Piergiorgio sovernigo marco rebecca gli artigli del leone



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Luigi Fadalti, avvocato, pubblica su “Rivista penale” ed “Archivio della nuova procedura penale”; Marco Rebecca, avvocato, collabora con la cattedra di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Padova ed è dottorando di ricerca in Diritto penale comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino, scrive su “Diritto penale e processo”; Piergiorgio Sovernigo, avvocato e specialista in professioni legali, pubblica su “Rivista penale”.

99 centesimi di euro per ogni copia venduta saranno devoluti ad Amnesty International Italia (Via Giovan Battista De Rossi n. 10 – 00161 Roma)



1 Dell’Historie venetiane di Pietro Giustinian, nobile Veneto, di nuovo rivedute et ampliate nella quale se contengono tutte le cose notabili occorse dal principio della fondazione della città sino all’anno 1575, Venezia, 1670, p. 2.

2 Così il Dialogus de Repubblica Venetorum del fiorentino Donato Gianotti, in J.G. GRAEVIUS (a cura di), Thesaurus Antiquitatum et historiarum Italiane,V, I, Leiden, 1722, coll. 1-124.

3 V. E. CROUZET – PAVAN, Venezia trionfante – Gli orizzonti di un mito, Torino, 2001, p. 209.

4 Il francese Victor Hugo ( Angelo, il tiranno di Padova), ma anche l'americano Fenimore Cooper (Il Bravo) ed il corso Michel Zevaco (Il Ponte dei Sospiri), autori di melo-farraginosi, ma autentici best-sellers dell'epoca. Di nostro, volendo aggiungere folklore alla leggenda, narreremo di un nobile francese che, giunto in città, fu subito derubato della cospicua somma di denaro che custodiva nel suo borsello di velluto verde. Rimasto senza averi, decise di tornarsene in patria, ma non senza prima aver aspramente lamentato in pubblico l'inefficienza del Veneto Governo. Ripartito amareggiato per il viaggio di ritorno, poco dopo la sua gondola fu affiancata e fermata da un'altra con a bordo un inquietante personaggio vestito tutto di nero che, con fare autoritario, chiese al nobile se fosse lui ad esser stato derubato. Alla risposta affermativa, questi gli fece scaricare in gondola un cadavere con ancora stretto in mano un borsello di velluto verde pieno di monete accompagnando la macabra consegna con queste parole: "Eccovi fatta giustizia! Riprendete tutto il vostro oro e partite, guardandovi bene dal rimettere piede nuovamente sul nostro Dominio!".

5 Vi è, però, che Voltaire in “Candido o dell’ottimismo”, pubblicato nel 1759, fa dire al protagonista: “Venezia paese libero dove non c’è nulla da temere” ed ancora Manzoni, nei suoi "Promessi Sposi", ambientati nell'anno 1628, affinchè Renzo Tramaglino si sottragga ai "bravi" che "lo volevano a qualunque costo", gli fa trovare rifugio in "terra di San Marco". Il buon Renzo, attraversato il fiume Adda, che segnava in allora il confine con il Ducato di Milano, vedendo la città di Bergamo e sapendo infine di essere in territorio veneziano, esclama: "Viva San Marco!".

6 “Disinformazione” è la traduzione della parola russa “diezinformatsja”, coniata dal K.G.B. negli anni ’60 per indicare le c.d. “misure attive” (termine sovietico per attività nascoste), curate in particolare da organi di stampa occidentali, come “Paese Sera”, definiti in quei tempi dalla C.I.A. (e non a torto!) “cripto comunisti”.

7 Questa citazione, come quelle seguenti, è tratta da G. CASANOVA, Storia della mia vita, Milano, Mondadori, 1992, a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni.

8 Si legge nella “Vita di Casanova” dell'insigne erudito Luigi Baccolo “Ovunque andasse, Casanova si portava dietro la reputazione di esperto di cose finanziarie. Gli furono affidati due incarichi: di agente segreto e di organizzatore di una lotteria (...) Era l'agosto (lui dice il maggio) del 1757. Nel febbraio del 1758, si aprivano gli uffici della grande Lotteria nazionale che doveva risollevare le allegre finanze della monarchia francese. Casanova dice di essere stato l'ideatore e il direttore; ma è curioso che nei relativi documenti non si fa mai il suo nome, mentre si parla di altri due italiani, i livornesi Ranieri e Giovanni Calzabigi, lettore ed autore, il primo, di opere teatrali (...), mentre il secondo era incaricato di affari del re delle Due Sicilie ... Quale che sia stata la posizione del nostro Casanova, amministratore generale della Lotteria fu nominato Ranieri Calzabigi, che ci associa il fratello Giovanni; solo in seguito, per dissapori con la Scuola militare che aveva caldeggiato l'impresa, i Calzabigi furono esonerati dall'incarico e ripresero a vagabondare per l'Europa secondo la tradizione del più fecondo settecento (...) Può darsi che da quel momento dati l'ascesa di Casanova in seno alla Lotteria, il cui meccanismo viene così ricostruito (n.d.a.: da Charles Samaran): in una ruota della fortuna di ponevano 90 palline, ciascuna contrassegnata da un numero; un ragazzo bendato le estraeva dopo che il pubblico aveva puntato 12, 24, 36 soldi o altra cifra aumentata sempre di 12 unità; il numero singolo estratto veniva pagato 15 volte la posta, l'ambo 270 volte, il terno 5200 volte. La prima estrazione ebbe luogo il 18 aprile del 1758; i numeri fortunati, che comunichiamo al lettore non senza apprensione e auguri, furono: 83, 4, 51, 27, 15”.

9 Giacomo Casanova si stabilisce a Dux, nel castello del conte Joseph Charles Emmanuel di Waldstein, forse nel settembre del 1785. Da allora e sino alla morte sarà impegnato in una interrotta contesa con tale Georg Feltkischer, un austriaco di una decina di anni più giovane, già sottoluogotenente in un reggimento di dragoni, che ha combattuto nella guerra dei sette anni e che, in pratica, lavora come maggiordomo per il conte. Ne scrive piacevolmente Sebastiano Vassalli in Dux, edito da Einaudi nel 2002.

10 Secondo le cronache era alto 1.98 mt. od addirittura 2.01 mt: una statura ancor oggi notevole, del tutto eccezionale nel 1700.

11 Il primo a mettere in dubbio la realtà (storica o meno) dell'accaduto fu un altro veneziano, dal nome glorioso, Ugo (Niccolò) Foscolo. Non appena, qualche mese di prima della morte (1827), ebbe letto alcuni estratti dei "Mémoires", tra i quali compariva la famosa fuga, egli si mostrò del tutto scettico. Ignaro che il racconto di Casanova era stato già fornito, quale narrazione a sè fin dal 1788, l'autore de "I sepolcri", non ebbe alcuna esitazione: "A noi quello scrittore ha faccia di eroe da romanzo". Era il primo dei due articoli che doveva scrivere il Foscolo ("Westminster Review", aprile 1827). Nel secondo ("Edinburgh Review", giugno 1827) rincara la dose, parlando di un racconto "congegnato a illudere". Illudere in che senso? "Nè l'esattezza della descrizione interna" scrive il Foscolo "parrà originale da ispezione oculare a chi vede ricopiata da tante gazzette e giornali periodici e opuscoli usciti da Venezia, allorchè l'entrata dei Francesi dischiuse que' luoghi, e molti v'accorrevano a soddisfare la loro e la pubblica curiosità".

12 Una narrazione gradevole (fantasiosa ma efficace) delle peripezie del Casanova successive alla sua fuga dai Piombi si ha nel romanzo La recita di Bolzano dello scrittore magiaro Sandor Marai (1900-1999), leggibile in una recente edizione Adelphi.

13 Casanova parla del suo carceriere, Lorenzo, con una certa indulgenza, descrivendolo come uno stupidotto un po’ avido, ma sostanzialmente bonaccione. La realtà, però, è notevolmente diversa. Lorenzo, che di cognome faceva Basadonna, nominato guardiano dei Piombi nel 1755, cioè nello stesso anno in cui vi fu ristretto Casanova, fu imprigionato “per difetti del suo ministero, dei quali ne provenne la fuga del padre Balbi somasco e di Giacomo Casanova”. Dopo la fuga del suo prigioniero, il Basadonna fu imprigionato, a sua volta, nei “camerotti” e – avendo commesso omicidio in persona del suo compagno di cella, Giuseppe Ottaviani – venne condannato a dieci anni di carcere, cumulandosi nella condanna anche la pena per la mancata vigilanza. Il Basadonna morì in carcere pochi mesi dopo la condanna.

14 D’altra parte, come ha scritto Mark Twain, “le parole più belle di tutto il vocabolario sono non colpevole”.

15 Va aggiunto che Casanova si meritò il perdono del Tribunale degli Inquisitori per avere brillantemente (l'ingegno davvero non gli mancava!) confutato la "Storia del Governo di Venezia" di Amelot de la Houssage, che era stata ritenuta una dura requisitoria contro la Repubblica: graziato sì, ma non ricompensato come si attendeva. Casanova, infatti, aveva ottenuto appena delle briciole e l'infamante incarico di "spiare" ed informare sulle magagne della società veneziana. Per riscattarsi moralmente nel 1779 Casanova scrisse un libretto "autogratificatorio" ove narra, con la consueta capacità di stravolgere ai propri fini la verità, di un duello sostenuto a Varsavia con il conte Braniski, alto personaggio della nobiltà polacca e favorito dal re Stanislao Augusto: duello, a suo dire, compiuto solo per rinfacciare un insulto alla nazionalità dell'autore e, quindi, per onore, ma in realtà, stando ad una lettera circostanziata dell'abate Giuseppe Antonio Taruffi, che in quei giorni si trovava proprio a Varsavia, per assai meno nobili motivi.

16 A. SCHNITZLER, Il ritorno di Casanova, in A. Schnitzler, Opere, Milano, 1988. In realtà l’esilio durò diciotto anni e Casanova, all’epoca del suo ritorno a Venezia, aveva solo trentanove anni. La forza espressiva dell’autore è, però, tale da imporre perdono per le rilevate inesattezze.

17 Il riferimento è ovviamente agli ordinamenti giuridici contigui a quello veneziano.

18 Sull’ordinamento della Serenissima v. G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico veneziano, Padova, 1980, pp. 205 e ss.

19 Si tratta di un carattere tipico della produzione normativa dell’epoca, specie di quella longobarda e carolingia: v., sul punto, C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., p. 66, secondo cui “nessuno dei principi che reggono la pena, si fa sorgere ancora a base di teoria generale. Come sono date le disposizioni penali caso per caso, così quando è data la giustificazione di esse, si va ad attingerla, secondo l’opportunità, od anche secondo cause del tutto estrinseche ed accidentali.

20 E. BESTA, Storia del diritto penale nel dogado veneziano innanzi al 1232, in Il Filangieri, n. 5, 1899, p.5.

21 Ibidem, p.5.

22 Così si esprimeva lo storico paduano Tito Livio, citato in A. ZORZI, La repubblica del Leone – Storia di Venezia, Bologna 2001, p. 6.

23 Verosimilmente, come confermato da alcuni recenti studi archeologici, piccoli agglomerati urbani sorgevano sia sull’isola di Torcello sia nella la zona dell’odierna Caorle; si deve tra l’altro ricordare che l’antica Concordia Iulia, che coincide oggi con l’attuale Concordia Sagittaria, distante pochi chilometri da Caorle, era considerata una zona “turistica”.

24 Ibidem, p. 13.

25 Per una diffusa disamina dell’invasione unna dell’Italia v. W. WACHER, Storia del mondo romano, Milano, 1989.

26 In realtà la città, scarsamente difesa, capitolò dopo circa tre mesi di disperata resistenza, probabilmente nei primi giorni dell’agosto del 452 d.C.

27 Il limes era la possente linea di oppida - città murate e fortificazioni - costruita da Augusto ed ampliata a più riprese, che proteggeva i territori romani ad occidente del Reno, chiamati territori del Decumano.

28 Il vescovo di Treviso, Elviando, si sarebbe fatto incontro ad Attila in prossimità di un guado sulla Piave, nella località oggi chiamata Lovadina (denominazione successiva e di probabile derivazione longobarda). Più magicamente, invece, Oderzo (opitergium) sarebbe stata risparmiata per l'intervento del "Massariol", folletto buono ma dispettoso che nella primavera dell'anno 452 soggiornava nei boschetti tra Maserada e Cimadolmo, con la sua compagna e sette figlioletti. I dispetti del "Massariol" (o "Massariol" o "Marziarol") suggestionarono a tal punto i guerrieri unni da indurre il pur coraggiosissimo Attila a levare letteralmente le tende. Ancora oggi, con la fantasia, il Massariol può scorgersi mentre discende in barca le Piave, da Maserada a Fagarè, passando per Ponte di Piave e poi, più oltre, spingendosi a Salgareda, Zenson, Fossalta e San Donà. Canta, fischietta, parla da solo e beve qualche sorso di grappa per scaldarsi. Quando incrocia qualcuno si alza ritto, saluta con la mano e grida: "Salve! Io sono il Massariol che sconfigge Attila, il terribile flagello di Dio!"

La figura del "Massariol" (chiamato anche "Songuanel") è, peraltro, da legarsi alla antologia nordica e precisamente al "Kobolde": il "Kobold" in epoca arcaica era propriamente il reggitore della casa, il massaio (o massaro) e "Massariol" sarebbe, quindi, la traduzione al diminutivo, in lingua veneta, di "cobold".



29 Un secolo e mezzo più tardi scenderanno i Longobardi che - a differenza degli altri barbari - decideranno di stanziarsi definitivamente sul territorio italico. Sul punto vedasi D. M. NICOL, Venezia e Bisanzio, Bologna, 2001, pp. 14 e ss.

30 Sulle origini toponomastiche di alcune località del Veneto vedesi G. MAFERA e G. ROMAN, Saggi minimi di dialettologia veneta, Treviso, 2006, pp. 64-65

31 G. CIOLA, Noi Celti e Longobardi, Venezia, 2006, pp. 117-118; in realtà la colonizzazione cimbra si spinge sino sull’altopiano del Consiglio: ne è rimasta traccia non solo nei dialetti, ma anche nel modo di costruire le abitazioni.

32 G. CIOLA, Noi Celti cit., pp. 57 e ss.

33 Sull’influenza dell’esperienza giuridica longobarda sul diritto penale italiano v. C. CALISSE, Storia del diritto penale italiano. Dal secolo VI al XIX, Firenze, 1895, p. 168.

34 Ampliamente sul punto vedasi D. M. NICOL, Venezia e Bisanzio cit.

35 G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico veneziano, Padova, 1980, p. 175

36 E. BESTA, Il diritto e leggi civili di Venezia fino al Dogato di Enrico Dandolo, Venezia 1900, p. 310

37 E. RUBINI, Giustizia Veneta, Venezia, 2003, p. 37

38 Presso le popolazioni germaniche il concetto di onore era spesso identificato con la capacità e le attitudini guerriere. Non sorprende, dunque, che l’Arimanno venisse chiamato anche il consiglio dei virtuosi.

39 Nella storia medievale nasceranno altri Arenghi. Tale denominazione è tipica delle zone sottoposte a dominazione germanica (Udine, Padova, Bologna, San Marino, Rimini etc.), ma l’Arengo veneziano è il più antico.

40 G. MARANINI, La costituzione di Venezia, I, Firenze, 1974, pp. 185-186

41 In realtà è qualcosa di più che similitudine fonetica; in quegli anni nella lingua bizantina, cioè il greco, si era verificato un fenomeno di gutturalizzazione della doppia “n” che si leggeva ora “ng” (come nel greco moderno): da Arimanno si sarebbe quindi passati ad Arimango e, infine, ad Arengo.

42 Sulle origini germaniche dell’Arengo, nonché sulle funzioni dello stesso, vedasi E. RUBINI, Giustizia Veneta, Venezia, 2003, p. 25 e M. ROBERTI, Le magistrature veneziane e i loro capitolari fino al 1300, Vol. I, Padova, 1907, p. 42

43 E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., pp. 23-24

44 G. CIOLA, Noi Celti cit., pp. 107 e ss.

45 Ibidem, pp. 107-108

46 Per una compiuta definizione della consuetudo nel mondo veneziano G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., p. 209.

47 G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., pp. 192-193. Sull’evoluzione del diritto criminale in Italia a partire dal XIII secolo v. C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., pp. 167 ss.

48 La somministrazione di maleficia et herbaria consiste nel tentativo di avvelenamento tramite pozioni od altre alchimie: “Statuimus etiam, ut fi aliquis vir, vel mulierum alicui maleficium aliquod, vel herbariam dederit manducare, vel bibere, vel fecerit aliquid, quod patire debeat, aut amens esset; frustetur e bolletur”: A. MOCENIGO, Novissimum Statutorum ac Venetorum Legum Volumen, vol. II, Venezia, 1729, p. 5 v. Si tratta, verosimilmente, di un reato piuttosto frequente: il Maggior Consiglio, infatti, il 28 Ottobre 1410 torna sulla questione, ampliando la fattispecie fino a ricomprendervi la fattura (cioè la magia nera, punita peraltro come “reato di mera condotta”), prevedendo un caso ad hoc di omicidio (da sanzionare con illa poena) ed inasprendo le pene: v. A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 10 v. e 11 r.

49 Per arbitrium si deve intendere il potere suppletivo del giudice di colmare le carenze normative (o la rigidità di queste): v., in argomento, G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., pp. 210-213. L’arbitrium del giudice è già espressamente previsto nella promissione di Jacopo Tiepolo (1232): v. A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 9 v. e 10 r.

50 “A Venezia […] i giudici […] risolvevano i casi con un occhio alla legge scritta e un altro alla saggezza consuetudinaria […]; non dovevano essere dotti, ma curare soprattutto la memoria di quello che si era sempre fatto”: M. ASCHERI, I diritti nel medioevo italiano - Secoli XI – XV, Roma, 2000, p. 337.

51 G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., pp. 227 e ss.

52 A. CAVANNA, Storia del diritto moderno in Europa. Le fonti e il pensiero giuridico, Milano, 1982, p. 263. Pochi anni prima del definitivo collasso, lo Stato marciano, ormai conscio “dei difetti di un diritto e di un processo criminale paurosamente invecchiati”, affronta il problema della codificazione, peraltro senza apprezzabili risultati, specie a causa dell’opposizione dell’aristocrazia conservatrice: v., sul punto, G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., pp. 250-253. Sui falliti progetti di codificazione del diritto penale v. G. SCARABELLO, Progetti di riforma del diritto veneto criminale nel settecento, in Stato società e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV – XVIII), vol. II, a cura di G. Cozzi, Roma, 1985, pp. 379-403. Si tratta di una situazione che non affligge solamente lo Stato veneziano, ma quasi tutte le legislazioni dell’epoca: ad esempio, per quanto riguarda la Milano del XVII – XVIII secolo, si è giustamente evidenziato (L. GARLATI GIUGNI, Inseguendo la verità. Processo penale e giustizia nel ristretto della pratica criminale per lo Stato di Milano, Milano, 1999, p. 28) che il processo criminale “era disciplinato da molte fonti legislative, in concorso fra loro. Tuttavia il dettato normativo risultava spesso superato dalla prassi, vera ed effettiva sorgente delle regole chiamate a presiedere il foro penale. Nelle aule dei tribunali singole disposizioni normative cadevano in desuetudine senza mai ricevere un’ufficiale abrogazione; qui avevano origine, per spontanea germinazione, nuove linee di condotta giuridica a cui dare attuazione”.

