggi fortificati (castra372), dalla cui unificazione sorge Venezia. Si può dunque immaginare che tali insediamenti siano muniti di proprie carceri373.

E’, infatti, noto che, quando nell’814 il doge Agnello Partecipazio ordinò il trasferimento della sede ducale da Malamocco a Rialto, “le magistrature […] tenevano ragione ed avevano curia e prigioni in ogni sestiere”374.

Peraltro, insediatosi il Doge a Venezia, è da ritenere che le vecchie prigioni, ormai periferiche, perdano progressivamente importanza a favore di quelle nuove ricavate all’interno del palazzo ducale.
Nel XII secolo si decide di trasformare l’obsoleto edificio difensivo che ospita la sede ducale in un nuovo palazzo, adibito a scopo prevalentemente civile. I progetti del nuovo “Palazzo Comune”, voluto nel 1172 dal doge Sebastiano Ziani, prevedono che i vecchi edifici vengano inglobati in una nuova struttura di gusto bizantino, dove, “al dir delle cronache, furono comprese alcune prigioni”375. Tuttavia “la più antica norma che ci parli esplicitamente della presenza di celle è una pars del Maggior Consiglio dell’8 Luglio 1261 con la quale si regola il diritto del Doge di rilasciare le persone detenute per il volere dei V di pace”376.

Non si hanno moltissime notizie sulla organizzazione e sulla struttura originaria di queste carceri. Si tratta – verosimilmente - delle prexon forti (ricavate al piano terra e nelle segrete del palazzo, poi chiamate Pozzi), delle prexon super palacio (ricavate nel sottotetto dell’edificio e successivamente ribattezzate Piombi) e della torre meridionale di osservazione verso il Rio, detta Torresella377, riconvertita in parte a carcere378. Sono – probabilmente – prigioni anguste e malsane: lo fa pensare una deliberazione del Maggior Consiglio del 29 Agosto 1297, che dispone il trasferimento di alcuni detenuti dalle celle ricavate nel sottotetto a quelle sotterranee, poiché i reclusi si ammalano e muoiono per la mancanza d’aria379.

Il 22 Giugno 1320 il Maggior Consiglio affronta la questione della carenza di spazi deputati alla reclusione dei presentati, ritenuti e condannati, il cui numero è in costante crescita380: viene - a questo scopo - deliberata la trasformazione in prigioni di “una parte delle abitazioni private allora esistenti a piano terra verso Bacino”381. Si tratta, in specie, dei locali occupati dalle famiglia Mozinus (da cui deriverà il nome di prixon de la muzina); pochi anni dopo, nel 1326, stessa sorte tocca a parte degli appartamenti della famiglia Gastaldi.

Con i riordini funzionali ed architettonici del Palazzo Ducale del XV secolo, si procede anche alla riorganizzazione delle carceri. I documenti dell’epoca e quelli successivi attestano i nomi delle singole celle: prexon de Sam Marco, prexon de la muzina, prexon nuova, prexon liona, malpaga, trona, giustiniana, prexon de la galeotta, prexon de le femene, prexon schiava, prexon dell’armamento, orba, prexon forte, camerotti dei domini de la notte382. Le prigioni ormai occupano interamente l’ala orientale (quella verso il Rio) del Palazzo ducale.

Nel 1464 vengono ridotte di numero le prigioni della Toresella, ultime vestigia dell’antica fortificazione; nel 1489 ne rimane una sola (la prexon forte, cioè quella ricavata nelle segrete della torre) “per evitare altri incendi provocati dai lumi tenuti accesi dai carcerati di giorno e di notte”383 (a rischio d’incendio, in specie, è la vecchia torre d’osservazione, originariamente costruita o rivestita di legno e successivamente inglobata nella struttura del palazzo).

Dopo i lavori di ristrutturazione, questa prigione, divenuta più salubre, viene riservata ai detenuti che la Repubblica intende trattare con maggiore riguardo384.


Le carceri di palazzo ducale, però, ben presto si rivelano insufficienti. Per far fronte al crescente numero dei detenuti il 16 Aprile 1475 il Maggior Consiglio, con 455 voti de parte, 91 de non e 16 de non sinceri (astenuti), ordina che siano costruite delle prigioni “forti e sicuri”, poiché “malcapitatus adeus(o) est numerus carcerorum, ut capi amplius ab carceribus non possi(u)nt et coguntur comdemnati iam et expediti” e “quoque ex granaribus terrenovis magna pars semper vacua est”385. Si stabilisce che nelle nuove celle, da ricavare da un vecchio granaio prossimo all’ala occidentale del Palazzo, vengano collocati i condannati a pene minori e “poco dopo, per lo stesso scopo, […] si sceglie la zona oltre il Rio […], in vicinanza del ponte di paglia”386: si tratta dei Gabbioni (o prexon de Terranova) e delle prexon nove387.

Le nuove carceri – negli intenti del governo veneziano - dovrebbero essere più salubri di quelle di Palazzo; così, tuttavia, non è se, come riportano le cronache, un alto numero di carcerati, alcuni anche solo per debiti, “per la angustia de dicte preson se infermano et moreano”. Di fatto, il 10 dicembre del 1519 (dopo neanche un cinquantennio), si decide di abbatterle e di costruire, oltre il Rio, le prexon novissime388.


La realizzazione delle prexon novissime, decisa nel 1519, viene iniziata solo nel 1563. La prima tranche viene ultimata nel 1566. I lavori riprendono nel 1569 e nel 1574 la novissima struttura è già, almeno in parte, funzionante: il 28 maggio, infatti, il Consiglio dei X ordina che vi siano trasferiti tutti i detenuti “eccetto di quelli appresentati, delli ritenuti per debiti, delle donne et la Galeotta”389.

Nel 1577 – per la seconda volta in pochi anni - Palazzo Ducale brucia. Per le necessarie ristrutturazioni, “sono richiesti pareri, modelli e progetti a numerosi architetti del tempo, tra cui Andrea Palladio, Paulo da Ponte, Giovanni Andrea Rusconi”: tutti i progetti prevedono “l’eliminazione delle prigioni al piano terra”390.

Si dispone di trasferire altrove le carceri, per evitare il pericolo di nuovi incendi; in particolare, nel novembre 1580, il Consiglio dei X incarica i Provveditori di nominare i proti e di individuare il luogo adatto “in qual loco fori, ma vicin però ad esso Palazzo”391.

Nel 1601 le Prexon novissime, costruite oltre il rio, sono pronte ad accogliere i primi carcerati (anche se i lavori si concludono solo nel 1610).

