Piergiorgio sovernigo marco rebecca gli artigli del leone



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3. LA SPADA DEL LEONE

Lo Stato marciano ha vissuto una esistenza costantemente “bellicosa”, con la conseguente necessità di disciplinare il trattamento dei prigionieri di guerra.

Peraltro anche semplicemente definire il concetto di “prigioniero di guerra” non è agevole586: la Repubblica, infatti, lungi dall’elaborare un’organica disciplina, ha affrontato la questione con una serie di provvedimenti puntuali.

In linea di massima è prigioniero di guerra il captivus causa belli ovvero chi sia semplicemente suddito di uno Stato nemico od ostile alla Serenissima (analogamente lo Stato marciano considera prigionieri di guerra i propri sudditi, cittadini e mercenari trattenuti contro la loro volontà da uno Stato ostile).



Lo status di prigioniero si acquista al momento della cattura durante un’operazione bellica. Diverse sono le ipotesi possibili:



  1. la cattura può avvenire nel corso del combattimento sul campo od a battaglia conclusa, durante il tentativo di fuga;

  2. alla cattura può accompagnarsi la resa del singolo, che si svolge secondo un rituale di stampo cavalleresco587. In particolare, la resa si compie, per lo più, con la consegna dell’elmo o del guanto all’avversario o con altri gesti espliciti (quali porgere le mani all’avversario, inginocchiarsi davanti a questo, gettare le armi a terra, incrociare le mani sul petto, etc.)588.

Frequenti sono, peraltro, i casi di rese collettive589, attuate mediante alcuni gesti rituali: l’abbassamento delle proprie insegne, l’apertura delle porte della città al nemico, la consegna delle armi (di solito a seguito di specifici accordi tra i comandanti degli opposti schieramenti). Questa prassi si diffonde a partire dal XII secolo tra tutti gli eserciti d’Europa (specie quando i contendenti sono due Stati di religione cristiana590) e si afferma completamente durante le guerre mercenarie del XVI e XVII secolo.
Non sempre, tuttavia, l’acquisto dello status di prigioniero di guerra è direttamente collegato all’attualità di un conflitto armato, essendo talora conseguenza di “azioni che oggi chiameremmo di guerra fredda”591. In particolare, tra questi atti (o situazioni) ostili – ancorché estranei ad un contesto di belligeranza – rientrano:

  1. l’attività di spionaggio compiuta sul territorio veneziano ovvero nei domini di Terraferma o di Levante;

  2. il favoreggiamento in affari od il commercio con il nemico. E’ il caso di un mercante ferrarese che, nel 1380, nel corso della quarta guerra fra Venezia e la Superba (1377-1381), apre spontaneamente un banco a Chioggia, occupata dai Genovesi. Dopo la riconquista, catturato dai Veneziani, viene considerato prigioniero di guerra per aver dato “hostibus contra nos auxilium et favor […] tamquam mercator” 592. Analoga sorte tocca ad un commerciante di vino di Ortona, accusato di aver venduto i suoi prodotti all’esercito nemico (e prosciolto nel processo, da cui la scarcerazione per ordine del Senato)593;

  3. l’appartenenza ad una ambasceria di un altro Stato594: l’immunità diplomatica, infatti, non sempre viene rispettata, ancorché Venezia dimostri più rispetto per i messi stranieri di quanto ne abbiano i suoi nemici, in particolar modo Saraceni e Turchi;

  4. l’appartenenza ad una potenza nemica: spesso ad essere “catturati erano anche donne e bambini, preti e pellegrini”, solo perché cittadini o sudditi dello Stato in conflitto con la Serenissima595. Si tratta di una prassi assai diffusa nel Medioevo596: se ne trova conferma nell’inserimento, nella sezione dei trattati di pace dedicata al reciproco rilascio dei prigionieri di guerra, di formule assai ampie come “omnes carcerati et detenti in occasione guerre”597.

In tutte queste ipotesi, la ragione della riduzione in cattività è solo indirettamente legata ad un conflitto fra Venezia ed un altro Stato nemico; peraltro attività come lo spionaggio od il commercio con uno stato ostile possono essere compiute anche in tempo di pace598.

Lo status di prigioniero di guerra postula – si è visto – l’appartenenza (in qualità di civis o di suddito) ad un altro Stato; qualora, al contrario, gli atti di collaborazionismo con lo Stato nemico od – addirittura – di aggressione verso la madrepatria, siano commessi da un veneziano, quest’ultimo – senza accedere allo status di captivus causa belli – è processato (a seconda dei casi) per i reati di violenza pubblica, lesa maestà od alto tradimento599 (che comportano senz’altro l’irrogazione della pena capitale).