53 In origine, probabilmente sino al VII secolo, la nomina dei Tribuni, ai quali col tempo si affiancheranno i Comites, era riservata all’Impero bizantino, a cui le prime comunità Veneziane erano legate da un vincolo di soggezione; le loro funzioni erano legate principalmente alla protezione militare della lagune. Col passare del tempo le loro funzioni mutarono come le modalità della loro nomina, che passo nelle mani dell’Arengo, diventando di fatto dei funzionari civili con mansioni amministrative e giudiziarie con competenza sulle zone periferiche delle lagune.

54 Sull’argomento vedasi E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., p. 72

55 Si deve comunque ricordare che spesso la pena rimane affidata, per volontà delle legge stessa, al prudente apprezzamento del giudice. Tale impostazione, come si dirà, caratterizzerà per molto tempo la legislazione penale veneziana.

56 Sul rito dei Giudici del Palazzo vedasi E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., pp. 72-75

57 Sul punto vedasi B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica veneta sulle carceri, Venezia, 1866, p. 24-25

58 Sul punto vedasi ampliamente G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit.

59 V. RICCI, Il Ragionamento intorno alla collazione delle venete leggi criminali, Venezia, 1786, p. 182.

60 La competenza dei Siori de Note è un classico esempio del pragmatismo veneziano; la scoperta del reo in flagranza rende superfluo un giudizio vero e proprio, soprattutto per i reati minori, che affidano ai Signori di Notte di procedere con giudizio sommario alla condanna del reo. Tale magistratura sarà sempre molto apprezzata da Veneziani che non troveranno nulla di scandaloso nella circostanza che i Siori de Note esercitino poteri sia di polizia sia inquisitori sia giudicanti.

61 Sul punto vedasi C. MILAN, A. POLITI, B. VIANELLO, Guida alle magistrature, Verona, 2003. p. 58

62 L’istituzione degli Avogadori avviene solo nel 1187; in tal senso ed ampiamente vedasi C. MILAN, Guida cit, pp. 34-36; sino ad allora è probabile che le indagini fossero affidati ad altri funzionari dello stato, primi fra tutti i Signori della Notte.

E’ interessante notare che agli Avogadori era affidata anche una vera e propria funzione di controllo su tutte magistrature, che si esercitava con la intromissio, cioè col potere di ingerenza, che si traduceva col potere di appellare motu proprio le sentenze nei procedimenti in cui erano “parte” (con l’esclusione di quelle del Consiglio dei X, di cui si dirà) o di provocare la riforma delle sentenze dei procedimenti a cui non avevavo partecipato.



63 Sull’argomento vedasi E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., p. 76-77

64 A Venezia, come si dirà più ampiamente in seguito, era fatto divieto, d’altra parte, di tenere al proprio servizio dei bravi che svolgessero funzioni di guardie del corpo. Tale divieto verrà più volte non rispettato, portando il Maggior Consiglio ad adottare provvedimenti drastici.

65 Dall’uso delle baote come sistema di votazione ampiamente diffuso nell’apparato giudiziario deriva probabilmente l’espressione gergale “dire balle”, cioè mentire, posto in relazione alle voci che circolavano riguardo ai voti espressi. Sempre dall’uso della votazione con le baote deriva probabilmente il termine “ballottaggio”.

66 Sull’argomento vedasi M. ASCHERI, I diritti nel medioevo italiano - Secoli XI – XV, Roma, 2000, p. 337 e G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., pp. 210-213

67 C. MILAN, Guida cit, p. 35

68 Sul rito dei Giudici del Palazzo vedasi E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., pp. 78-80

69 Sull’utilizzo della Tortura in Castiglia e Aragona vedasi J. PRESTON, I mastini di Dio, Alessandria, 2005

70 Il che non è da escludere che gli abusi, soprattutto a partire dal XVI, secolo fossero numerosi, come ammonisce U. FRANZOI, Le prigioni di Palazzo Ducale a Venezia, Milano, 1997, p. 40

71 Ampliamente sull’argomento E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., pp. 150-151

72 L. PRIORI, Pratica criminale secondo il rito delle leggi della Serenissima Repubblica di Venetia, Venezia, 1695, pp. 102-103

73 Vedasi sul punto E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., pp. 150-151

74 Sui gradi della tortura nell’inquisizione vedasi ampliamente J. PRESTON, I mastini cit.

75 Non diversamente il frate domenicano Torquemeda, capo dell’Inquisizione spagnola, canonizzava nel suo manuale del 1484 all’art. nr. 15): “Se sussiste non convergenza tra il detto dell’inquisito e quello dei testimoni (almeno due n.d.a.), si potrà torturare l’inquisito. Se confessa sotto tortura occorrerà che ribadisca le confessioni tre giorni dopo. Se non le ribadisce, si potrà ricominciare la tortura” in N. BETTAZZI e M. D’AMICO, Il libro nero dell’inquisizione, Alessandria, 2006, p. 106

76 A tal proposito vedasi U. FRANZOI, Le prigioni di Palazzo cit., p. 39

77 Ibidem cit., p. 39

78 E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., pp. 150-151

79 “L’inquisizione della Serenissima Repubblica era una delle più moderate della penisola”, N. BETTAZZI e M. D’AMICO, Il libro cit., p. 148; non per nulla nell’Agosto del 1592 è il Papa in persona che esercita pressioni sulla Repubblica Serenissima, perché si trasferisca il procedimento di Giordano Bruno da Venezia (dove sta per essere prosciolto) al Sant’Uffizio di Roma, che lo condannerà fatalmente al rogo.

80 In tal senso anche C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., pp. 247-248.

81 A. BARBARO, Pratica criminale, Venezia 1739, p.170. Una diversa classificazione è contenuta nel Ragionamento di Vincenzo Ricci, anch’esso pratico veneziano, incaricato nel 1785 dai Sovrintendenti Aggiunti al Sommario delle leggi di procedere alla riforma del sistema penale; la distinzione è operata in base al bene protetto (anziché in base alla tipologia della pena) ed i crimini si ripartiscono in pubblici (contro la maestà divina, contro la maestà umana, contro la vita dei cittadini e contro l’ordine pubblico, inteso in senso così ampio da comprendere i reati contro la fede pubblica, i reati fiscali, l’evasione, la sodomia, il contagio, il lusso, il gioco d’azzardo, il peculato) e in privati (tutti gli altri). Le sanzioni (tra cui non compare la condanna ai lavori forzati da poco introdotta nel sistema di repressione criminale veneziano) sono trattate separatamente: pena capitale (cui eventualmente si aggiunge la memoria infamante), demolizione della casa del reo, confisca, galera, carcere a vita od a tempo, bando, relegazione, sfratto (esilio), pene pecuniarie (eventualmente congiunte alle precedenti): v. G. SCARABELLO, Progetti di riforma cit., pp. 387-392.

82 B. MELCHIORI, Miscellanea di materie criminali, volgari e latine composta secondo le leggi civili e venete, Venezia, 1776, vol. I., pp.19-20.

83 “Le Pene si dicono […] Capitali, allorquando si procede coll’ultimo supplizio, non Capitali, mentre con la pena vien rilasciata la vita”: A. P. VALLI, Istituzioni criminali analoghe alla odierna pratica dei tribunali, vol. I, Venezia, 1789, p. 4.

84 “Alcune delle consuete pene tolgono la vita naturale come recisione di testa separata dal busto, appiccatura per laccio alle forche, e strozzamento”: B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale teorica e pratica, vol. I, Venezia, 1731, p. 55.

85 Non è dello stesso avviso il Pasqualigo che afferma: “Altre tolgono la libertà, e non pertanto la vita civile, come la prigione, la delegazione, ed esilio”, senza far riferimento al fatto che determinano, se perpetue, il medesimo risultato della condanna a morte: ibidem, p. 55.

86 Il bando, comminato frequentemente durante tutto il Medioevo, consiste in una sorta di esilio a vita da una determinata città, da una regione o dalla patria. Nell’ordinamento marciano si traduce nel divieto per il condannato di abitare a meno di 15 miglia da Venezia o, più spesso, dai confini del territorio della Serenissima e nel correlato interdetto di entrare in tali luoghi, salvo apposito permesso; così in PREGADI, 12 Novembre 1443 (contenuto del bando), 12 Marzo 1502 (disciplina dei salvacondotti) e MAGGIOR CONSIGLIO, 17 Gennaio 1506 (divieto ai Rettori di concedere salvacondotti ai banditi): v A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 12 r. e v., 17 r., 18 v. La rottura del bando (cioè la relativa violazione dell’ordine del giudice) rende il reo passibile di uccisione da parte del quivis de populo, come disposto il 29 Luglio 1489 dal CONSIGLIO dei X (e ribadito l’11 Settembre 1490): ibidem, vol. II, pp. 15 r. e v., 16 r. e v. L’origine del bando sembra legata alla tradizione culturale germanica e, più precisamente, alla rottura della pace sociale (Friedlosigkeit); fra le genti tedesche “nessuno può dargli (al bandito: friedlos, n.d.a.) ospitalità, né procurargli vitto: anzi ognuno del popolo è fatto esecutore della sentenza, che ha colpito quel reo, e deve, se può dargli la morte. Contro chi lo uccida non solo non vi sono pene date dalla legge, ma nemmeno può sorgere la faida dei parenti dell’ucciso, sia perché l’uccisione fu legittima, e sia perché il bandito perde anche ogni diritto verso la sua famiglia, per la quale egli è giuridicamente morto al momento della condanna”: C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., p. 105.

87 La relegazione consiste in una sorta di esilio a vita, ma in un luogo specifico, che generalmente si trova all’interno del dominio veneziano (spesso si tratta dei territori di Levante): “li rei puniti in tal guisa debbano abbandonar la Patria, staccarsi dalle occasioni di male affare e esporsi a fatiche […] Il fine politico nelle Relegazioni è di popolare Luoghi vuoti, e ridurli a qualche civiltà, donando loro in oltre molto vantaggio” poiché “non si relegano che Persone nobili, e commode, dalle quali scaturir possano appunto tali vantaggi”. “Li Relegati non possono rilasciarsi dalle prigioni, ove si attrovino, se prima non sieno in pronto per portarsi al luogo destinatoli per relegazione”: A. BARBARO, Pratica cit., pp.113-114.

88 La pena della galera, introdotta dal Senato nel Maggio del 1542, consiste nella condanna ai remi sui legni di San Marco. L’aspettativa di vita dei galeotti è bassa, sia per le tremende condizioni di vita sia per i pericoli connessi alla navigazione dell’epoca (peraltro i rematori sforzadi sono incatenati ai banchi di voga); il Consiglio dei X delibera, il 15 Gennaio 1558, che la condanna ai remi non superi i 12 anni, di solito ridotti a 10 dalla prassi giurisprudenziale. “La galera è ricetto dei vagabondi, dei Bravi, dei Ladri di roba di valore, dei Bestemmiatori, di Omicidi in alcuni casi e simili”: A. BARBARO, Pratica cit., p. 178. Un altro pratico (B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., vol. I, p. 55) assimila la condanna alla galera alla riduzione in schiavitù: “altre impongono servitù, come la condanna a remigare galea”.

89 Chi colga in flagranza di reato l’omicida (come pure il rapitore o lo stupratore), sia a Venezia che in tutto il territorio soggetto alla Serenissima, ha il potere di arrestarlo od ucciderlo e riceve buona parte del patrimonio del reo (come disposto da CONSIGLIO X, 16 Dicembre 1506, citato da A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 41 v. e 42 r.). Di antichissima previsione, il delitto di omicidio comporta, fino al XII secolo, l’irrogazione al reo della pena capitale e, alla sua famiglia, della multa di 50 lire, quale pretium pacis, alla maniera longobarda: v. E. BESTA, Storia del diritto penale cit., p. 9.

90 In tal senso CONSIGLIO X, 11 Febbraio 1561, pp. 42 r. e v., p.43 r.

91 La sanzione prevista, per quest’ipotesi di falsaria, è la decapitazione; in caso di falsa testimonianza (od in altre ipotesi di falso in giudizio della persona diversa dell’expedito, ad esempio il documento contraffatto esibito al magistrato) da cui derivi all’innocente diversa sanzione è previsto il taglio della mano destra e della lingua “sì che il non possi più parlar” e una multa di 500 ducati; infine, se dalla menzogna del reo non derivi alcuna conseguenza, viene inflitta la sola sanzione pecuniaria (MAGGIOR CONSIGLIO, 30 Novembre 1542 cit.). Si tratta di un fatto incriminato fin (almeno) dal 1178: v. E. BESTA, Storia del diritto penale cit., p. 8.

92 A cui sono equiparati coloro che affiggono cartelli ingiuriosi in luogo pubblico (puniti con la pena del bando temporaneo (minimo 10 anni) o perpetuo e la multa da 100 a 1000 lire): CONSIGLIO X, 19 Aprile 1541, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 33 v.

93 A. BARBARO, Pratica cit., pp. 176-177.

94 La pena va dal bando di almeno 10 anni alla galera in vita: PREGADI 26 Luglio 1547 in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 37 r.

95 “Si taglia la lingua ai bestemmiatori dopo averli lasciati per buona pezza in Berlina” ovvero li si condanna alla galera a tempo: A. BARBARO, Pratica cit., p. 178. Secondo un altro pratico (L. PRIORI, Pratica criminale cit., pp. 126-128) la pena per la bestemmia è, a secondo della gravità (che varia in funzione dell’oggetto e delle modalità dell’empietà), l’impiccagione o il taglio della lingua (“essendoci data la lingua per laudar Dio”) o la reclusione per un anno (con eventuale sanzione pecuniaria fino a 400 ducati) ovvero, nei casi più lievi, la fustigazione.

96 I reati di violenza pubblica (arbitrio arbitro) offendono la sovranità statale (come la Lesa Maestà, il conio di moneta falsa, il fatto di chi “detenesse alcuno in carcere privato” ovvero turbasse gravemente l’ordine pubblico, come “quelli che facciano adunation da 4 in su per dannificar”: A. BARBARO, Pratica cit., p. 114; CONSIGLIO X, 18 Agosto 1541 (per i reati di adunation per danificar) in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 34 r. I reati contro lo Stato sono puniti in età “prestatutaria” con la pena di morte e talora con l’esilio o l’accecamento, ai quali si aggiunge di prassi la distruzione della casa ed il divieto di sepoltura: v. E. BESTA, Storia del diritto penale cit., pp. 4-6.

97 Nel caso è previsto che il reo “sia appicato per la gola”: CONSIGLIO X, 21 Ottobre 1553 e 3 Febbraio 1599, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 39 r. e v., p.58 v.

98 V. B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., pp. 220 e ss.

99 PREGADI, 14 Gennaio, 1605, A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 65 v.

100 Le condanne alle pene corporali diminuiscono, verosimilmente, a partire dal 1545, quando vengono convertite in galera.

101 Il reati puniti con l’amputazione sono – principalmente - il furto, la rapina e la preda (cioè il furto commesso in particolari circostanze, come nel caso d’incendio o di disastro navale) e sono oggetto delle più antiche norme “incriminatrici”, testimoniate dalla promissio di Orio Mastropiero e da quella di Jacopo Tiepolo. La disciplina non subisce sostanziali modifiche nei secoli successivi, giacché – secondo uno scritto del 1739 (A. BARBARO, Pratica cit., p. 114) - “si bollano in fronte i ladri non famosi o pure li se gli taglia il naso […] Si frustano pure i ladri, ruffiani e simili”.

102 La bollatura consiste in un segno distintivo, impresso generalmente col ferro caldo, a coloro che si sia macchiato di certi reati come, ad esempio, il primo furto (se di modico valore). “Altre debilitano le membra del corpo con rimarchi di infamia, come la frusta, la berlina, l’imposizione di obbrobriosa mitra, ed il bollo in fronte”: B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., p. 55.

103 A. BARBARO, Pratica cit., p. 170.

104 Analogamente alla legislazione delle popolazioni barbariche stanziatesi in Italia settentrionale e alla prassi dei comuni e delle signorie: sull’argomento e sull’origine della sanzione pecuniaria v. C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., pp. 89-105 e 236-243.

105 B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., p. 55.

106 Un esempio di confisca “de tutti li beni […], de qualunque sorte […]sì mobili, come stabili” è offerto dai “casi attrosi e assasinamenti”, qualora il reo si sia dato alla fuga: PREGADI, 24 Ottobre 1517, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 20 v. Sulla compiuta organizzazione della disciplina delle confiscazioni, v. CONSIGLIO X 23 Gennaio 1583 e 3 Novembre 1589, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 50 r. e v., 51 r; sulla origine della pena della confisca v. C. CALISSE, Storia del diritto penale, cit., pp. 243 ss.

107 Secondo Bartolomeo Melchiori non sono da considerarsi propriamente delle pene, bensì “dei moniti di rigar dritto”: B. MELCHIORI, Miscellanea cit., p. 20. Tuttavia, benché tali sanzioni abbiano un carattere prevalentemente preventivo, sono caratterizzate anche da un notevole elemento afflittivo, tale da farne preferire la classificazione fra le pene in senso stretto.

108 Ibidem, p. 20. La pratica era già in vigore da tempi antichissimi. Nella Promissio maleficiorum del 1181 si annoverano già molti esempi di reati sanzionati in via accessoria con la demolizione.

In tale sanzione riecheggia l’influenza canonica che prevedeva, all’epoca, sanzioni infamanti di vario genere, quale il divieto di seppellire il corpo o quello di bruciare degli eretici.



109 Altre pene “levano gli ufizi e le cariche”: B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., p. 55.

110 Nel XIV secolo, per esempio, è fatto divieto a coloro che siano stati banditi da Venezia di assumere pubblici incarichi “in aliqua Terra Nostra”: PREGADI, 20 Giugno 1342 (divieto di assunzione di pubblico incarico) e CONSIGLIO X, 12 Luglio 1503 (perdita dell’incarico in caso di condanna al bando) in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp.10 v., 17 r. e v.

111 E. RUBINI, Giustizia Veneta cit., p. 146

112 Una delle ragioni che portò all’abbandono di tale pratica fu anche il gran numeroso di evasi che, con spericolate scalate, riuscivano a darsi alla fuga.

113 Nella promissio tiepolesca possono comunque ravvisarsi alcune norme di carattere generale, relative all’uguaglianza della pena fra il reo principale ed i suoi complici, al concorso ideale di reati (punito con la somma delle pene previste dalle singole norme incriminatrici), nonché il principio che riserva sempre al prudente apprezzamento del giudice la determinazione della pena da comminare alle donne: v., sul punto, G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., p. 193. Analoghe considerazioni valgono per gli altri ordinamenti giuridici italiani, almeno fino alla fine del XVI secolo: v., per una sintesi, C. CALISSE, Principi di diritto penale nei giuristi del rinascimento (secoli XIII – XVI), in Studi in onore di Arrigo Solmi, vol. I, Milano 1940.

114 Senza tener conto del moltiplicarsi delle fattispecie in funzione della diversità di classe, ceto o nazionalità sia del soggetto attivo che della persona offesa: ad esempio, parecchi provvedimenti riguardano i crimini commessi dai cittadini ebrei (come quello “delli Giudei che conoscono carnalmente le Cristiane”: PREGADI, 11 Aprile, 1443, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 11 v.