Questa volta il risultato è molto più soddisfacente: nell’edificio - interamente di pietra e direttamente collegato al Palazzo392 - che le ospita, sono ricavate circa 110 celle disposte su tre piani, oltre a quelle ricavate nel solaio e nelle segrete. Le vecchie prigioni di Palazzo Ducale cessano, dopo almeno cinque secoli, di accogliere nuovi carcerati (eccezion fatta per i Pozzi, che resteranno in servizio anche oltre la fine del XVII secolo).

Della chiusura delle vecchie carceri si ha notizia indiretta da una deliberazione del Senato: “Per che doppo la costruttione delle priggion novissime sono stati in esse accomodati la maggior parte di quelli, che prima stavano nelle priggioni in corte di Palazzo”393. Lo stesso provvedimento dispone che le vecchie celle siano destinate ad uffici amministrativi.

Le novissime prexon (che mutuano i nomi delle celle dal cortile del Palazzo394), sebbene oggetto di periodici restauri, mantengono inalterato il proprio assetto originario e rimangono in funzione fino alla caduta della Repubblica395.
2.5 LA ORGANIZZAZIONE DELLA CARCERE
Per regolamenti carcerari generalmente si intende l’insieme di provvedimenti, sia legislativi che amministrativi, disciplinanti il funzionamento interno dei luoghi di detenzione. A Venezia tali regolamenti si formano nel tempo ed in modo disorganico: in particolare si ha, a partire dal XII secolo396, una frenetica produzione di provvedimenti, tesi di volta in volta a risolvere singoli problemi pratici, che determinano una stratificazione della disciplina non sempre di facile lettura.

Gli ostacoli incontrati dal potere veneziano nell’organizzare la materia carceraria sono molteplici: da un lato “sono difficoltà che derivano […] dal continuo fare e disfare i luoghi di prigione” e, dall’altro, “sono difficoltà che derivano da alcuni caratteri del generale impianto amministrativo veneziano: anche in materia di detenzione le competenze tendono a distribuirsi fra un numero non piccolo di magistrature le quali spesso, all’interno del complesso carcerario, hanno luoghi di carcerazione loro specifici”397.

La mancanza di un governo unitario è peculiare del sistema carcerario veneziano. Non si tratta – tuttavia – di un sintomo di disinteresse o di scarsa capacità organizzativa del legislatore o del Governo di Venezia: si tratta, verosimilmente, di una scelta coerente con la forma mentis veneziana, più propensa a mantenere in capo alle varie magistrature giudiziarie la competenza a decidere la sorte del carcerato prima durante e dopo il processo, che a disciplinare la materia in via generale. La maggior parte dei provvedimenti adottati ad hoc dai singoli collegi sembra soddisfare, pertanto, un’esigenza di flessibilità.

Di fatto, i risultati di quest’approccio sono decisamente deludenti, sortendo un’ organizzazione penitenziaria farraginosa, frequentemente inquinata da interessi privati.

2.5I IL PERSONALE:

- le guardie ed i capitani


I guardiani, che sono addetti principalmente alla sorveglianza dei reclusi ed alla vigilanza delle prigioni398, operano sotto la direzione ed il coordinamento del capitano delle carceri.

Il loro numero, in costante crescita, varia in funzione del periodo storico e delle necessità strutturali del sistema: nella provision per bona guardia de le prison399 del Doge Antonio Venier, emanata il 30 Settembre 1391, sono computati sei guardie ed un capitano400. Nel 1398 vengono nominate altre due guardie401 e, nel 1583402, le guardie sono dodici. La crescita del loro numero è legata all’estensione degli spazi adibiti a carcere dentro (dal 1320) e fuori (dal 1475) il Palazzo Ducale, che richiede l’assunzione di nuovi officiali de le prexon403 (e senza tener conto delle prigioni non ducali come, ad esempio, quelle di Rialto).

La nomina dei guardiani, quasi certamente fin dalle origini, spetta in via esclusiva al Doge404: lo si evince da una deliberazione del Senato del 16 Aprile 1583405, con la quale il consiglio invita il Doge a nominarne altri quattro (in aggiunta agli otto precedentemente assunti) entro un mese406. Questa prassi probabilmente rimane inalterata anche nei secoli successivi407.

I guardiani, almeno sino alla fine del XIV secolo, devono essere tratti su base territoriale, cioè vanno scelti proporzionalmente in ogni sestiere408; questo criterio perde progressivamente di importanza: sappiamo infatti che il Senato, nel 1583409, raccomanda agli Avogatori di controllare solo che i guardiani siano liberi cittadini veneziani.

Non si hanno invece notizie sui requisiti (di età o di estrazione sociale, ad esempio) necessari per ottenere l’incarico: si può, però, ritenere - vista la modestia della paga, oggetto peraltro di continue lamentele - che gli uffici di guardiano e di capitano siano accessibili a qualsiasi cittadino veneziano.

Le cronache riportano frequenti casi di malaffare che coinvolgono capitani e guardiani: copiosi sono i provvedimenti della Serenissima volti a censurare o reprimere abusi, corruzioni, sfruttamenti ed altre illecite condotte. Per esemplificare, una provision del Doge Antonio Venier del 1391 proibisce ai guardiani di svolgere (remunerati) servizi in favore dei prigionieri nell’orario di lavoro (salvo che non siano “de varda”, cioè fuori servizio): “non possa (i sei guardiani, n.d.a.) insir dele prixon per far algun servixio a i prigionieri”. Il 15 Novembre 1669 il Consiglio dei X rileva che “troppo frequenti hormai sono le indolenze et i clamori dei poveri priggioni […] per l’incessanti estorsioni e i mali trattamenti che ricevano dai capitani e guardiani delle priggioni medesime; contro la mente e la volontà del Principe oppressi sopra ogni altro dalla loro tirannide que’ miserabili non hanno il modo di poter con l’oro soddisfar alla loro ingordigia”410.

La provision del 1391 vieta le visite di privati cittadini nelle carceri prima che tutte le celle siano state “serrade” e si sia provveduto alle “zerche” di ogni carcerato; nella realtà, corrompendo il personale di servizio, non è difficile entrare a piacimento nelle prigioni, ottenere la sistemazione in una cella più salubre od agevolazioni alla fuga. Proprio le continue evasioni inducono il governo della Serenissima ad imporre ai guardiani cauzioni elevatissime, che essi perdono nel caso di fuga di condannati criminali o misti411; inoltre, nel caso di evasione di un detenuto per causa civile, il guardiano si accolla il relativo debito412.

Uno scritto dottrinario del 1739 testimonia la prassi (illegale, ma tollerata) di trattenere il detenuto che dovrebbe essere scarcerato fino a quando non abbia pagato i suoi debiti verso le guardie: “non potrebbero per ragion li Custodi delle Priggioni fermar li rei assolti fino a che restino satisfatti delle spese loro fatte per il tempo, che stessero carcerati: tuttavia dicono li Dottori venire ciò tollerato dalla Giustizia, perché farebbe troppo grave il danno dei custodi medesimi, e forse negarebbero di somministrare il vito ai priggioni, quando avessero poi di scapitare” 413.