I pirati e i corsari600 sono considerati criminali comuni e, dopo la cattura, non entrano nel novero dei prigionieri di guerra. In particolare, se colti in fragranza di reato, possono essere giustiziati in loco; se catturati successivamente, devono essere tradotti in ceppi e catene a Venezia. Ove riconosciuti in iudicio colpevoli, sono condannati a morte, di regola per annegamento601.

L’estremo rigore di questa disciplina corrisponde ad un interesse primario della Repubblica: la sicurezza dei mari, funzionale anzitutto allo sviluppo dei suoi traffici commerciali. L’ordinamento veneziano – tra l’altro – vieta anche ai cittadini della Serenissima di armare navi corsare, allo scopo di evitare eventuali rappresaglie602: “Per proteggere i propri viaggi la regina dell’Adriatico proibiva la guerra di corsa e le rappresaglie, ma costringeva ad avere balestrieri a bordo in proporzione dell’entità dell’equipaggio, il cui rapporto con gli armatori fu presto disciplinato (1229)”603.

Il fenomeno della prigionia raggiunge l’apice tra il X ed il XVI secolo, per poi diminuire progressivamente fino alla caduta della Repubblica: le notizie sulla prigionia di guerra, infatti, derivano per lo più da fonti di età medievale604.

Il trattamento previsto dall’ordinamento veneziano per i prigionieri di guerra risulta, considerati gli “standard” dell’epoca, relativamente mite.

Le soluzioni adottate, come nella maggior parte degli altri Stati europei, sono diverse a seconda delle circostanze. Di regola, comunque, i catturati vengono segregati in cella e, verso la fine del Cinquecento, impiegati anche come vogatori605.

Non esistendo strutture apposite, i prigionieri di guerra vengono ristretti, di regola, nelle stesse carceri dei criminali comuni e dei debitori insolventi606.

Lo scopo della reclusione (e di altre - meno frequenti - misure di limitazione della libertà personale607) è di mettere i captivi nella condizione di non nuocere. Questo obiettivo di prevenzione potrebbe essere conseguito uccidendo od invalidando i soldati catturati, ma ciò, da un lato, esporrebbe ad analoga ritorsione i Veneziani catturati608 e, dall’altro, violerebbe le consuetudini609: “Secondo gli usi di guerra la potestà di giustiziare o anche di mutilare il nemico cessava nel momento in cui era diventato innocuo, in applicazione del principio che la prigionia di guerra non era una pena ma una misura cautelare”610.

L’incarcerazione dei catturati in guerra non costituisce, pertanto, una pena, ma è un rimedio pratico, dettato da esigenze di sicurezza, che non incide sullo status giuridico del prigioniero611. Infatti, l’etica cristiana vieta la riduzione in schiavitù del nemico612 (ammessa invece dal diritto romano613): lo straniero non fa parte del bottino di guerra e non diviene, per effetto della cattura, proprietà né di colui che lo ha fatto prigioniero614, né dello Stato. Di conseguenza, chi procede alla cattura non ha diritto di vita o di morte sul captivus e, al contrario, a più riprese la Repubblica invita i suoi soldati ad avere un comportamento pietoso ed umano615 nei confronti dei vinti: “zascadauno se debbia portar misericordiosamente incontra de lor non fazendo crudelitate, azoché el nostro Signor Idio per merito de misericordia ne faza a tutte le battaie vittoriosi”616. Pure in mancanza di apposite strutture detentive riservate ai captivi propter bellum, lo Stato marciano:


  1. vista la normale situazione di sovraffollamento delle carceri, talora dispone la ritenzione dei prigionieri di guerra (specie dei nobili) presso case di fidati cittadini veneziani617, dove comunque restano sotto la diretta potestà della Serenissima618;

  2. provvede - ove possibile - alla separazione dei prigionieri dai detenuti comuni619;

  3. tende a separare i prigionieri di diverse nazionalità, secondo una consuetudine militare risalente al IX secolo620;

  4. riconosce al prigioniero un trattamento commisurato al suo rango621;

  5. adotta alcune misure tese a rendere più umana la reclusione, estendendo loro, ad esempio, il pane per i poveri, il permesso di ricevere aiuti esterni622 (perfino di avere personale di servizio nelle celle) e concedendo loro la possibilità di inviare lettere (generalmente preclusa per i carcerati civili e criminali623) o l’alleggerimento delle catene624 (mantenute solo per i soggetti più pericolosi);

  6. assicura ai prigionieri ammalati un trattamento diversificato (anche negoziandone lo scambio con veneziani infermi catturati dal nemico): in specie, vengono ricoverati nelle infermerie625 o sistemati nelle abitazioni di nobili veneziani (generalmente dietro pagamento di una cauzione)626. Anche gli imberbi e gli anziani beneficiano di un trattamento ad hoc627.