115 L. PRIORI, Pratica criminale cit., pp. 143 e ss.

116 “Regola fondamentale ella è, che le pene devono essere proporzionate ai delitti […]. Questa Regola sebbene primariamente si riferisca alla potestà legislatoria; nondimeno riguarda ancora l’officio, e la prudenza giuridica del Magistrato […]” in Z. G. GRECCHI, Le formalità del processo criminale nel Dominio Veneto, vol. I, Padova, 1790-91, p. 168.

117 Sappiamo con certezza che a Venezia il furto è punito, già dal 779, secondo l’uso bizantino, con il taglio della mano e con l’accecamento e non secondo la prassi franca e longobarda, che, nella maggior parte dei casi, irroga la sola pena pecuniaria: v. E. BESTA, Storia del diritto penale cit., p. 4.

118 L. PRIORI, Pratica criminale cit., pp. 143 e ss.

119 Secondo una definizione “veneziana”, la pena è “un male che il sovrano minaccia contro quelli tra i suoi sudditi, che sono disposti a violare le leggi […] collo scopo di qualche bene futuro, e specialmente per la tranquillità della società”: M. FERRO, voce “pena”, Dizionario del diritto comune e veneto, vol. II, Venezia, 1845-47, p. 415. Sulla stessa linea una definizione “milanese”: “cosa detta, fatta, tantata o commessa, che dalla legge o dalla consuetudine o altro, per interesse dei buoni costumi, vien predicata degna di pena”: A.A., Ristretto della Pratica Criminale per lo Stato di Milano, 1750 circa, citato in L. GARLATI GIUGNI, Inseguendo la verità cit., p. 45.

120 F. ANTOLISEI, Manuale di diritto penale – parte generale, a cura di Luigi Conti, Milano, 1994, p. 626.

121 La repressione ruota intorno al concetto cardine della retribuzione, ben sintetizzato da Ugo Grozio: “malum passionis quod infligitur ob malum actionis”.

122 F. ANTOLISEI, Manuale di diritto penale cit., pp. 625-627.

Personalmente condividiamo l’opinione espressa da Hans Kelsen in occasione del suo commiato dall’insegnamento all’Università di Haward ovvero che quale sia la funzione ultima della pena non l’abbiamo ancora compreso!



123 Ibidem, p. 637.

124 Intesa come il potere dell’autorità sovrana, qualunque essa sia, di punire il trasgressore di un precetto criminale e di attuare tutte le misure possibili per prevenire la commissione di nuovi reati.

125 P. GROSSI, L’ordine giuridico medioevale, Bari, 2000, pp. 10 ss.

126 V., amplius, sull’importanza del cristianesimo sull’evoluzione del concetto della pena in Italia fino al XIII secolo, C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., pp.1 ss.

127 P. COSTA, Iurisdictio. Semantica del potere politico nella pubblicistica medioevale (1100-1443), Milano, 1969.

128 P. GROSSI, L’ordine giuridico cit., pp. 130-132; citando Th. Hobbes “Potestas, non veritas, facit legem”.

129 V. L. PUPPI, Il mito e la trasgressione. Liturgia urbana delle esecuzioni capitali a Venezia tra XIV e XVIII secolo, in “Studi Veneziani”, XV, 1988, p. 114.

130 Il passo continua così: “[…] Il taglio della mano allo spergiuro, al falsario, al feritore; il taglio del piede al servo fuggitivo, al disertore; il taglio o il foro della lingua al calunniatore, al bestemmiatore; e così via dicendo. Perciò […] si deve intendere secondo la specie del reato, perché se questo è commesso ambulando, deve tagliarsi il piede; se loquendo la lingua; se scrivendo, la destra […]. L’arbitrio del giudice […] preponderava”: C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., pp. 251-252.

131 In tal senso un pratico del XVIII secolo afferma che “la pena è una espiazione del delitto”: Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, p. 168.

132 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 126.

133 Un buon esempio è offerto dal proemio del Liber promissionis maleficii di Jacopo Tiepolo (1232): “In Nomine Dei, e Salvatoris Nostri Jesus Christi […] Um ex rigore Justitia, excessus emendare, e punire Maleficia merito injucta nobis solicitudinis teneamur, ad hoc efficiendum tanto studiosius intendere volomus, de vitiorum Correctionem tota Patria laudabiliter predicatur”, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 1 v. e 2 r. La promissio è improntata ad una repressione dei reati rigorosa, facendo largo uso della pena capitale e delle amputazioni.

134 E. BESTA, Storia del diritto penale cit., p. 6.

135 C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., pp. 247-248.

136 Contra L. PUPPI, Il mito e la trasgressione cit., p. 117 e ss.

137 Nel resto d’Europa “le esecuzioni avvenivano spesso di fronte a un pubblico numeroso […]. Il condannato a morte era condotto attraverso le strade su un carro aperto, ed era costretto ad andare incontro alla propria fine come personaggio in uno spettacolo di richiamo, che le folle avrebbero applaudito o fischiato a seconda del loro atteggiamento nei confronti della vittima”: A. GIDDENS, Sociologia, a cura di M. Barbagli, Bologna, 1993, p.16. Sulle esecuzioni a Venezia v. L. PUPPI, Il mito e la trasgressione cit., p. 118 e ss.

138 In Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, pp. 210-211.

139 A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 87.

140 Ibidem, vol. I, prologo, pp. 1 v. e 2 r.

141 Ex plurimis v. CONSIGLIO X, 16 Luglio 1441 (in tema di funzione del bando) e Maggior Consiglio, 25 Novembre 1554 (relativamente alle amputazioni comminate ai ladri) in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 11 r. e v., 36 r. e v.

142 A. BARBARO, Pratica cit., p. 171.

143 “Lo strozzamento segreto suole eseguirsi ad inferire pena di morte a rei per altro nobilissimi, illustri e cospicui, qualora sovrastasse pericolo di scandaloso tumulto nello spettacolo di solenne patibolo”: B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., vol. I, p. 56.

144 “E poiché doveva l’esempio incuter timore, sempre in pubblico si facevano le esecuzioni delle pene capitali, circondate da tristi solennità. Le forche erano sempre ritte sul luogo a ciò destinato; i cadaveri dovean penzolare, finché putrefatti ne cadessero; le teste recise, le membra squartate si esponevano nei siti più popolosi”: C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., p. 249; sempre il Calisse ha anche affermato che a Venezia scopo principale della pena era “il dare altrui esempio e timore: questo si rendeva permanente imprimendo sulla persona del reo un marchio indelebile, mediante il quale a lui stesso era continua la pena, ovunque andava egli portava con sè visibilmente l’annunzio di ciò che incontra chi commette reati” (op. cit., p. 251).

145 “Il concetto medievale della responsabilità collettiva – presente ancora in molti Statuti tre – quattrocenteschi, che prevedono sanzioni di vario genere per la comunità che non consegni alla giustizia chiunque al suo interno si fosse macchiato di un reato – perde gran parte del suo significato nel corso del XVI secolo”: E. BASAGLIA, Giustizia criminale e organizzazione dell’autorità centrale. La Repubblica di Venezia e la questione delle taglie in denaro nella Repubblica Veneta (secoli XV-XVIII), in Stato società e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV – XVIII), vol. II, a cura di G. Cozzi, Roma, 1985, p. 196.

146 “La taglia posta sulla sua testa (quella del colpevole n.d.a.) veniva a costituire per il reo un elemento pecuniario suppletivo della pena, ed era nel contempo un vero e proprio rimborso delle spese in cui la giustizia era incorsa per averlo nelle forze”: E. BASAGLIA, op. cit., p. 200.

147 Ad esempio, il Consiglio dei X, il 17 Dicembre 1540, delibera, riguardo “coloro che ammazzano e feriscono alcuno in Venetia”, che “[…] sia licito a cadauno […] che si ritrovasse sopra il fatto […] prender e ritenir con quella medesima autorità, ch’hanno li Capitanii e Officiali Nostri, e quelli presentar nelle forze della Giustizia”; si promette – tra l’altro - una ricompensa che può arrivare sino a 200 ducati: A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 32 v. In prosieguo di tempo: CONSIGLIO X, 26 Giugno 1553, “Del premio delli Captori, over Accusatori delli Monetarii e Sodomiti”, CONSIGLIO X, 26 Novembre 1561, “in materia delli Benefici, che sono concessi a quelli, che prendono gli Assassini”, CONSIGLIO X, 31 Agosto 1584 (reiterato il 7 Marzo 1599 con aumento dei premi), “Benefico di quelli che denoncieranno i Toccatori di Scommesse” in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 38 v e 39 r., 44 r. e v., 51 r.-52 v., 61 v.

148 E. BASAGLIA, op. cit., pp. 195 e ss.

149 “Ogni magistratura […] ha proprie bocche di leone.”: a Venezia, infatti, “è in uso anche il sistema della denuncia segreta, che ogni cittadino può depositare dentro apposite cassette (dette per l’appunto bocche di leone)”: U. FRANZOI, Le prigioni della Repubblica di Venezia, Venezia, 1966, pp. 112-115. Il sistema, con tutta probabilità, non sortisce risultati soddisfacenti, atteso che “il 5 Maggio 1257 il Maggior Consiglio prescrive che le lettere anonime siano senz’altro bruciate”; “il 31 Ottobre 1387 (e la parte è ribadita il 10 Giugno 1439) ritorna parzialmente sulla decisione, dannosa agli interessi dello Stato”. Negli anni successivi viene ammessa una serie di divieti e di deroghe: nel 1442 si vieta di procedere contro i sodomiti per denontia secreta; nel 1542 il Consiglio dei X ammette, con alcune cautele, le polizze senza sottoscrizione contro i bestemmiatori; nel 1583 si accettano solo in materia di bravi, vagabondi e giuramenti falsi; nel 1588 e nel 1647 si amplia il novero delle fattispecie che consentono la segreta denunzia (soprattutto reati contro la sicurezza dello Stato) e si stabiliscono regole più precise; nel 1569 la si ammette per la detenzione abusiva di armi da fuoco. V. P. PRETO, I servizi segreti cit., pp. 168-177.

150 V., ad esempio, CONSIGLIO X, 31 Agosto 1572, che prevede che “li Communi siano esenti per Anni quattro ammazzando Assassini da Strada” o CONSIGLIO X, 15 Aprile 1574, “in materia delli trovati infragranti di crimine, e Beneficio di chi li prenderà o ammazzerà” relativamente ai reati di “di maggior frequentia”, cioè quelli di “homicidio nella strada, sforzo, rapto, incendio, violenza nella robba, o nella vita”, in A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, pp. 48 r. e v., 49 r. e v.

151 E. BASAGLIA, op. cit., p. 196.

152 “Il raccordo (o aricordo, o ricordo, o secreto) è un memoriale, sottoscritto personalmente o da terza persona per conto dell’interessato, che un privato cittadino presenta al Consiglio dei dieci” (o ad altra magistratura) “su una materia di rilevante importanza per lo stato”: P. PRETO, I servizi segreti cit., p. 155.

153 Ibidem, p. 160.

154 Ad esempio, per meglio contrastare le sempre crescenti fughe, il Maggior Consiglio, il 26 Agosto 1573, promette uno sconto di pena a chi fra i carcerati, onde prevenire le evasioni dei compagni, abbia informato le guardie: v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXIII, n. 99.

155 Per particolari tipi di reati (in particolare il contrabbando) si provvede ad infiltrare veri e propri agenti provocatori: v. P. PRETO, I servizi segreti cit., pp. 423-432.

156 “Fra i molti nomi che si conoscono appare anche quello di Giacomo Casanova”: U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 112.

157 In P. PRETO, I servizi segreti cit., p. 185 (ed ampiamente sulla questione pp. 185-217).

158 “Le esecuzioni erano pensate per prolungare al massimo l’agonia e lo stato di coscienza del condannato. Lo schiacciare con un peso sempre maggiore il torace del condannato fino alla morte; il supplizio della ruota; la crocifissione; lo strangolamento; il rogo; il ritagliare le carni a strisce; il tagliuzzare parti del corpo non vitali; lo squartamento”: J. LOFLAND in A. GIDDENS, Sociologia cit., p.16.

159 Eloquente è la descrizione dell’esecuzione, nel 1757 in Francia, di un condannato a morte per aver attentato alla vita del re: “il tanagliatore prese poi con un cucchiaio di ferro, dalla marmitta, un po’ di […] droga bollentissima e la gettò a profusione su ciascuna piaga. Poi vennero annodate con delle cordicelle sottili le corde destinate ad attaccare i cavalli, poi i cavalli furono attaccati ad ognuna delle membra, lungo le cosce, gambe e braccia […] I cavalli diedero uno strappo, tirando ciascuno una delle membra per diritto, ogni cavallo tenuto da un aiutante. […] Questi trattamenti furono ripetuti diverse volte senza riuscita […] Dopo due o tre tentativi, il boia Samson e quello che lo aveva tanagliato tirarono ciascuno un coltello dalla tasca e tagliarono le cosce dal tronco del corpo […] in seguito si fece lo stesso alle braccia e alle spalle e alle ascelle, il che ruppe le braccia alle giunture”:A. GIDDENS, Sociologia cit., pp.15-16.

160 Moltissime sono le suppliche di carcerati che giacciono nelle prigioni in attesa di giudizio.

161 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 13. Tale disciplina viene più volte reiterata, probabilmente perché in buona parte rimasta lettera morta; ad esempio lo stesso Maggior Consiglio, il 25 Novembre 1318, ribadisce l’obbligo di due suoi consiglieri, a turno, di trattare ogni mercoledì “post prantium” gli affari dei prigioni: v. G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 15-16.

162 I primi provvedimenti in materia sono compresi nelle promissioni del Doge Lorenzo Tiepolo (1268-1275) e del suo successore Jacopo Contarini (1275-1280): v. V. SCARABELLO, Carceri cit., p. 15.

163 Ibidem, p. 15.

164 Ibidem, p. 16.

165 Ibidem, p. 17. La decisione viene confermata dal Senato il 17 Settembre 1463: v., sul punto, B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 14.

166 Ibidem, p. 14.

167 Ibidem, p. 14. La pena per i magistrati è di 10 ducati; i segretari sono invece puniti con la privazione dell’incarico per 10 anni.

168 Consiglio dei X, 5 Aprile 1569 e Senato, 9 Luglio 1575: v. B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 15.

169 Ad essa è equiparata la reclusione, anziché in una apposita struttura pubblica, in un edificio privato, su ordine o su autorizzazione dell’autorità statale.

170 Sulla repressione del crimen e sul paradigma delle pene del diritto romano v. A. BURDESE, Diritto pubblico romano, Torino, 1977, pp. 225 e ss.

171 Ibidem, p. 257.

172 Già dal I secolo d.C., sono previste alcune sanzioni con lo scopo prevalente di allontanare il reo dalle occasioni di malaffare; si tratta di tutte le figure di exsilium (l’esilio, che può avere anche carattere semplicemente temporaneo), di cui sono forme speciali l’interdictio (il divieto di recarsi in alcuni luoghi), la relegatio (il confino in certi luoghi, per lo più isole) e la più dura deportatio (la deportazione al di fuori dei confini dell’Impero). A. BURDESE, Diritto pubblico romano cit., pp. 256-258.

173 Per un’ampia disamina v. C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., p. 1 e ss.

174 La prova ordalica consiste in una sorta di sfida lanciata da un litigante all’altro o dalla persona offesa al presunto colpevole; se questi accetta la sfida dell’avversario e la supera, il giudizio si conclude in suo favore, così come gli dei hanno voluto; in caso contrario soccombe.

175 “Senza legittima colpa, pareva condannabile la servitù del cristiano: ma vigeva sempre il principio che per riguardo agli infedeli fosse lecita”: E. BESTA, Le persone nella storia del diritto italiano, Milano 1931, p. 90.

176 Nella legislazione carolingia, tuttavia, si rinvengono ancora segni di riduzione in schiavitù intesa come pena: “contro chi avesse ucciso il parente che poteva compromettere la rivendicazione con la sua testimonianza […]; contro la moglie adultera […]; contro la monaca […] o i preti concubinari; […] contro le concubine dei preti, contro i loro figli […]; contro i liberti traditori […]”:E. BESTA, Le persone cit., p. 81.

177 Sull’origine delle sanzioni ecclesiastiche vedasi V. DE PAOLIS e D. CITO, Le sanzioni nella Chiesa. Commento al Codice di Diritto Canonico Libro VI, Roma 2000, p. 17-34.

178 V. D. MELOSSI e M. PAVARINI, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario. XVI - XIX secolo, Bologna 1979, pp. 4 e ss.

179 M. FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino 1993.

180 E. GALLO e V. RUGGIERO, Il carcere in Europa. Trattamento e risocializzazione, recupero e annientamento, modelli pedagogici e architettonici nella galera europea, Verona, 1983, p. 28.

181 E. BESTA, Storia del diritto penale cit., p.5.

182 “Nello Stato Pontificio e a Roma in particolare il tipo di carcere penale, caratterizzato dalla segregazione in un monastero, continuò ad essere utilizzato fino al XIII secolo. Successivamente i vescovi fecero costruire delle prigioni non conventuali dove, alla funzione preventiva, si aggiungeva quella punitiva e di difesa sociale. La privazione della libertà, considerata come fine della pena, era destinata a diventare anche uno strumento di difesa della comunità. Oltre alle prigioni monastiche e vescovili, nello Stato della Chiesa erano poi presenti delle vere e proprie istituzioni carcerarie”: V. PANZANI, L’assistenza religiosa in carcere, Roma 1999, p. 10.

183 E. BACCHETTI, La gestione del sistema carcerario a Venezia e il regolamento del Doge Antonio Venier, in “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, tomo CLV/2, 1997, p. 302, nota 2.

184 Le prove dell’importanza del carcere, già nel XIII secolo, sono date non solo dal quadro legislativo dell’epoca, ma soprattutto dall’impressionante mole di provvedimenti che riguardano la gestione dell’intero impianto burocratico delle prexon.

185 A. LOMBARDO (a cura di), Le deliberazioni del Consiglio dei XL della Repubblica di Venezia, vol. 3, Venezia, 1957-67.

186 Precisamente le condanne sono: il 29% alla pena pecuniaria (che in caso di mancato pagamento può convertirsi in reclusione), il 26% alla pena del carcere, il 23% al bando (generalmente associata alla confisca), il 10% alla pena capitale, il 5% alla pena corporale ed il restante 2% ad altre pene (berlina, privazione di benefici, interdizione dai pubblici uffici etc.): v., sul punto, G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., pp. 9-10. I condannati sia alla pena carceraria che alla pena pecuniaria sono detti, nelle fonti, prigion(n)i misti. Il riacquisto della libertà è, infatti, condizionato alla completa espiazione della pena detentiva e all’adempimento dell’obbligazione giudiziale.

187 V., sul punto, G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 10.

188 Sulle condizioni di vita nelle carceri v., infra, capitolo II. Si può osservare, comunque, una certa tendenza della Repubblica ad incrementare la durata delle pene detentive in parallelo con il miglioramento della qualità di vita in prexon.

189 A.S.V., SENATO MARE, r. 26, 15 Maggio 1545, 101 r.

190 Scelta peraltro confermata dal Senato l’8 Ottobre 1547 ed il 28 Novembre 1573, dopo alcune incertezze iniziali.

191 V., infra, cap. II.

192 SENATO MARE cit., 15 Maggio 1545.

193 Per un’ampia disamina sulla criminalità femminile a Venezia v. M. GAMBIER, La donna e la giustizia penale veneziana nel XVIII secolo, in Stato società e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV – XVIII), vol. I, a cura di G. Cozzi, Roma, 1980, pp. 555-573.

