Pierpaolo Coccia



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2.2 PRIMA DELLA STRADA



2.2.1 Le famiglie e le istituzioni
Le famiglie dei ragazzi di strada, in Guatemala, vivono in condizioni estremamente precarie: i genitori di queste famiglie provengono dall’interno del paese e spesso si conoscono nello spazio cittadino, per questo si creano relazioni di coppia tra due persone emigrate provenienti da comunità geografico-culturali differenti (C.Anleu, M.Gonzàlez, 1996).

Nella famiglia guatemalteca, è il padre a detenere il potere, egli esercita la sua autorità in modo violento; un ruolo, quello paterno, figlio di una cultura maschilista e patriarcale. La figura del padre è spesso assente in questi contesti familiari: non si preoccupano dei propri figli, tradiscono le proprie mogli fino ad abbandonarle. È importante rilevare che, a loro volta i padri provengono da famiglie molto povere e ugualmente disintegrate (Lutte, 2001).

Le madri sono, in un certo qual modo, “costrette” ad occuparsi esclusivamente della vita domestica; altrimenti, spesso lavorano come domestiche o come venditrici di generi alimentari per la strada. Si incontrano spesso, madri abbandonate dai mariti e con più di un figlio, che si trovano sole a dover sopportare tutto il peso dell’economia familiare (Anleu, Gonzàlez, 1996).

Da tale ambiente familiare, capiamo che le relazioni di coppia possono essere, spesso, instabili e conflittuali, infatti, i bambini assistono a frequenti litigi, spesso cruenti. Uno dei motivi questo, che portano alla rottura della relazione o all’abbandono del focolare domestico da parte dell’uomo. È questa la causa della presenza di un patrigno o una matrigna nelle famiglie d’origine dei bambini di strada; molte volte una ragazza/o di strada attribuisca al proprio patrigno o matrigna la scelta di andare a vivere in strada, infatti, i patrigni sono spesso gli autori di abusi sessuali sulle bambine, ma anche sui maschi, che però, in una cultura maschilista, difficilmente ammettono, per paura di sollevare dubbi sulla loro virilità (ibidem).

Sempre Lutte, rileva che l’aspetto che maggiormente accomuna la quasi totalità delle famiglie è la povertà e spesso l’indigenza, la fame che costringe i bambini a lavorare, le ragazze a svolgere mansioni domestiche in casa, i ragazzi nei campi o in lavori di strada, come lustrascarpe o venditore ambulante. Il bambino, immerso in tale contesto di povertà e violenza intrafamiliare, riesce difficilmente a sentirsi amato e accettato: vive una forte carenza affettiva, che si ripercuote nella costruzione della propria personalità, sviluppa, quindi, un debole senso di autostima, sentendosi inferiore e incapace di poter essere amato (ibidem).

Occorre, però, porre tale situazione familiare in relazione alle vite quotidiane dei genitori dei bambini di strada: spesso sfruttati a lavoro, hanno vissuto una storia fatta di emarginazione e di miseria sin dall’infanzia. ”Le famiglie sono a loro volta le vittime delle ingiustizie sociali della classe dominante guatemalteca e del nuovo ordine mondiale” (Lutte, 2001).

Un altro luogo significativo, nello sviluppo di molte ragazze e ragazzi di strada, sono le istituzioni che si occupano di minori, alcune volte è la famiglia stessa a mandare il proprio figlio, in alcuni casi per ordine del tribunale (ibidem). Dalla ricerca di Lutte (1995), nelle storie di vita di alcuni ragazzi, l’istituzione offre la possibilità di entrare in contatto con chi viveva già in strada e favorendo, quindi, un avvicinamento alla “calle”. Inoltre, come accade per ogni altra istituzione, le mancanze affettive e l’educazione assistenzialista, provocano nel bambino depersonalizzazione, da una parte, e un legame di totale dipendenza da essa, dall’altra.
2.2.2 Il processo di callejizaciòn: conoscenza, transizione e scelta della strada
Il termine “callejizaciòn”, che letteralmente in italiano corrisponde a “stradizzazione”, secondo una ricerca di Anleu e Gonzalez (1996), è un vero e proprio processo suddiviso in tre tappe.

La prima tappa corrisponde ai primi mesi in cui il bambino si mantiene in strada, solitamente in questa prima fase l’età oscilla tra i nove e gli undici anni, il bambino non conosce ancora la sopravvivenza della strada, per sfamarsi spesso chiede l’elemosina o canta sugli autobus, se ruba, il furto si limita ad oggetti di poco valore, come qualcosa da mangiare (ibidem).