Violenze e maltrattamenti, in ogni caso, sono all’ordine del giorno; ad esempio, lo stupro delle detenute non deve essere solo episodico, se Antonio Barbaro lo annovera fra le ipotesi di pena capitale in un elenco di soli quaranta reati414.

Altra censurabile prassi, diffusasi a partire del XV secolo, è quella delle “sostituzioni” e cioè la prassi dei guardiani di affidare a persone di propria fiducia lo svolgimento delle proprie mansioni: non si tratta – evidentemente – di episodi, ma di un collaudato traffico di appalti e di subappalti415. Il Consiglio dei X tenta più volte di stroncare il fenomeno416, imponendo la nomina di sostituti approvati dal collegio medesimo417, limitando le supplenze ai soli motivi di salute od a gravi problemi personali418 ed introducendo severe sanzioni per i trasgressori419.

Tuttavia anche la situazione del personale di custodia non è semplice: oltre alla cattiva fama di cui godono presso il popolo420, capitani e guardiani lavorano in locali malsani; perdono la cauzione in caso di fuga di un recluso e si assumono il debito del fuggiasco; devono affrontare un processo di inquisizione alla fine di ogni anno421. Ciò considerato, la Repubblica adotta alcuni provvedimenti in loro favore: in specie, nel 1583 il Consiglio dei X stabilisce che i guardiani, qualora siano malati ed abbiano maturato 10 anni di servizio, possano essere impiegati altrove422; lo stesso anno il Senato delibera “che dopo 15 anni su mandato degli avogadori siano iscritti al ufficio del pevere423;
- i medici e gli infermieri
Anche raffrontate alle precarie condizioni igienico-sanitarie nelle quali vive la maggior parte della popolazione del medioevo e dei primi secoli dell’età moderna424, le carceri di San Marco restano luoghi malsani, ove i carcerati muoiono di malattie e di stenti425.

Lo Stato marciano – tuttavia – dimostra una certa attenzione per la salute dei detenuti, ascoltando le suppliche, concedendo celle più comode ai malati e, nel XVI secolo, fornendo le prigioni di una infermeria: fatto tanto più notevole se si considera che una minima parte dei cittadini veneziani può permettersi un cerusico od un medico. Peraltro, il governo veneziano mostra di temere che la degenerazione delle condizioni igienico–sanitarie causi focolai di morbi pestilenziali426.

Ancor prima dell’istituzione delle infermerie permanenti nelle carceri (risalente al 1564), il governo della Serenissima concede benefici ai detenuti malati: ad esempio, il 31 luglio 1318 il Maggior Consiglio consente alle varie magistrature competenti di disporre che gli infermi, dopo essere stati visitati da un medico, vengano trasferiti in una cella più salubre427 o in un appartamento di palazzo ducale428, poiché “satis conveniens et humanum est alleviare infirmos ne moriantur”429. Nei casi più gravi (e solo per i carcerati meno pericolosi) poteva essere concessa licenza ad personam di uscire dalle prigioni per curarsi a casa430: il 21 luglio 1441 il Consiglio dei X avoca a sé, in via esclusiva, tale decisione, viste le numerose fughe di presunti infermi verificatesi in passato431.

Nel XVI secolo la situazione delle prigioni, già precaria, peggiora ulteriormente: “le carceri di per sé insalubri diventano addirittura malsane per il gran numero di prigionieri in esse trattenuti; molti sono gli ammalati e le malattie hanno spesso carattere infettivo”432, sì da far temere una devastante propagazione del contagio433. Nel 1564 “il consiglio dei Dieci e la Zonta […] volendo liberar la città dal pericolo di un’infezione […] istituirono nello stesso tempo delle infermerie”434. Lo stesso Consiglio dei X, il 7 Aprile dello stesso anno435, ordina la disinfestazione di tutte le prigioni e l’ istituzione di un’infermeria permanente delle carceri, “essendo conveniente a proveder alli tanti incommodi che da certo tempo in qua per essere grandemente cresciuto il numero loro i poveri prisonieri nelle prigion nostre […] facilmente si ammalano et non si possono per l’impotentia loro, come per l’angustia del luogo curare di muodo che putrefacendosi poi l’aere, che è in quelle, ne muerono tanti di essi quanti ne sono da settembre prossimamente passato in qua morti”.

Il Consiglio dei X dispone che la disinfestazione venga ripetuta annualmente, prima di Pasqua, a cura degli Avogadori, dei Signori della Notte e dei Capitani delle Prigioni (con il “nettar, profumar e brusar con buon aceto tutte le prigioni”436). La stessa delibera istituisce un’infermeria permanente ed ordina a “capitanio” Piero ed agli Avogadori che la migliore cella per ogni blocco (la Liona, la Schiava e la Novissima437), sia “tenuta sempre neta e libera da altri prigionieri” e che in esse “siano accomodate tante lettiere di quanto sarà capace ciascuna di dette prigioni et per il cassier delli Avogadori sia fatto proveder dal suo messer per li poveri che non havessero il modo di stramazzi lincioli e coperte in ciascheduna delli quali siano posti tutti li ammalati”: le nuove strutture “siano chiamate infermarie a similitudine di quelle che si usano nelli monasterij”438.

Responsabile della gestione dell’infermeria è il capitano delle guardie e direttore è l’avvocato dei poveri; le relative spese gravano sulle casse degli Avogadori439 (che sono tenuti alla vigilanza440, a decidere sui trasferimenti nell’infermeria ed a risolvere le eventuali controversie); incaricato del servizio di infermeria è un medico di fiducia del Consiglio stesso, che deve recarsi almeno una volta al giorno nelle prigioni441 ed al quale compete la certificazione dello stato di salute dei malati442.

Il 22 aprile 1598 il Consiglio dei X ordina che i carcerati ammalati siano sistemati nel solaio e che solo gli infermieri possano entrarvi443: la peste nera dilaga ed è necessario circoscrivere il contagio. Nell’occasione il Consiglio rafforza ulteriormente l’infermeria, aggiungendovi due guardiani permanenti.

La struttura, pressoché immutata, funziona sino alla caduta della Repubblica, anche se già dal ‘700 inizia a mostrare i suoi limiti. A darcene notizia sono i Giornali (una sorta di diario personale) di Francesco Dalessi, medico delle carceri dal 1769444: la struttura è stata ampliata445 (anche se non abbastanza446) e riesce ad ospitare più di 120 persone all’anno447; tuttavia, non ci sono medicinali sufficienti ed il cibo è inadeguato448. Al medico è stato affiancato un chirurgo, ma mancano gli spazi dove operare.