194 Pur mancando contrarie previsioni normative, non si sono rinvenuti nomi di donne fra quelli dei condannati alla galera; quindi le femine, con tutta probabilità, continuavano a subire le condanne tradizionali, fra cui quella del carcere (o quella della reclusione in monastero), come testimonia il nome di una cella delle Prexon Novissime: “de le femine”.

195 Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, p. 271.

196 La sanzione alternativa era normalmente indicata nella sentenza: “la pena che incontrano costoro con lo spezzare così l’autorità del Giusdiscente, è quella già prescritta nella Sentenza di Condanna”: Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. II, p. 271.

197 Relativamente alla rottura del bando ed all’esecuzione della pena alternativa v. CONSIGLIO X, 18 Luglio 1561 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 43 r. e v.; quanto alla violazione delle limitazioni imposte dalle relegazioni vedisi CONSIGLIO X, 30 Aprile 1590 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 53 v. e 54 r. e v.

198 L’incarcerazione dei testi è di prassi, invece, a Milano nel XVII secolo: v., sul punto, L. GARLATI GIUGNI, Inseguendo la verità cit., pp. 118-119.

199 B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., vol. I, p. 56.

200 Ibidem, p. 3.

201 A. P. VALLI, Istituzioni cit., vol. I, p. 4. E’ stato osservato (F. TEOBALDO, Pratica criminale a notizia di chi voglia istradarsi alle cariche di Assessore e Cancelliere, Venezia 1706, p. 46) che “li Rei […]si condannano in due modi, ò giusto la Legge, ò ex arbitrio”.

202 Fra cui l’amplissima gamma di competenze, che spesso si intrecciano, delle numerose magistrature grandi e piccole.

203 L. PRIORI, Pratica criminale cit., pp. 143 e ss.

204 V., in argomento, M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “bestemia”, vol. I, pp. 265-271. Ampiamente, sulla repressione della bestemmia, v. R. DEROSAS, Modalità e giustizia a Venezia nel ‘500-‘600. Gli esecutori contro la bestemmia, in Stato società e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV – XVIII), vol. I, a cura di G. Cozzi, Roma 1980, pp. 433-528.

205 Per cui, come già detto, è prevista a seconda della gravità la pena corporale, il bando (con relativa multa) o la condanna a morte.

206 La pena è di 1 anno di reclusione cui si aggiunge la multa fino a 400 ducati: v. R. DEROSAS, op. cit., pp. 126-128.

207 Per i “Forestieri […] della Ditione della Signoria Nostra siano per detto tempo (5 anni n.d.a.) banditi”.

208 PROCLAMA DEGLI ESECUTORI CONTRO LA BESTEMMIA, 14 Ottobre 1563, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 45 r. e v. Sono sanzionati analogamente, cioè con pena extraordinaria, coloro che bestemmiano “sopra Nave, Burchio, over altro Navilio disarmato, etiam in Terre Aliene”: CONSIGLIO X, 19 Ottobre 1548 citato in PROCLAMA DEGLI ESECUTORI cit., c. 45 v.

209 PROCLAMA, 14 Ottobre 1563 cit., c. 46 v. e PREGADI, 26 Luglio 1547 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 37 r.

210 Ibidem, c. 37 r.

211 Per i medesimi problemi si vieta l’uso di maschere al di fuori della festività del Carnevale, perché potrebbero celare il volto di un sicario o di un qualche altro criminale; la trasgressione di tale divieto è sanzionata ex arbitrio del giudice: CONSIGLIO X, 14 Gennaio 1605 e 16 Gennaio 1718, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 65 r. e 81 r. e v. Sulla questione dei bravi v. pure C. POVOLO, Aspetti e problemi dell’amministrazione della giustizia penale nella Repubblica di Venezia, secoli XVI – XVII, in Stato società e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV – XVIII), vol. I, a cura di G. Cozzi, Roma 1980, pp. 232 e ss.

212 CONSIGLIO X, 18 Agosto 1600, in Ibidem, c. 62 v. e 63 r. e v.

213 Ibidem, c. 63 v. e 64 r. e r.

214 La cui rottura prevede la pena alla reclusione perpetua in prexon, oltre ad una cospicua taglia (1000 ducati) per chi procede alla cattura. V. CONSIGLIO X, 28 Settembre 1543, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 35 r. e v.

215 Così afferma il Consiglio dei X il die ultimo di Agosto del 1548: “Essendo state fatte per questo Conseglio molte Parte per prohibir le Scommesse”, che sono causa di “rovina di molto numero di Famiglie di questa Città” oltre che di altri “importantissimi disordini”: A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 51 v. Si scommette persino sui nomi dei candidati per l’elezione nei Consigli, comportando così una pericolosa commistione fra i banchi e gli organi di potere. La semplice detenzione di dati o altri mezzi idonei per svolgere gioco d’azzardo è punita con la multa: v. PROCLAMA, 14 Ottobre 1563, cit.

216 CONSIGLIO X, 28 Ottobre 1597, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 56 r. e v. e 57 r.

217 Sulla questione degli archibugi v. pure C. POVOLO, Aspetti e problemi cit., pp. 220 e ss.

218 CONSIGLIO X, 21 Luglio 1490, in A. MOCENIGO, Novissimum Statutorum cit., parte II, c. 15 v. e 16 r. Qualora le armi siano nudate contro gli Officiali, a prescindere dal luogo, i rei sarebbero puniti con la pena capitale: CONSIGLIO X, 16 Settembre, 1538 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 32 r. e v.

219 CONSIGLIO X, 21 Ottobre 1553 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 39 r. e v.

220 CONSIGLIO X, 9 Dicembre 1605 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, 64 v. e 65 r.

221 La (dettagliatissima) disciplina gradua la gravità del reato in funzione del tipo e della quantità di archibugi ritrovati, oltre che dello scopo per cui si detenevano. V. CONSIGLIO X, 15 Marzo 1635, 10 Luglio, 1648 e 29 Agosto 1653 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 68 r.-74 v.

222 CONSIGLIO X, 9 Settembre 1699, 14 Novembre 1707 in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 81 v. e r.

223 CONSIGLIO X, 5 Febbraio 1599, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 58 v.-61 v.

224 CONSIGLIO X, 19 Aprile 1541, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 33 v.

225 Punito in alternativa con la condanna alla galera. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXIII, n. 99.

226 V., per un’ampia disamina, P. MOLMENTI, Il contrabbando nella Repubblica veneziana, in “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti”, tomo LXXVI/II, 1916-17.

227 CONSIGLIO X, 21 Aprile 1572, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 47 v. e 48 r.

228 V., infra, cap. II.

229 D. MELOSSI e M. PAVARINI, Carcere e fabbrica cit. 37. Le rasp – huis consistono in una sorta di carceri in cui vengono reclusi per lo più vagabondi, mendicanti e piccoli criminali, con una duplice finalità: da un lato, favorire il loro recupero sociale, mediante l’obbligo al lavoro (modestamente retribuito), e, dall’altro, toglierli dalle strade, per ragioni di ordine pubblico. Nelle Fiandre la pena capitale e quelle corporali sono assai diffuse, anche per la loro attitudine a non incrementare la popolazione carceraria; scrive Antonio Donà: “La giustizia contro i tristi è qui in tanto rigore che ogni strada ha la sua forca e le ruote sopra le quali mettono gli scellerati[…]. Non usano se castigar con la morte, stimando cosa da ridere la prigione o il bando”: G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 108.

230 A Venezia le magistrature esercitano un costante (e talora inutile) controllo sia sulle iniziative caritatevoli dei singoli privati cittadini (specialmente per evitare che finiscano nelle mani di notai e funzionari senza scrupoli) sia sulle associazioni laiche di assistenza ai carcerati.

231 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 109.

232 La prima, sorta nel 1555 per ordine del re, è quella di Bridewells, dal nome dell’omonimo castello che la ospita. Così scrive riguardo le case – lavoro inglesi William Penn: “All prison shall be workhouses for felons, vagrants and loose and idle persons”, citato da G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 189.

233 Il modello prende il nome dal primo penitenziario che lo ha sperimentato ed è caratterizzato dall’introduzione dell’isolamento notturno alternato al lavoro diurno. Il modello filadelfiano (del 1791), invece, è connotato dal lavoro all’aperto e dall’incatenamento ad un peso del reo durante il giorno: v., sul punto, D. MELOSSI e M. PAVARINI, Carcere e fabbrica cit., pp. 213 e ss.

234 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 109. Nel XVIII secolo la penetrazione delle idee illuministiche determina l’evoluzione del concetto di carcere (anche) in alcuni Stati italiani, in particolare in Lombardia ed in Toscana. A Milano, ove circolano le idee del Verri e del Beccaria, si affermano due distinte tipologie di stabilimenti carcerari: la "casa di correzione" e l’"ergastolo". Nella prima si svolgono piccole attività industriali (per lo più tessili); nel secondo i condannati a pene molto lunghe vengono impiegati in opere di pubblica utilità (malgrado ciò il Beccaria li definisce luoghi di “squallore e fame”).

235 Sulla penetrazione del pensiero illuministico (non solo fra la classe dirigente) soprattutto grazie alla diffusione del “foglio” (cioè della carta stampata) v. G. TORCELLAN, Un problema aperto: politica e cultura nella Venezia del ‘700, in “Studi Veneziani”, vol. VIII, 1966, pp. 493-573. Sul diffondersi in tutta Italia dell’illuminismo giuridico-penale v. C. CALISSE, Storia del diritto penale cit., p. 302.

236 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 185.

237 Ibidem, p. 184.

238 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 28.

239 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 184; v. anche G. ZORDAN, L’ordinamento giuridico cit., pp. 251-252. Precedentemente i tre Aggiunti Soprintendi al Sommario delle leggi (Prospero Valmarana, Girolamo Araldi e Pietro Paguri), incaricati di metter ordine in materia penale, non hanno nemmeno preso in considerazione i lavori forzati come possibile pena; ciò confligge – idealmente – con l’istituzione dei Travagliatori pubblici di Dalmazia e Levante del Luglio 1785 (e cioè con la previsione dell’obbligo per vagabondi e inabili al remo di servire nelle fabbriche pubbliche d’oltremare, a fronte di una paga assai modesta). V. anche G. SCARABELLO, Progetti di riforma cit., 391-392.

240 V. RICCI, Il Ragionamento cit.

241 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 183.

242 In particolare, costruzione e manutenzione delle opere di laguna, delle fortificazioni, dei lazzareti, delle rive, dei fondali dei canali, dei pozzi, delle fogne etc.: v. G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 186.

243 Ibidem, pp. 183-184.

244 SENATO, 8 Agosto 1795; G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 196, nota 101.

245 Ibidem, pp. 197-198.

246 Con il termine captura le fonti designano anche provvedimenti stricto sensu cautelari: in questa trattazione, tuttavia, il termine designa solo l’arresto in flagranza.

247 Da un lato si mette l’accusato nella condizione di non nuocere alla compagine sociale, dall’altro si evita che cada vittima della vendetta della persona offesa o della sua famiglia.

248 “Nella terra ferma veneta le forze di polizia operanti al servizio della giustizia erano costituite da sbirri o zaffi, che prestavano il loro servizio prevalentemente in città, e dai campagnoli che avevano il compito di perlustrare il territorio [...]”: C. POVOLO, Aspetti e problemi dell’amministrazione della giustizia penale cit., p. 207.

249 Quando l’arresto sia stato eseguito a cive, la carcerazione ad inquirendum non può durare più di venti ore. Se ne tratta più oltre sub 2.3.

250 L. PRIORI, Pratica criminale cit., pp. 20-21.

251 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 21. V. anche CONSIGLIO X, 17 Dicembre 1540 cit.; CONSIGLIO X, 26 Giugno 1553 cit.; CONSIGLIO X, 26 Novembre 1561 cit.; CONSIGLIO X, 31 Agosto 1584 cit.; CONSIGLIO X, 7 Marzo 1599 cit. Si deve notare che l’istituto della captura è ben diverso dal fenomeno delle taglie: la taglia, infatti, consiste nella promessa di una certa somma di denaro a colui che abbia provveduto alla cattura (o all’uccisione) di un pericoloso delinquente o di chi abbia rotto il bando. Mentre la captura da parte del privato è ammessa solo in flagranza, la taglia presuppone che il reato sia già stato consumato e che il colpevole sia già stato condannato.

252L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 22.

253 Licenza e mandato indicano, probabilmente, il potere di procedere all’arresto che può derivare o dal provvedimento del giudice (che dispone la ritentione ad inquirendum) o dalla legge o dalla posizione di una taglia.

254 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 20.

255 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 94.

256 Probabilmente a Venezia sono presenti, sino dalle origini, alcuni carceri minori (i Casoni e le carceri di Rialto), che servono alla sistemazione degli arrestati, in attesa del trasferimento presso le strutture centrali di Palazzo.

257 Gli expediti, invece, sono coloro il cui procedimento penale è già in corso.

258 Analogo discorso vale per la prassi dei fori lombardi: v. L. GARLATI GIUGNI, Inseguendo la verità cit., pp. 124 e ss.

259 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 20. Durante la ritentione ad inquirendum viene usato – quale mezzo di ricerca della prova - anche il tormento. Non si tratta, tuttavia, di una prassi indiscriminata, giacché “prima che venghi à questo atto della tortura deve haver (il magistrato n.d.a.) molte cose in consideratione”: L. PRIORI, Pratica criminale cit., 102-103.

260 Di diverso avviso si dichiara il Beccaria: “Un errore non meno comune che contrario al fine sociale, è il lasciare (il giudice n.d.a) arbitro esecutore delle leggi d’imprigionare un cittadino”: C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene, Livorno, 1764 e, di recente, a cura di A. Cerinotti, Verona 1996, p. 85.

261 Ibidem, p. 20.

262 “Il decreto di Carcerazione, o come si dice nel Foro, di Retenzione, è il più pesante, che […] possa cadere sotto i riflessi del giudice. Abuserebbe questi del diritto a lui confidato, se privasse della libertà un Cittadino non abbastanza aggravato da indizj, o per delitti non ancora provati”: Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, p. 88. Sui criteri dottrinari e giurisprudenziali di valutazione degli indizj, delle congetture e delle semiprove, onde disporre la retenzione ad inquirendum, v. Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, pp. 88-91.

263 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 20. Secondo un pratico dell’epoca, Teobaldo, anche quando vi sia pericolo di fuga del presunto colpevole: cfr. F. TEOBALDO, Pratica criminale cit., pp. 68-70.

264 In tal senso scrive, nel 1602, Pier Maria Contarini, nel suo Compendio Universal de Republica: “a custodir la libertà ammetti le accuse secrete in materia di stato, ché altro rimedio non è contra la tirannide che la segretezza delle accuse”, citato da P. PRETO, I servizi segreti cit., pp. 170-171. Tuttavia “se il delitto è atrocissimo, o di quel genere di delitti, che sogliono commettersi occultamente, sarà lecito al Giudice di calcolare anche le leggiere congetture, e di passare all’arresto del preteso Reo con indizj minori”: Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, p. 91.

265 Z. G. GRECCHI, Del processo cit., vol. I, p. 88.

266 F. TEOBALDO, Pratica criminale cit., p. 16.

267 Anche questi soggetti, tuttavia, possono essere reclusi: “Nei casi gravi e atroci posson esser ritenuti e carcerati”: L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 20.

268 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, p. 548.

269 I colpevoli “devono esser estirpati con la pena del fuoco”: L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 129.

270 Ibidem, p. 21.

271 Nel 1475 viene introdotta la figura dell’avvocato dei carcerati poveri, dopo una serie di provvedimenti (sulla c.d. spedizione dei processi) intesi a rendere più celere l’accertamento giudiziario. Se ne tratta più oltre sub 2.5II.

272 Tuttavia, come si vedrà infra, la Repubblica non esiterà, in periodi di particolare sovraffollamento delle carceri, a ricorrere alla “sistemazione” presso abitazione private di alcuni detenuti: si tratterà prevalentemente di malati, di anziani o di prigionieri di guerra di elevato rango.

273 L. PRIORI, Pratica criminale, cit., p. 139

274 A. BARBARO, Pratica cit., p. 114.

275 Ibidem, pp. 176-177.

276 A. P. VALLI, Istituzioni cit., vol. II, p. 91.

277 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 140.

278 Ibidem, p. 140.

279 Ibidem, p. 139.

280 Come si vedrà infra, tale divieto è estraneo, in parte, alle popolazioni germaniche stanziatesi in Italia settentrionale.

281 Sulla distinzione vedi supra.

282 L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 140; secondo altri giuristi veneziani dell’epoca il termine è ancora più breve (6 o 12 ore).

283 A. BARBARO, Pratica cit., p. 114; “Ben ognun può ritenere i delinquenti ne i delitti gravi e compresi delle leggi, purchè nel termine di venti hore li presentino nelle forze della Giustizia.”

284 Sporadicamente, nelle pratiche, viene trattata autonomamente.

285 Alcuni pratici specificano che si tratta del reato di Lesa Maestà temporale in contrapposizione a quello di Lesa Maestà divina: v. L. PRIORI, Pratica criminale cit., p. 135-138.

286 Il reato pubblico è procedibile d’ufficio: v. A. P. VALLI, Istituzioni cit., vol. I, p. 4.

287 Ibidem, p. 139; A. BARBARO, Pratica cit., p. 114.

288 “Si fa risalire l’istituto della prigionia del debitore ai romani”: M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 547.

289 P. VOCI, Istituzioni di diritto romano, Varese, 1954, p. 624; in epoca successiva verrà introdotta la possibilità della condanna in forma specifica: v. A. BURDESE, Diritto privato cit., pp. 607-608.

290 In età imperiale, tuttavia, “continua a sussistere l’esecuzione personale (per l’inadempimento n.d.a.) attuata tramite l’arresto del debitore, benché se ne riduca l’ambito di applicazione e si vieti la detenzione privata”: A. BURDESE, Diritto privato cit., p. 132. V., sul punto, M. TALAMANCA, voce “Pena privata (diritto romano)”, in Enciclopedia del diritto, vol. XXXII, Milano, 1982, pp. 712-734.

291 A. BURDESE, Diritto privato cit., p. 411; P. VOCI, Istituzioni di diritto cit., p. 302; contra: P.S. LEICHT, Storia del diritto italiano. Il diritto privato, Milano 1948, vol. III, “le obbligazioni”, p. 60.

292 F. SCHUPFER, Il diritto delle obbligazioni in Italia nell’età del Risorgimento, vol. I, Torino, 1920, p. 4.

293 Sulla evoluzione delle obbligazioni nel Medioevo presso le popolazioni di ceppo germanico stanziatesi in Italia v. G. ASTUTI, I contratti obbligatori nella storia del diritto italiano, vol. I, Milano 1952, pp. 183 e ss.

294 La bibaria consiste nella formalità in cui i contraenti bevono del vino dalla medesima coppa o si scambiano un contenitore con del vino a memoria dell’obbligo contrattuale.

295 E. BESTA, Le obbligazioni nella storia del diritto italiano, Padova 1936, pp. 138-140.

296 Sull’istituto della wadiatio, v. E. BESTA, Le obbligazioni cit., pp. 128-130; P.S. LEICHT, op. cit., pp. 3 e ss.

297 E. BESTA, Le obbligazioni nella storia cit., p. 129.

Una nota di colore: nel linguaggio corrente, per significare che una persona è rimasta senza danaro, si usa dire “è rimasta al verde” od “a culo scoperto” od ancora “con il culo per terra”. Probabilmente ci si riferisce, in modo inconsapevole, al costume longobardo per il quale il debitore inadempiente rendeva manifesta la propria insolvenza denudandosi pubblicamente le terga e così sedendosi sulla verde erba!



