Pierpaolo Coccia


Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario



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28.03.2019
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Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario
Dionicio spesso è invaso dalla solitudine e da sentimenti di tristezza, provocati dalla nostalgia per la sua vita al di fuori delle mura del carcere. Il momento in cui ha più paura, viene vissuto durante il trasferimento nel penitenziario, il Pavoncito, conosciuto come uno dei più orribili, per la dura talacha, la pulizia, e le violente punizioni. L’incontro con altri ragazzi di strada allevierà le sofferenze della detenzione: insieme organizzano diversi furti di cibo in cucina, rivendendolo nei giorni di visita, riescono a guadagnare abbastanza soldi per comprare vestiti e scarpe nuove.

Dionicio reagisce attivamente alle imposizioni e alle regole della comunità carceraria, in alcuni casi sfruttandole in maniera funzionale alla propria sopravvivenza, ed in altri invece, creando momenti alternativi alla quotidianità del carcere, come la solidarietà tra i rusos e con gli altri ragazzi di strada. Dionicio, inoltre, essendo un ruso, non ha molti rapporti con l’esterno, oltre al Movimento, la ragazza è l’unica che va a visitarlo: la vita in carcere è, quindi, per lui, tutta in salita. In risposta a questo stato di cose, Dionicio lavorando bracciali di lana, che poi vende nei giorni di visita, può non solo sopravvivere all’interno del carcere, ma soprattutto sottrarsi dalla dipendenza che si crea, con gli altri detenuti e con la comunità carceraria, più in generale.

Parlare di adattamento al carcere, per Dionicio, porta a semplificare il suo processo di riorganizzazione della personalità: Dionicio lascia pochi aspetti di Sé fuori dal carcere, riesce a portare dentro uno degli aspetti fondanti della vita di strada, la solidarietà tra i ragazzi. Forse è possibile avvicinare il suo adattamento a ciò che Goffman (1968) definisce “conversione”, dove il detenuto finge di accettare la disciplina penitenziaria: Dionicio, però, non accetta la regola dell’istituzione come unica soluzione di sopravvivenza, ma riesce a costruire strumenti personali di adattamento allo stato carcerario.




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