Dopo il crollo della Serenissima, Dalessi si rivolge al Comitato di Salute Pubblica, senza risultato.
2.5II: L’AVVOCATO DEI POVERI CARCERATI
Nella maggior parte degli statuti dei comuni del basso medioevo, la formula del giuramento dei consoli e dei podestà contiene “la promessa di render giustizia alle vedove, agli orfani ed ai poveri”449: infatti nel corso del XIII e del XIV secolo si diffondono gli advocati pauperum, pagati dal Comune. Nella prima metà del Quattrocento, anche in corrispondenza dell’aumento della popolazione carceraria, viene inoltre istituito l’ufficio del difensore dei carcerati poveri: a Padova, prima città del Veneto, nel 1420450.

L’advocatus pauperum ha una duplice funzione: da un lato quella di evitare che le carceri si affollino di innocenti i quali, non potendo permettersi un patrocinio adeguato, non sarebbero altrimenti in grado di difendersi; dall’altro quella di usare christiana charitas verso i più bisognosi.

Il governo veneziano si muove in questa direzione fin dal 1435451, anno in cui il Maggior Consiglio delibera che gli Auditori vecchi e nuovi “ogni do mesi i sia tegnudi andar una fiada a la prexon e domandar se algun presonier se i vuol lamentar de algunda sentencia fata contra de lor”452, di fatto introducendo la possibilità di interporre appello avverso le sentenze di condanna (e sanzionando gli avvocati trasgressori con la privazione dell’ufficio e con una multa453).

Il 29 Giugno 1443454 il Maggior Consiglio istituisce l’advocatus pauperum, fissandone contestualmente i criteri di elezione, le funzioni relative all’ufficio, i privilegi e la paga. In particolare:



  1. la nomina è riservata al Senato;

  2. alla carica possono accedere solo cittadini veneziani, almeno trentacinquenni, esperti in materie giuridiche;

  3. l’ufficio ha durata biennale (senza possibilità di rielezione);

  4. la paga è di 80 ducati all’anno;

  5. è fatto espresso divieto al titolare dell’ufficio di “occuparsi ne di avogar per altri che per i prigionieri, ovvero per coloro che avessero a che fare co’ i detenuti […] pena la privazione dell’incarico”455;

  6. l’advocatus ha obbligo di visitare tutti i carcerati almeno due volte la settimana, il mercoledì e il sabato dopo pranzo, sotto pena della multa di lire dieci per ogni assenza non giustificata (che può essere denunziata non solo dai capitani delle carceri, ma anche dai carcerati);

  7. “ha […] libertà di entrare in tutte le prigioni per parlare, esaminare, e interrogare”456;

  8. non può chiedere denari ai detenuti e deve prestare la propria opera anche ai priggioni forestieri, dando priorità ai poveri457.

La figura dell’advocatus pauperum di Venezia è assai diversa da quella di altri ordinamenti nei quali all’avvocato “in genere, era demandata la sola difesa processuale gratuita dei poveri”: le attribuzioni dell’advocatus veneziano attengono l’insieme “dei bisogni e delle necessità dei miseri carcerati”458.

Solo sei anni dopo, il 31 dicembre 1449, lo stesso Maggior Consiglio deve annullare la precedente deliberazione per un vizio di forma: “Dicta pars capta in Maiori Consilio die 29 Junii 1443 non potuerit poni et per conseguens non sit alicuius efficacie nec vigoris” 459.

Il vuoto lasciato da una istituzione che, con tutta probabilità, ha funzionato, è immediatamente avvertito: “si cominciò ben presto a notare gli incovenienti dovuti alla soppressione. […] Nel 1463 i capi de’ Quaranta recatesi a visitare i carcerati come era prescritto nel capitolare, ritrovano parecchi detenuti i quali si lagnavano che non soltanto non era stata trattata la loro causa, ma che anche non erano stati interrogati ed uditi”460.

Nel 1475 il Maggior Consiglio461, con 487 voti a favore, 27 contro e 16 astenuti, reintroduce l’ufficio dell’avvocato dei poveri462, confermando per la maggior parte la disciplina dettata nel 1443463.

Il 17 Ottobre 1535 sempre il Maggior Consiglio464, con 562 voti a favore, 42 contro e nessun astenuto, delibera di portare a due il numero degli advocati pauperum; stabilisce, inoltre, che l’età minima, richiesta per lo svolgimento dell’incarico, sia di venticinque anni (anziché trentacinque) ed ordina, poiché il numero dei carcerati è sempre crescente, che due patrizi si rechino quotidianamente nelle prigioni per verificarne la situazione e ne riferiscano agli avvocati stessi465.

Il 7 Aprile 1564 il Consiglio dei X, in occasione dell’istituzione delle infermerie nelle carceri, ne affida la direzione e la vigilanza agli avvocati dei poveri; in specie a quest’ultimi viene fatto obbligo “di andar a veder dette infermerie, et informarsi se sono ben tenute iuxta il presente ordine, et se li medici et altri ministri fano il loro debito, et ritrovando che le cose non passino bene siano obligati advertir di ciò li Avogadori di Commun over i capi dei XL”466.

Nella prassi, lo scarso impegno e le molte assenze ingiustificate degli avvocati inducono il Maggior Consiglio a confermare “quanto disponevano le leggi precedenti, insistendo sopra tutto perché gli avvocati non dovessero esercitare altro impiego durante la durata del loro ufficio […] e quando si rinvenisse che gli avvocati, distratti da altre occupazioni, trascurassero la cura de’ poveri prigionieri, immediatamente s’intendevano decaduti dal loro ufficio ed era proposta la voce votazione in loro sostituzione”467.

La figura dell’advocatus pauperum continua ad operare – sostanzialmente immutata - fino al XVII secolo: abbiamo notizia dei nomi degli eletti, dei loro stipendi (progressivamente adeguati) e della difficoltà di reperire nobili veneziani disposti ad accettare l’incarico, a causa della sua onerosità468. Nel XVIII secolo viene apportata una notevole innovazione: il 10 Giugno 1731 il Maggior Consiglio469, “per ovviare poi agli effetti dell’accrescimento di popolazione nelle carceri, a sollievo degli avvocati ed a tutela de’ prigionieri stessi, deliberò di aggregare ai due patrizi un causidico col titolo di procurator criminale, eletto dai 6 consiglieri ducali e dai tre capi superiori della Quarantia criminale, riconfermato di anno in anno con speciale votazione, soggetto ancor esso alla sorveglianza degli avogadori”. La difesa dei poveri, quindi, è ormai affidata ad un organizzato organo collegiale, operativo fino alla caduta della Repubblica.


