Pierpaolo Coccia



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28.03.2019
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La vita in carcere
La giornata

Quando ti svegliano non hanno rispetto per te, devi essere pronto, ti svegliano con dei pali. Alle quattro di mattina comincia la pulizia. Poi ce la conta, dove contano tutti i detenuti, ti danno da mangiare alle sei e mezza, lo chiamano rancho, “Arriva il rancho!”. In quel periodo il cibo non lo portavano nel settore ma dovevi salire sopra, dove c’era una cucina, e ti dicevano “Formati per il rancho” e dovevi fare la fila per mangiare.

La pulizia si fa con le mani, a volte ti danno uno straccetto. Ci mandavano tutti in fondo al settore e facevamo una coda, buttano sul pavimento un barile di acqua e tutti a passare lo straccio a terra, e poi di nuovo. Tre volte con il sapone e poi si risciacquava, infine bisognava asciugare.

Nella notte, l’ultima talacha era alle nove, e poi a lavarsi, si era obbligati, dovevi lavarti. Gli incaricati avevano i loro tre, quattro letti per uno e noi altri quando ci andava bene avevamo un letto da dividere con altri due o tre, altrimenti si dormiva a terra.

Nella notte facevamo i turni, c’erano tre o quattro di noi che rimanevano svegli, se arrivavano a perquisire il settore, occorreva essere pronti ad avvisare gli altri che avevano droga. Quando le guardie avanzavano si diceva caparina e così gli incaricati correvano a nascondere la droga. Una volta accadde che non partì l’avviso e le guardie scoprirono tutto, si portarono via un incaricato. Rimase il secondo incaricato che strillò: “Chi era di turno?”, uscirono i responsabili e disse: “In fondo voi e gli altri, tutti ai lati”, si misero tutti ai lati del corridoio, formando due file, e loro, dovevano passare cinque o sei volte in mezzo mentre gli altri dovevano picchiarli. Devi correre e se cadi peggio per te.
Il cibo

Lo preparavano li dentro, quando davano fagioli e riso, uno li masticava ma rimanevano duri come te li avevano dati. Le tortillias fredde, questo era il cibo.


La sopravvivenza

Io l’unica cosa che facevo quando c’erano le visite, era di sfasciare i calzini o le maglie di lana che avevo e con la lane che ricavavo facevo bracciali che poi vendevo nel salone delle visite. I familiari le compravano e gli stessi detenuti mi incaricavano di farle per loro.


Le regole e le punizioni

Si sono sulla parete, scritte: 1. Non sputare sul pavimento; 2. Rispettare l’autorità; 3. Non entrare nei bagni dell’incaricato; 4. Rispettare l’ora della talacha; 5. Rispettare l’orario del rancho; 6. Rispettare l’ora del silenzio; chi non le rispettava veniva picchiato. E poi l’incaricato diceva: “Qui non è obbligatorio pagare la talacha, però è obbligatorio farla!”.


I diritti

Diritti? L’unico diritto che io mi ricordo che uno aveva, era: il cibo e dormire. Se uno aveva una coperta poteva coprirsi, se no niente, e i letti, sono di cemento.


La sessualità

C’erano settori di omosessuali nella zona 18, questi a volte venivano chiamati dall’incaricato, li metteva sul suo letto e lì…praticamente solo l’incaricato poteva tirarli fuori dal settore.


La solitudine

Ah si, si sente molto solo uno lì dentro. A volte pensavo alla mia vita fuori e mi sentivo triste.

Ho avuto paura quando mi stavano trasferendo la prima volta al Pavoncito, mi avevano raccontato che lì era orribile e che la talacha era dura e che ti toglievano tutto, però poi entrarono anche F. e poi L. e con loro andavamo a rubare nella cucina, vendevamo il cibo nei giorni di visite e facevamo bei soldi: i mi comprai vestiti e scarpe nuove.
I rapporti con l’esterno

L’unica visita che ho avuto fu quella della mia ragazza, poiché ero ruso. Quando uno tornava dalla visita, veniva perquisito completamente, e a seconda del settore: c’erano settori dove pagavi 10, in latri 20 quetzales. Il Movimento venne G. a visitarmi, mi portarono dei pasticcini e la lana per fare bracciali, noi li facevamo, loro ce li compravano e li vendevano.


La gerarchia

La regola stessa diceva di rispettare l’autorità e quindi, essendoci sopra di te, l’incaricato, era lui che dovevi rispettare. L’incaricato a volte era nominato dall’alto, dalla polizia, e a volte dalla popolazione, ma la maggior parte delle volte dall’alto.


I rapporti con gli altri ragazzi di strada

Tra di noi cercavamo di aiutarci, spesso uno arrivava e non aveva un letto dove dormire, allora si condivideva il letto insieme, o quando uno arrivava senza camicia, chi ne aveva una in più gliela dava, ci aiutavamo. Nei settori dove avanzava il cibo, veniva poi regalato ai rusos, noi lo prendevamo e veniva condiviso con gli altri. Il giorno di visite, univamo i soldi e compravamo del cibo insieme.



I rapporti con gli altri detenuti

Io ero in un settore, conosciuto come ruso, perché lì c’era la maggior parte delle persone che non avevano visite, e in verità conoscendo ci sono alcuni che si sentono molto “duri” e altri tranquilli che ti parlano “perché sei qui e come ti chiami .. di dove sei” e lì puoi farti degli amici. E poi c’erano altri che camminavano e che se ti vedevano vicino ti spingevano via, i nuovi tendono un po’ a molestarli.

Io non ho mai avuto problemi, a parte una volta, che mi diedero un diez : ebbi dei problemi con un ragazzo, aveva una busta dove stava orinando, e io per sbaglio gli diedi una spinta. Era ben quadrato, “Stai tranquillo” gli dissi io, ma lui era proprio arrabbiato, e l’incaricato vide tutto e ci diede un diez, e il ragazzo disse “Ok, andiamo”, riuscii a fermarlo e lo colpii, ebbi un colpo di fortuna che evitai i suoi colpi e lo stesi a terra, da quella volta si tranquillizzò.
I rapporti con gli agenti di custodia

Loro non si mettevano con nessuno, loro stavano fuori dai settori. Gli incaricati controllavano tutto. Il compito della polizia era chiudere e, aprire le porte, quando qualcuno aveva bisogno di un dottore, c’era un piccolo ospedale di sopra, e quindi ti facevano uscire, oppure quando arrivava l’avvocato di qualcuno.





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