Ciò malgrado, molti prigionieri “non facevano più ritorno in patria, e taluni finivano i loro giorni nelle carceri nemiche in circostanze non sempre limpidissime”628, secondo una prassi di trattamento non sempre coerente629. Peraltro le spese di mantenimento in carcere – come avviene per i detenuti comuni - rimangono ad esclusivo carico dei prigionieri, ancorché lo Stato marciano provveda comunque per i più poveri630.

Altrove, secondo una tradizione teutonica risalente al XII secolo, invale l’uso (Ritterliches Gefängnis631: “prigionia dei cavalieri”) di ridurre i prigionieri di guerra in ceppi e catene, in condizioni igienico – sanitarie spaventose, alla mercé degli aguzzini: la prassi veneziana – anche se eterogenea e talora contraddittoria - è decisamente più umana.

I prigionieri, di norma, sono liberati alla cessazione delle operazioni belliche632: assai di rado vengono rimessi in libertà durante le tregue633.

La prassi più frequente è quella del concambium, cioè dello scambio di prigionieri634. Ampiamente diffuso già prima del X secolo, lo scambio è praticato soprattutto fra Paesi di matrice cristiana, sebbene Venezia cerchi, con fortune alterne, di intavolare trattative di questo tipo anche con i Saraceni ed i Turchi; peraltro, già nel IX secolo, papa Leone VI auspica, nella sua Tattica, il reciproco rilascio dei prigionieri di guerra635.

Non sono infrequenti singole operazioni belliche concepite dai veneziani solo per catturare prigionieri pro concambio: è il caso della missione portata a termine, nel 1416, nelle acque di Gallipoli, dal Capitano Generale da Mar Loredan, con il dichiarato scopo di catturare cittadini nemici da scambiare con veneziani prigionieri636.

Dal XVI secolo si afferma, inoltre, la prassi d’origine germanica di liberare i prigionieri - catturati sul campo di battaglia - immediatamente dopo la fine delle ostilità. L’obiettiva difficoltà di deportare intere colonne di nemici consiglia di valutare l’opportunità del rilascio, anche in base all’ammontare del riscatto conseguibile ed al grado di pericolosità del prigioniero. Peraltro, i soldati di minor valore (economico e militare) vengono subito rimessi in libertà, previa “sola promissione abita redeundi” (e previo disarmo) 637.

Si è accennato alla possibilità della liberazione dietro riscatto (una somma di danaro, di regola). Secondo una prassi assai diffusa sia nel Medioevo sia in Età Moderna, il pagamento può essere effettuato da un privato638 o da uno Stato e l’ammontare viene calcolato, secondo le “usanze di guerra”, in base a due parametri principali: il reddito annuo presunto ed il rango del prigioniero. Beneficiaria del pagamento è la potenza detentrice od anche un terzo avente causa del relativo diritto639.

Con una prassi del tutto peculiare (che si discosta dalla maggior parte degli altri Stati europei), Venezia fa ampio ricorso alla contrattazione privata per il rilascio dei nemici rinchiusi nelle sue prigioni; viceversa, lo Stato marciano tratta quasi sempre per via diplomatica, attraverso i suoi ambasciatori o speciali incaricati, il rilascio dei veneziani catturati dagli Stati avversari640.

Le ragioni del diffondersi dell’istituto del riscatto sono ravvisabili, da un lato, nella notevole crescita del numero di prigionieri (riflesso dell’aumento della consistenza degli eserciti) e, dall’altro, nella diffusione della prassi dell’assunzione di soldati stranieri di professione, i mercenari (dei quali Venezia farà amplissimo uso641).



Di regola, prudentemente, lo Stato marciano dispone che i captivi vengano reclusi in luoghi il più possibile lontani dalla loro madrepatria642 (provvedimenti particolarmente efficaci: in tale situazione i cattivi di guerra assai raramente, infatti, tenteranno di recuperare la libertà con la fuga643).

BIBLIOGRAFIA

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FONTI ARCHIVISTICHE




ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA



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