2.5 III I CARCERATI
La Repubblica – lungo tutto il corso della sua storia - tende ad evitare che i detenuti per reati di diversa gravità condividano le medesime celle: “Assai presto, la diversità delle situazioni che davano motivo all’imprigionamento comportano una certa attenzione a diversificare le condizioni di carcerazione. Luoghi di carcerazione più duri, più oscuri, più serrati e muniti per gli incolpati di reati più gravi. Luoghi di prigione più miti, più luminosi […] per gli incolpati di reati meno gravi”470.

Da un lato la separazione dei carcerati è riflesso della struttura dell’apparato giudiziario471, dall’altro è dovuta ad una precisa volontà politica. Non sempre, tuttavia, alle intenzioni seguono risultati soddisfacenti, a causa delle difficoltà legate al sovraffollamento, alla carenza di strutture ed al malaffare dilagante nelle prigioni. Gli ingiustificati trasferimenti di cella dei detenuti sono al centro di un autentico mercato: già nella Provision del Doge Antonio Venier per la bona guardia de le prison è fatto espresso divieto ai guardiani di mutare i priggioni di cella; il 30 Aprile 1570472 il Consiglio dei X condiziona ogni trasferimento al preventivo permesso del magistrato competente473; così pure il 16 Novembre 1604 riguardo ai presentati per homicidio puro474 ed il 4 luglio 1633.

Una delle prime “separazioni” attuate è – verosimilmente - quella fra uomini e donne. In tal senso è attestata la presenza, sul finire del XIV secolo, di una cella “in corte di Palazzo” chiamata prexon de le femine (o de le donne), ma “già in sentenze della Quarantia degli anni sesanta del ‘300 troviamo condanne di donne da scontarsi nel carcere mulierum475 .

Molti provvedimenti della Repubblica sono tesi ad evitare la commistione tra i comdamnati ed i detenuti in attesa (presentati) od in corso (expediti) di giudizio. A tal fine, il 30 giugno 1359 il Maggior Consiglio stabilisce che i Capi dei X e gli Avogadori siano tenuti ad indicare a quale luogo di reclusione siano destinati i condannati, specie qualora si tratti delle prigioni inferiori476. Il 2 Aprile 1475 il Maggior Consiglio lamenta che, a causa del sovraffollamento delle prigioni, nelle carceri di Palazzo si trovano “mescolati detenuti in attesa di giudizio e detenuti già condannati, detenuti per lievi crimini e sentenziati alla pena capitale”477. Il 7 Aprile 1623 il Consiglio dei X riserva cinque celle ai presentati478.

Frequentemente si distingue tra condannati per reati gravi (omicidio, furto, rapina etc.) e giudicati per reati minori; a quest’ultimi, al solo fine della sistemazione in carcere, sono quasi sempre equiparati i detenuti per ragioni civili. In particolare, l’8 Giugno 1356 il Maggior Consiglio479 ordina che i debitori ed i condannati a reati minori vengano separati da ladri ed assassini, comminando severe sanzioni ai custodi inadempienti; peraltro “nel capitolare antico dei Signori della Notte al Criminal, […] in una registrazione del Novembre del 1377 già si osservava come <> mescolare ladri ed omicidi con debitori e rei di poco conto”480. Nello stesso senso, il regolamento del 1391 per la bona guardia delle prexon vieta che i carcerati per reati più gravi occupino le medesime celle dei debitori insolventi481”, onde evitare che quest’ultimi, grazie alla maggior libertà della quale godono, possano agevolare la fuga dei primi. Il 16 Aprile 1475 il Maggior Consiglio482, ordinando la costruzione di nuovi edifici carcerari (i Gabbioni), li destina alla sistemazione dei condannati a pene minori. Il 20 Agosto 1620 il Consiglio dei X, preso atto che nelle prigioni Liona e Malpaga sono rinchiusi indifferentemente detenuti per ragioni criminali e per questioni civili, ne ordina l’immediata separazione483. Lo stesso Consiglio il 17 Aprile 1623484 ed il 17 Giugno 1633485 torna sulla questione perché le diverse direttive non sono state compiutamente applicate; pochi giorni dopo - il 4 Luglio dello stesso anno - il Consiglio dei X minaccia dure pene ai custodi ed ai capitani che operino trasferimenti di cella non autorizzati486.

Per converso, il luogo di espiazione della pena non viene differenziato in funzione dello status sociale487 del detenuto; in specie, nobili e patrizi possono essere indifferentemente rinchiusi con ecclesiastici488, semplici cittadini od anche servi: ciò non sorprende, se si considera lo spiccato senso dello Stato di alcuni governanti ed il carattere parzialmente meritocratico della nobiltà veneziana.

In ogni caso le prigioni marciane, non solo a Venezia, ma anche nei domini terraferma, sono cronicamente sovraffollate489.

Lo Stato affronta il problema con risolutezza: costruisce nuove carceri, amplia le preesistenti, istituisce l’ufficio dell’advocatus pauperum490.


Non è agevole individuare i principi generali della legislazione veneziana in tema di visita ai carcerati e di accesso alle prigioni, che si presenta assai disorganica.

Lo Stato non perviene mai a riconoscere ai parenti dei carcerati un autentico diritto di visita491, riservandosi di decidere caso per caso492: i permessi, rilasciati ad personam dalle varie magistrature493, autorizzano la visita, senza creare un corrispondente diritto del detenuto a riceverla494.

La prassi, tuttavia, è ben diversa: basta qualche prebenda ai guardiani per introdurre “fin nei camerotti parenti, mogli495, amanti, donne <>496, amici, soci d’affari e chicchessia”497. E’ una pratica testimoniata anche dalla delibera del Consiglio dei X del 10 novembre 1601, che vieta l’ingresso non autorizzato498 nelle prigioni novissime “essendosi inteso che molte persone sotto diversi pretesti assumono autorità di andar dentro tutti gli anditi delle preggioni investigando senza veruna risserva le cagioni della retentione di cadauno et per qualunque delitto”.

Autorizzati all’accesso alle carceri sono funzionari, magistrati499 ed avvocati, ai quali si aggiungono gli ausiliari500 (incaricati della pulizia e di portare i pasti ai reclusi, scrivani e segretari dell’ufficio di guardia). Gli avvocati, quelli dei poveri e quelli privati, hanno diritto, in presenza di una guardia, a colloquiare con i loro assistiti501 e così anche medici e cerusici.

Nei regolamenti carcerari, primo fra tutti quello del doge Antonio Venier del 1391, l’accesso ai luoghi di reclusione viene minuziosamente regolato, con specifico riferimento ad orari, perquisizioni e divieti502: si teme, infatti, che le visite possano favorire la fuga del detenuto ed inquinare la verità processuale, offrendo l’occasione per procacciarsi alibi od inventare scuse503.