Il primo periodo è caratterizzato dalla ricerca di compagni, di un gruppo di strada per sentirsi protetti ed imparare a vivere, infatti, attraverso il contatto con gli altri della strada il ragazzo impara tutte le tecniche di sopravvivenza necessarie.

Anche il primo incontro con la droga avviene per curiosità e per imitazione, favorito da altri compagni che insegnano come utilizzarla, è in ogni caso un elemento che caratterizza l’appartenenza alla strada (op. cit.).

Il passaggio dalla casa alla strada avviene secondo un processo graduale: il ragazzo entrando in questo nuovo mondo dovrà riorganizzare la propria identità e le proprie relazioni interpersonali.

In realtà, la “calle” è un elemento familiare per la classe sociale alla quale appartengono i ragazzi di strada, la vivono sin da piccoli, ci trascorrono la maggior parte del loro tempo, vendendo cose, lustrando scarpe, contribuendo alla sussistenza familiare (Molinas, Yagenova e Monròy, 1998).

Il bambino, infatti, già conosce in qualche modo la strada, spesso viene iniziato da qualche coetaneo, conosciuto in un’istituzione, in riformatorio, a volte un vecchio compagno di giochi. Altre volte, più per quanto riguarda le ragazze, la conoscenza può avvenire tramite una relazione d’amore con qualcuno che già vive in strada (Lutte, 2001).

La scelta della strada non deve essere vista come la fuga da un disagio, è piuttosto, espressione di emancipazione e di autonomia: il ragazzo si libera dall’oppressione e dalla subordinazione che vive ogni giorno, fuori e dentro la famiglia, e preferisce un mondo, dove ha la possibilità di prendere parte allo stabilirsi delle regole, pagando però il prezzo dell’adattamento ad una nuova vita di pericoli, instabile, continuamente minacciata dalla morte (ibidem).

Nella seconda tappa, inizia, infatti, l’adattamento del bambino alla strada, cambiano le regole di sopravvivenza, la droga occupa uno spazio importante, la maggior parte del giorno viene trascorso sotto effetto di qualche sostanza. I ragazzi, adesso, imparano a rubare attraverso il gruppo, non più oggetti di poco valore ma autoradio, soldi, gioielli, questa nuova attività è concepita come più attraente, può essere vista come un cambiamento di “status”. Anche se le ragazze prendono parte a queste nuove forme di sopravvivenza, per alcune la maggiore attività è la prostituzione, generalmente è una compagna che introduce a questa attività, il maggiore tra i rischi è contrarre malattie veneree, soprattutto il SIDA (Anleu e Gonzalez, 1996).

La terza tappa, che possiamo individuare indicativamente, dai 16 anni in poi, consiste in una totale identificazione con la strada: anche in questo periodo, le attività di sopravvivenza si affinano sempre di più nell’organizzazione, alcuni arrivano a mettere in discussione la propria scelta, ad abbandonare la strada per cominciare una nuova vita o associarsi ad una mara. Il consumo di droga, continua ad essere un aspetto che caratterizza la giornata in strada, ma si ha un controllo maggiore sulla sostanza assunta. Spesso a questa età le ragazze hanno un figlio e questo evento può spingerle a cercare una vita migliore.

Queste fasi devono, però, essere assunte con cautela ed utilizzate solo come chiarimento del processo di “callejizaciòn”, senza dimenticare che tutto ciò può presentarsi diversamente per ogni caso specifico, visto che ogni storia di vita, è una storia a sé stante; inoltre, per quanto riguarda le ragazze, bisogna considerare che l’ingresso in strada per loro è ritardato dalla cultura guatemalteca stessa, che limita la libertà individuale delle donne (Lutte, 2001).

Lucchini (1996), non guarda tanto al processo di “callejizaciòn” dal punto di vista della sua durata temporale, ma piuttosto, mette in evidenza gli importanti fattori microscopici e macroscopici intrecciati fra loro. Secondo l’autore, bisogna considerare sei dimensioni: il luogo fisico dove è vissuta tale esperienza (dimensione fisico-spaziale); il periodo di vita in cui si è scelta la strada, se ci sono stati ritorni a casa o in istituzioni per bambini (dimensione temporale); l’entrata nel gruppo e la rete di relazioni instaurate in strada che vanno a costituire la dimensione sociale; la costruzione di una nuova immagine di se stessi dopo la scelta della “calle” (dimensione identificatoria) ed infine la motivazionale, che determinerà la permanenza o l’abbandono della “calle”.






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