298 Ibidem, p. 439.

299 Ibidem, p. 447.

300 Ibidem, p. 447.

301 Ibidem, p. 447.

302 Ibidem, p. 426. Quanto al diritto canonico, “il Pontefice Alessandro III impone, sotto la minaccia di interdire gli uffici divini, a certi monaci che dovevano, per patto, porsi come ostaggi per un debito del loro monastero, d’ottemperare all’obbligo assunto”: P.S. LEICHT, op. cit., p. 60.

303 La prima norma positiva che faccia riferimento alla condanna allo stare in curia è contenuta nella Promissione del Tiepolo (1232)

304 Mancano elementi sufficienti per affermare con sicurezza che la carcerazione per debiti sia di origine germanica e che solo successivamente sia entrata in uso a Venezia. E’ certo, tuttavia, che la prassi dell’arresto dei debitori si sia diffusa in Italia ed in gran parte dell’Europa negli ultimi due secoli del primo millennio e che la cultura germanica abbia avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di tale consuetudine anche nella Repubblica veneziana. Sull’influenza della tradizione giuridica longobarda e carolingia sull’ordinamento veneziano v. E. BESTA, Storia del diritto penale cit., pp.14 e ss.

305 E. BESTA, Le obbligazioni nella storia cit., p. 426.

306 Ibidem, p. 426. “L’arresto privato fu sostituito dall’imprigionamento nelle carceri pubbliche stabilito da un gran numero di Statuti per il debitore insolvente […], malgrado che nelle sue Decretali il Pontefice Gregorio IX avesse stabilito il principio che l’uomo libero non potesse essere oggetto d’esecuzione per debiti, se anche mancassero beni sufficienti a soddisfarli”: P.S. LEICHT, op. cit., p. 83.

307 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debito”, vol. I, p. 546.

308 F. DANDOLO, Liber Sextus, Cap. XIV, in A. MOCENIGO, op. cit., parte I, c. 88 v.-89 r.

309 Ad esempio, agli inizi del XVII secolo l’importo minimo era di 50 ducati: “Debitore nelle cause da 50 ducati in su può essere condannato alle carceri”: R. GRIFFO, Pratica sommaria civile e criminale di tutte le leggi, decreti, consigli, ordini che si contengono nello Statuto veneto, Venezia 1619, p. 59. Nel XVIII secolo, invece, il limite viene elevato a 200 ducati: “le leggi Venete proibiscono di far prigione alcuno in corte di palazzo per debiti, quando questi non eccedono i 200 ducati”: M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548. V. anche A. DANDOLO, Liber Sextus, Cap. XI-XII, in A. MOCENIGO, op. cit., parte I, c. 87 v.-88 r.

310 Ad esempio, gli inadempienti possono essere condannati al carcere a prescindere dall’importo “quando si tratta di debiti di navigli, nolleggi, affitti, etc”: M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548.

311 Ibidem, voce “debitore”, vol. I, p. 549.

312 Ibidem, voce “debitore”, vol. I, p. 549. Le donne debitrici invece possono essere legittimamente condannate a “stare in corte di Palatio”. V. F. DANDOLO, Liber Sextus, Cap. XVI, in A. MOCENIGO, op. cit., parte I, c. 89 v.-90 r.

313 In R. GRIFFO, Pratica sommaria civile cit., p. 59. La regola era stata introdotta dal doge Andrea Dandolo; la traduzione settecentesca della legge dice: “se soleva fare un Comandamento, damò avanti far se debbian doi Comandamenti” A. DANDOLO, Liber Sextus, Cap. XII, in Novissimum Statutorum cit., parte I, c. 87 v.-89 r.

314 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548; v. anche M. NANI, Pratica civile delle Corti del Palazzo veneto, Venezia 1667, p. 61.

315 Nel senso che comunque è un reato non “procedibile d’ufficio”, perché secondo il pratico, il bene protetto è di interesse non dello stato, bensì del privato. B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit., pp. 3 ss.

316 Ibidem, p. 267. Le fonti, per la precisione, parlano di reato di fallimento. Si preferisce, tuttavia, usare il termine “bancarotta” per non confondere questo reato con il fallimento nell’accezione di procedimento giudiziale di liquidazione del patrimonio del debitore inadempiente: quest’ultimo è previsto esclusivamente nel caso di insolvenza di un commerciante (per dirlo con le parole dell’epoca, di un negoziante).

317 B. PASQUALIGO, Della giurisprudenza criminale cit, pp. 267-270. La difficoltà di distinguere i semplici fallimenti dalle vere e proprie bancarotte fraudolente emerge da una delibera del Maggior Consiglio del 12 Marzo 1611: “Fra i molti pericoli, et danni à quali sono sottoposti li poveri Mercanti, vengono in gran consideratione li così gran frequenti fallimenti di diversi, li quali non per disgrazie comprese dalle Leggi solamente si ritirano, ma à bel studio intaccano questo, et quello, e poi falliscono con i Capitali nelle mani […] facendo passar Accordi con sottoscrittori di finti Creditori, e con altre astutie à pregiudicio di loro veri Creditori” in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 319 v. e ss.

318 “Ut quod quis pro suo jure facit (sicut Justitia suadet) conservetur, nec propter inanem consuetudinem observatum hactenus tolli possit, decernimus, quod si aliquis aliqui fuerit quomodolibet obligatus, e Fidejussorem dederit unum, vel plures, possit Creditor, tam contra Principalem Debitorem, quam contra Fidejussorem habere regressum, e quem libet ipsorum convenire, e sententiari facere, sicut voluerit, itatamen, quod si primo Principalem sententiari fecerit, nihilominus possit facere sententiari Fidejussorem, si a Principali sibi solutum non erit, e se tenere cuilibet eorum, sicut voluerit, quousque fuerit integre satisfactum”: A. DANDOLO, Liber sextus, Cap. XVI, in A. MOCENIGO, op. cit., parte I, c. 89 v.

319 L. TEOPULO, Liber Sextus, cap. XXI, in A. MOCENIGO, op. cit., parte I, p. 92 v. e 93 r.

320 F. DANDOLO, Liber Sextus, cap. XIV, in A. MOCENIGO, op. cit.,, parte I, 88 v e 89 r.

321 Riguardo al diffondersi della prassi dell’arresto del debitore insolvente in Italia, nel XII e XIII secolo, v. E. BESTA, Le obbligazioni nella storia cit., pp. 426 ss.: “L’arresto acquistò regolare fisionomia quando, seguendosi già ormai dappertutto le leggi romane che vietavano le carceri private, luogo normale di custodia diventò il carcere. […] Sfuggivano ad esso pupilli, le donne, i militi, i nobili”.

322 I pratici trattano l’arresto per debiti e per cause penali congiuntamente ed applicano le medesime regole in entrambe le ipotesi, indicando solo alcune eccezioni.

323 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548.

324 Anche presso le popolazioni germaniche, in particolare presso i longobardi, come già si è fatto cenno, ha luogo un procedimento, formale ed infamante, di liquidazione delle attività dell’insolvente, il cui ricavato viene distribuito fra la massa dei creditori. Il debitore, scamiciato, deve appoggiare le natiche al suolo e dichiarare la cessione dei beni alla presenza del giudice e dei suoi creditori. Altrove si procede con lo scoperchiamento della casa, con il suggellamento o con l’imposizione di un berretto di un certo colore et similia. V., sul punto, E. BESTA, Le obbligazioni nella storia cit., pp. 426- 427; P.S. LEICHT, op. cit., pp. 84 e ss.

325 G. I. CASSANDRO, Le rappresaglie e il fallimento a Venezia nei secoli XIII – XVI, Torino, 1938, p. 95 ss.; E. BUSSI., La formazione dei dogmi del diritto privato nel diritto comune, Padova, 1937, vol. I, “Diritti reali e di obbligazione, pp. 352 ss.; U. SANTARELLI, Per la storia del fallimento nelle legislazioni italiane dell’età moderna, Padova, 1964, p. 21 e ss.

326 La disciplina del fallimento nell’ordinamento veneziano è complessa. Di particolare interesse risulta quella promulgata nel 1611, rimasta in vigore, con poche modifiche, fino alla caduta della Repubblica: v., sul punto, A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 319 v. e ss. La cessione dei beni ai creditori, a Venezia come altrove, è comunque vietata in ipotesi di preordinazione in frode ai creditori oppure allorché il debitore sia recidivo od appartenga ad una categoria “a rischio” (giocatori, dilapidatori e simili): V. P.S. LEICHT, op. cit., pp. 85-86.

327 Ibidem, p. 85.

328 R. GRIFFO, Pratica sommaria civile cit., p. 59.

329 I debitori, come si avrà modo di vedere, sono generalmente destinati alle carceri periferiche della città lagunare (i Casoni e le prexon de Rialto) oppure vengono serrati in celle loro riservate nella sede ducale.

330 Il debitore, dopo sommario processo teso ad accertare se abbia effettivamente attraversato un ponte interdetto, viene ricondotto in carcere per altri due mesi (dopo aver pagato il debito, quindi, a titolo di pena per la “rottura dei confini”): V., sul punto, A. DANDOLO, Liber Sextus, cap. XV, in A. MOCENIGO, op. cit., parte I, c. 88 v. e 89 r.; R. GRIFFO, Pratica sommaria civile cit., p. 59.

331 V. infra cap. II, par. 3.

332 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548.

333 A. DANDOLO, Liber sextus, Cap. XIII, in Novissimum Statutorum cit., parte I, c. 88 v.

334 I prigioni misti, cioè i condannati sia alla pena del carcere sia alla pena pecuniaria, non scontano la pena separatamente. Qualora, dopo l’espiazione della pena detentiva, non siano in grado di pagare la multa (o le onerose spese processuali), continuano – probabilmente – a rimanere in cella finché non abbiano estinto il debito. “Quando uno è stato retento […] e la condanna porta seco l’aggravio delle spese, […[ il Reo” non può “uscir di Prigione, se non paga le spese del Processo”: F. TEOBALDO, Pratica criminale cit., p. 48.

335 R. GRIFFO, Pratica sommaria civile cit., p. 60.

336 Per i carcerati per ragioni criminali, invece, provvede, entro certi limiti, direttamente la Repubblica o le Confraternite di pia assistenza: v. infra.

337 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548.

338 Ibidem, p. 548.

339 Le accuse temerarie di rilevanza penale integrano, invece, il reato di prevaricazione, punito con atroci amputazioni o la morte sul rogo.

340 “Legge” intesa in senso ampio, poiché l’istituto – probabilmente – ha radici nella consuetudine.

341 Infatti, nel Novissimum statutorum ac Venetorum legum volumen del 1729 la maggior parte dei provvedimenti in materia di reclusione per inadempimento di obbligazioni è collocata nel primo volume (relativo ai rapporti di diritto privato), anziché nel secondo (relativo alla trattazione ed alla disciplina dei crimini comuni).

342 Le fonti parlano generalmente di “lamentatione” o di “appelatione”; è da ritenere, tuttavia, che la magistratura competente a decidere nel merito sia quella che ha spiccato l’ordine di cattura.

343 Sulla circostanza che sia ammessa la ”opposizione” anche dopo la reclusione v. M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 549.

344 In analogia al tempo minimo che il debitore dovrebbe trascorrere nelle carceri anche dopo l’adempimento.

345 Sul quale dà ampliamente conto R. BONINI, <<La carcere dei debitori>>. Linee di una vicenda settecentesca, Torino, 1991, pp. 1 ss.

346 R. BONINI, La carcere dei debitori cit., pp. 1-2, 25-31. Sulla circostanza che uno dei maggiori “vettori” per la penetrazione a Venezia del pensiero illuministico sia rappresentato dalla stampa, v. G. TORCELLAN, Un problema aperto: politica e cultura nella Venezia del ‘700, in “Studi Veneziani”, vol. VIII, 1966, pp. 493-513; ID., Giornalismo e cultura illuministica nel Settecento veneto, in “Giornale storico della letteratura italiana”, 140, 1963, pp. 234-253, entrambi editi in ID., Settecento veneto ed altri scritti storici, Torino, 1969, pp. 303-321, 177-202.

347 “Chi dunque oggidì consulterà soltanto l’uso e la sapienza, e vorrà darsi pena d’interrogar senza pregiudizio la ragione, onde rischiarsi il nostro secolo…”: R. BONINI, La carcere dei debitori cit., p. 27.

348 Definiti “ricetti per sole bestie feroci”, R. BONINI, La carcere dei debitori cit., p. 25.

349 Queste innovazioni contribuirebbero a combattere il fenomeno dell’usura (“I tre quarti degli Usurai sostituirebbero una industria legittima ed utile al pubblico ad una industria criminosa e distruttiva”) e, in generale, eviterebbero disastrose conseguenze sociali (“dovrebbon esservi Cittadini, che non sono che sventurati […] ridotti in quei tristi luoghi a tutti gli eccessi della povertà e della miseria, privi di tutti i più preziosi diritti dell’umanità?”): v. R. BONINI, La carcere dei debitori cit., pp. 25, 29.

350 “Io credo importante il distinguere il fallito doloso dal fallito innocente; il primo dovrebbe essere punito coll’istessa pena che è assegnata ai falsificatori di monete […]. Ma il fallito innocente, […] colui che dopo un rigoroso esame ha provato innanzi a’ suoi giudici o l’altrui malizia, o l’altrui disgrazia, o vicende inevitabili alla prudenza umana lo hanno spogliato delle sue sostanze, per qual barbaro motivo dovrà esser gettato in una prigione […]?”; la carcerazione dei debitori innocenti è, soggiunge poi, “una privazione di libertà inutile”: C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene cit., p. 102 e ss.

351 V. R. BONINI, La carcere dei debitori cit., pp. 1 e ss.

352 Ad esempio, in Toscana, il granduca Pietro Leopoldo di Lorena il 26 ottobre 1782 vieta l’incarcerazione dei debitori inadempienti se “non commercianti”; idem a Modena, nel 1852: v. P.S. LEICHT, op. cit., p. 83.

353 Già abolito dal codice civile napoleonico all’inizio del XIX secolo.

354 P.S. LEICHT, op. cit., p. 84.

355 M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 548.

356 Ibidem, voce “debitore”, vol. I, p. 548.

357 Ibidem, voce “debito”, vol. I, p. 546.

358 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 12.

359 MAGGIOR CONSIGLIO 19 e 20 Aprile 1533, in A. MOCENIGO, op. cit., parte II, c. 27 v. e 28 r.

360 “Da certo tempo in qua sono molti, non stimando l’Anima , né apreciando l’honor, manco li Oridini, e le Leggi Nostre, che pubblicamente comprano Lite, e cose litigiose, e assumendo le cause in sì, dando à coloro di chi sono quella parte li pare: O’ veramente fanno parte dell’acquistato; Overo fanno patto di diffender litte, e diffinita quella havere un tanto, che si chiama pactum quota Litis, facen solo, e a bocca, e in scrittura, cosa in vero contra ogni dover, e giustizia, e contra el ben vive, e dannoso alli Cittadini, e Sudditi Nostri, al che sessendo da provveder.”: MAGGIOR CONSIGLIO 19 e 20 Aprile 1533 cit. Il Maggior Consiglio era già intervenuto sul punto il 14 Novembre 1485: v. MAGGIOR CONSIGLIO 19 e 20 Aprile 1533 cit.

361 “I debitori fatti carcerare ingiustamente devono essere rilasciati in libertà senza spesa alcuna, anzi possono domandare […] il risarcimento delle spese, danni ed interesse”: M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debitore”, vol. I, p. 549.

362 Fra “le cose litigiose” sono espressamente previsti, fra l’altro, i “Denari” (cioè i crediti) controversi: v. MAGGIOR CONSIGLIO 19 e 20 Aprile 1533 cit.

363 Non è stata considerata (soprattutto per mancanza di notizie sull’argomento) l’ipotesi del pagamento del terzo, a sua volta debitore del carcerato inadempiente. Si tratta, probabilmente, di un’ipotesi ammessa dal diritto veneziano. Sulla compensazione, quale causa di estinzione delle obbligazioni v. M. FERRO, Dizionario del diritto cit., voce “debito”, vol. I, pp. 545-546.

364 Valgono le considerazioni più sopra svolte in tema di fideiussione.

365 Le elemosine sono somme di denaro versate dai privati direttamente nelle casse dello Stato o alle Confraternite di pia assistenza per i bisogni dei carcerati (anche con lo scopo di ottenere la liberazione dei debitori).

366 La piezaria è un istituto, di larghissimo uso a Venezia, che consiste nel deposito presso un terzo di una certa somma di denaro, a garanzia di un determinato comportamento proprio od altrui. Si tratta di uno schema negoziale probabilmente utilizzato anche per ottenere la liberazione dei debitori insolventi: un terzo costituisce in “cauzione” una somma di denaro corrispondente all’importo dell’obbligazione insoluta, somma che l’accipiens restituisce solo qualora lo scarcerato adempia entro il nuovo termine assegnatoli; v. G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., pp. 27-28.

367 Sull’opera delle Confraternite e delle altre istituzioni pie v., infra.

368 La taglia ed il premio per la captura sono tratti dal patrimonio del catturato; in caso di insufficienza, della somma, tratta dalla magistratura competente dalla cassa delle taglie, si fa carico lo Stato; in quest’ipotesi, il recluso diventa debitore verso lo Stato dell’ammontare erogato.

369 Anche lo Stato veneziano, in taluni casi, concede prestiti (“pubblici”, appunto).

370 V., oltre sub 2.7

371 G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 50-51.

372 “I castra […] stanno ad indicare città o centri abitati maggiori, dotati in genere, come le città, di apparati fortificatori”: A. CASTAGNETTI, Insediamenti e “populi”, in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, vol. I, Origini – Età ducale, a cura di L. Cracco Ruggini, M. Pavan, G. Ortalli, Roma, 1992, p. 585.

373 G. ZANOTTO, I Pozzi ed i Piombi antiche prigioni di stato della Repubblica Veneta, Venezia, 1876, pp. 3-5.

374 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit. pp. 12.

375 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit. pp. 12-14.

376 E. BACCHETTI, La gestione del sistema carcerario cit., p. 302, nota 2. La fonte più antica che menziona la pena della “detenzione” (senza peraltro indicare il luogo di espiazione) è contenuta nella promissione del Doge Orio Mastropietro del Marzo 1181.

377 In tutta Europa le prime carceri vengono ricavate all’interno delle torri delle fortificazioni militari. Ad esempio a Milano, all’incirca nello stesso periodo, le prime celle sono ricavate proprio nelle torri di osservazione dislocate lungo il perimetro dei bastioni cittadini: v. S. BIFFI, Sulle antiche carceri di Milano – e del Ducato milanese, Milano, 1884, pp. 1-4.

378 U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 11-15 e 17-18.

379 “Quod omnes carceres que sunt super Palacio, pro eo, quod inficiunt aerem et infirmitatem corpora, debeant removiri, et fieri sub Palacio, ubi melius videbitur”: U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. I, n.1.

380 Ibidem, p. I, n. 2.

381 Ibidem, p. 11.

382 P. MOLMENTI, La Storia di Venezia nella vita privata, vol. I, Bergamo, 1927, p. 109.

383 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 17.