Il 30 dicembre 1587, infine, crescenti esigenze di sicurezza inducono il Consiglio dei X a stabilire che le porte del camerotto, utilizzato per i colloqui, siano chiuse a chiave, che almeno due guardie siano sempre presenti durante l’incontro e che, terminato il colloquio, il detenuto sia immediatamente condotto in cella504.

Ma come si viveva nelle carceri veneziane?

Il criterio di riferimento è dato ovviamente dall’aspettativa e dalla qualità della vita dell’uomo (medio) libero.

A Venezia, l’aspettativa di vita è, nell’arco di tutta la storia della Repubblica (come peraltro nel resto d’Europa) al di sotto dei quarant’anni, per molteplici cause: dieta carente, gravi epidemie, elevato tasso di mortalità bellica ed infantile, ambienti domestici malsani505.

In questo contesto, le carceri veneziane devono essere considerate, se non esemplari, quanto meno nettamente preferibili a quelle di altri Stati506. Ad esempio, fra’ Felice da Ulma, pellegrino di passaggio verso la Terra Santa, mette a raffronto nel 1448 le carceri veneziane (miti, aerate ed umane) con quelle tedesche (umide, chiuse, oscure) e loda le prime, per la misericordia usata verso i “rinserrati” nelle carceri di Palazzo507. Questa propspettiva comparatistica, malgrado gli interventi migliorativi dello Stato marciano508, nulla toglie all’obiettiva durezza509 della vita anche nelle celle veneziane. Le condizioni migliorano nel corso del XVII secolo, specie per l’ampliamento degli spazi riservati ai reclusi che lenisce il cronico sovraffollamento (la dimensione media di una cella delle prigioni “a di là del Rio” non supera i quattro metri per quattro, dove possono essere rinchiuse parecchie persone510).

A prescindere dalla “densità” della popolazione carceraria, lo Stato marciano cerca di migliorare la qualità della vita dei detenuti: ad esempio, quantunque il vitto in carcere sia ad esclusivo carico dei detenuti, la Repubblica provvede agli indigenti il pane511 (denominato “pane di San Marco”512, sostituito, nel 1709, dal “biscotto”), elargisce nelle festività vino e pranzi più sostanziosi, distribuisce coperte, rasoi, olio per le lucerne et cetera.

All’assistenza dei prigionieri contribuiscono pure i privati513 e, soprattutto, le Confraternite514, pie istituzioni dedite all’assistenza dei reclusi: prima fra tutte la Fraterna del SS. Crocifisso di S. Bartolomeo dei poveri prigioni, istituita nel 1591 con il nome originario di Compagnia della Carità del SS. Crocifisso515. Il suo capitolare, redatto nel 1594 e perfezionato nel luglio dell’anno seguente516, le prefigge lo scopo di assistere i detenuti per ragioni civili e, dal 1596, anche criminali, con l’offerta di conforto morale e materiale e la raccolta d’elemosine finalizzata ad ottenerne la liberazione517, quasi fosse una sorta di norma programmatica. La struttura della Confraternita di S. Bartolomeo è complessa ed efficiente: ne fanno parte laici e religiosi, patrizi e semplici cittadini518. In pochi anni la Confraternita assume un ruolo di prima importanza nella raccolta dei lasciti519 e delle elemosine a favore dei detenuti, ottenendo un numero elevatissimo di liberazioni520 (che le fruttano la considerazione dello Stato e della gerarchia romana521). La Repubblica tenta di orientare l’attività della Confraternita, finanziandola (direttamente o con esenzioni tributarie522), fissando limiti alla sua opera523 ed affidandole incarichi all’interno delle carceri (ad esempio, la distribuzione delle coperte, dei pagliericci, del vestiario e, una volta alla settimana, della minestra calda).

La Repubblica consente ai detenuti di esprimere eventuali doglianze: il contatto fra il potere ed il recluso avviene attraverso la supplica524, cioè la richiesta scritta ed informale che il carcerato invia alla magistratura competente: “lo stato risponde pressoché a tutti. Per ogni supplica le magistrature a cui è rivolta aprono una pratica, talora una pratica burocraticamente complessa. La risposta, qualsiasi essa sia, ha, a Venezia, caratteristiche di una atto <>”525.

In definitiva, la Repubblica punisce con durezza i trasgressori delle leggi, ma dimostra un certo equilibrio (singolare, per i tempi) nell’esecuzione delle pene detentive: in questa fase, vengono coinvolte attivamente la civitas e le istituzioni pie che, nella cura dei miseri priggioni, sostituiscono in parte lo Stato, con sollievo per l’erario ed apprezzabili risultati.

Viene promulgata, inoltre, una complessa legislazione tesa alla “spedizione dei processi”, alla concessione di più o meno frequenti “liberazioni”, alla previsione di pene alternative alla detenzione (prima fra tutte la galera) ed, infine, all’introduzione nelle carceri del lavoro obbligatorio per i condannati alla pena detentiva.
Peraltro “la sicurezza e l’efficienza delle carceri della Repubblica sono continuamente messe a dura prova dai detenuti stessi, i quali con infinita pazienza, scavando, rompendo, forzando e segando i pavimenti, le pareti, le porte e le sbarre delle finestre […], tentano di aprirsi la via verso la libertà ogni giorno per tutto l’arco dei secoli dell’esistenza della Repubblica”526.

Secondo le fonti, il governo della Serenissima inizia ad occuparsi delle evasioni agli inizi del XIV secolo e, attesa la limitata portata dei primi provvedimenti, il fenomeno non sembra preoccupare molto. Il 1 Giugno 1307, infatti, il Maggior Consiglio527 ordina solo che agli evasi non sia calcolato, al fine del computo della pena, il tempo da essi trascorso fuori dal carcere, senza comminare alcuna particolare sanzione. Il 20 Settembre 1327 lo stesso organo autorizza i Signori di Notte a perquisire la cella della Leona dove erano stati trovati alcuni strumenti di ferro idonei a procacciare la fuga528. Il 10 Novembre 1378, scoperti dei fanciulli nell’atto di recare dei ferri ai prigionieri, il Maggior Consiglio delibera che si proceda (non nei confronti dei minori ma) contro chi se ne sia servito per introdurre clandestinamente gli arnesi nelle carceri529.

Dalla metà del XV secolo fino alla metà del secolo successivo, cioè in corrispondenza dell’aumento della popolazione carceraria, si assiste ad una escalation di fughe e di “rotte”, cui corrisponde un atteggiamento sempre più repressivo da parte del Governo veneziano530. Il 16 Luglio 1441 il Maggior Consiglio delibera l’inasprimento delle sanzioni per i complici531. Nel Novembre del 1447 un manipolo di detenuti appicca il fuoco ad alcune travi, approfittando della confusione per tentare di darsi alla fuga532. Il Governo reagisce ferocemente: il 22 Novembre 1447 il Maggior Consiglio delibera che tutti i responsabili siano arsi vivi533.