384 La Toresella sarà abbattuta nel 1507.

385 A.S.V., MAGGIOR CONSIGLIO, r. Regina, 16 Aprile 1475, c. 87 v.

386 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 29.

387 Ribattezzate, probabilmente dai prigionieri, Vulcan.

388 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. V, n. 23.

389 Ibidem, p. VIII, n. 32. Le nuove carceri, malgrado siano di recente costruzione, sono malsane al punto che il Consiglio dei X si preoccupa che vi siano trasferiti solo i condannati a pene più severe.

390 Ibidem, p. 40.

391 Ibidem, p. IX, n. 36.

392 Nel 1600 Antonio Contin realizza il ponte dei sospiri che congiunge direttamente le prigioni a Palazzo Ducale.

393 A.S.V., SENATO TERRA, r. 71, 30 Novembre, 1601, 101 v.

394 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 57

395 Le Prigioni Nuove oltre il Rio vengono definitivamente dismesse solo nel 1921.

396 Fino all’XI secolo le fonti riferiscono scarsissime notizie.

397 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p. 18.

398 Ai guardiani compete sottoporre, secondo le indicazioni del magistrato, accusati ed inquisiti al “tormento” (tortura), come è confermato dalla circostanza che la camera del tormento si trova sempre all’interno degli edifici carcerari; i guardiani hanno pure il compito di eseguire le pene corporali (irrogate ope iudicis) e di ispezionare nelle celle.

399 “Queste sie le provision le qual e sta fatte et ordinate per lo serenissimo et excellentissimo miser Anthuonio Venier(i) per la dio gratia, Inclito doxe de Venexia per bona guardia de le prison, 30 Settembre 1391”: il testo è interamente riprodotto in B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., pp. 36-37 ed in E. BACCHETTI, La gestione del sistema carcerario cit., pp. 324-325.

400 Il provvedimento con tutta probabilità si riferisce alla gestione delle prigioni “in corte di Palazzo”; è da ritenere, pertanto, che il numero complessivo delle guardie sia di molto superiore, poiché all’epoca sono ancora in parte funzionanti i Casoni di sestiere (in particolare quello rialtino).

401 A.S.V. MAGGIOR CONSIGLIO, r. Leona, 29 Settembre 1398, c. 101 v.

402 A.S.V. SENATO TERRA, F. 87, 16 Aprile 1583.

403 L’espressione è tratta dalla Provision del Doge Antonio Venier del 30 Settembre 1391.

404 Probabilmente su proposta del Maggior Consiglio.

405 SENATO TERRA, 16 Aprile 1583 cit.

406 In mancanza, continua il provvedimento senatoriale, vi provvedano al più presto gli avogadori.

407 Non si hanno invece notizie sulla procedura di nomina del Capitano delle guardie; non è irragionevole ritenere che sia la stessa delle guardie.

408 MAGGIOR CONSIGLIO, 29 Settembre 1398 cit.

409 SENATO TERRA, 16 Aprile 1583 cit.

410 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 38.

411 Il 13 Aprile 1583 il Consiglio dei X impone una cauzione di 200 ducati, elevata dal medesimo collegio, il 16 Aprile 1600, a 800 ducati, a fronte di uno stipendio annuo di soli 80 ducati! I provvedimenti sono trascritti e commentati in B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 38.

412 Lo si deduce “suplicazione” delle guardie delle carceri della Liona, Malpaga di sopra e di sotto e delle Donne, allegata alla deliberazione 14 Marzo 1585 in A.S.V. del SENATO TERRA , f. 94: “Se fugge uno per debiti civili siamo sotto posti al pagamento, et se per caso ò misto, ò criminale, ne patiamo le pene della giustizia”. Nella supplica si parla di una prassi, seguita già da molto tempo, che rimane sostanzialmente invariata fino alla caduta della Repubblica. Lo si evince da uno scritto del 1789: “I custodi, ed i guardiani, che per colpa, o per negligenza diedero mano allo scampo dei prigionieri […] sono tenuti […] a soffrire la pena stessa che ai detti carcerati sarebbesi decretata per l’inquesiti delitti. […] Deve la negligenza bensì essere dolosa, o proveniente almeno da colpa lata, praticandosi per la lieve, una modica punizone. […] In dubbio la fuga si attribuisce sempre a colpa dei Guardiani”: A. P. VALLI, Istituzioni cit., vol. II, p. 90.

413 A. BARBARO, Pratica criminale cit., p. 114.

414 “Delitti per i quali il reo è oggetto a pena capitale: […] Custode delle Carceri, che violentasse donna carcerata”: A. BARBARO, Pratica cit., p. 176.

415 Prassi diffusa – peraltro – in tutta Europa: G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 19; v. anche FELICE FRA DA ULMA, Evangatorium in Terrae Sanctae, Arabiae et Egypti perigrenationem, 1490 (circa), citato da G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 22, in relazione alle disumane condizioni di vita delle carceri tedesche, definite appunto “crudelitates Teutonicorum”.

416 13 Aprile 1583, 28 Marzo 1616, 4 Agosto 1652 in B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 38.

417 Ibidem, p. 38.

418 CONSIGLIO DEI X, 15 Novembre 1669, cit.; nella delibera si imputa la maggior parte dei maltrattamenti inferti ai carcerati proprio ai sostituti.

419 Lo si ricava, ad esempio, dalla lettura della già citata delibera in Senato Terra del 16 Aprile 1583: “quei guardiani che restassero absenti […] siano immediatamente astretti all’esborsation de ducati 200” e la lista dei loro nomi “sia publicata sopra le scalle di San Marco”.

420 La Historia in verso sciolto dell’Ecc.mo Sier Cesare Cavalieri medico fisico sopra le miserie delle pregion di Venezia (Venezia, 1650 circa, citata da G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 93-94) definisce i guardiani “barba da fariseo” e “sguardo da ladro” e che il Capitano, che si atteggia da “signore dei prigionieri”, è dalla gente chiamato spregiativamente “ciavettino”.

421 Non si hanno notizie sicure sull’origine di questo processo; sappiamo, tuttavia, che la sua istituzione è anteriore alla metà del XVIII secolo, come risulta dalla delibera del Consiglio dei X dell’ 11 Gennaio 1746 (citata da B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 38).

422 CONSIGLIO X, 13 Aprile 1583 cit.

423 SENATO TERRA, 16 Aprile, 1583, citato da B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 38. L’abilitazione a sensali del pepe viene – di regola - concessa ai marinai ed agli anziani di buona fama, purché cittadini originari di Venezia.

424 La speranza di vita dell’uomo europeo è di 32 anni nel XIV secolo e di 36 del XVI secolo a causa delle malattie e delle guerre, ma soprattutto di una carente alimentazione: v. M. LIVI BACCI, Storia minima della popolazione del mondo, Torino,1993, pp. 86-101.

425 Si pensi, ad esempio, che i famigerati Pozzi, costruiti sotto il livello dei canali, sono, in alcuni periodi dell’anno, parzialmente allagati; non mancano, tuttavia, celle più spaziose ed arieggiate (e perciò più richieste dai carcerati nelle loro suppliche) quali la Liona, la Trona, la Novissima, i Giardini e la Moceniga: v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 67.

426 Venezia viene più volte flagellata dalla yerisinia pestis, la temibile peste nera che, trasmettendosi essenzialmente per mezzo della pulce parassita di ratti e topi, trova nella prigioni il luogo ideale di contagio: v. M. LIVI BACCI, Storia minima cit., pp. 46-51; L. DEL PANTA, Le epidemie nella storia demografica italiana (secoli XIV-XIX), Torino, 1980, p. 118.

427 E’ il caso del “nobili viro ser” Pietro Pisani a cui, consideratene le precarie condizioni di salute, l’11 Novembre 1407 il Maggior Consiglio concede il trasferimento, oltre alle visite dei parenti e del medico: U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XVI, n. 68.

428 Nel 1547, ad esempio, tale Ludovico Erizzo viene alloggiato, per ordine del Consiglio dei X, nelle due camere dell’abitazione del Capitano della Prigion Forte; nel 1587, un certo Vielmo di Gradi viene sistemato in una camera degli Scudieri: U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 67-68.

429 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 14.

430 E’ il caso, ad esempio, di Felice Gabrieli, condannato ad un anno di reclusione, al quale, dopo aver scontato in carcere sei mesi, viste le precarie condizioni di salute e l’avanzata età, viene concesso nel 1567 di curarsi a casa propria, purché vi resti “rinserrato” per tutta la durata della pena. A Nicola di Stefano, armatore navale, condannato a cinque anni di detenzione (di cui tre già scontati), il 29 Novembre 1576 il Consiglio dei X concede licenza, su cauzione di 500 ducati, di recarsi a Padova per farsi curare le ustioni procuratesi nel tentativo di spegnere uno dei tanti incendi scoppiati nelle prigioni: v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 69.

431 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 14. Nel 1444 il Consiglio dei X concede il “commutamento di carcere ad alcuni che soffrivano di malattia”: A. DELMEDICO, Carceri e carcerati sotto San Marco, in “Ateneo Veneto”, 11, I, 1887, p. 60.

432 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 69.

433 Girolamo Fracastoro ha pochi mesi prima pubblicato, a Venezia, il De contagione et contagionis morbis curatione, in cui ipotizza che i contagi avvengano per via aerobica: v. G. LOTTER, Un medico riformatore della condizione carceraria a Venezia, alla fine del Settecento: Francesco Dalessi, in “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, tomo CXL, 1982, p. 2.

434 V. LAZZARINI, Proprietà e feudi, offizi, garzoni, carcerati in antiche leggi veneziane, Roma 1960, p. 97.

435 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XVII, n. 72.

436 U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. XVII - XVIII, n. 73.

437 A questo elenco si aggiunge, nel 1598, la Moceniga, anch’essa parzialmente convertita in infermeria.

438 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XVIII, n. 74.

439 “Che dal cassier delli Avogadori di commun siano pagate tutte le medicine et le altre spese che occorressero per ammalati e poveri, et che non avessero il muodo di pagarle e tutte le sopradette spese che si faranno così in profumi, acetti, stramazzi, medicine et altro”: v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XVIII – XIX, n. 78.

440 Della vigilanza delle infermerie è incaricato anche l’avvocato dei poveri, che può riferire sia agli Avogadori sia alla Quarantia: A. DELMEDICO, Carceri e carcerati cit., p. 64.

441 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XVIII, n. 77.

442 Ibidem, p. XVIII, n. 76. Chi è guarito deve essere immediatamente riportato in cella; in caso di falsità del referto è prevista, a carico del medico, una multa di 200 ducati.

443 Ibidem, pp. XVII, n. 75.

444 G. LOTTER, Un medico riformatore cit., pp. 1-23.

445 Il Consiglio dei X, il 16 Ottobre 1741, ordina l’istituzione dell’infermeria delle donne: G. LOTTER, Un medico riformatore cit., pp. 9-10.

446 Ad esempio, Dalessi nota che i letti dei malati sono così vicini fra loro tanto da favorirne i contagi di “virosous” ed il diffondersi di “caligine vaporosa, crassa, calda, lentescente”: G. LOTTER, Un medico riformatore cit., p. 13.

447 Ibidem, pp. 18-19.

448 “Il biscotto non è cibo per malati”, annota il Dalessi nel 1789: v. G. LOTTER, Un medico riformatore cit., p. 13 .

449 V. LAZZARINI, Proprietà e feudi cit., p.79

450 Padova (forse la prima in Italia) è seguita da Vicenza nel 1426 e da Verona nel 1429.

451 Il problema della riduzione dei tempi processuali è avvertito già nel corso nel XIV secolo.

452 A.S.V. MAGGIOR CONSIGLIO, r. Ursa, 27 Dicembre 1435, c. 106 v.

453 La multa ammonta a 100 libre.

454 V. LAZZARINI, Proprietà e feudi cit. , p. 91.

455 Ibidem, p. 91.

456 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 74.

457 “Quando si presentava alle varie magistrature godeva di ogni precedenza in virtù dell’antichissima consuetudine si desse <
>”: G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 17.

458 Ibidem, p. 17.

459 V. LAZZARINI, Proprietà e feudi cit. , documento II, p. 103.

460 Ibidem, p. 93.

461 Ibidem, documento III, pp. 103-104.

462 Ibidem, p. 94.

463 Le uniche novità riguardano l’aumento della retribuzione dell’ufficio a 120 ducati non tassabili (cioè 40 ducati in più di quanto previsto nel 1443), la rimozione del divieto di rielezione dopo l’espletamento di due anni di lavoro e l’inasprimento delle multe in caso di assenza ingiustificata (fenomeno, peraltro, piuttosto frequente).

464 A.S.V. MAGGIOR CONSIGLIO, r. Diana, 17 Ottobre 1535, c. 188 r.

465 Nell’occasione si ordina che gli avvocati, oltre che alle carceri ducali, “ogni mercore et ogni sabato andar debbano alle preson de Rialto et alli casoni per le contrade a veder se li fusse alcuno che havesse bisogno del suo patrocinio”.

466 A. DELMEDICO, Carceri e carcerati cit., p. 64 e in U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XIX, n.79.

467 Ibidem, p. 98. “Gli avogadori del Comun ogni quattro mesi avevano l’obbligo d’informare la Signoria intorno la diligenza usata dagli avvocati nell’adempimento del loro dovere”: V. LAZZARINI, Proprietà e feudi cit. , p. 98.

468 Ibidem, pp. 98.

469 Ibidem, documento IV, p. 105.

470 Ibidem, pp. 11-12.

471 La separazione dei carcerati può essere considerata un semplice riflesso della frammentazione della giurisdizione tra più magistrature, cui corrispondono altrettanti luoghi di reclusione (ancorché, spesso, ubicati nello stesso edificio).

472 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 20.

473 La decisione che autorizza il trasferimento richiede la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti dell’ufficio.

474 Nell’occasione si minacciano ai trasgressori multe di 300 Lire piccole e, per i casi più gravi, la pena della galera: v. In A. MOCENIGO, op. cit., p. 63 r.

475 G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 14.

476 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 20.

477 G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 13.

478 “I guardiani non possano por i rei che debbano stare nelle carceri penali, nelle altre prigioni”: v. B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 42.

479 Ibidem, p. 20.

480 G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 13.

481 “Item che nessun che sia messo in prixon per omicidio per furto ho per garm excesso non se possa metter se no in una dele caserete ho in la chatolda ho in la grandoina”.

482 MAGGIOR CONSIGLIO cit., 16 Aprile 1475.

483 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 21.

484 Ibidem, p. 21.

485 Ibidem, p. 42.

486 Ibidem, p. 21. In particolare, il Consiglio dei X stigmatizza che alcuni priggioni destinati alle celle prive di luce si trovino altrove.

487 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 63. Un discorso a parte merita la detenzione dei prigionieri politici. Secondo una prassi affermatasi nel Medioevo nei Paesi di matrice cristiana, essi devono essere trattati in modo differenziato rispetto ai “normali” prigionieri di guerra ed ai criminali comuni. Di regola, la Repubblica veneziana adotta provvedimenti ad hoc, talora limitandosi a confinarli negli appartamenti del Palazzo (e lasciandoli liberi di girare nel cortile) oppure alloggiandoli presso nobili veneziani e concedendo loro libertà di movimento in certe zone della città.

Non mancano, tuttavia, casi di prigionieri politici gettati in carcere, come quello di Francesco Novello da Carrara, signore di Padova. Colpevole di aver vanamente perseguito la costituzione di uno Stato veneto a scapito degli interessi veneziani e catturato in battaglia, nel 1405 viene rinchiuso nelle prigioni forti, sorvegliato a vista da quattro guardie; i suoi due figli sono invece reclusi nella cella dell’Orba. Tutti verranno segretamente giustiziati per strangolamento. Altro esempio di prigioniero politico condannato al carcere è quello di Luchino da Cremona che, nel 1458, è rinchiuso nella Torresella (sui cui muri incide lapidariamente <<Disce pati – Luchinus Cremona 1458>>). Nelle prigioni della Toresella finisce pure, nel 1509, Francesco Gonzaga, marchese di Mantova e membro della lega di Cambrai, poi liberato per intercessione di papa Giulio II e della moglie Isabella d’Este. Ibidem viene rinchiuso - dal 1514 al 1518 -Cristoforo Frangipane, signore di Tarcento e luogotenente imperiale nella lega antiveneziana di Cambrai. Trattandosi di un “ospite” di spicco (capitano imperiale e rampollo del ramo friulano di una nobile ed influente casata romana) la Serenissima lo tratta con tutto rispetto, concedendogli, ad esempio, di condividere la cella con la moglie: U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 99-101.



In conclusione, la Torresella, dopo la riduzione del numero di celle del 1464 ed i relativi lavori di restauro del 1489, diviene il luogo di reclusione dei personaggi di primo piano: le sue celle – verosimilmente – sono le più salubri e miti, in omaggio alla prassi cavalleresca che riserva ai nobili un trattamento adeguato al loro rango.

488 Sugli ecclesiastici reclusi nelle carceri della Repubblica v. E. BACCHETTI, Clero e detenzione nella Venezia del XIV secolo, in “Studi Veneziani”, volume XXX, 1995, pp. 35-52. In particolare, fino alla metà XIV secolo, gli ecclesiastici macchiatisi di reati comuni vengono processati dalle Magistrature veneziane, ma scontano la pena in un carcere vescovile di cui si è persa la memoria. Il 18 Novembre 1378 il Maggior Consiglio riserva alla giustizia veneziana anche il potere di provvedere all’esecuzione della pena: di conseguenza, gli ecclesiastici finiscono, come tutti gli altri, nelle patrie prigioni (di solito nella cella della Grandonia).

489 Si tratta della situazione denunciata al Consiglio dei X dalle città di Rovigo (1624), di Vicenza (1629), di Padova (1635), di Brescia (1627 e 1635): v. C. POVOLO, Aspetti e problemi dell’amministrazione della giustizia cit., pp. 218-219.

490 Sull’ufficio dell’advocatus pauperun si veda più sopra al punto 2.5II

491 Al contrario, sono previste categorie di priggioni esclusi dalle visite; ad esempio, nel 1464, nel permettere le visite ai condannati a pene minori o per debiti, il Governo ribadisce il divieto per tutti i condannati per reati più gravi od alla pena del carcere a vita (divieto rimosso nel 1587). E’ fatta eccezione per i membri delle confraternite di assistenza (di regola ecclesiastici) che hanno facoltà di recarsi nelle prigioni in orari prefissati: v. sul punto, G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 129-147.

492 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 81. “I colloqui fra detenuti e persone libere non erano, a quanto è dato sapere, garantiti in alcun modo dal legislatore, e comunque è certo che talvolta ai singoli detenuti e per singole occasioni venivano accordati permessi specifici”: E. BACCHETTI, La gestione del sistema carcerario cit., p. 307.

493 Le magistrature competenti al rilascio dei permessi di visita alle carceri, quanto meno alla fine del XV secolo, sono il Consiglio dei X e la Quarantia.

494 E’ il caso di Moretus Moro a cui l’11 Gennaio 1324 il Consiglio dei X concede di far visita al fratello Mauro (alla presenza di due guardie) per parlargli liberamente: v. E. BACCHETTI, La gestione del sistema carcerario cit., pp. 304, 307-308.

495 Il 19 Gennaio 1627 il Consiglio dei X introduce esplicite norme per vietare “alle mogli e altre donne di pernotar nelle prigioni senza permesso”. Si tratta, verosimilmente, di un fenomeno piuttosto frequente, tanto che uno stanzotto, quello della Schiava, era stato dagli stessi reclusi ironicamente ribattezzato Prigioncina del matrimonio. Questa prassi continua, malgrado l’intervento del Consiglio dei X, per tutto il ‘700: le cronache riportano, ad esempio, il caso di Michiel Bottesin, infermiere delle prigioni, denunciato da alcuni reclusi perché faceva entrare donne nelle carceri solo dietro lauto compenso: v. G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 164.

496 Lo testimonia l’invettiva di Alessandro Caravia (databile intorno al 1540) contro una cortigiana veneziana: “Quanti xe in la Mocina e la Liona / tutti te spazerà senza un quatrin”: v. G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 162.

497 Ibidem, p. 162.

498 L’autorizzazione viene rilasciata dai tre capi del Consiglio dei X, per le prigioni di competenza del Consiglio stesso e, per le altre, dai tre Avogadori.

499 Prima dell’istituzione dell’advocatus pauperum e, in misura minore, anche dopo, il Governo veneziano ordina alle varie magistrature di visitare nelle carceri; ad esempio, il 16 Maggio 1357 il Consiglio dei X dispone che i capi del medesimo collegio visitino le prigioni almeno mensilmente, minacciando una multa di 1000 lire: v. B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 39. E’ da ritenere che i magistrati possano recarsi nelle carceri solo per trattare questioni relative al loro ufficio: per gli interrogatori, per ispezionare le celle, per verificare le condizioni dei detenuti ed ascoltare eventuali lamentele, per assistere al tormento (atteso che la relativa camera si trova sempre all’interno del complesso carcerario); in questo senso, ad esempio, il 10 Novembre 1327 il Maggior Consiglio autorizza i Signori della Notte ad ispezionare alcune prigioni per via di alcuni ferri scoperti nottetempo.

500 Le fonti sono scarse e per lo più si possono solo ottenere riferimenti indiretti. Ad esempio, G. CASANOVA (L’Histoire de ma fuite des prisons de la Republique de Venise qu’on appelle : les Plombs, citato in U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 101-105) riferisce di personale incaricato di riaccomodare le celle durante le ore d’aria dei carcerati.

501 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 81.

502 Ad esempio nel 1391 il regolamento del Doge Antonio Venier per la bona guardia delle prexon prevede:

“Item che nessuna persona non possa intrar dentro dale prison, ni insir fina tanto che se fate le zerche de tute le prixon;

Item che cadauna persona, si homo como dona che voia intrar dentro dale prixon sia ben zerchadi, e chi non se volesse lassar zerchar non sia lagadi intrar dentro dale porte per algum muodo;

Item che nessuna persona ni homo ni dona non sia lasado intrar dentro dale porte de le prixon se no da una marangona alaltra, salvo i oficiali dela Signoria;”



Il regolamento stabilisce poi che le guardie controllino la sera che nessuno si sia nascosto nelle carceri per facilitare la fuga e che, al di là dell’orario di visita, non sia permesso l’accesso se non “a quei signori sequele done de la misericordia”.

503 Tanto da spingere il governo veneziano, già dal XIV secolo, non solo a vietare i colloqui prima degli interrogatori, ma perfino ad interdire il possesso di materiale per scrivere, salvo espressa autorizzazione del magistrato competente: v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 82-83.

504 Ibidem, p. XX, n. 85.

505 M. LIVI BACCI, Storia minima cit., pp. 86-101.

506 Si noti che la maggior parte delle celle al piano terra del Palazzo ducale sono ricavate dagli appartamenti di proprietà di nobili famiglie veneziane. V. MAGGIOR CONSIGLIO, 9 Marzo 1326 cit.: “Quod pro alleviacione carceratorum qui nimis arcti sun in carceribus mostris fiant alij carceres subtus Placium […] si accipetur de domibus gastaldionum provideatur eis pro suo stacio subtus dicto Palacio alibi, scilicet in loco casoni laborando ipsum casonum […]”; v. anche MAGGIOR CONSIGLIO, 22 Giugno 1320, citato in U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. I, n. 3 e 4 e p. 63.

507 G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 22-24.

508 “L’asprezza delle prigioni, prima causa delle sofferenze e delle malattie dei detenuti, è un elemento per così dire più trovato che voluto”: U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 65.

509 La condizione dei carcerati è efficacemente riassunta nell’incisione di un anonimo detenuto sulla parete di una cella: “Così va chi non ha più sorte - 1556”; la scritta è stata trasposta in una sala delle prigioni nuovissime, assieme alle più notevoli lasciate dai reclusi sui muri delle prigioni nel corso di sei secoli.

510 Le fonti (v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 64) riportano, ad esempio, la testimonianza di un medico, tale Ottato: “si trovano nelle tenebrose e horrende preggion forte dieci prigionieri tutto che quella sia a pena capace di sei”. In un periodo di normale affollamento, intorno all’anno 1700, i detenuti delle prigioni Novissime sono circa 260; se ne evince che, attesa una superficie totale pari a 1750 mq (110 celle di 16 mq), a ciascun recluso rimangono, in media, meno di 7 mq: v., sul punto, G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 162. Le celle delle vecchie prigioni sono spesso più piccole e più affollate, tanto da guadagnarsi appellativi ironici come Appartamenti, Vulcan, Paradiso o - il più celebre - Pozzi.

511 G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 160.

512 Sulla preparazione e distribuzione del pane dei poveri vigila l’Ufficio delle Rason Vecchie, che prevede all’assegnazione del relativo appalto; dal 1705 al 1709 tale competenza viene trasferita al Magistrato alle Biave. A partire dal XV secolo ad ogni detenuto spettano 9 once di pane, cioè oltre mezzo chilo “levato e ben cotto”.

513 La Repubblica si rende presto conto dell’opportunità di esercitare un controllo sulla notevole quantità di denaro, proveniente dai privati cittadini, destinato ai detenuti. In particolare, il Maggior Consiglio, il 17 Gennaio 1535, ordina ai notai la registrazione dei lasciti testamentari a beneficio dei prigionieri (l’ordine viene ripetuto più volte, ad esempio nel 1551, 1635, 1641): v. G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 130; B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 42.

514 Ex multis ricordiamo:

  1. La scuola di S. Lucia che si occupa dell’assistenza dei poveri (fra cui i carcerati), istituita nel 1323 nel sestiere del Cannaregio, nella cui regola si legge, ad esempio: “Volemo et ordinemo una illuminazion delli prigionieri della prigion di San Marco, cioè miari 4 de oio”.

  2. La Scuola di S. Lunardo che si occupa della liberazione dei carcerati per debiti (che abbiano scontato almeno 4 mesi di pena “per evitar malizie”) e della “cusina delli prisonieri”, cioè della fornitura di pasti caldi.

  3. Le Madonne deputate alle preson che, nel XV e XVI secolo, si occupano delle liberazioni dei prigionieri e dell’assistenza infermieristica.

  4. La Compagnia N.D. dell’Umiltà che, nel XVI secolo, offre asilo ai trovatelli ed ai carcerati, soprattutto se donne.

V., sul punto, G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 129-130. Si tratta di istituzioni diffuse in tutta Italia: in particolare a Roma, Milano e Firenze. V., per Roma e Firenze, V. PANZANI, L’assistenza religiosa cit. e, per Milano, S. BIFFI, Sulle antiche carceri di Milano cit., pp. 121 e ss.

515 V., sull’organizzazione e relativi capitolari, funzionamento e struttura, G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 129-147. Il cambiamento di nome è legato alla nuova sede della Confraternita che, a partire dal 1594, è la chiesa di S. Bartolomeo.

516 Il capitolare viene ancora modificato nel 1640 per rendere più elastico l’apparato gestionale, viste le notevoli dimensioni raggiunte dal campo d’azione della Confraternita.

517 Il proemio al capitolare del 1595 si apre con la citazione evangelica “in carcere eram et visitavistis me”.

518 La presidenza spetta ad un nobile e il vicepresidente è eletto fra i cittadini liberi; i laici svolgono mansioni di vario genere, come quella dei “sei visitatori”, incaricati di andare mensilmente nelle carceri per verificare le condizioni dei reclusi ed individuare i più bisognosi.

519 La mole dei testamenti a favore della Confraternita è veramente impressionante sia per numero che valore.

520 La liberazione dei reclusi per cause civili è condizionata al pagamento dei debiti insoluti e delle relative spese ed interessi, oltre che dei debiti contratti verso lo Stato per il mantenimento in carcere. La situazione dei rinserrati per ragioni criminali è più complessa: si provvede, infatti, a pagare o le spese per il mantenimento nelle carceri (come per i debitori) o la multa o la somma versata dalla magistratura competente per il pagamento della taglia a chi abbia catturato il reo.

521 Nel 1597 papa Clemente VIII concede l’indulgenza plenaria a tutti i membri della Confraternita e, nell’occasione, anche tutti i carcerati di Venezia.

522 Ad esempio il Senato, nel 1600, la esenta dal pagamento della imposta sui testamenti del 5% per le disposizione a beneficio dei reclusi.

523 Ad esempio, il collegio direttivo della Confraternita, cedendo alle pressioni del governo veneziano, decide di non pagare le multe inflitte a certi criminali di competenza dei Signori della Notte prima che abbiano scontato almeno 6 mesi di carcere, poiché “certamente la liberazione di questi tali viene in disgusto della città ed in particolare dei benefattori”.

524 U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 66-67.

525 G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 41.

526 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 85.

527 A.S.V. MAGGIOR CONSIGLIO, r. Magnus et Capricornus, 1 Giugno 1307, c. 325 r.

528 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 39.

529 Ibidem, p. 39.

530 Già la meticolosità del regolamento carcerario contenuto nella Provision del Doge Antonio Venier del 30 Settembre 1391 è segno della nuova e maggiore attenzione del potere veneziano verso le evasioni.

531 Chi fornisce mezzi idonei alla fuga era punito con 3 mesi di reclusione e 100 lire di multa; il Maggior Consiglio quadruplica la pena, portandola ad 1 anno di reclusione e 500 lire di multa: v. B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 39.

532 Il pronto intervento dei guardiani, tuttavia, evita l’estensione delle fiamme ed impedisce la fuga.

533 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXII, n. 97.

534 Se il complice è un minore od un servo, viene punito colui che l’ha inviato (a conferma della già vigente regola introdotta dal Maggior Consiglio nel 1378).

535 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXIII, n. 98.

536 Ibidem, p. 86.

537 Ibidem, p. 86.

538 Ibidem, p. XXI, n. 89. “Il provvedimento infatti è preso come ultimo e più drastico rimedio, talmente drastico che in anno dopo esse vengono riaperte poiché i rei là trattenuti si ammalano e muiono”: U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 86 e p. XXI, n. 90.

539 Ibidem, p. XXI, n. 92. A conferma del fatto che le fughe sono all’ordine del giorno, si legga quanto scritto dal proto Antonio Zuan in occasione della relazione sui lavori di restauro delle celle Liona e Malaga: “Et ozi esendo stato col el Capitano de diti preson a veder la rota fata in questa note pasata in dite prison, et volendo far bona provision di asegurarle et che ogni zorno non seguino tali inconvenienti con spesa e danno dil dominio”, citato in U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXI, n. 92.

540 Ibidem, p. XXII, n. 95.

541 Ibidem, pp. XXI - XXII, n. 93.

542 Ibidem, p. XXII, n. 93.

543 Ibidem, p. 89.

544 I lavori vengono decisi dopo la fuga di alcuni prigionieri attraverso fori praticati sul pavimento della cella, come scrive il proto Antonio da Ponte: “chio […] vedi la spexa puol andar in far un pavimento in tera di piere vive nela prexon orba zustignana e fandonia acio i prezoni non posino romper e pasar soto tera come i fano”, citato in U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXII, n. 96.

545 Il proto Antonio da Ponte sollecita il governo veneziano a stanziare nuovi fondi per i lavori di ristrutturazione della prigione in questione: v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXII, n. 94.

546 Sulla situazione, nei secoli XVI - XVII, nelle città dei domini di Terraferma v. C. POVOLO, Aspetti e problemi dell’amministrazione della giustizia cit., p. 219.

547U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXIII, n. 101.

548 La pedissequa reiterazione di regole di sorveglianza previgenti (ad esempio di quelle contenute nella Provision del Doge Antonio Venier del 1391) è sintomo – verosimilmente – della scarsa applicazione ricevuta da parte di guardie e capitani.

549 Ibidem, p. XXIII, n. 99.

550 Per espressa previsione della stessa delibera, è ammessa la pratica della tortura “per venir in luce de tutti quelli che saranno intervenuti in qual si voglia modo ad agiutar et favorir la fuga de’ prigioni”: v. Ibidem, p. XXII, n. 100

551 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. XXIII, n. 100. Le pene possono essere anche maggiori: ad esempio, gli aspiranti fuggiaschi più pericolosi e gli ideatori dei piani di evasione possono essere ridotti in ceppi e catene (in caso di disaccordo sul punto, tuttavia, i tre Avogadori devono rivolgersi al Consiglio dei X).

552 Come nel caso del carcerato che, sebbene a conoscenza del piano criminoso dei compagni di cella, non abbia avvisato le guardie.

553 G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 113-114; nel fallito tentativo di fuga sono coinvolti anche molti giovani patrizi.

554 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 87.

555 Le vicende della fuga per i tetti delle prigioni al di là del rio sono narrate dallo stesso G. Casanova nella Histoire de ma fuite des prisons de la Republique de Venise qu’on appelle : les Plombs’, nonchè in “Storia della mia vita”. V. anche U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 101-103.

556 G. SCARABELLO, Carceri cit., p. 174.

557 Quanto ai provvedimenti del Maggior Consiglio:

  1. 7 Maggio 1298: decreta la liberazione, dopo 6 mesi di carcere, dei debitori pubblici fino a 25 lire.

  2. 7 Novembre 1303: concede la medesima possibilità anche ai debitori pubblici da 25 a 100 lire, dopo 9mesi di reclusione.

  3. 5 Febbraio 1330: ordina che, fermi restando i provvedimenti sopracitati, siano liberati tutti i debitori per somme maggiori di 200 lire, dopo che abbiano scontato 2 anni di reclusione; osserva, nella circostanza, che molti non sono in grado di pagare nemmeno gli interessi. Simili provvedimenti vengono adottati pure il 14 Marzo 1331 ed il 26 Febbraio 1333. V., sul punto, B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., pp. 24-25.

558 H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri di guerra nel Medioevo, in “Studi veneziani”, n.s., 14, 1987, p. 50.

559 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., pp. 23-24.

560 Ibidem, p. 23.

561 In tale circostanza si trasferisce la somma di 500 ducati agli Auditori Vecchi perché, dopo essere giunti ad un accordo con i creditori, paghino le obbligazioni insolute e liberino “prisinamente” i debitori.

562 Ibidem, p. 24.

563 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 24.

564 Occorre, tuttavia, l’inoltro di una supplica ad hoc.

565 H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 19 ss.

566 B. CECCHETTI, Delle leggi della Repubblica cit., p. 24.

567 Ampiamente in H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 17 e ss.

568 V., in argomento, M. AYMARD, Chiourmes et galères dans la seconde moitié, in Il Mediterraneo nella seconda metà del ‘500 alla luce di Lepanto, a cura di G. Benozzi, Venezia, 1974, pp. 71-94; A. TENENTI, Cristofero da Canal – La Marine vènitienne avant Lepante, Parigi, 1962, pp. 63-64; R. ROMANO, Aspetti economici degli armamenti navali veneziani del secolo XVI, in “Rivista Storica Italiana”, 1954, pp. 39-77.

569 La galera, o galea, nave di antichissima origine, assai diffusa nelle flotte medioevali che solcano il Mediterraneo, “si prestava a numerosi impieghi sia guerreschi sia commerciali […]. La galera era dotata di una o più vele triangolari, ma la sua velocità era data soprattutto dai remi, vogati ciascuno da un rematore; dopo il ‘500 si ridusse il numero dei remi che vennero invece maneggiati da tre o più vogatori”: G. PEROCCO, L’espansione in terraferma dal XIV secolo alla caduta di Costantinopoli, in Civiltà di Venezia, a cura di G. Perocco ed A. Salvatori, vol. II, Venezia, 1974, pp. 583-585 .

570 Sulle ragioni militari v. A. VIARO, La pena della galera. La condizione dei condannati a bordo delle galere veneziane, in “Stato e società e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV-XVIII)”, a cura di G. Cozzi, vol. I, Roma, 1980 pp. 377 ss. Si noti che, in prosieguo, ci si riferirà alla tesi di laurea in Storia, discussa dall’Autore presso la Facoltà veneziana di Lettere, relatore prof. G. Cozzi (reperita presso la Fondazione Cini), più completa della già citata edizione romana.

Sulle ragioni economiche della fortuna della condanna alla galera e, in particolare, sull’aumento del salari dei rematori liberi causato dall’onda inflazionistica del XVI secolo (determinata in parte dalle ingenti quantità di materiali preziosi, oro ed argento, provenienti dalle Americhe, immessi sul mercato dalla Spagna) v. H. SCHLOSSER, Tre secoli di criminali bavaresi sulle galere veneziane (secoli XVI-XVIII), Venezia, 1984, pp. 22 ss.



571 G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 48-49. Questo dato è confermato anche dallo studio sulle sentenze rese dalle varie magistrature veneziane effettuato da A. VIARO (La pena della galera cit., pp. 212 ss.), da cui risulta che, nel periodo compreso tra il 1585 ed il 1771, le condanne alla galera sono circa il quadruplo di quelle al carcere.

572 Come sanzione alternativa al carcere e solo su richiesta del condannato (v. A. VIARO, La pena della galera cit., p. 122) oppure come pena conseguente ad alcuni specifici reati (come il contrabbando del sale: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 50).

573 La legge viene – la prima volta - presentata al Senato il 15 Febbraio 1542 e bocciata con 87 voti de parte, 79 de non e 15 de non sinceri: v. A. VIARO, La pena della galera cit., pp. 129-130; sulle ragioni dell’opposizione v. A. VIARO, La pena della galera cit., pp. 134 ss.

574 A.S.V., SENATO MARE cit., 15 Maggio 1545. Nel resto d’Europa la condanna alla galera è già una realtà: nel 1448 viene introdotta nelle Fiandre, nel 1456 in Francia, nel 1497 in Spagna e, più tardi (nel 1602) anche in Inghilterra: v. H. SCHLOSSER, Tre secoli di criminali bavaresi cit., pp. 27-28.

575 Si tratta del Collegio dei condannati che nel 1545 viene portato a cinque membri. Il Senato, con delibera del 29 Ottobre 1562, ne disciplina dettagliatamente obblighi, funzioni e prerogative. In particolare, il Collegio:

  1. decide sulla idoneità fisica dei condannati a prestare servizio sulle galere e, fino al 1608, sui casi di inabilità sopravvenuta durante il servizio. In entrambe le ipotesi, il Collegio individua la pena alternativa;

  2. si riunisce ogni giovedì;

  3. decide sulle richieste dei carcerati di commutazione della pena detentiva in condanna “ai legni di San Marco” (con facoltà di scontare fino ad un quarto della pena) e viceversa;

  4. concede, con provvedimento ad hoc, sconti di pena a quei galeotti che si siano segnalati per “qualche operation laudabile o meritoria”;

  5. nomina degli “aguzzini”.