Nella stessa occasione il Consiglio inasprisce le pene per i complici: chi (uomo o donna534) venga sorpreso dai guardiani ad introdurre nelle prigioni ferri o altri strumenti idonei a procurare la fuga, perde - “excepta camisa” - tutto ciò che ha addosso in quel momento e, legato ad una scala del cortile del Palazzo, è punito con venticinque frustate; infine, eseguita la pena corporale, il colpevole è gettato in prigione finché non paghi cento lire ai guardiani che l’abbiano scoperto535.

Anche questi provvedimenti si rivelano insufficienti ad arginare l’emorragia di fuggiaschi dalle prigioni della Serenissima: sappiamo, infatti, che nel 1507 vengono riparate alcune celle danneggiate dai prigionieri nell’ultimo tentativo di fuga e che, nel 1540, se ne rivestono di lamine di ferro e di legno le pareti536. Nel 1544 si danno alla fuga i prigioni della cella della Schiava; quattro anni dopo viene sventato il piano di evasione dalla cella dello Strombolo, dopo che alcuni reclusi, in due distinti tentativi, erano già riusciti a perforare le pareti ed ad uscire dalla prigione537.

L’11 Dicembre 1454, il Consiglio dei X ordina che siano “murate le finestre dei camerotti della Camera del Tormento perché attraverso esse, divelte le sbarre, i prigionieri fuggono con una certa frequenza”538; il 15 Dicembre 1551 il Maggior Consiglio stanzia trecentottanta ducati affinché si provveda ad “acconciar la prigion Liona et Malpaga”, in seguito alla evasione avvenuta nottetempo539; il 28 Maggio 1561 bisogna nuovamente sostituire le sbarre delle finestre della Liona, perché erano state “segade da li presonieri”540; il 18 Giugno 1563 si stanziano cinquanta ducati, questa volta per rinforzare la struttura de “la prigioni Liona et la prigion delle donne”541, visto che, come riferisce il proto Antonio Zuan, “a tute le ore i fano diverse rote”542. Ancora, nel 1564 (e poi nel 1577) si riparano alcune celle delle prigioni Forti543 ed il 23 Gennaio 1570 il Consiglio dei X stanzia più di duecentosettanta ducati per la pavimentazione in pietra delle prigioni Orba, Giustiniana e Gradonia544; il 27 Marzo 1573 è il momento di ristrutturare, in seguito all’ennesimo tentativo di fuga, la prigione Giustiniana, poiché “nel qual loco esta principia a romper per eser muro fato di piere cote tal che sel non fosse stao per le varde di fuora i saria scampati via”545.

Il potere veneziano cerca continuamente rimedi all’ingegno ed alla spregiudicatezza degli aspiranti fuggiaschi546: il 16 Giugno 1573 il Maggior Consiglio547 ribadisce che “le chiavi de le prison al di là del rio siano tenute per il Capitano, il quale sia obligato ogni mattina et ogni sera far la cerca personalmente, et riveder tutti li presonieri, non lasciando esse chiavi delle prigion in mano de guardiani, ma tenirle apresso di se tutto il giorno, et portarle la sera con le altre chiavi in casa del Serenissimo Principe”548.

Il 26 Agosto dello stesso anno il Maggior Consiglio549, poiché “sono così frequenti le rotte delle prigioni nostre et il fugir de’ prigionieri così per le rotte fatte, come, per le porte con violenza et anco con intelligentia, o almanco per negligentia delli guardiani di esse prigion”, commina sanzioni più rigorose per l’evasione consumata e tentata, oltre che per l’eventuale complicità: la pena irroganda dopo “diligente processo”550 “per li Avogadori nostri de Comun” da un minimo di due anni di galera ad un massimo di cinque anni di prigione, al bando dai territori veneziani551. Sono previste pene più lievi per coloro la cui responsabilità sia minima552.

Il 28 Maggio del 1574, dopo la “rotta” occorsa in occasione dell’incendio del Palazzo, il Maggior Consiglio cambia strategia: garantisce la non punibilità agli evasi che ritornino spontaneamente, promette - a chi fornisca informazioni sufficienti alla cattura - la taglia di trecento ducati tratti dal patrimonio del reo nonchè – in caso di eventuale insufficienza – di centocinquanta ducati provenienti dall’apposita cassa delle taglie.

Costruite nel 1574 le prigioni nuove e completate quelle al di là del Rio nel 1610, le evasioni subiscono una drastica diminuzione. Infatti, le nuove strutture carcerarie – realizzate interamente in pietra - sono più robuste e hanno il vantaggio di essere autonome rispetto al Palazzo. Di fatto, comunque, dalla fine del XVI secolo in poi le notizie di fughe sono scarsissime. Nel 1628 si segnala una rotta, nella prigione Giustiniana ed un’altra nella Monceniga553, entrambe fallite; nel 1679 ci provano, anche questa volta senza buon esito, i detenuti della Leona554. Nel 1757 riesce a fuggire un famoso “ospite” delle prigioni veneziane: Giacomo Casanova, che, con l’aiuto del compagno di prigione, Padre Bembo, dopo aver perforato il solaio dei Piombi555, guadagna rocambolescamente la via della libertà; nel Natale 1785, infine, cinque carcerati, fra cui un tedesco ed un greco, organizzano l’ennesimo tentativo di fuga, anch’esso fallito556.


2.6 LE “LIBERATIONI”
Per consolidata tradizione, il governo (soprattutto il Doge) compie atti di clemenza verso i più poveri in occasione di festività e vittorie militari557. Ai “miseri priggioni”, in particolare, sono rivolti speciali provvedimenti di “liberatione”. Si tratta di “amnistie” che, al di là del carattere clemenziale, mirano a risolvere, anche se solo temporaneamente, il problema del sovraffollamento delle carceri. Il 18 Agosto 1379 il Senato ordina che siano messi in libertà “omnes carceratos in carceribus nostris, exceptis aliquis in parte specifficatis et expectatis” 558. Beneficiari della misura sono i prigionieri di guerra di modesto rango, quelli troppo anziani e malati per riprendere le armi contro la Serenissima e, soprattutto, molti piccoli debitori e criminali minori, liberati “in favorem iusticie et pro honore” di Venezia, nonché “cum gratia Dei”.

Anche il Maggior Consiglio adotta misure di clemenza: in specie, il 29 Giugno 1440 ordina che siano liberati i detenuti per debiti non eccedenti le venticinque lire, per celebrare la vittoria della Repubblica sulle armi di Milano559 (peraltro, già il 10 Giugno 1348 lo stesso organo dispone la scarcerazione dei detenuti per debiti, per far posto a prigionieri ungari e genovesi di recente cattura560). Il 22 Ottobre 1571 il Maggior Consiglio, in occasione della vittoria riportata alle Curzolari contro la flotta turca, dispone la scarcerazione di coloro che sono reclusi nelle carceri ducali, in quelle di Rialto e nei Casoni per reati minori (lesioni, gioco d’azzardo, bisca), dei debitori pubblici fino a venticinque ducati561 e di tutti coloro che sono ancora detenuti per non essere riusciti a pagare la taglia per la loro cattura (“poiché è piaciuto alla Maestà del Signor Iddio, per l’infinita misericordia sua di dar alla Cristianità, e particolarmente alla Repubblica nostra una vittoria così grande contro il comune inimico, si deve principalmente attendere con tutto il cuore a quelle opere bone che possono esser grate a sua Divina Maestà”) 562.

Il 4 Gennaio 1686 il Senato563, nei fasti della vittoria contro i Turchi, “grazia” tutti i criminali minori (ed anche gli autori di reati non certo bagatellari, come il furto fino a 25 ducati), i condannati alla galera564, nonchè i debitori pubblici e privati fino a cinquanta ducati565.

Il Maggior Consiglio concede una nuova “liberatione” il 14 Dicembre 1687566, essendo stata “concessa dal Signor Iddio l’intiera salute all’armata dal morbo che affliggeva, e […] una insigne vittoria contro il Seraschier in Morea, et acquisto delli quattro importanti recinti di Patrasso, Lepanto e i suoi castelli”: essa riguarda i debitori pubblici minori e soprattutto i galeotti condannati al remo.

Si tratta, in ultima analisi, di provvedimenti volti alla decongestione delle carceri, pur “abbelliti” dal “buon intento cristiano”. Essi sono funzionali ad esigenze di natura sociale (i carcerati sono spesso mercanti veneziani falliti a cui la Repubblica vuole restituire decoro) o diplomatica (i prigionieri di guerra sono pur sempre oggetto di scambio con i captivi veneziani caduti in mani nemiche567).

Per altro verso, sono interventi di misericordia che, informati a christiana charitas, si legano a ricorrenze religiose (per lo più Pasqua e Natale) e si accompagnano a specifici benefici in favore di chi rimane in carcere (ad esempio, la distribuzione di vino, di pasti migliori e, per alcuni, la possibilità di assistere alle cerimonie religiose).

In conclusione, le “liberazioni di massa” - a cavallo fra umana comprensione e spiccia praticità, misericordia cristiana e cinismo politico - sortiscono risultati sicuramente apprezzabili, sì da essere periodicamente reiterate lungo tutto il corso della Repubblica.
2.7 LA PENA DELLA GALERA
Nel XVII secolo viene introdotta, in alternativa alla detenzione, la pena della galera568, dalle stesse fonti definita “molto severa”. Si tratta dell’obbligo di prestare servizio come rematore (gratuitamente ed in catene) in imbarcazioni dette – appunto – “galere”569, per un periodo di tempo determinato (discrezionalmente, entro certi limiti) dal giudice.

Vi sono ragioni di natura politica, economica e militare che inducono la Serenissima ad optare per gli “sforzadi” piuttosto che per i rematori stipendiati570. In particolare, uno dei vantaggi delle condanne “ai legni” è la corrispondente diminuzione di condanne al carcere: “vero è che nel 1454 quando si decreta la possibilità di condannare alla galera, l’esigenza cui si intende far fronte è quella di supplire alla mancanza di rematori liberi e comunque di alleggerire l’erario della spesa ad essi relativa; tuttavia, quasi subito, ci si accorge che la galera presenta non indifferenti vantaggi anche ai fini della decongestione delle carceri e del rafforzamento del sistema delle pene”571.

Anche se sporadicamente sperimentata in precedenza572, solo verso la metà del XVI secolo la pena della galera viene formalizzata come pena tipica ed applicata con sistematicità. Dopo un lungo e combattuto iter573, il 20 Maggio 1542 il Senato ne approva la legge istitutiva, statuendo che i magistrati ed i Rettori “che gli occorrerà comndemnar per li delitti lor che meritassero pena di membro, pregion, bando et altri confinij, debbano permutar detta pena in pena di vogar il remo in galea alla cathena per il tempo, che gli parerà”574. Il Senato, inoltre, fissa le seguenti regole:


  1. la pena deve essere irrogata solo a coloro che siano “atti et di qualità conveniente al remo”; viene all’uopo istituita una commissione di tre esperti575, nominata dallo stesso Senato;

  2. la durata della pena non può essere inferiore ai diciotto mesi576, “accio […] che si ricavi qualche frutto con soddisfazion della giustizia a benefitio del Stato nostro”;

  3. tutti coloro che sono inidonei al remo o che hanno commesso reati minori sono “expediti per l’ordinario”;

  4. i condannati alla galea espiano la pena in catena e “sotto buona custodia” 577;

  5. di tutte le condanne alla galera si deve dare avviso “alli Provveditori nostri all’Armamento, accio che li possino far venir de qui, et servirsj quando sarà bisogno”.

Si noti che i magistrati hanno l’obbligo di condannare alla galera, ove ne ricorrano i presupposti, senza alcuna discrezionalità di scelta tra carcere e galea. Su questo punto, tuttavia, il Senato torna il 15 Maggio del 1545578: dopo aver riconosciuto che “è conveniente […] non obligar li […] Rettori, magistrati et consegli nostri a tale condamnatione, ma lassar quella al arbitrio et coscienza loro”, dispone che “possino comdamnar li delinquenti […] in vogar al remo”. Nell’occasione il Senato stabilisce che i ladri recidivi, i quali abbiano già subito le amputazioni previste per i primi due furti (cioè orecchi e naso), siano puniti, in caso di terza condanna, con la galea.

Nella tarda estate del 1545 viene varata la prima galea di “sforzadi”579, nel 1593 se ne contano ben ventitré580; alla fine del XVI secolo le galee costituiscono il grosso della flotta militare veneziana e si distinguono dalle navi galeazze e capitanie, tradizionalmente costituite da ciurme libere581.

Forse a causa del successo delle galere di condannati “al remo”, il Senato, l’8 Ottobre 1547582 (e poi il 28 Novembre 1573583) reintroduce l’obbligo, in capo ai magistrati ed ai Rettori, di commutare le pene corporali e detentive in condanne alla galera584.

In prosieguo di tempo la legislazione in materia subisce lievi modifiche, tese a rendere più razionale lo sfruttamento dei forzati, ma che non alterano la fisionomia dell’istituto: infatti, nel 1739, Antonio Barbaro colloca ancora la condanna “ai legni di San Marco” fra le pene corporali: “Sotto la rubrica delle capitali si annovera […] anco la condanna […] in Galera per dieci anni giusta la pratica; la legge però la dichiara di dodeci. Le pene corporali a tempo: […] Galera per meno di dieci anni”585.






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