Il Collegio dei condannati cessa dalle proprie funzioni intorno al 1635, dopo quasi cent’anni di attività, ed i suoi munera publica vengono assorbiti dal Senato: v. A. VIARO, La pena della galera cit., pp. 151 ss.

576 La pena della galera non ha, in origine, una durata massima: nel 1559 viene fissata in 12 anni, “ma vari meccanismi, come l’addossare certe spese di vestiario e di condotta ai condannati, che spesso non potevano pagarle, garantivano permanenze anche molto più lunghe”: G. SCARABELLO, Carceri cit., pp. 50-51.

577 Al fine di evitare la fuga dei forzati, il Senato, il 4 Luglio 1545, stabilisce che i compagni di “banco” scontino, oltre alla propria, anche la pena dell’evaso (divisa proporzionatamente fra loro). La sorveglianza sui galeotti e sul loro rendimento è affidata all’aguzzino: v. A. VIARO, La pena della galera cit., pp. 154 ss.

578 Ibidem, pp. 132-133.

579 Si tratta di una galea inviata in Candia, agli ordini di Cristoforo da Canal. Il numero di rematori varia di anno in anno. Dal 1587 ogni galea conta su un “organico” di 96 galeotti, divisi in 4 squadre da 24.

580 Nel 1546 le navi di “sforzadi” sono già quattro; nel 1547 se ne aggiunge un’altra; nel 1548 si arriva a sei; nel 1561 a nove; nel 1562 a dieci; nel 1567 a undici; nel 1569 a dodici. Dopo il loro vittorioso impiego nella battaglia di Lepanto nel 1571 (la flotta cristiana, formata da 230 galere e 6 galeoni pesanti, annovera ben 16 galere veneziane di sforzadi), si decide si incrementarne ulteriormente il numero; nel 1573 se ne contano diciannove, nel 1584 venti, nel 1591 ventidue e nel 1593 ventitre: v. A. VIARIO, La pena della galera cit., p. 141.

581 Le Galeazze, dette anche “galere grandi” per le loro notevoli dimensioni, vengono concepite, alla metà del XVI secolo, come navi adibite prevalentemente al trasporto commerciale. Adattate a scopo bellico in occasione della battaglia di Lepanto, si dimostrano eccezionalmente resistenti ma poco manovrabili e, per tale ragione, a partire dal 1593, ne vengono drasticamente ridotte le dimensioni. Dal XVI secolo in poi, le Galeazze sono massicciamente utilizzate (e con successo) come navi ammiraglie a capo di singole mude (cioè di altrettante squadre di galere): v., sul punto, G. PEROCCO, L’espansione in terraferma cit., pp. 587-589; A. VIARO, La pena della galera cit., p. 142.

582 A. VIARO, La pena della galera cit., pp. 144 ss.

583 A.S.V. SENATO MARE, reg. 29, 28 Novembre 1573, c. 98 r.

584 Il successo è confermato dalla circostanza che Venezia, lungo tutto il corso dei secoli XVII e XVIII, “acquista” numerosi criminali bavaresi e milanesi per destinarli a remare nelle galere, essendo manodopera economicamente molto più conveniente dei vogatori liberi: v. H. SCHLOSSER, Tre scoli di criminali bavaresi cit., pp. 4 ss.; A. LIVA, Carcere e diritto a Milano cit., pp. 105-106.

585 A. BARBARO, Pratica cit., p. 170.

586 Analoga difficoltà si riscontra negli altri ordinamenti giuridici medioevali e rinascimentali. Si può accettare, come definizione generale valida per il Medioevo e l’età moderna, la seguente: “La prigionia di guerra consiste puramente in una limitazione di fatto della libertà personale, per impedire al prigioniero il ritorno nel proprio Stato e quindi ogni ulteriore sua partecipazione alla guerra”: L. SERTORIO, La prigionia di guerra e il diritto di postliminio, Torino, 1915.

587 Nel corso del Medioevo si diffonde in tutta Europa una consuetudine cavalleresca di guerra di origine franca: v., sul punto, F. CUOMO, Gli ordini cavallereschi, Roma, 1992, p. 17 ss.

588 H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri di guerra nel Medioevo, in “Studi Veneziani”, n.s., tomo 14, 1987, pp. 26-27.

589 Ibidem, pp. 35 ss.

590 L’avvento del protestantesimo fraziona ulteriormente la cristianità, già provata dallo scisma d’Oriente.

591 H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 22.

592 Il mercante incriminato subisce anche la confisca dei beni per ordine del Senato: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 23.

593 Ibidem, pp. 23-24.

594 Ad esempio, nel 1317 l’ambasciatore del Sacro Romano Impero a Costantinopoli viene catturato dai sudditi veneti ed è imprigionato (sarà poi venduto come schiavo in segno di spregio); viceversa, nel 1299, l’ambasciatore veneziano Marco Sbotto viene fatto prigioniero a Monaco, mentre vanamente tratta la pace con i Genovesi: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 24.

595 I Veneziani in tal senso catturano una “cocca genovese a Rodi, nel 1379, con più di 200 passeggeri, fra cui 160 mercanti, tutti ridotti […] (dal governo della Serenissima n.d.a.) alla condizione di prigioniero di guerra”: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 24.

596 Sull’importanza della cittadinanza nel Medioevo v. E. BESTA, Le persone nella storia cit., pp. 23 e ss.

597 H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 24.

598 Nella storia del diritto veneziano, il commercio con nazioni nemiche integra un’apposita fattispecie incriminatrice ed è generalmente sanzionato con la pena pecuniaria, in cumulo od alternativa alla confisca.. In particolare, le più antiche notizie di cui disponiamo riguardano il divieto di commercio “di qualsiasi cosa utile alla guerra” (esteso poi anche alla corrispondenza) fra i cittadini (o sudditi) ed i Saraceni, risalente all’820 circa, per volontà del doge, proibizione peraltro confermata dal doge Pietro Candiano nel 971: v. E. BESTA, Storia del diritto penale cit., p. 4.

599 A. BARBARO, Pratica criminale cit., pp. 113 ss.

600 I pirati sono soggetti che intercettano ed assaltano i vascelli commerciali, generalmente di qualsiasi nazione, a scopo di personale bottino, mentre i corsari svolgo tale attività su autorizzazione (lettera corsara) di uno Stato, dietro pagamento di una certa somma di denaro ed in danno di un altro Paese. Il divieto di armare navi corsare è contenuto nel capitolo XXIII della Promissione del maleficio del doge Jacopo Tiepolo (1232): A. MOCENIGO, op. cit., vol. II, p. 7. La distinzione fra pirati e corsari è in toto rifiutata dal governo veneziano, mentre è riconosciuta da altri Stati. Le cronache, tuttavia, riportano un caso in cui tale distinguo viene implicitamentente ammesso anche dalle autorità della Serenissima: in particolare, dopo la cattura – nel 1305 – di corsari genovesi, il Senato li considera a tutti gli effetti prigionieri di guerra: v., sul punto, H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 30-31.

601 Gli atti minori di pirateria sono puniti con la reclusione; a pena espiata, la liberazione viene subordinata al giuramento di non dedicarsi più a tale attività. In caso di recidiva è prevista la pena capitale e, proprio al fine di controllare l’identità di tali criminali, nel XIII secolo viene istituito un apposito registro: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 30.

602 Ibidem, p. 30.

603 M. ASCHERI, I diritti del Medioevo cit., p. 191.

604 Le ragioni del declino della prigionia appaiono essenzialmente legate ad una serie di fattori:

  1. dal Quattrocento in poi, l’introduzione di nuove tecniche di guerra (l’invenzione della bombarda, la diffusione delle armi da schioppo, il miglioramento delle armi d’assedio e soprattutto il dilagare della cavalleria leggera o “stradiotta”, velocissima e, quindi, letale per i fanti) che, da un lato, sviliscono la capacità difensiva delle fortificazioni e, dall’altro, offrono meno occasioni di cattura di nemici vivi;

  2. l’aumento della consistenza numerica degli eserciti, che sconsiglia, in caso di resa del nemico, di fare prigionieri in massa, poiché non esistono strutture in cui accoglierli ed i costi della prigionia sono molto elevati;

  3. il dilagare delle condotte mercenarie, i freelancers, che rende inutile la loro carcerazione (oltre che conveniente armarli ed assoldarli nel proprio esercito);

  4. l’aumento del numero di soldati professionisti (per lo più svizzeri e tedeschi), oltre all’affermarsi della consuetudine teutonica del rilascio dei nemici subito dopo il combattimento, purché accettino di giurare di non prendere più le armi contro chi abbia risparmiato la loro vita (e non siano “appetibili” sul piano del riscatto).

Sul nuovo modo di condurre la guerra e sull’introduzione massiccia delle milizie mercenarie in Italia, v. N. MACHIAVELLI, Dell’arte della guerra (1520), Milano, 2000 e N. MACHIAVELLI, Il Principe (1513), Milano, 2001, capp. XII, XXIV, XV.

605 Si tratta, per lo più, di turchi o slavi, ridotti a remare sui banchi di voga (prassi che, peraltro, si diffonde anche nel mondo islamico): H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 83.

606 Ibidem, p. 38.

607 Si tratta della sistemazione dei prigionieri di guerra in territori lontani dalla patria (talora in condizioni di semilibertà), della galera (solo dal XVI secolo) e della destinazione a lavori di pubblica utilità (alla fine della Repubblica).

608 Sono molti gli episodi storici che confermano una sorta di reciprocità nel trattamento dei prigionieri di guerra: ad esempio, nel corso della quarta guerra fra la Serenissima e Genova (1377-1381), i Veneziani, in seguito alle crudeltà e all’uccisione di molti prigionieri veneziani e trevigiani (“tagliati in peçe” o annegati) ed alla cessione di altri ai Padovani, fecero “morir […] a mala morte” i soldati genovesi catturati negli scontri successivi: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 32. Poco tempo dopo, tuttavia, il Senato stabilisce di alleggerire le catene ai prigionieri genovesi, atteso che lo stesso hanno fatto anche i governanti della Superba: A.S.V. SENATO MISTI, r. 36, 14 Maggio 1379, c. 78 v.

609 Nel mondo cristiano, dal XII secolo, si afferma una (sorta di) consuetudine sul trattamento dei prigionieri di guerra, che poggia sul principio evangelico “quisquis iubetur alii facere quod sibi vult fieri et prohibetur alii inferre quod sibi noluit fieri”: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 16-17.

610 Ibidem cit., p. 32. L’esistenza di una prassi in tal senso è confermata dalla stigmatizzazione, da parte del governo della Serenissima, del comportamento tenuto dall’esercito pontificio nel corso della guerra di Ferrara (1309). Nell’occasione, infatti, i veneziani, fatti prigionieri presso Castel Tedaldo, vengono accecati prima del rilascio, ancorché si trovino nell’obiettiva condizione di non poter nuocere: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 32.

611 Anche i cittadini della Repubblica, caduti nelle mani del nemico, continuano a godere in patria dei medesimi diritti goduti prima della cattura: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 19-20.

612 Questo principio talora è violato anche dai Paesi cristiani, che in segno di spregio vendono i nemici, pur’essi cristiani, ai Saraceni o ai Turchi: ad esempio, nel 1319, i sudditi veneziani di Candia, Corone e Modone non esitano a fare preda di alcuni Greci, suscitando le proteste e l’indignazione dell’imperatore di Costantinopoli: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 18-19. Il divieto si applica nei rapporti fra cristiani ed islamici; Venezia - tuttavia - vieta la riduzione in schiavitù dei sudditi ottomani catturati, al fine di evitare probabili rappresaglie: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 21 e 51.

613 “Servi […] fiunt iure gentium, id est captivitate”: v. A. BURDESE, Diritto Privato cit., p. 147 .

614 Venezia proibisce espressamente la riduzione in schiavitù dei prigionieri cristiani nel 1418: v. A. BURDESE, Diritto Privato cit., p. 19. Giurisprudenzialmente isolata appare la tesi di Baldo per cui i prigionieri di guerra dovrebbero considerarsi “ad irstar pecudis vel alterius rei mobilis”: v. A. BURDESE, Diritto Privato cit., p. 28.

615 Nelle regole degli ordini cavallereschi è fatto frequente ed espresso richiamo alla misericordia nei confronti dei nemici sconfitti; ad esempio, la regola dettata da Fra’ Gherardo de’ Sasso per l’Ordine di Malta imponeva: “Servi Iddio e ti aiuterà; sii cortese ad ogni gentiluomo, deponendo l’orgoglio, non adulare, non ridere in segreto […] sii spietato con i nemici e misericordioso con i vinti”; v., sul punto, C. CANTU’, Storia universale, volume XI, 1846 .

616 M. NANI MOCENIGO (a cura di), Un capitolare per il buon governo delle galere del 1428, in “Archivio Veneto”, vol. VI, 1929, p. 105. Non mancano, tuttavia, significative eccezioni, come quella di Roberto da Recanati, capo di cento lance e di trecento fanti, traditore della causa veneziana, che, catturato e reo confesso, “fo apichado per la gola tra le do cholone su la piaça de San Marcho. A grande honor”: v., sul punto, H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 29.

617 Ne è fatta menzione, ad esempio, nel trattato di pace fra Venezia ed Ancona del marzo 1281 in cui, in punto restituzione dei prigionieri trattenuti dalla Serenissima, i captivi sono dichiarati “in potestate domini ducis comunis vel alicuis civis de Venetiis vel fidelis eorum”: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 40.

618 La carcerazione privata, a qualsiasi titolo, è vietata, salvo autorizzazione da parte del governo della Serenissima. Anche se autorizzata, la prigionia “domestica” non perde la sua natura esclusivamente pubblica.

619 G. SCARABELLO, Carceri e carcerati cit., p.105; H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 39-40.

620 Tale prassi viene ribadita dai Savi alla Guerra nel settembre 1380: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 40.

621 “Le maggiori differenze nella severità della detenzione si trovano proprio tra i prigionieri di elevato livello sociale”. In virtù del codice d’onore, i condottieri cristiani, in alcuni casi, potevano restare a piede libero all’interno di Venezia solo prestando giuramento (così avviene, ad esempio, nel 1379, per Francel Trutel, condottiero ungherese). H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 40 e 42-44. Non mancano, peraltro, esempi di segno contrario: si pensi a Francesco Novello da Carrara, signore di Padova, rinchiuso, nel 1405, nelle prigioni forti e sorvegliato a vista da quattro guardie (proprio nella sua cella, peraltro, verrà segretamente giustiziato; analoga sorte toccherà anche ai suoi due figli): v. U. FRANZOI, Le prigioni cit., pp. 99-100. “I prigionieri di condizione inferiore stavano certamente peggio e potevano, con maggiore facilità, essere sottoposti a maltrattamenti coi più vari pretesti”: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 43.

622 Ibidem cit., pp. 44-45.

623 U. FRANZOI, Le prigioni cit., p. 82.

624 In tal senso delibera il Senato riguardo ai prigionieri della Superba: “quod ob Dei reverentiam et pro honore nostro Ianuenses carcerati leviuntur, removendo unum ex cepis ei dimettendo cipum lievus”: SENATO MISTI, 14 Maggio 1379 cit.

625 Fino all’istituzione delle infermerie (1564), i prigionieri ammalati vengono trasferiti in abitazioni private o presso istituti assistenziali.

626 E’ il caso, nel 1378, del genovese Ludovico Fieschi, che, gravemente ammalato, viene alloggiato nella casa di Francesco Gritti (il quale anche provvede a versare la cauzione di 6000 ducati); nel 1380, Cazaminico Camilla, anch’egli genovese, viene accolto in casa da Remigio Soranzo: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 46-47.

627 Ibidem, pp. 46-47. Attesa la loro scarsa pericolosità, soprattutto nei momenti di particolare sovraffollamento, si preferisce restituirli immediatamente alla libertà.

628 Secondo fonti cronachistiche veneziane, all’inizio del Quattrocento “de prixoni zenovexi morì in Veniesia più de CXX” (cioè più o meno un terzo): H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 49.

629 Ad esempio, il Consiglio X ordina che i capi militari dei Turchi, catturati nella battaglia di Lepanto (1571), siano eliminati “con quel cauto e segreto modo che […] parerà al Capitano generale da Mar” (quasi certamente con una dose letale di veleno): H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 47.

630 Allo Stato d’appartenenza dei prigionieri di guerra viene generalmente richiesto il rimborso delle spese di mantenimento e di assistenza dei prigionieri poveri: lo Stato marciano, dunque, le anticipa soltanto. Le spese per il mantenimento nel 1430 di un cattivo di guerra nelle carceri di San Marco sono state stimate in circa 6 ducati al mese: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 56-57.

631 Ibidem cit., p. 43.

632 Regola efficacemente riassunta dalla formale promissio veneziana fatta ai Genovesi nel 1381: “Facta pace, relaxabunt omnes captivi”: H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 61-63.

633 Ibidem, p. 62.

634 Ampiamente, sulle trattative che precedevano tali scambi e sulle modalità d’attuazione, Ibidem cit., pp. 62 ss.

635 Secondo la Tattica, uccidere un prigioniero è affatto sconveniente, giacché rende impossibile provvedere ad operazioni di scambio: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 60. Sulle origini dell’interessamento delle Chiesa per il riscatto dei prigionieri v. L. AMIRANTE, Prigionia di guerra cit., pp. 309 e ss. Notevole è pure l’opera promossa dagli ordini religiosi dei Francescani e dei Domenicani nel corso delle guerre fra Venezia e Genova: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit, pp. 61, 81 ss.

636 Ibidem, pp. 60-61.

637 L’istituto in questione è l’Urfehde, penetrato in Italia attraverso i mercenari svizzeri e teutonici. Accade, peraltro, che si proceda alla spiccia soppressione del nemico che si rifiuti di prestare giuramento: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 85 ss.

638 Poteva essere addirittura concessa la liberazione provvisoria, dietro giuramento (che raramente veniva infranto in virtù dell’importanza data alla “promessa d’onore”), allo stesso prigioniero proprio per concedergli l’occasione di racimolare il prezzo del riscatto: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., pp. 74-75.

639 La cessione del prigioniero fra privati cittadini, con relativo diritto al riscatto, è ammessa solo qualora il cattivo abbia espresso pubblicamente il suo consenso: v. H. ZUG TUCCI, Venezia e i prigionieri cit., p. 68.

640 Ibidem, p. 67.

641 Il Machiavelli, infatti, colloca la Serenissima nel capitolo XII (“Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus”), ove tratta degli Stati che utilizzano prevalentemente eserciti “al soldo”, pratica tanto deplorata da invitare i Veneziani “ha mandare (n.d.a.: in guerra) suoi cittadini”.

642 Venezia, infatti, vieta più volte (SENATO MISTI, 21 Giugno 1347 e 7 Novembre 1417) che nelle prigioni delle varie cavallerie di Creta siano reclusi prigionieri turchi, essendo questi piuttosto pratici dell’isola: peraltro, i prigionieri turchi trattenuti a Creta, in caso di evasione, potevano essere impunemente uccisi. V. H. Zug. Tucci, Venezia e i prigionieri. Cit, p. 47.

643 Se ne ha testimonianza indiretta dalla mancanza di notizie di evasioni di prigionieri di guerra; per converso, la documentazione sulle fughe dei carcerati comuni è vastissima, sì da fornirci compiuta conoscenza delle modalità e la frequenza di fuga, oltre che dei nomi degli evasi e delle ragioni della loro detenzione.






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